A. D. 638
Nella vita d'Eraclio si vede che dall'obbrobrio, e dalla debolezza dei primi e degli ultimi anni della sua amministrazione fu oscurata la gloria del trionfo della guerra persiana. Allorchè i successori di Maometto si armarono contro di lui per l'onore della propria religione, egli si sentì gelare alla prospettiva degli stenti e dei pericoli innumerabili in cui si sarebbe ingolfato: per natura indolente, non trovava più in una inferma vecchiaia il modo di sollevarsi ad un secondo sforzo. Per un sentimento di vergogna, e per la sollecitazione dei Siri fu impedito dall'allontanarsi, sin nel primo momento, dal teatro della guerra; ma più non vivea l'eroe, e puossi in qualche modo attribuire all'assenza o al cattivo procedere del sovrano la perdita di Damasco e di Gerusalemme, non che le sanguinose giornate di Aiznadin, e d'Yermuk. In vece di difendere il sepolcro di Cristo, impelagò la Chiesa e lo Stato in una controversia metafisica[298] sopra l'unità della volontà; e mentre dava la corona al figlio, avuto della seconda moglie, si lasciava tranquillamente spogliare della porzion più preziosa del retaggio, che egli assegnava ai suoi figli. Prostrato a terra nella cattedrale di Antiochia, al cospetto dei vescovi ed ai piedi del Crocifisso, pianse i suoi peccati e quelli del popolo suo, ed insegnò al Mondo essere inutile e forse empia cosa l'opporsi al decreto di Dio. Erano di fatto i Saraceni come invincibili, poichè considerati erano per tali; e poteva la disfatta di Youkinna, il suo falso pentimento, e le tante sue perfidie giustificare i sospetti dell'imperatore, il quale si credeva accerchiato da traditori ed appostati pronti a consegnar la sua persona e l'impero in mano dei nemici di Cristo. Offuscato in mente dall'avversità e dalla superstizione, si abbandonò al terrore di sogni e di presagi nei quali parvegli vedere enunciata la caduta della sua corona; e dato alla Sorìa un eterno addio, salpò con un seguito poco numeroso sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà[299]. Costantino, suo figlio primogenito, comandava quarantamila uomini in Cesarea, sede dell'amministrazion civile delle tre province della Palestina. Ma i suoi particolari interessi lo chiamavano alla Corte di Bisanzio; e dopo la fuga del padre s'avvide che mal potea resistere alle forze congiunte del Califfo. La sua vanguardia fu intrepidamente assalita da trecento Arabi, e da mille Schiavi negri, i quali nel cuor del verno aveano superate le nevi del Libano, e furon ben tosto seguiti dagli squadroni di Caled. I Saraceni che stavano in Antiochia e in Gerusalemme arrivarono dal settentrione e dal mezzogiorno lungo la costa marittima, e si ricongiunsero sotto le mura delle città della Fenicia. Tripoli e Tiro furono consegnate per tradimento, e da un navile di cinquanta bastimenti da trasporto, che senza diffidare entravano nei porti allora dal nemico occupati, ebbero i Musulmani un utile rinforzo d'armi e di munizioni: ben presto ebber fine le loro fatiche per l'inaspettata resa di Cesarea. Il figlio d'Eraclio s'era imbarcato nella notte[300], e, vedendosi abbandonati, comperarono i cittadini il perdono al prezzo di dugentomila pezze d'oro. Le altre città della provincia Ramlah, Tolomeide o Acri, Sichem o Neapoli, Gaza, Ascalona, Berita, Sidone, Gabala, Laodicea, Apamea e Jerapoli, non osarono lungamente resistere ai voleri del conquistatore; e la Sorìa piegò il collo sotto lo scettro dei Califfi, sette secoli dopo il tempo in cui Pompeo ne privò l'ultimo dei re Macedoni[301].
A. D. 633-639
Gli assedi, e le fazioni di sei campagne avean costata la vita a migliaia di Musulmani. Morivan come martiri ebbri di gloria e di allegrezza, e da queste parole d'un giovanetto Arabo, che per l'ultima volta abbracciava la madre e la sorella, si può conoscere la semplicità della lor fede. «Non già, disse loro, le squisitezze della Sorìa, e le gioie passeggere di questo Mondo m'hanno indotto a consacrare la vita per la causa della religione; voglio impetrare il favor di Dio, e del suo appostolo: ho udito dire da un compagno del Profeta, che le anime dei martiri saranno alloggiate nel gozzo degli uccelli verdi che mangiano le frutta del paradiso, e che bevono l'acqua delle sue correnti. Addio: ci rivedremo fra i boschetti, e presso le fontane che Dio riserva a' suoi eletti». Quei fedeli che cadeano in balìa del nemico aveano occasione di esercitare la costanza men forte, ma più difficile, e fu applaudito il cugino di Maometto, il quale, dopo tre giorni d'astinenza, ricusò il vino e il maiale offertogli dalla malizia degli infedeli per unico nudrimento. La debolezza di parecchi Musulmani, meno coraggiosi, diveniva soggetto di disperazione per quegli implacabili fanatici, e il padre di Amer deplorò in tuono patetico l'apostasia e la dannazione del figlio, che avea rinunciato alle promesse di Dio e alla intercessione del Profeta, per occupare un giorno fra i sacerdoti e i diaconi i più profondi abissi dell'inferno. I più fortunati degli Arabi che sopravvissero alla guerra, perseverando nella fede, furono preservati mercè dell'accortezza de' loro capitani dal pericolo di far abuso della loro prosperità. Abu-Obeidah non lasciò alle sue truppe che tre giorni di riposo, e, allontanandoli dal contagio de' costumi di Antiochia assicurò il Califfo, che solo poteano i rigori della povertà e della fatica mantenerli nella religione e nella virtù. Ma la virtù d'Omar sì austera per lui, era indulgente e dolce pe' suoi fratelli. Dopo aver pagato al suo luogotenente un giusto tributo d'elogi e di azioni di grazia, concedette una lagrima alla compassione, e sedutosi in terra scrisse una lettera ad Obeidah, rinfacciandogli amorevolmente la troppa severità. «Iddio, dissegli il successor del Profeta, non ha interdetto l'uso delle buone cose di questo Mondo ai fedeli, ed a coloro che han fatte opere buone; però avreste dovuto concedere più riposo alle vostre soldatesche, e lasciare che godessero i sollievi che offre il paese in cui siete. I Saraceni, che non han famiglia in Arabia, possono maritarsi in Sorìa, e ognun d'essi è padrone di comperarsi le schiave di cui abbisogna». Eran già disposti i vincitori a usare ed abusare di queste permissioni aggradevoli: ma l'anno del loro trionfo fu guasto da una mortalità d'uomini o di animali, per cui perirono in Sorìa venticinquemila Saraceni. Ebbero i Cristiani a piangere Obeidah: ma i suoi fratelli rammentarono esser lui uno dei dieci eletti che il Profeta avea nominati eredi del suo paradiso[302]. Caled visse ancora tre anni, e si mostra nei contorni di Emesa la tomba della Spada di Dio. Il suo valore, da cui i Califfi riconoscono il loro impero nella Sorìa e nell'Arabia, si rafforzava coll'opinione che aveva, che la Providenza avesse una cura particolare di lui; e sinchè portò una cappa benedetta da Maometto si credette invulnerabile in mezzo ai dardi degli infedeli.
A. D. 639-655
Ai Musulmani, che morirono in Sorìa dopo la conquista, succedettero i loro figli o concittadini; quel paese divenne la residenza e il sostegno della casa d'Ommiyah; e le entrate, le soldatesche e le navi di un regno sì potente furono impiegate ad allargare per ogni lato l'impero de' Califfi. Sprezzavasi dai Saraceni ciò che è superfluo nella gloria, e rade volte degnano i loro storici indicare le minori conquiste che si perdono nella luce e nella rapidità della lor vittoriosa carriera. Al nort della Sorìa passarono il monte Tauro, soggiogarono la provincia di Cilicia e Tarso la capitale, antico monumento dei re d'Assiria. Giunti al di là d'una seconda giogaia di quelle montagne, diffusero il fuoco della guerra, anzi che la face della religione, sino alle coste dell'Eussino, e ai dintorni di Costantinopoli. Dalla parte d'oriente s'innoltrarono fino alle sorgenti dell'Eufrate e del Tigri[303]. I limiti sì lungo tempo contestati di Roma e della Persia sparirono per sempre; Edessa, Amida, Dara e Nisibi, videro rase quelle mura che aveano durato contro l'armi e le macchine di Sapore e di Nushirvan, e nulla valsero la lettera di Gesù Cristo[304], nè l'impronta della sua figura nella santa città d'Abgara in faccia ad un conquistatore infedele. Dal mare è confinata la Sorìa all'occidente, e la rovina di Aredo, isoletta o penisola sulla costa, non avvenne che dieci anni dopo. Ma i colli del Libano erano adombrati d'alberi atti a costruzione; il commercio della Fenicia dava una moltitudine di marinai, e gli Arabi poterono allestire ed armare un naviglio di mille e settecento barche, le quali fecero fuggire i navigli dell'impero dagli scogli della Panfilia sino all'Ellesponto. L'imperatore, nipote di Eraclio, prima del combattimento era stato vinto da un sogno e da un giuoco di parole[305]. Rimasero i Saraceni signori del Mediterraneo, e vennero saccheggiando successivamente le isole di Cipro, di Rodi, e delle Cicladi. Tre secoli avanti l'Era cristiana, il memorando ed inutile assedio di Rodi[306], fatto da Demetrio, aveva dato a quella repubblica soggetto e materia d'un trofeo: erasi da lei in un ingresso del porto collocata una statua colossale d'Apollo, ossia del Sole, nobile monumento della libertà e dell'arti della Grecia alto settanta cubiti. Il colosso di Rodi sussisteva da cinquantasei anni, quando fu atterrato da un tremuoto; l'enorme suo tronco e i vasti suoi brani restarono sparsi per otto secoli sul terreno, e furono sovente descritti come una delle maraviglie del Mondo antico. I Saraceni ne raccolsero i frantumi e gli vendettero a un mercadante Ebreo di Edessa; il quale, è fama, vi trovò tanto rame per caricar novecento cammelli; peso che par ben considerabile anche quando vi fossero comprese le cento figure colossali[307] e le tremila statue, che decoravano la città del Sole nei suoi giorni di prosperità.
III. Fa mestieri, per ispiegare la storia del conquisto d'Egitto, ragionare alquanto sul carattere del vincitore. Amrou, uno dei primari Saraceni nel tempo in cui l'ardire e l'entusiasmo esaltavano sopra sè stesso l'ultimo dei Musulmani, avea sortito natali abbietti ad un tempo ed illustri. Era nato da una celebre prostituta la quale, dei cinque Koreishiti che accoglieva in casa, non seppe dire qual fosse il padre di questo fanciullo; ma per la rassomiglianza delle fattezze lo attribuì ad Aasi il men giovine de' suoi amanti[308]. Amrou dal suo brio giovanile si lasciò dare in preda alle passioni e ai pregiudizi della famiglia: esercitò il suo ingegno poetico in versi satirici contro la persona e la dottrina di Maometto; la fazione allor dominante impiegò la sua accortezza contro gli esuli, per motivo di religione, rifuggiti alla Corte del re di Etiopia[309]. Ma egli ritornò dalla sua ambasciata addetto secretamente all'Islamismo; la ragione ovver l'interesse lo determinarono ad abbandonare il culto degli idoli: scampò dalla Mecca col suo amico Caled, e il Profeta di Medina ebbe il piacere d'abbracciare nel punto medesimo i due campioni più intrepidi della sua causa. Amrou, che mostrava gran desiderio di comandare gli eserciti de' fedeli, fu rimbrottato da Omar che lo consigliò a non cercare autorità e dominio, poichè l'uomo che oggi è suddito può domani essere principe. Per altro non trascurarono il suo merito i due primi successori dell'appostolo, e alla sua prodezza furon debitori dei conquisti della Palestina: egli in tutte le battaglie, e negli assedi della Sorìa diede a divedere congiunta la calma di un generale al valore di un ardente soldato. In uno de' suoi viaggi a Medina se gli mostrò voglioso il Califfo di veder la spada che aveva mietuto tante teste cristiane. Il figlio di Aasi gli presenta una scimitarra cortissima che nulla avea di singolare, e accortosi della sorpresa di Omar. «Oimè, gli disse il modesto Saraceno, anche la spada senza il braccio del suo padrone sovrano non è più tagliente, nè più pesante della spada del poeta Pharezdak[310].» Dopo il conquisto dell'Egitto la gelosia indusse il califfo Othmano a richiamare Amrou; ma nelle turbolenze sopravvenute potè il suo ardore nel dimostrarsi capitano, uom d'alto affare, e oratore trarlo ben presto dalla classe de' privati. Al potente suo aiuto, sia nei consigli, sia nell'esercito andarono debitori gli Ommiadi della assodata loro grandezza. Moawiyah, per gratitudine, restituì il governo e l'amministrazione delle rendite pubbliche dell'Egitto a un amico fedele, che da sè stesso erasi sollevato dalla condizione di semplice suddito, e Amrou terminò i suoi giorni nel palazzo e nella città che avea fondato sulle sponde del Nilo. Gli Arabi citano come un modello d'eloquenza e di sapienza il discorso che fece ai figli nel letto di morte; deplorò i trascorsi della sua gioventù: ma per poco che gli rimanesse della vanità di poeta[311], potè esagerare volontieri il veleno e il pericolo delle sue vecchie satire contro l'Islamismo.
A. D. 638