La passione d'un giovane Siro fu il compimento della rovina degli esuli Damasceni. Un nobile cittadino di quella città, nomato Giona[270], s'era impalmato ad una giovanetta d'opulenta famiglia, appellata Eudossia; avendo i parenti di questa differite le nozze, si indusse ella a fuggire collo sposo prescelto. I due amanti subornarono con denaro i soldati che nella notte guardavano la porta di Keisan. Giona, che passava il primo, fu circondato da una truppa d'Arabi; esclamò in lingua greca: «L'uccello è preso», e così diede avviso alla sua Bella di ritornarsene a Damasco. Lo sciagurato Giona, tratto avanti a Caled, e minacciato di morte, dichiarò che credeva in Dio solo, e in Maometto suo appostolo, e fino al giorno del suo martirio adempiè i doveri di un bravo e leale Musulmano. Presa la città, andò al monastero ove erasi ricoverata Eudossia: ma costei avea dimenticato l'amante, non vedendo più in lui che un apostata cui ricevette con sommo dispregio. Preferì essa la sua religione alla terra nativa, e Caled, sordo alla compassione, ma guidato in questo caso dalla giustizia, ricusò di ritenere per forza un uomo, o una donna di Damasco: per un articolo del Trattato, e per le provvidenze che esigeva questo nuovo conquisto, dimorò Caled in Damasco per quattro giorni. Conteggiando il tempo e la distanza avrebbe egli in tal occasione perduto la smania delle stragi e delle rapine; ma s'arrese alle importune istanze di Giona, che lo assicurava potersi ancora arrivare i fuggitivi spossati di fatica. Gli inseguì di fatto Caled con quattromila cavalieri travestiti da cristiani Arabi. Non si fermava che pel momento dell'orazione, e ben conoscevano le sue guide il paese. Per lungo spazio di strada furon visibili le vestigia degli abitanti di Damasco; ma ad un tratto disparvero; tuttavolta furono rincorati i Saraceni nelle lor mosse dalla sicurezza avuta, che i fuggiaschi s'erano sperperati nelle montagne, e che potrebbero raggiugnerli presto. Durarono stenti eccessivi nel valicare le giogaie del Libano; ma l'indomabile ardor d'un amante sostenne e confortò il coraggio di que' vecchi fanatici. Un paesano di quel Cantone gli avvisò, che l'imperatore avea mandato ai fuorusciti un ordine di radere la costa del mare senza indugio, sulla strada che conduceva a Costantinopoli, temendo per avventura che lo spettacolo e il racconto dei loro patimenti avessero a scoraggiare i soldati, e il popolo di Antiochia. Furon guidati i Saraceni attraverso del territorio di Gabala[271] e di Laodicea scansando sempre le città. Continua era la pioggia, oscurissima la notte; solo una montagna gli separava dai fuggitivi, e Caled, sempre inquieto per la sicurezza dei suoi guerrieri, confidava al compagno i tristi presagi avuti in sogno; ma dai primi raggi del giorno furono dissipati tutti i suoi timori. Scorse davanti a sè in una bella vallata le tende dei Cristiani scampati da Damasco. Dopo aver consacrati alcuni istanti al riposo e all'orazione, divise in quattro corpi la cavalleria; affidò il primo al suo caro Derar, e riservò l'ultimo per sè; piombarono questi quattro corpi un dopo l'altro sopra una moltitudine scompigliata, mal fornita d'arme, e già debellata dal dolore, e dalla fatica. Trattone un prigioniero che ottenne perdono, e fu rimandato, ebbero i Musulmani la soddisfazione di credere che nemmeno un cristiano, dell'uno o dell'altro sesso, era campato dai colpi della loro scimitarra. Sparso era nel campo l'oro e l'argento di Damasco: vi trovarono i vincitori più di trecento some d'abiti di seta, bastanti a vestire un esercito di Barbari. Cercò Giona, e scoperse in mezzo alla strage, l'oggetto della sua costante ricerca; ma l'ultimo atto della sua perfidia avea messo il colmo al risentimento d'Eudossia, la quale facendo ogni suo potere per liberarsi dall'odiose carezze di costui, si immerse un pugnale nel seno. Un'altra donna, la vedova di Tommaso, creduta, non so se a torto o a ragione, la figlia di Eraclio, fu pure salvata e rimandata senza riscatto; ma solamente per disprezzo mostrossi tanto generoso Caled, ed un insolente messaggio portò sino al trono de' Cesari le disfide dell'orgoglioso Saraceno. Dopo aver fatto più di centocinquanta miglia nella provincia Romana, colla stessa rapidità e segretezza, se ne tornò a Damasco. Omar salendo al trono gli tolse il comando: ma se il Califfo biasimò la temerità della impresa, lodò il vigore e la prudenza di lui nell'eseguirla.
In un'altra occasione dimostrarono egualmente i vincitori di Damasco come amassero, e come dispregiassero le ricchezze di questo Mondo. Seppero che nella fiera di Abyla[272], la quale si faceva lungi trenta miglia incirca della città, concorrevano ogni anno le produzioni naturali e quelle della industria di tutta la Sorìa, che una folla di pellegrini andava, in que' giorni, a visitare la cella d'un santo eremita, e che le nozze della figlia del governator di Tripoli doveano rallegrare la festa del commercio e della superstizione. Abdallah, figlio di Jaafar, santo e glorioso martire, prese l'incarico, guidando cinquecento cavalieri, dell'utile e religiosa missione di spogliare gl'infedeli. Nell'avvicinarsi alla fiera d'Abyla venne a sapere, non senza inquietudine, che i Giudei e i Cristiani, i Greci e gli Armeni, gli originali della Sorìa e gli abitanti dell'Egitto formavano una truppa di diecimila uomini, e che la sposa era scortata da cinquemila cavallieri. I Saraceni si fermarono: «Per me, disse Abdallah, non so dare addietro; numerosi sono i nostri nemici, grandi i pericoli che corriamo; ma luminoso e certo è il guiderdon che otterremo o in questo, o nell'altro Mondo: ciascuno, a suo grado, vada avanti o si ritragga». Nemmeno un Musulmano si ritirò. «Menateci, disse Abdallah al Cristiano che gli serviva di guida, e vedrete che possono fare i compagni del Profeta». I suoi soldati caricarono in cinque distaccamenti; ma dopo i primi istanti di vantaggio che ebbero in questo impreveduto assalto, furono circondati e quasi oppressi dal numero superior de' nemici; e la loro brava gente fu paragonata al punto bianco che si vede sulla pelle d'un cammello nero[273]. Sul tramontar del sole cadevano le armi dalle lor mani per la fatica, ed eran sul punto d'essere precipitati nella eternità, quando scorsero venir loro in faccia un nembo di polvere: colpì le loro orecchie il grato suono del tecbir[274], e ben presto videro lo stendardo di Caled, che con tutta la velocità dei cavalli della sua soldatesca giungeva in aiuto. Il quale sbaragliò i battaglioni cristiani, e senza cessar la strage li perseguitò sino al fiume di Tripoli. Rimasero abbandonate le ricchezze poste in mostra alla fiera, il danaro portato per le provviste, la brillante pompa delle nozze, la figlia del governatore, e quaranta donne del seguito. Frutta, vittoaglie, mobili, argento, vasellame, gioielli, tutto fu tostamente ammucchiato sulla schiena de' cavalli, degli asini e dei muli, e tornarono i pii masnadieri in trionfo a Damasco. L'eremita dopo breve e violenta discussione con Caled sulle rispettive religioni ricusò la corona del martirio, e fu lasciato in vita soletto su quella scena di eccidio e di desolazione.
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È la Sorìa[275] un dei paesi più anticamente coltivati; merita essa questa preferenza[276]. La vicinanza del mare e delle montagne, l'abbondanza delle legne e dell'acqua, temperano l'ardor del clima, e dalla fertilità del suolo deriva sì gran quantità di sussistenze, che n'è mirabilmente giovata la propagazione degli uomini e degli animali. Dal secolo di Davide a quello d'Eraclio si coperse il paese di fiorenti città: ricchi e numerosi ne eran gli abitanti, e quantunque lentamente devastata dal dispotismo e dalla superstizione, dopo le recenti calamità della guerra persiana, poteva ancora la Sorìa essere un incentivo alla rapacità delle ingorde tribù del deserto. Una pianura di dieci giornate, che da Damasco si stende ad Aleppo e ad Antiochia, è innaffiata alla parte di ponente dal tortuoso Oronte. Le vette del Libano, e dell'anti-Libano le sovrastano da settentrione a mezzogiorno fra l'Oronte e il mediterraneo, e in addietro si diede l'epiteto di concava (Coelesyria) ad una lunga e fertilissima valle cinta nella medesima direzione da due catene di montagne coperte sempre di neve[277]. Tra le città indicate nella geografia e nella storia della conquista di Sorìa, coi loro nomi greci e coi nomi orientali, si nota Emesa o Hems, Eliopoli o Baalbek: la prima, metropoli della pianura, la seconda, capitale della vallata. Sotto l'ultimo Cesare erano ben munite e piene d'abitanti: ne risplendeano da lontano le torri: edifici pubblici e privati occupavano un vasto terreno, e gran fama avevano i cittadini pel coraggio od almen per l'orgoglio, per le ricchezze o almeno per lusso. Al tempo del Paganesimo, Emesa ed Eliopoli adoravano Baal ovvero il Sole; ma caduta la superstizione e la grandezza loro, ebbero a provare una sorte molto diversa. Niun vestigio rimane del tempio d'Emesa il quale, se si presta fede ai poeti, eguagliava in altezza la cima del monto Libano[278], mentre le rovine di Baalbek, ignote agli scrittori antichi, solleticano la curiosità e ottengono la ammirazione de' viaggiatori Europei[279]. Il tempio è lungo dugento piedi, largo cento: un doppio portico d'otto colonne adorna la facciata: se ne contano quattordici da ogni lato, ed ogni colonna, formata di tre pezzi di pietra o di marmo, ha quaranta piedi d'altezza. L'ordine corintio che si osserva nelle proporzioni e negli ornamenti annunzia l'architettura greca: ma poichè Baalbek non fu mai residenza d'un monarca, si stenta a capire come la liberalità dei cittadini, o del Corpo municipale abbian potuto sopperire alla spesa di costruzioni tanto magnifiche[280]. Dopo la conquista di Damasco marciarono i Saraceni alla volta di Eliopoli e di Emesa, ma non rivangherò particolarità di sortite, e di combattimenti, dopo averle già rappresentate in prospetto sopra una scena più vasta. Nella continuazion di questa guerra, ottennero trionfi non solo colle armi ma anche colla politica; seppero dividere i nemici con tregue particolari e di poca durata; avvezzarono i popoli della Sorìa a paragonare i vantaggi della loro alleanza e i pericoli dell'averli nemici; si addomesticarono colla lingua, colla religione e colle costumanze loro, e vennero con segrete compre vuotando i magazzini e gli arsenali delle città cui voleano assediare. Vollero un riscatto più costoso dai più ricchi e dai più ostinati; alla sola Calcide fu imposta la tassa di cinquemila oncie d'oro, d'altrettanto d'argento, di duemila vesti di seta e della quantità di fichi e di ulive che potesse essere portata da cinquemila asini. Osservarono per altro scrupolosamente gli articoli delle tregue e delle capitolazioni, ed il luogotenente del Califfo avendo promesso di non entrare nelle mura di Baalbek, tenuta come prigioniera dalle sue armi, si rimase tranquillo nella sua tenda sino a tanto che le fazioni che laceravano la città richiesero che un padrone straniero andasse a sedarle. In meno di due anni si terminò la conquista della pianura e della valle di Sorìa. Nulla di meno ebbe a lagnarsi di lentezza il Califfo, e i Saraceni espiando i lor falli con lagrime di pentimento e di rabbia, domandarono ad alta voce d'esser condotti alle battaglie del Signore. In un fatto accaduto poco tempo prima sotto le mura di Emesa, s'udì esclamare un giovane Arabo, cugino di Caled: «Credo vedere le houris dagli occhi neri che mi guardano; se una sola comparisce sulla terra tutti gli uomini morirebbero d'amore. Ne scorgo una che ha un fazzoletto di seta verde, e un cappello di pietre preziose; mi fa segno e mi chiama: vieni subito mi dice, perchè sono innamorata di te.» Così dicendo, si scagliò furiosamente sui Cristiani, e spargeva per ogni parte la strage, quando il governatore di Hems, che l'osservò, lo trafisse con una chiaverina.
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Era d'uopo ai Saraceni di tutto il valore ed entusiasmo loro per far fronte alle forze dell'imperatore, il quale dalle tante perdite sofferte aveva argomentato abbastanza che voleano i pirati del deserto conquistare regolarmente, e conservare a sè la Sorìa, e che in poco tempo verrebbero a capo del lor disegno. Ottantamila soldati delle province europee ed asiatiche furono mandati per mare e per terra ad Antiochia e a Cesarea: sessantamila Arabi cristiani, della tribù di Gassan, erano le soldatesche leggiere di quell'esercito, e lo precedevano sotto la bandiera di Iabalah, l'ultimo de' loro principi: avevano i Greci per massima: che col diamante si tagliava meglio che in altra guisa il diamante. Non si espose Eraclio in persona ai rischi di quella guerra: ma presuntuoso siccome egli era, o forse per mancanza di coraggio, diede comando espresso di decidere in una sola giornata il destino della provincia e di quella guerra. Gli abitanti della Sorìa difendeano la causa di Roma e di Cristo; Nobili, cittadini, paesani furono del pari irritati dalla ingiustizia, e dalla barbarie di un esercito licenzioso che come sudditi li opprimeva, e li spregiava come stranieri[281]. Aveano i Saraceni posto campo sotto le mura d'Emesa, quando ebbero sentore di que' grandi apparecchi, e benchè i capitani fossero ben risoluti al combattere, raunarono consiglio di guerra: voleva il pio Abu-Obeidah ricevere la corona del martirio in quel luogo medesimo: ma fu saggio avviso di Caled il fare una ritratta onorevole sulla frontiera della Palestina e dell'Arabia, ove potrebbe l'esercito attendere il soccorso degli amici, e l'assalto degli infedeli. Un corriere spedito a Medina ritornò prestamente colle benedizioni di Omar e di Alì, colle preghiere delle vedove del Profeta, e con un rinforzo di ottomila Musulmani. Questo piccolo drappello battè per via un distaccamento dei Greci, e arrivando a Yermuk, ove erano accampati i Saraceni, s'ebbero la lieta novella, che Caled avea già sbaragliato e disperso gli Arabi cristiani della tribù di Gassan. Nei dintorni di Bosra cadono a torrenti della montagna di Hermon le acque sulla pianura di Decapoli, ossia delle dieci città, e d'Hieromax, di cui si alterò il nome cangiandolo in quello di Yermuk dopo un breve corso si perdè nel lago di Tiberiade.[282] Le sue sponde mal conosciute furono allora illustrate da lunga e sanguinosa battaglia. In quella gran circostanza dalla voce pubblica, e dalla modestia di Abu-Obeidah fu renduto il comando al Musulmano più degno. Caled si collocò sulla fronte dell'esercito; alle spalle pose il suo collega, acciocchè i Musulmani, se mai fossero tentati a fuggire, fossero arrestati dal suo aspetto venerando e dalla vista della bandiera gialla, che Maometto avea spiegata avanti le mura di Chaibar. Stava nell'ultima linea la sorella di Derar e le donne arabe che s'erano coscritte per quella santa guerra, che sapeano trattare l'arco e la lancia, e che in un momento di cattività aveano difesa contro gli incirconcisi la verecondia loro e la religione[283]. L'arringa dei generali fu breve, ma energica. «Avete in faccia il paradiso, alle spalle il diavolo e il fuoco dell'inferno». Nondimeno fu tanto impetuosa la carica della cavalleria romana che ne fu rotta l'ala destra degli Arabi, e separata dal centro. La quale per tre volte s'indietreggiò alla rinfusa, e tre volte fu riordinata dai rimproveri e dai colpi delle donne. Negli intervalli dell'azione, Abu-Obeidah visitava le tende dei confratelli, ne prolungava il riposo recitando in una volta due delle cinque orazioni quotidiane, ne curava le ferite di propria mano, e li confortava colla riflessione, che gli infedeli che partecipavano ai loro mali non participerebbero alla loro ricompensa. Quattro mila e trenta Musulmani furono seppelliti sul campo di battaglia, e la destrezza degli arcieri Armeni procacciò a settecento Arabi la gloria di perdere un occhio nell'esercizio di quel religioso dovere. Confessarono i veterani della guerra di Sorìa non aver mai veduto azione così terribile, ed il cui esito fosse sì lungo tempo incerto; ma non ve n'ebbe altresì veruna più decisiva di quella; Greci e Siri a migliaia caddero sotto la spada degli Arabi; gran numero di fuggitivi fu dopo la vittoria trucidato pei boschi, e nelle montagne. Parecchi altri, che perdettero il guado, annegarono nell'acqua dell'Yermuk, e, qualunque sia l'esagerazione dei Musulmani[284], dagli autori cristiani si confessa che il cielo li punì in maniera ben sanguinosa dei loro peccati[285]. Manuele che comandava i Romani fu ucciso a Damasco, dove si ricoverò nel monastero del monte Sinai. Jabalah, esigliato dalla Corte di Bisanzio, pianse colà i costumi dell'Arabia da lui abbandonati, e la sciagura d'aver preferito la causa de' Cristiani[286]. Altra volta era stato propenso all'Islamismo; ma in un pellegrinaggio alla Mecca, essendosi trasportato a percuotere un suo concittadino, avea presa la fuga per salvarsi dall'imparziale e severa giustizia del Califfo. I Saraceni vittoriosi passarono un mese a Damasco nella quiete e nei sollazzi: la division del bottino fu rimessa alla prudenza di Abu-Obeidah. Ogni soldato ebbe una parte per sè, ed una pel suo cavallo, ed ai nobili corsieri di razza araba fu riservata doppia porzione.
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Dopo la battaglia di Yermuk non si vide più comparire l'esercito romano, e furono arbitri i Saraceni di scegliere quella delle città munite della Sorìa volessero prima attaccare. Chiesero al Califfo se marciar dovessero verso Cesarea o Gerusalemme, ed a seconda della risposta di Alì fu messo subitamente l'assedio a quest'ultima città. Agli occhi di un profano era Gerusalemme la prima o la seconda capitale della Palestina: ma considerata come il tempio della Terra Santa, consacrata dalle rivelazioni di Mosè, di Gesù, e dello stesso Maometto, era, dopo la Mecca e Medina, l'oggetto di venerazione e delle peregrinazioni dei Musulmani devoti[287]. Il figlio di Abu-Sophian fu spedito con cinquemila Arabi a tentare da prima di insignorirsi della Piazza per sorpresa o con un trattato; ma nell'undecimo giorno fu investita da tutto l'esercito di Abu-Obeidah; il quale fece al comandante e al popolo di Elia[288] la solita intimazione: «Salute e felicità, diss'egli, a coloro che seguono la via retta. Noi ve lo comandiamo: dichiarate che non vi ha che un Dio, e che Maometto è il suo appostolo. Se non lo fate, consentite a pagare un tributo e ad essere nostri sudditi; altrimenti io condurrò contro di voi una gente che apprezza più la morte, che voi il vino e la carne di porco; e non vi lascerò, se piace a Dio, che dopo avere sterminato quanti combatteranno con voi, e ridotti a schiavitù i vostri figli». La città per ogni parte era difesa da valli profonde e da rupi scoscese: dopo l'invasion della Sorìa erano state accuratamente restaurate le mura e le torri; essendosi fermati in quella Piazza, che non era molto lontana, i più prodi dei guerrieri campati dall'eccidio d'Yermuk, questi, non men che la difesa del santo sepolcro[289], doveano accendere nell'anima di tutti quelli che riempieano la città qualche scintilla dell'entusiasmo, onde era infiammato lo spirito de' Saraceni. Quattro mesi durò l'assedio di Gerusalemme; ogni giorno fu segnato da qualche sortita o da qualche assalto: le macchine degli assediati molestarono costantemente i nemici dall'alto delle mura, e fu ancora agli Arabi più funesto il rigore del verno. Cedettero finalmente i Cristiani alla perseveranza dei Musulmani. Il Patriarca Sofronio si affacciò sulle mura, e, servendosi dell'organo di un interprete, domandò un abboccamento. Dopo avere indarno tentato di distogliere il luogotenente del Califfo dal suo empio disegno, chiese in nome del popolo una capitolazione vantaggiosa, e ne propose gli articoli con questa clausola insolita, che l'autorità e la presenza di Omar sarebbero mallevadori della esecuzione. Fu discussa la cosa nel consiglio di Medina: la santità del sito, e l'opinione di Alì determinarono il Califfo ad appagare in questo proposito i voti dei soldati propri e de' nemici, e la semplicità che dimostrò in questo viaggio è notabile più che mai lo fosse tutta la pompa dell'orgoglio e della tirannide. Il vincitor della Persia e della Sorìa sedeva sopra un cammello di pelo rosso, il quale era altresì caricato d'un sacco di biada, d'un altro sacco di datteri, d'un piatto di legno, e d'un otricello di cuoio pieno di acqua. Quando si fermava, erano invitati tutti quelli che lo accompagnavano, senza far distinzione alcuna, a partecipare del suo pasto frugale che egli consacrava con orazioni e con un'esortazione[290]. Nel tempo stesso durante questa spedizione, o pellegrinaggio, esercitava i suoi poteri amministrando la giustizia: frenava la licenziosa poligamia degli Arabi; reprimeva le estorsioni e le crudeltà che usavansi verso i tributari; e per punire i Saraceni del troppo lusso, levava loro di dosso le ricche vesti di seta, e stropicciava loro la faccia nel fango. Come scorse da lungi Gerusalemme esclamò ad alta voce: «Dio è vittorioso. Signore agevolateci questa conquista;» e dopo avere alzata la sua tenda, fatta di rozza stoffa, placidamente s'assise per terra. Segnata che ebbe egli la capitolazione, entrò in città senza cautele e senza timori, e conversò urbanamente col Patriarca intorno le antichità religiose della sua chiesa[291]. Sofronio si prostrò davanti al nuovo padrone dicendo in suo segreto, colle parole di Daniele: «L'abbominazione della desolazione sta nel Luogo Santo[292]». Si scontrarono insieme nella chiesa della Risurrezione all'ora della preghiera: ma non volle il Califfo far quivi le sue divozioni, e si contentò di orare sui gradini della chiesa di Costantino. Ragguagliò il Patriarca del prudente motivo che lo aveva determinato: «Se mi fossi arreso alle istanze vostre, gli disse, sarebbe avvenuto che col pretesto di imitare il mio esempio avrebbero un giorno i Musulmani rotto gli articoli del trattato»; ordinò che si edificasse una Moschea[293] sul terreno per l'addietro occupato dal tempio di Salomone; e nei dieci giorni che passò a Gerusalemme, pose ordine anche per l'avvenire a ciò che per l'amministrazione della Sorìa si conveniva. Potea Medina temere non fosse il Califfo trattenuto dalla santità di Gerusalemme, o dalla vaghezza di Damasco; ma tosto egli sbandì ogni inquietudine ritornando spontaneamente al sepolcro dell'appostolo[294].
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Formò il Califfo due corpi d'esercito per condurre a termine la conquista del rimanente della Sorìa; un distaccamento scelto fu lasciato nel campo della Palestina sotto gli ordini d'Amrou e d'Yezid, mentre Abu-Obeidah e Caled, capitanando lo stuolo più considerevole, marciavano di bel nuovo alla volta del settentrione per impadronirsi d'Antiochia e di Aleppo; quest'ultima città, la Berea de' Greci, non aveva ancora la celebrità d'una capitale, e colla volontaria loro sommissione, non che per la miseria, ebbero gli abitanti la sorte di riscattare, a condizioni moderate, colla vita la libertà della loro religione. Il castello d'Aleppo[295], separato dalla Piazza, si ergeva sopra un'alta collina formata dalla mano degli uomini; i fianchi di quella altura, quasi perpendicolare, erano guerniti di pietre da taglio, e si poteva empiere totalmente la fossa coll'acqua delle vicine sorgenti. La guarnigione dopo aver perduto tremila uomini, avea tuttavolta modo di difendersi, e il Capo ereditario, il prode Youkinna, aveva ammazzato suo fratello, un santo monaco, perchè avea pronunziata la parola di pace. Rimase morto o ferito gran numero di Saraceni durante quell'assedio che durò quattro o cinque mesi, e che fu il più penoso di tutti gli assedi della guerra siriaca; gli altri si ritrassero in distanza d'un miglio dalla Piazza, ma senza poter deludere la vigilanza di Youkinna; nè venne pure fatto ai medesimi di sbigottire i Cristiani colla morte di trecento prigionieri cui decapitarono sotto le mura del castello. Primamente dal silenzio, poi dalle lettere d'Abu-Obeidah comprese il Califfo essere ormai sfinita la pazienza delle sue soldatesche, ed aver esse omai perduta ogni speranza di prendere quella Fortezza. «Io partecipo co' miei affetti, gli rispose Omar, a tutte le vicende vostre, ma non posso assolutamente permettervi di levar l'assedio del castello. La ritirata vostra scemarebbe la fama delle nostre armi, e darebbe coraggio agli infedeli di piombare sopra di voi da ogni lato: rimanete davanti Aleppo, fino a tanto che Iddio decida dell'evento, e la vostra cavalleria vada foraggiando nel circondario». Alcuni volontari di tutte le tribù dell'Arabia, giunti al campo sopra cavalli o cammelli, crebbero forza alle esortazioni. Era con essi certo Damete, guerriero di servile estrazione, ma di figura gigantesca e d'animo intrepido. Nel giorno quarantesimosettimo di servigio chiese trenta uomini con cui sorprendere il castello. Caled, che lo conosceva, commendò il suo disegno, ed Abu-Obeidah avvertì i suoi fratelli di non avere dispregio per la nascita di Damete, e protestò che se potesse abbandonare gli affari pubblici, di buon grado avrebbe militato sotto gli ordini dello schiavo. Per mascherare l'impresa ideata, finsero i Saraceni di ritirarsi trasportando il campo lungi una lega incirca da Aleppo. I trenta avventurieri stavano in imboscata a piè del colle, e Damete finalmente si procacciò le notizie che bramava, ma non senza andare nelle furie contro l'ignoranza de' suoi prigionieri greci. «Maladetti da Dio questi cani! esclamava l'ignorante Arabo: che strano e barbaro linguaggio è quello che parlano!» Nel più fitto della notte scalò l'altura che egli aveva attentamente visitata dal lato più accessibile, sia che in quella parte fossero più degradate le pietre, sia che il pendìo fosse più declive, o men vigilante la guardia. Sette de' suoi compagni più robusti salirono sulle spalle gli uni degli altri, e lo schiavo gigantesco sosteneva sopra il suo largo e nervoso dosso il peso di tutta la colonna. I più elevati potevano aggrapparsi alla parte inferiore dei muri. Vi si arrampicarono finalmente, pugnalarono alla sordina le sentinelle e le gettarono abbasso dalla Fortezza; ed i trenta guerrieri ripetendo questa pia giaculatoria, «Appostolo di Dio aiutateci e salvateci,» furon successivamente tirati sul muro, mercè delle lunghe tele de' lor turbanti. Damete andò cautamente a spiare il palazzo del governatore, che con romorose allegrie festeggiava la ritirata del nemico: e ritornato ai suoi compagni assalì dalla parte interna l'ingresso del castello. La sua piccola squadra abbattè la guardia, sgombrò la porta, calò abbasso il ponte levatoio, e difese questo angusto passaggio sino all'arrivo di Caled, che, sul far del giorno, venne a trarlo di pericolo, e ad assicurare la sua conquista. Il bravo Joukinna, che s'era dato a conoscere per un nemico sì formidabile, divenne un utile e zelante proselita; e il general dei Saraceni dimostrò i riguardi che avea pel merito, in qualunque condizione lo trovasse, rimanendo coll'esercito in Aleppo, sin che non fu guarito Damete delle sue onorate ferite. Era tuttavia coperta la capitale della Sorìa dal castello di Aazaz, e dal ponte di ferro dell'Oronte. Ma perduti quei posti di gran momento, e sconfitto l'ultimo esercito Romano, Antiochia[296], ammollita dal lusso, tremò e si sottomise con un riscatto di trecentomila pezze d'oro, e fu salva dalla distruzione; ma quella città, soggiorno un tempo dei successori d'Alessandro, sede del governo romano in Oriente, decorata da Cesare coi titoli di città libera, santa e vergine, altro non fu poi sotto il giogo dei Califfi che città di provincia e di secondo ordine[297].