Accampato era Amrou nella Palestina, quando avendo carpita per sorpresa la permission del Califfo, o forse anche senza aspettarla, s'incamminò a conquistare l'Egitto[312]. Il magnanimo Omar confidava in Dio e nelle sue armi che crollato avevano i troni di Cosroe e di Cesare: ma ponendo a confronto il debole esercito Musulmano colla grandezza della impresa, si pentì dell'imprudenza sua, e diede ascolto ai timidi compagni. L'orgoglio e la potenza degli antichi Faraoni erano idee familiari ai lettori del Corano, e appena avean bastato prodigi dieci volte rinnovati a condurre ad effetto, non la vittoria, ma la fuga di seicentomila figli di Israele. Aveva l'Egitto gran numero di città popolatissime e forti: il Nilo solo coi tanti suoi rami formava una barriera insuperabile, e doveano i Romani ostinatamente difendere il granaio della capitale dell'impero. In questa angustia si rimise il Califfo alla decision della sorte, o, secondo il suo avviso, a quella della providenza. Era partito da Gaza l'intrepido Amrou e marciava verso l'Egitto con quattromila Arabi solamente, quando fu raggiunto dal messo di Omar. «Se siete ancora in Sorìa, diceva la lettera equivoca del Califfo, ritiratevi tostamente, ma se all'arrivo del corriere toccate già la frontiera d'Egitto, inoltrate pure francamente, e fidatevi nell'aiuto di Dio e de' vostri fratelli». Dalla esperienza, o piuttosto da' segreti avvisi, imparato aveva Amrou a diffidare della stabilità delle risoluzioni delle Corti, e continuò la sua strada fino a tanto che si trovò sul territorio d'Egitto. Raunò allora i suoi ufficiali, ruppe il suggello, lesse il foglio, e dopo avere con gravità domandato che nome avesse e qual fosse il luogo dov'era, protestò piena sommessione agli ordini del Califfo. Dopo un assedio di trenta giorni si insignorì di Farmah, ossia Pelusio, e l'acquisto di questa città, nomata con ragione la chiave dell'Egitto, gli aperse l'ingresso del paese sino alle rovine d'Eliopoli in vicinanza dell'odierna città del Cairo.

Sulla sponda occidentale del Nilo, poco lungi dalla parte orientale delle piramidi ed al mezzogiorno del Delta, la città di Menfi, che avea di circonferenza centocinquanta stadi, mostrava la magnificenza degli antichi re dell'Egitto. Sotto il regno dei Tolomei e dei Cesari era stata trasferita alla riva del mare la residenza del governo; ben presto le arti e le ricchezze d'Alessandria offuscarono l'antica capitale: divenuti deserti i palagi e i templi di Menfi andarono in rovina; ma nel secolo di Augusto, ed anche al tempo di Costantino, era annoverata fra le città più vaste e più popolose[313]. Le due sponde del Nilo, largo in quel sito tremila piedi, erano collegate da due ponti, l'un di sessanta battelli e l'altro di trenta, appoggiati nel mezzo della corrente all'isolotto di Ruda adorno di giardini e di case[314]. Nell'estremità orientale del ponte si vedeva la città di Babilonia, e il campo di una legione romana che guardava il passo del fiume e la seconda capitale dell'Egitto. Investì Amrou quella gran Fortezza, che potea considerarsi come una parte di Menfi o Misrah; non andò guari che giunse al campo un rinforzo di quattromila Saraceni, e convien daddovero far onore all'industria e alla fatica dei Siri suoi alleati per la costruzion delle macchine che si adoperarono a battere le mura. L'assedio intanto durò sette mesi, e i temerari assalitori si videro accerchiati dall'inondazion del Nilo che minacciò di inghiottirli[315]. Finalmente trionfarono per la temerità dell'ultimo assalto; passarono la fossa guernita da punte di ferro; piantarono le scale e penetrarono nella Fortezza gridando: Dio è vittorioso: indi respinsero il resto dei Greci sino ai lor battelli e sino all'isola di Ruda. Presentando questo luogo una comunicazione agevole col golfo e con la penisola di Arabia, Amrou lo preferì a Menfi, che fu abbandonata. Le tende degli Arabi divennero abitazioni stabili, e la prima moschea quivi eretta fu santificata dalla presenza di ottanta compagni di Maometto[316]. Il campo sulla riva orientale del Nilo si trasformò in una nuova città; e nello stato ruinoso in cui son oggi i quartieri di Babilonia e di Fostati, si confondono sotto la denominazione di vecchio Misrah o vecchio Cairo, del quale fecero un ampio sobborgo; ma il nome di Cairo, che significa la città della vittoria, appartiene veramente all'odierna capitale dai Califfi fatimiti fondata nel decimo secolo[317]. Essa s'è a poco a poco discostata dal Nilo; ma può un osservatore attento tener dietro alla continuità delle fabbriche, cominciando dai monumenti di Sesostri fino a quelli di Saladino[318].

A. D. 638

Dopo un trionfo sì glorioso, avrebbero tuttavolta dovuto gli Arabi rifuggir nel deserto, se non trovavano nel centro dell'Egitto un poderoso alleato. Dalla superstizione e dalla rivolta degli oriundi del paese furon già facilitati i conquisti d'Alessandro: abborrivano coloro quei Persiani, loro tiranni, discepoli dei Magi, che avevano arso i templi dell'Egitto, e sbramata la lor fame sacrilega colla carne del dio Api[319]. Un motivo simile originò dieci secoli dopo una rivoluzione somigliante, e i cristiani Cofti si diedero a conoscere del pari ardenti a sostenere un dogma incomprensibile[320]. Ho già spiegata l'origine e i progressi della controversia de' Monofisiti, come pure la persecuzion degli imperatori che cangiò una Setta in una nazione, e indispettì l'Egitto contro la religione e il governo loro. Furono accolti i Saraceni come liberatori della chiesa Giacobita, e si intavolarono, durante l'assedio di Menfi, i negoziati d'un Trattato fra un esercito vittorioso e un popolo di schiavi. Fuvvi un Egiziano nobile e ricco, di nome Mokawkas, il quale aveva dissimulata la sua credenza per ottenere l'amministrazione della sua provincia. Giovandosi della confusione, che fu conseguenza della guerra de' Persiani, aspirò egli alla independenza, e una ambasciata di Maometto lo innalzò al grado dei principi; ma con ricchi donativi, e con equivoci complimenti eluse la proposta fattagli d'abbracciare una nuova religione[321]. Per aver abusato dell'autorità commessagli, fu esposto al risentimento d'Eraclio; l'arroganza e il timore gli impedivano di sottomettersi, e tutto l'induceva a gettarsi nelle braccia della nazione, ed a procacciarsi l'assistenza dei Saraceni. Nelle sue prime conferenze con Amrou intese senza sdegnarsi l'intimazione della solita alternativa: il Corano, il tributo o combattere: «I Greci, diss'egli, sono presti e parati a rimettersi alla sorte dell'armi; ma io non voglio aver che fare coi Greci nè in questo Mondo, nè nell'altro; rinnego per sempre il tiranno che dà legge a Bisanzio, il suo Concilio di Calcedonia ed i Melchiti suoi schiavi. I miei fratelli ed io abbiam risoluto di vivere e di morire nella profession dell'evangelo e nell'unità di Cristo. Noi non possiamo abbracciar la religione del vostro Profeta, ma bramiamo la pace, e consentiam di buon cuore a prestare tributo ed obbedienza ai suoi successori temporali». Il tributo fu fissato in due pezze di oro per ogni cristiano: i vecchi, i monaci, le donne, e i fanciulli dei due sessi, sino all'età di sedici anni, furono esentati da questa tassa personale: i Cofti, domiciliati al di sopra e al di sotto di Menfi, diedero il giuramento di fedeltà al Califfo, e promisero ospitalità per tre giorni a qualunque Musulmano viaggiasse nel lor Cantone. Questa carta di sicurezza annichilì la tirannide ecclesiastica e civile de' Melchiti[322]: gli anatemi di S. Cirillo risonarono in tutti i pulpiti, e furono restituite le chiese col lor patrimonio alla comunion de' Giacobiti, i quali godettero smodatamente di quel momento di trionfo e di vendetta. Beniamino, lor Patriarca, uscì del suo deserto mosso dai pressanti inviti di Amrou, il quale dopo un colloquio con esso degnò dichiarare graziosamente sè non aver giammai scontrato alcun sacerdote cristiano che fosse di più puri costumi, e di più venerandi sentimenti[323]. Il Luogo-tenente di Omar passò da Menfi in Alessandria, e in questo viaggio confidò tanto nell'affetto e nella gratitudine degli Egiziani, che non pigliò veruna precauzione per la propria sicurezza: al suo avvicinarsi si restauravano le strade ed i ponti, e per tutta la via fu generale la premura di fornirgli i viveri, e di informarlo di quanto accadea. Universale fu la diserzione, e i Greci d'Egitto, che appena uguagliavan la decima parte degli abitanti nativi, non furono in caso d'opporre la menoma resistenza: erano stati sempre odiati, e non erano più temuti: più non osava il magistrato comparire in tribunale, nè il vescovo mostrarsi all'altare: le guarnigioni lontane furono sopraprese, o affamate dai paesani. Se non avesse il Nilo offerta un'agevole e pronta comunicazione col mare, non sarebbesi salvato alcuno di coloro che per nascita, lingua, impiego e religione erano collegati coi Greci.

La ritirata loro nell'alto Egitto avea riunito gran soldatesca nell'isola di Delta; dai canali del Nilo, naturali e artificiali, era formata una serie di posti vantaggiosi, e agevoli alla difesa: e per giungere in Alessandria i Saraceni vittoriosi spesero ventidue giorni, ne' quali diedero molte battaglie generali e particolari. Negli annali dei loro conquisti, non s'incontra per avventura un'impresa più rilevante e difficile dell'assedio d'Alessandria[324]. Questa città, primo emporio del traffico dell'intero Mondo, era abbondevolmente ricca d'ogni sorta di munizioni, e di presidii per la difesa. I suoi numerosi abitanti combattevano pei dritti che sono i più cari al cuor dell'uomo, religione e proprietà; e pareva che dall'odio dei nativi del paese non potessero sperare giammai nè pace, nè tolleranza. Era sempre libero il mare, e se l'angustia in cui era l'Egitto fosse stata bastante a scuotere l'indolente Eraclio, avrebbe costui agevolmente potuto versare nella seconda capital dell'impero nuovi eserciti di Romani e di Barbari. Aveva Alessandria dieci miglia di circuito, e tanta estensione avrebbe di leggieri portato l'inconveniente di dividere le forze dei Greci, e di favorire gli stratagemmi di un vigilante nemico: ma edificata in un rettangolo assai lungo, coperto ai due lati dal mare e dal lago Mareotide, presentava ad ogni estremità una fronte non maggiore di dieci stadi. Adeguavano gli Arabi le loro forze alla difficoltà dell'assedio, e alla fortezza della Piazza. Dall'alto del suo trono in Medina, teneva Omar gli occhi fissi sul campo e sulla città: la sua voce suscitava a combattere e le tribù Arabe, e i veterani della Sorìa, e dalla fama e fertilità dell'Egitto era possentemente avvivato e sostenuto lo zelo di questa santa guerra. Agitati gli Egiziani dalla brama di distruggere, o di cacciare i lor tiranni, secondavano colle loro braccia gli sforzi di Amrou; e forse l'esempio dei loro alleati valse a riaccendere loro in petto qualche scintilla di fuoco marziale, mentre Mokawkas nudriva l'ambiziosa speranza d'avere la tomba nella chiesa di S. Giovanni d'Alessandria. Osserva il patriarca Eutichio che i Saraceni combatterono con un coraggio da leone; ributtarono le frequenti e quasi giornaliere sortite degli assediati, e non tardarono ad attaccare le mura e le torri della città. In ogni assalto la spada e il vessillo di Amrou splendevano eminenti nella vanguardia. Un giorno fu trasportato dal suo valor temerario: i guerrieri del suo seguito, dopo aver penetrato nella cittadella n'erano stati scacciati, e il generale rimase in balìa de' Cristiani con un amico e uno schiavo. Condotto davanti al Prefetto Amrou si ricordò del suo grado, e non pensò al suo stato presente. Un contegno fastoso, e un linguaggio altero già svelavano il Luogo-tenente del Califfo, e la scure d'un soldato era alzata sul suo capo pronta a punire l'insolente cattivo. Ebbe salva la vita mercè della prontezza ingegnosa del suo schiavo, il quale, battendo il viso del suo padrone, gli comandò in aria fiera di starsene zitto davanti ai superiori. Il credulo Greco fu ingannato, prestò l'orecchia alla proposta d'una negoziazione, e rimandò i prigionieri sperando che giugnerebbe in loro vece una deputazione più ragguardevole; ma ben presto le acclamazioni del campo annunciarono il ritorno del generale, e beffarono la semplicità degli infedeli. Finalmente, dopo un assedio di quattordici mesi[325] e la perdita di ventitremila uomini, i Saraceni la vinsero. Non rimaneva più nella Piazza che un piccolo drappello di Greci abbattuti e avviliti, che salparono alla volta di Costantinopoli, e la bandiera di Maometto sventolò sulle mura della capitale dell'Egitto. «Ho presa la gran città dell'occidente, scriveva Amrou al Califfo, e non è possibile far l'enumerazione delle ricchezze e delle rarità che contiene. Mi ristringerò ad osservare che vanta quattromila palagi, quattromila bagni, quattrocento teatri, o luoghi da spettacoli, dodicimila botteghe di commestibili, e quarantamila Ebrei tributari. La città è stata vinta dalla forza dell'armi, senza trattato o capitolazione, e sono ansiosi i Musulmani di godere i frutti della lor vittoria[326].» Il Califfo ributtò con fermezza ogni pensier di saccheggio, e ordinò al suo Luogo-tenente che riserbate fossero le ricchezze e le rendite di Alessandria al servigio pubblico, e alla propagazion della fede; furono numerati gli abitanti, e assoggettati a un tributo; fu domato il fanatismo, e il mal talento dei Giacobiti; ed avendo i Melchiti piegato il collo al giogo degli Arabi, ottennero la grazia di esercitare occultamente sì, ma tranquillamente il proprio culto. Giunse la nuova di questo vergognoso e funesto avvenimento ad accrescere i mali dell'imperatore, la salute del quale andava ogni dì declinando: egli si morì d'idropisia sette settimane circa dopo la perdita di Alessandria[327]. Sotto la minorità di suo nipote, i clamori d'un popolo privato dei grani, che gli erano stati sin allora dispensati giornalmente, decisero il Consiglio di Bisanzio a fare un tentativo per ricuperare la capitale dell'Egitto. Una squadra e un esercito romano due volte, in quattro anni, occuparono il porto e le fortificazioni d'Alessandria. Due volte ne furono discacciati dal valore d'Amrou, che dalle minacce di interne sedizioni nella provincia di Tripoli e della Nubia, ove avea portata la guerra, fu indotto a rivolgersi colà. Ma vedendo quanto quest'impresa fosse facile, Amrou, dopo il secondo assalto ove aveva durato fatica a respingere i Greci, giurò che se fosse una terza volta obbligato di gettare gli infedeli in mare, farebbe sì che Alessandria fosse da ogni parte accessibile al pari della casa d'una prostituta. Tenne parola di fatto, perchè smantellò in molti luoghi le mura e le torri: ma castigando la città risparmiò il popolo, ed eresse la moschea della Clemenza nel sito dove, nella sua vittoria, aveva raffrenato il furore de' suoi soldati.

Deluderei l'aspettazione del lettore, se qui non favellassi del caso che distrusse la biblioteca d'Alessandria, riferitoci dal dotto Abulfaragio. Era dotato Amrou d'un ingegno più avido di sapere, e di idee più liberali che non il resto de' suoi concittadini, e nelle ore di riposo amava di conversar con Giovanni discepolo d'Amonio, che, per lo studio assiduo che faceva della grammatica e della filosofia, era soprannomato Filopono[328]. Animato da questa famigliarità osò Filopono domandare un dono per lui inestimabile, spregevole pei Barbari: chiese la biblioteca reale, quella sola delle spoglie d'Alessandria in cui non erasi apposto il suggello del vincitore. Era propenso Amrou a compiacere il grammatico, ma alla sua scrupolosa integrità non si addiceva alienare il menomo che senza la permissione del Califfo. La famosa risposta d'Omar, dipinge benissimo tutta l'ignoranza del fanatismo: «Se gli scritti dei Greci son concordi al Corano, sono inutili e non si denno conservare: se discordi da quello, son pericolosi e si denno abbruciare». Questa sentenza fu ciecamente eseguita; i volumi in carta o in pergamena furono distribuiti ai quattromila bagni della città, e tanto era l'incredibile numero di quelli, che appena bastaron sei mesi per consumarli tutti. Dopo che s'è pubblicata una version latina delle dinastie di Abulfaragio[329], questa novella fu ripetuta diecimila volte, e non vi ha un erudito che con un santo sdegno non abbia deplorato questo irreparabile annientamento del sapere, delle arti e del senno dell'antichità. Per me sono assai tentato a negare il fatto e le conseguenze. Quanto al fatto, non v'ha dubbio, è sorprendente. «Udite e stupite», dice lo storico anch'esso, e l'asserzione isolata d'un forestiere, che sei secoli dopo scorreva sui confini della Media, è bilanciata dal silenzio di due Annalisti d'un tempo anteriore, entrambi originari di Egitto, il più antico de' quali, cioè il patriarca Eutichio, ha molto minutamente narrata la conquista d'Alessandria[330]. Il rigido decreto d'Omar ripugna ai precetti più fermi, e più ortodossi de' casisti Musulmani[331], i quali dichiarano formalmente che non è lecito giammai dare alle fiamme i libri religiosi de' Giudei e dei Cristiani, ancor che si acquistino per dritto di guerra, e che si possono legittimamente impiegare ad uso de' fedeli le composizioni profane degli storici o de' poeti, dei medici o dei filosofi[332]. Convien forse supporre nei primi successori di Maometto un fanatismo più distruttore: ma in questo caso avrebbe dovuto finir presto l'incendio per mancanza di materiali. Non rianderò qui tutti gli accidenti sofferti dalla biblioteca d'Alessandria, non l'incendio involontariamente cagionatovi da Cesare nel difendersi[333], non il pernicioso fanatismo de' Cristiani che badavano di distruggere i monumenti dell'idolatria[334]. Ma se discendiamo poi dal secolo degli Antonini a quello di Teodosio, una serie di testimonianze contemporanee ci avviserà, che il palagio del re e il tempio di Serapide non conteneano più li quattro o settecentomila volumi raccoltivi dal buon gusto e dalla magnificenza de' Tolomei[335]. Forse la metropoli o la residenza dei Patriarchi vantava una biblioteca: ma se le voluminose opere dei controversisti, Ariani o Monofisiti, andarono daddovero a riscaldare i bagni pubblici[336], confesserà sorridendo il filosofo che finalmente avranno giovato qualche cosa al genere umano. Io piango sinceramente altre biblioteche più preziose, che furono avvolte nella rovina dell'impero Romano. Ma quando mi metto seriamente a calcolare la lontananza dei tempi, i guasti fatti dalla ignoranza, e infine le calamità della guerra, ho più maraviglia dei tesori rimasti che dei perduti. Gran numero di fatti curiosi e rilevanti son caduti nell'oblivione; non ci pervennero che mutilate le opere dei tre grandi storici di Roma, e manchiamo d'una quantità di bei passi della poesia lirica, giambica e drammatica dei Greci; ma conviene che ci rallegriamo al vedere che gli eventi e le devastazioni fatte dal tempo abbiano rispettato i libri classici, a cui dal suffragio dell'antichità[337] fu decretato il primo posto dell'ingegno e della gloria. I nostri maestri, per l'intelligenza dell'antichità, avean letto e confrontato le opere dei loro predecessori[338], nè abbiam motivo di credere d'aver perduta qualche verità importante, o qualche utile scoperta.

Amrou, nell'amministrazion dell'Egitto[339], ebbe pure riguardo alle massime dell'equità e della politica, agli interessi del popolo credente difeso da Dio medesimo, e a quelli del popolo dell'Affrica protetto dal diritto delle genti. Nel disordine della conquista e d'un primo istante di libertà, avvenne che la tranquillità della provincia fosse turbata specialmente dalla lingua dei Cofti e dalla spada degli Arabi. Dichiarò Amrou ai Cofti che punirebbe doppiamente la fazione e la perfidia colla pena dei delatori, che riguarderebbe come suoi nemici personali, e coll'innalzamento dei cittadini innocenti cui si fosse tentato di perdere o soppiantare. Rammentò agli Arabi tutti i motivi di religione e d'onore che doveano impegnarli a sostenere la dignità del proprio carattere, a piacere a Dio ed al Califfo colla schiettezza e la moderazione, a risparmiare, a difendere un popolo che s'era fidato alla lor parola, ed a tenersi contenti alle luminose ricompense che aveano legittimamente ricevute in guiderdone della lor vittoria. Quanto alla maniera con cui regolò le rendite del paese; si scorge che disapprovò il testatico, imposizione semplicissima, ma sommamente oppressiva, e che preferì giustamente altri tributi calcolati sulla rendita netta dei vari rami dell'agricoltura e del commercio. Fu assegnato il terzo della contribuzione a mantenere gli argini e i canali cotanto alla pubblica prosperità necessari. Sotto il suo governo supplì la fertilità dell'Egitto alle carestie dell'Arabia, e una schiera di cammelli, carichi di biada ed altre derrate, copriva quasi senza lasciar intervallo la lunga strada da Menfi a Medina[340]. Il senno d'Amrou rinnovò ben tosto la comunicazion col mare, già intrapresa o eseguita dai Faraoni, dai Tolomei, e dai Cesari, e fu aperto dal Nilo al mar Rosso un canale lungo per lo meno ottanta miglia. Questa navigazione interna, che avrebbe congiunto il Mediterraneo coll'oceano dell'Indie, fu ben presto abbandonata come inutile e pericolosa; la sede del governo era passata da Medina a Damasco, e s'ebbe timore non i navili Greci penetrassero per avventura fino alle sante città dell'Arabia[341].

Solo per la fama e per le leggende del Corano, Omar aveva cognizion dell'Egitto a lui testè sottomesso: volle perciò che il suo Luogo-tenente gli descrivesse il reame di Faraone e degli Amaleciti, e la risposta d'Amrou presenta una dipintura brillante e molto esatta di quel singolar paese[342]. «O comandante dei credenti, egli disse, l'Egitto è un composto di terra nera, e di piante verdi collocate fra una montagna polverizzala, e una sabbia rossa. Un uomo a cavallo che parta da Siene giugne in un mese alla sponda del mare. Scorre nella valle un fiume su cui riposa mattina e sera la benedizione dell'Altissimo, e che s'alza e s'abbassa a seconda dei rivolgimenti del sole e della luna. Quando l'annuale bontà della providenza dischiude le sorgenti e le fontane che alimentano il suolo, le acque del Nilo straripano con fracasso in tutta la contrada, e per questo salutare allagamento spariscono le campagne, e i villaggi non comunicano più insieme se non mercè d'una moltitudine di barche dipinte. Ritirandosi le acque, depongono un limo fertile atto a ricevere le varie semenze. I nugoli di coltivatori che oscurano la terra ponno paragonarsi a un formicaio industrioso; la naturale loro indolenza è stimolata dalla sferza del padrone, e dalla speranza dei fiori e delle frutta cui le loro braccia debbono moltiplicare. Rare volte è illusa questa speranza: ma la ricchezza che proccacciano il frumento, l'orzo, il riso, i legumi, gli alberi fruttiferi, e le gregge vien divisa inegualmente fra i lavoratori, e i proprietari. A seconda delle vicende delle stagioni, la superficie del paese è adorna di acque argentine, di verdi smeraldi e del giallo cupo delle ricolte dorate[343]». Nondimeno, quest'ordine benefico resta qualche volta interrotto, e la tardanza dell'inondazione come pure il subitaneo straripamento del fiume, che sopravennero nel primo anno della conquista, poterono originare l'edificante favoletta che si spacciò in questo proposito. Si pretese che avendo la pietà d'Omar vietato il sagrifizio d'una vergine, che si immolava ogni anno al Nilo[344], sdegnato il fiume si stette queto nel suo letto: ma che quando vi fu gettato l'ordine del Califfo, le onde ubbidienti si sollevarono all'altezza di sedici cubiti in una notte. L'ammirazione che avevano gli Arabi pel paese allora conquistato, suscitava l'estro sregolato del loro spirito romanzesco. Asseriscono autori gravi che in Egitto si contavano allora ventimila città o villaggi;[345] che senza parlar dei Greci e degli Arabi, risultarono da una numerazione sei milioni di Cofti tributari[346], e venti milioni di Cofti d'ogni età e d'ogni sesso; che lo erario del Califfo riscoteva annualmente da quel paese trecento milioni d'oro o d'argento[347]. La nostra ragione è ferita della stravaganza di queste asserzioni; ma si risentirà di più se ha la pazienza di prendere il compasso, e di misurare l'estension delle terre da lavoro; una valle che si prolunga dal tropico sino a Menfi, e che rare volte ha più di dodici miglia di larghezza, ed il triangolo del Delta, pianura di duemila cento leghe quadrate, non son che la decima parte dell'ampiezza della Francia[348]. Da più esatte indagini si potrà ricavare una stima più ragionevole. I trecento milioni creati da un error di copista sono ridotti alla somma, per altro considerabile, di quattro milioni e trecentomila pezze d'oro, novecentomila delle quali erano assorbite dallo stipendio de' soldati[349]. Due tabelle autentiche, una del duodecimo secolo, l'altra del secolo presente, restringono a duemila e settecento le città e i villaggi, numero che può parere tuttavia rilevante[350]. Un Console francese, dopo lungo soggiorno al Cairo, ha calcolata la popolazione odierna dell'Egitto in quattro milioni circa di Musulmani, di Cristiani e d'Ebrei, calcolo assai forte, ma non incredibile[351].

IV. Furon gli eserciti del califfo Othmano i primi che fecero il conquisto della parte dell'Affrica, che del Nilo corre sino all'oceano Atlantico[352]. I compagni di Maometto e i Capi delle tribù approvarono questo pio disegno; e si partirono da Medina ventimila Arabi carichi dei doni e delle benedizioni del comandante dei fedeli. Si riunirono a ventimila dei lor concittadini accampati nei contorni di Menfi; fu eletto a condur questa guerra Abdallah[353], figlio di Said, e fratello di latte del Califfo, uno che avea soppiantato poco innanzi il vincitore e il Luogo-tenente dell'Egitto. Nè il suo merito, nè il favor del principe bastavano a fare che dimenticata fosse la sua apostasia. Aveva Abdallah abbracciata per tempo la religione di Maometto, e perchè scriveva benissimo gli era stato commesso il rilevante ufficio di copiare i fogli del Corano; mancò egli di fedeltà nell'eseguire questa gran commissione; guastò il testo, volse in derisione alcuni errori che erano suoi, e rifuggì alla Mecca per salvarsi dal castigo, e per dimostrare l'ignoranza dell'appostolo. Dopo la conquista della Mecca venne a gettarsi ai piedi del Profeta: le sue lagrime e le preghiere di Othmano carpirono a Maometto un perdono che egli concedette a mal in cuore, dichiarando aver esitato sì lungo tempo solamente perchè sperava, che un discepolo zelante vendicherebbe nel sangue del perfido l'oltraggio fatto alla religione. A questa, poichè non aveva più interesse nell'abbandonarla, servì in processo di tempo assai bene, e con un'apparenza di fedeltà. La sua nascita, i suoi talenti lo collocarono in un grado onorevole fra i Coreishiti: e da un popolo, che quasi sempre era a cavallo, fu citato come il più destro e il più ardito cavaliere. Partì d'Egitto capitanando quarantamila Musulmani, e si internò nelle regioni sconosciute dell'occidente. Le arene di Barca poterono arrestare una Legion romana: ma gli Arabi, seguiti dai lor fidi cammelli, videro senza spavento un suolo ed un clima che ai deserti del lor paese rassomigliavano. Dopo un penoso cammino posero campo in faccia alle mura di Tripoli[354], città marittima, ove erano concorsi a poco a poco gli abitanti e le ricchezze della provincia di cui serbava ella sola il nome, e che oggi è la capitale della terza Potenza barbaresca. Un rinforzo di Greci fu sorpreso e tagliato a pezzi sulla costa del mare: ma le fortificazioni di Tripoli resistettero ai primi assalti, e alla giunta del prefetto Gregorio[355] dovettero i Saraceni abbandonare i lavori dell'assedio per dare una battaglia decisiva. Se è vero che Gregorio comandasse, siccome è fama, un esercito di centoventimila uomini, le milizie regolari dell'impero si saranno appena vedute in quella moltitudine formata da una geldra di Mori, e di Affricani nudi e non disciplinati, i quali n'erano la forza o piuttosto la massa. Ributtò egli con isdegno la proposta d'abbracciar la religione del Corano, o di pagare un tributo; e per molti giorni combatterono i due eserciti con grande accanimento dalla punta del giorno sino al mezzodì, nella qual ora la fatica e l'eccesso del caldo gli obbligavano a cercare nei campi rispettivi un po' di riposo. Fu detto che la figlia di Gregorio, giovanetta di rara bellezza e di gran coraggio, combattesse a fianco del padre. Sin da fanciulla era stata ammaestrata a maneggiare un cavallo, a lanciar dardi, a trattar la scimitarra, ed era segnalata nelle prime file dalla ricchezza delle armi e delle vestimenta. Fu promessa la sua mano, con centomila pezze d'oro, a chi recherebbe la testa del generale Arabo, e da una sì bella ricompensa erano allettati i giovani guerrieri dell'Affrica. Abdallah fortemente pregato dai suoi compagni s'allontanò dalla battaglia: ma la sua ritirata e la continuazione di tanti assalti, o indecisi nell'esito o avversi, posero l'avvilimento fra i Saraceni.

Un Arabo, nomato Zobeir[356], di nobile famiglia, che poi divenne l'avversario d'Alì e padre d'un Califfo, si era segnalato pel suo valore in Egitto: ed era quegli che avea piantato il primo una scala alle mura di Babilonia. Nella guerra d'Affrica era stato distaccato dall'esercito di Abdallah. Alle prime nuove del conflitto fu visto con dodici guerrieri farsi strada in mezzo al campo dei Greci, e senza pigliar cibo o riposo correre a partecipare ai pericoli dei Musulmani. Volgendo gli occhi al campo di battaglia: «Dov'è, diss'egli, il nostro generale? — Nella sua tenda — Il general dei Musulmani dee stare nella tenda quando si combatte?» replicò Zobeir. Abdallah gli rispose arrossendo quanto preziosa era la vita di un generale, e gli spiegò a quai pericoli lo esponesse il premio promesso dal prefetto Romano. «Rivolgete contro gli infedeli stessi questo artificio poco generoso, gli rispose Zobeir; fate gridare fra le schiere, che chiunque recherà la testa di Gregorio avrà in dono la figlia del Prefetto e centomila pezze d'oro». Al coraggio e alla prudenza di Zobeir affidò il Luogo-tenente del Califfo l'esecuzione d'uno stratagemma da lui proposto: espediente che fissò in fine della parte dei Saraceni la vittoria per tanto tempo indecisa. Supplendo i Musulmani con l'attività e l'artifizio al difetto del numero, parte dell'armata si tenne nascosta nelle tende, intanto che l'altra tenne a bada il nemico con irregolari scaramuccie, sino al momento che il sole salì al punto più alto del cielo. I guerrieri delle due parti s'erano ritirati oppressi dalla fatica, aveano levate le briglie ai cavalli, e svestiti gli arnesi, e pareva che i due eserciti non pensassero più che a godere del fresco della sera, e aspettassero la domane per tornare alla zuffa. Improvvisamente Zobeir fa dare il segno della carica; il campo degli Arabi riversa un torrente d'armati intrepidi, ed ecco che la lunga linea dei Greci e degli Affricani è colta alla impensata, assalita e sconfitta da nuovi squadroni di fedeli, i quali agli occhi del fanatismo comparvero sicuramente quasi un esercito di angeli discesi dal cielo. Cadde il Prefetto per la mano di Zobeir: sua figlia, che anelava alla vendetta e alla morte, venne in potere del nemico: i Greci, fuggendo, involsero nel lor disastro la città di Sufetula, ove cercarono un asilo dalle sciabole e dalle lance degli Arabi. Sufetula giaceva lungi da Cartagine centocinquanta miglia al mezzogiorno, sopra una costa alquanto pendente, innaffiata da un ruscello, e ombreggiata da un boschetto di ginepri; le rovine d'un arco trionfale, d'un portico, e di tre templi d'Ordine corintio offrono tuttavia ai viaggiatori gli avanzi della romana magnificenza[357]. Occupata quella città dai Musulmani, vennero da ogni parte gli abitatori della provincia ed i Barbari ad implorare clemenza dal vincitore: esibizioni di tributo, professioni di fede concorsero a solleticare la pietà, o l'orgoglio degli Arabi: ma per le perdite, le fatiche, o i mali sofferti da una malattia epidemica, non poterono formare stanza durevole in quel paese, e dopo una campagna di quindici mesi, si ritrassero ai confini dell'Egitto coi prigionieri e col bottino. Il Califfo cedette il suo quinto ad un suo favorito in pagamento d'un preteso prestito di cinquecentomila pezze d'oro[358]: ma se è vero che la distribuzione reale della preda abbia dato ad ogni fante mille pezze d'oro, e ad ogni cavaliere tremila, lo Stato in questo affare ebbe doppia lesione di interesse per fraudolose disposizioni. Ognuno aspettava di vedere che l'autore della morte di Gregorio si presentasse ad esigere il guiderdone più prezioso per quella vittoria: nessuno compariva, e si credette che fosse stato ucciso nella mischia; ma le lagrime e le dogliose grida della figlia del Prefetto, quando ebbe scorto Zobeir, rivelarono la prodezza e la modestia di quel bravo soldato. Fu offerta la sventurata prigioniera all'uccisor di suo padre, che appena degnò riceverla nel numero delle sue schiave, freddamente dichiarando aver consacrata la sua spada al servigio della religione, e che militava per ottenere un premio ben superiore alle bellezze d'una mortale, e alla ricchezza d'una vita passeggera. Gli fu assegnata per altro una ricompensa, adeguata al suo carattere, con dargli l'onorevole commissione di recare al califfo Othmano la novella del trionfo dei Musulmani. Si raunarono i compagni di Maometto, i Capi ed il popolo nella moschea di Medina ad ascoltare la narrazione di Zobeir; e non avendo dimenticato l'oratore cosa alcuna, tranne il merito dei propri consigli e delle proprie imprese, accoppiarono gli Arabi il nome di Abdallah ai nomi eroici di Caled ed Amrou[359].