Distrutto il reame di Persia l'impero dei Saraceni non si disgiunse più da quello dei Turchi che per la riviera dell'Oxo. Non andò guari, che questo stretto confine fu tolto dal valore degli Arabi: a poco a poco i governatori del Korasan estesero le scorrerie, ed una vittoria valse loro la conquista di un coturno che una regina de' Turchi lasciò cadere mentre precipitosamente fuggiva al di là delle colline di Bochara[248]; ma la conquista definitiva della Transoxiana[249], come quella della Spagna, era serbata al regno glorioso dell'inerte Valid; ed il nome di Catibah, che significa un condottier di cammelli, indica la condizione e il merito d'un generale che soggiogò queste due regioni. Nel mentre che uno de' suoi colleghi per la prima volta inalberava lo stendardo de' Musulmani sulle rive dell'Indo, sottomettea Catibah alla religione del Profeta, e all'impero del Califfo le vaste contrade chiuse fra l'Oxo, l'Jaxarte, e il mar Caspio[250]. Gli infedeli furono obbligati ad un tributo di due milioni di pezze d'oro; furono arsi o messi in pezzi i lor idoli; il capitan Musulmano pronunciò un discorso nella nuova moschea di Carizma; dopo molti combattimenti le masnade turche furono respinte fino al deserto, e dagli imperatori della Cina si chiese l'amicizia degli Arabi vincitori. Debbesi attribuire in gran parte all'industria loro la fertilità di quella provincia, che era la Sogdiana degli antichi: ma dopo il regno dei re Macedoni si conosceano i vantaggi del suo territorio e del clima, e se ne traeva profitto. Prima dell'invasione dei Saraceni, Carizma, Bochara e Samarcanda erano città ricche e popolose, soggette ai pastori del settentrione. Le contornava un doppio muro, e un muro esterno chiudeva i campi e i giardini che al distretto appartenevano delle città. Dai negozianti della Sogdiana si fornivano tutte le merci che l'India e l'Europa abbisognavano, e dalle fabbriche di Samarcanda si è diffusa in occidente quell'arte inestimabile che trasforma i cenci di lino in carta[251].
A. D. 632
II. Abubeker dopo avere rimessa l'unità della fede e del governo, scrisse a tutte le tribù Arabe questa lettera: «Nel nome del Dio misericordioso, salute e prosperità al resto de' veri credenti, e le benedizioni del cielo siano con voi. Io lodo il Dio onnipotente, e prego pel suo profeta Maometto. — Vi do avviso che io intendo di mandare i veri credenti nella Sorìa[252] per toglierli dalle mani degli infedeli, ed ho voluto ammonirvi, che il combattere per la religione è un atto d'ubbidienza al volere di Dio». Ritornarono i suoi inviati annunciando il pio e guerriero ardore onde avevano infiammate tutte le province, e si videro giugnere successivamente al campo di Medina le intrepide turbe dei Saraceni, gloriosi di marciare alla guerra, che si lagnavano del calor della stagione, e della penuria di vittovaglie, e che con impazienti mormorazioni accusavano la lentezza e gli indugi del Califfo. Come tosto fu compiuto l'armamento, salì Abubeker sopra una collina, fece la rassegna degli uomini, dei cavalli, e delle armi, ed orò fervorosamente al cielo pel buon esito dell'impresa. Coll'esercito e a piedi camminò tutto il primo giorno; e quando i capitani per riverenza vollero smontar da cavallo egli ne dissipò gli scrupoli dicendo, avere ugual merito chi marciava a cavallo e chi a piedi in servigio della religione. Le sue istruzioni[253] ai generali dell'armata di Sorìa furono dettate da quel fanatismo guerriero che corre a conquistare oggetti di mondana ambizione, affettando di non curarli. «Sovvengavi, disse loro il successor del Profeta, che siete sempre alla presenza di Dio, e alla vigilia della morte; pensando alla certezza del giudizio, e sperando il paradiso, guardatevi dalla ingiustizia e dall'oppressione. Deliberate co' vostri fratelli, e ingegnatevi di mantenervi l'amore e la fiducia dei vostri soldati. Quando combatterete per la gloria di Dio operate da uomini, senza volger le spalle; ma la vostra vittoria non si lordi del sangue delle donne, nè dei fanciulli. Non distruggerete le palme, non arderete i campi di biada: non abbatterete mai gli alberi fruttiferi, nè farete danno ai bestiami, trattine quelli che ucciderete per cibarvi. Quando accorderete un trattato, o una capitolazione, siate solleciti d'adempierne gli articoli, e sinceri come la vostra parola. Nel procedere avanti incontrerete persone religiose che vivono in monasteri, e si elessero questa maniera di servire Iddio. Lasciatele in pace, non le uccidete, nè distruggete i loro monasteri[254]: troverete un altra classe d'uomini che appartengono alla sinagoga di Satanasso, ed hanno la testa rasa in cerchio[255]: non mancate di fendere a questi il cranio e di negar loro quartiere, sempre che non vogliano divenir Maomettani o pagare il tributo». I trattenimenti profani o frivoli, e quanto potesse ricordare antiche dispute, erano fra gli Arabi severamente vietati: sin nei tumulti de' campi attendevano assiduamente agli esercizi di religione, consacrando gli intervalli di riposo alla preghiera, alla meditazione, e allo studio del Corano. L'abuso, od anche l'uso del vino era punito con ottanta bastonate sulla pianta de' piedi, e nel fervore dei primi tempi si videro peccatori ignoti che rivelavano i propri falli, e ne chiedevano la punizione. Dopo qualche incertezza, il comando dell'esercito di Sorìa fu conferito ad Abu-Obeidah uno de' fuggiaschi della Mecca, e de' compagni di Maometto. Dalla somma dolcezza e bontà della sua indole veniva raddolcito il suo zelo e la sua divozione, senza che si indebolissero per questo; ma tosto che la guerra si faceva terribile, i soldati invocavano il genio superiore di Caled; e, comunque fosse la scelta del principe, era sempre nel fatto e nella opinione la Spada di Dio il primo generale dei Saraceni. Questo Caled sì rinomato ubbidiva per altro senza ripugnanza, ed era consultato senza gelosia; tale era la sommessione di questo guerriero, o piuttosto la consuetudine del suo tempo, che si dichiarava pronto a servire sotto la bandiera della fede, quand'anche fosse fra le mani d'un fanciullo, o di un nemico. Certo è che al Musulmano vittorioso erano promesse gloria e dovizie; ma si aveva avuto premura di ripetergli, che se cercava nei beni di questo Mondo i soli moventi delle sue azioni, quei soli ne sarebbero il guiderdone.
La vanità romana aveva onorato del nome di Arabia[256], tra le quindici province della Sorìa, quella che racchiudeva i terreni coltivati all'oriente del Giordano, e parve che da una specie di diritto nazionale rimanessero giustificate le prime invasioni dei Saraceni. Si arricchiva questo Cantone coi frutti d'un traffico variato: era stata cura degli imperatori di coprirlo con una serie di Fortezze, ed era almeno sicuro da una sorpresa per la solidità delle mura di Gerasa, Filadelfia e Bosra[257]. Quest'ultima era la decima ottava stazione dopo Medina: ne conoscevan benissimo il cammino le carovane di Hejaz e dell'Irak, le quali ogni anno concorrevano a quel mercato, abbondantemente provveduto delle produzioni della provincia e del deserto. I timori perpetui che dava la vicinanza degli Arabi aveano avvezzato gli abitanti all'uso dell'armi, e dodicimila cavalieri potevano uscire delle porte di Bosra, nome che, nell'idioma siriaco, significava una torre munita. Quattromila Musulmani, incoraggiati dai primi trionfi contro le borgate aperte e le fanterie leggiere dei confini, osarono assaltare la Fortezza di Bosra dopo averle intimata la resa; ma furono oppressi dalla moltitudine dei Siri e sarebbero periti tutti se Caled non giungeva in aiuto con mille e cinquecento cavalli. Il quale biasimò quella impresa, rimise l'eguaglianza nel conflitto, liberò il suo amico, il venerando Serjabil, che indarno invocava l'unità di Dio e le promesse dell'appostolo. Dopo un breve riposo fecero i Musulmani le loro abluzioni con una sabbia la quale supplì alle veci dell'acqua[258], e Caled recitò l'orazione della mattina prima che montassero a cavallo. Il popolo di Bosra, confidando nelle proprie forze, aperse le porte, ordinò l'esercito nella pianura, e giurò di morire per la difesa della religione. Ma una religion di pace non potea resistere a quel grido forsennato: «alla battaglia! alla battaglia! Il paradiso! Il paradiso!» che da ogni parte risonava fra le schiere de' Saraceni: il trambusto della città, il suono delle campane[259], le esclamazioni dei preti e dei monaci raddoppiavano lo spavento e la confusione dei Cristiani. Non perdettero gli Arabi che dugentotrenta uomini, e rimasero padroni del campo di battaglia: sin per invitare l'aiuto del cielo, o quel della terra, furon coperte le mura di Bosra con croci benedette, e con bandiere consacrate. Romano, governatore di questa città, aveva sin dai primi momenti condotto a sommessione gli abitanti; deposto dal popolo, che lo spregiava, ardeva di voglia di vendicarsi, e ne avea per disgrazia i modi. In un abboccamento notturno che egli ebbe cogli emissari di Caled gli avvisò d'un passaggio fatto sotto la sua casa, il quale si prolungava fuori della Piazza; il figlio del Califfo e cento volontari si fidarono della parola di Romano, e con una fortunata intrepidezza apersero una strada facile al rimanente de' Saraceni. Poichè Caled ebbe determinato la servitù ed il tributo cui doveano soggiacer gli abitanti, Romano, apostata o convertito, si diè vanto nell'assemblea popolare di quel tradimento così meritorio agli occhi della nuova sua religione. «Io rinuncio, soggiunse egli, alla vostra società in questo Mondo e nell'altro: rinnego colui che fu crocifisso e i suoi adoratori; eleggo Iddio per mio padrone, l'Islamismo per mia religione, la Mecca per mio tempio, i Musulmani per miei fratelli, e riconosco per mio profeta Maometto mandato sulla terra per guidarci alla via della salute, e per glorificare la vera religione a dispetto degli uomini che danno colleghi a Dio».
A. D. 633
Non era Bosra lontana da Damasco[260] se non quattro giornate, e la brama di conquistarla animò gli Arabi ad assediare l'antica capitale della Sorìa[261]. Posero campo a qualche distanza dalle mura fra i boschetti e le fontane di quel dilettevole luogo[262]; e proposero a' cittadini pieni di coraggio, e già rinforzati da cinquemila Greci, la solita alternativa di sommettersi al Maomettismo, al tributo, o alla guerra. Nella decadenza del pari che nell'infanzia dell'arte militare, anche i generali stessi hanno soventi volte offerto ed accettato disfide[263]. Più d'una lancia si ruppe nella pianura di Damasco, e alla prima sortita degli assediati segnalossi Caled col suo valor personale. Aveva già dopo una zuffa ostinata abbattuto e fatto prigioniero un dei campioni cristiani, che per la statura e l'intrepidezza era un avversario degno di lui; nel tempo stesso prese un cavallo fresco datogli dal governatore di Palmira, e corse frettoloso alla prima linea del suo esercito: «Riposatevi un poco, gli disse Derar suo amico, e permettetemi di fare le vostre veci: troppo vi siete stancato nella lotta contro quel cane di cristiano. — Oh Derar, risposegli l'istancabile Caled, ci riposeremo poi nel Mondo avvenire: chi fatica oggi si riposerà domani». Collo stesso ardore rispose alla disfida d'un altro campione; lo battè e lo rovesciò pure sulla polvere, e indispettito pel rifiuto che fecero questi due prigionieri d'abbandonare la propria religione ne fece gettar le teste nella città. Dal cattivo esito di molti fatti generali e particolari, furono obbligati gli abitanti di Damasco di tenersi coperti dietro le mura. Un messaggiero calato giù dai bastioni rientrò nella città colla promessa d'un potente rinforzo che sarebbe giunto fra poco. Ne furon ben presto avvisati gli Arabi dal tumulto di gioia suscitato da questa nuova. Dopo vari dibattimenti risolvettero i generali di levare, o piuttosto sospendere, l'assedio, sinchè non avessero data battaglia alle forze dell'imperatore. Volea Caled nella ritratta collocarsi al retroguardo, cioè nel sito più pericoloso; pur lo cedette modestamente ai desiderii d'Abu-Obeidah: ma nel punto del maggior rischio volò in aiuto del suo compagno fortemente stretto da seimila cavalieri, e da diecimila fanti sortiti dalla città, dei quali non rimase che un ben piccolo drappello che andasse a raccontare a Damasco le circostanze della loro sconfitta. Questa guerra diveniva assai rilevante per non esigere la riunione dei Saraceni dispersi sulle frontiere della Sorìa, e della Palestina: riferirò qui una delle lettere circolari inviate per questo oggetto ai vari governatori, ed era diretta ad Amrou, quegli che soggiogò di poi L'Egitto. «Nel nome di Dio misericordioso, Caled ad Amrou, salute e felicità. Sappi che i Musulmani tuoi fratelli han fatto disegno di trasferirsi in Aiznadin, ove sta un esercito di settantamila Greci, i quali intendono di marciar contro di noi per estinguere colla lor bocca la luce di Dio: ma Dio conserva la sua luce a dispetto degli infedeli[264]. Tosto che questa lettera sarà consegnata alle tue mani vieni seguitato da coloro che sono con te ad Aiznadin, ove, se così piace al massimo Iddio, ci troverai». Furono con gioia eseguiti gli ordini di Caled, e i quarantacinquemila Musulmani, che arrivarono nello stesso giorno e nello stesso luogo, attribuirono al favor della Providenza gli effetti del loro zelo, e della loro prontezza.
Quattro anni dopo i trionfi della guerra persiana fu turbata la quiete d'Eraclio e dell'impero da un nuovo nemico, e da una religione della quale sentivano troppo i Cristiani d'oriente le conseguenze senza comprenderne chiaramente i dogmi. L'invasion della Sorìa, la perdita di Bosra, e l'assedio di Damasco risvegliarono l'imperatore nella sua reggia di Costantinopoli o di Antiochia. Settantamila soldati, tanto veterani che di nuova leva, si raccolsero in Hems, o Emesa, sotto gli ordini di Werdan[265] suo generale, e queste squadre, quasi tutte composte di cavalleria, potevano egualmente denominarsi Sire, Greche o Romane; Sire a cagion del luogo d'onde eran tratte, o del teatro della guerra: Greche per la religione, o la lingua del sovrano: Romane per la nobile denominazione profanata mai sempre dai successori di Costantino. Werdan, montato sopra una mula bianca ornata di catene d'oro, e circondato da bandiere e stendardi, attraversava la pianura di Aiznadin, quando gli venne veduto un guerriero feroce e seminudo, che andava a scoprire il nemico, ed era Derar guidato dal fanatismo del secolo e della nazione, la quale ha forse troppo esagerato questo atto di valore. Odio del cristianesimo, avidità di saccheggio, non curanza di pericolo eran queste le passioni dominanti dell'ardito Saraceno; la vista della morte non indeboliva mai la sua fiducia religiosa, mai non ne turbava la tranquilla intrepidezza, e non potea nemmeno impedire le naturali e facete arguzie della sua giovialità marziale; col coraggio e colla prudenza riuscivano a bene le sue imprese più disperate. Dopo aver corsi innumerevoli rischi, dopo essere stato tre volte in balìa degli infedeli, superò tutti i pericoli, ed ebbe la sua parte nei guiderdoni della conquista di Sorìa. Nella qual occasione resistè, ritirandosi, all'assalto di trenta Romani che Werdan mandò contro lui, e dopo averne uccisi o scavalcati diecissette tornò sano e salvo al campo dei Musulmani, che ne applaudivano la prodezza. Avendolo il suo generale gentilmente rimproverato della temerità che aveva dimostrata, egli se ne scusò colla semplicità di un soldato. «Non io cominciai quell'assalto, egli disse; vennero essi per prendermi, ed io avea timore che mi vedesse Iddio volger le spalle agli infedeli. Ma daddovero io mi battea di buona voglia, e sicuramente Iddio è venuto in mio soccorso. Senza la tema di mancare ai vostri ordini non sarei tornato sì presto, e veggo di qua che coloro cadranno fra le nostre mani». Un Greco, venerando per la canizie, si fece avanti in mezzo ai due eserciti, e offerse una pace che sarebbe liberalmente pagata: dichiarò che se i Saraceni si ritiravano avrebbe ogni soldato in dono un turbante, una veste, e una moneta d'oro, il generale dieci vesti e cento monete d'oro, e cento vesti e mille monete d'oro il Califfo. Un sogghigno disdegnoso fu la risposta di Caled. «Cani di cristiani sapete già quale alternativa vi si concede; sottomettetevi al Corano, pagate un tributo, o venite a combattere. Noi ci dilettiamo della guerra, e la preferiamo alla pace; abbiamo a schifo le vostre misere limosine, poichè presto saremo padroni delle vostre ricchezze, delle famiglie, e delle persone vostre». Con tutte queste sembianze di dispregio, sentiva forte il pericolo in cui si trovavano i Musulmani. Quei sudditi del Califfo che erano stati in Persia, e veduto avevano gli eserciti di Cosroe, confessavano che mai non s'era presentato ai loro sguardi un esercito più formidabile. L'astuto Saraceno trasse dalla superiorità del nemico l'argomento da riscaldare di più il valor dei soldati. «Voi vedete a fronte, egli disse, tutte congiunte le forze de' Romani. Non vi rimane speranza di camparne; ma potete in un sol giorno conquistare la Sorìa; l'evento dipende dalla disciplina e dalla pazienza vostra. Riservate il vostro valore a questa sera. Le vittorie del Profeta succedeano di sera». Il nemico attaccò successivamente per due volte, e sostenne Caled con calma e fermezza i dardi romani, e le mormorazioni del suo esercito. Finalmente quando s'avvide essere omai esinanite le forze e i turcassi de' nemici, diede il segnale della carica, e della vittoria. Gli avanzi dell'esercito imperiale fuggirono in Antiochia, in Cesarea, in Damasco, e si consolarono i Musulmani della perdita di quattrocentosettanta uomini, ripensando d'aver mandato all'inferno più di cinquantamila infedeli. Difficil cosa sarebbe valutare il bottino di quella giornata: si impadronirono i Saraceni di gran quantità di bandiere, di croci, di catene d'oro e d'argento, di pietre preziose e d'una immensa farragine di armature e di vestimenta di gran valore. Si differì la generale distribuzion della preda sino al tempo che sarebbe presa Damasco; ma di grande utilità furono le armi che divennero nuovi istrumenti di vittoria. Si spedirono al Califfo queste gloriose notizie, e le tribù Arabe, che apparivano le più insensibili o le più avverse alla mission di Maometto, domandarono con grande ardore la grazia di partecipare alle spoglie della Sorìa.
Il dolore, e la costernazione portarono tostamente a Damasco quei tristi ragguagli, e dall'alto delle mura miravano gli abitanti il ritorno degli eroi di Aiznadin. Amrou capitanando diecimila cavalieri formava la vanguardia. Le schiere dei Saraceni venivano l'una dopo l'altra con un apparato spaventevole, e nel retroguardo stava Caled preceduto dallo stendardo dell'Aquila Nera. Il quale aveva all'attività di Derar affidato l'impegno di fare la ronda intorno la città con duemila cavalieri, di sgombrar la pianura e di intercettare i soccorsi, o le lettere che si volessero mandare alla Piazza. Gli altri capitani Arabi furono postati davanti le sette porte, e con nuovo vigore e nuova fiducia l'assedio ricominciò. Nelle fortunate ma semplici fazioni de' Saraceni, raro è che si scontri l'arte, la fatica e le macchine di guerra de' Greci e de' Romani; colla persona de' guerrieri anzichè colle trinciere investivano una città; si contentavano a respingere le sortite degli assediati, avventuravano una sorpresa o un assalto, ovvero aspettavano che la penuria, o qualche sedizione mettesse in lor balìa una Fortezza. Volea Damasco sottomettersi dopo la battaglia d'Aiznadin, considerandola come una sentenza definitiva pronunciata contro l'imperatore in vantaggio del Califfo; ma l'esempio e l'autorità di Tommaso, nobile greco, che in una condizione privata divenne illustre per la sua alleanza con Eraclio[266], le rendettero il coraggio. Dal tumulto e dalla illuminazione notturna ebbero ad avvedersi gli assedianti che la città preparava una sortita per la punta del giorno, e benchè l'eroe cristiano fingesse di spregiare il fanatismo degli Arabi, ricorse anch'esso agli spedienti d'una superstizione consimile. Fece innalzare un gran Crocifisso davanti la porta principale alla vista de' due eserciti, vennero in processione il Vescovo ed il Clero, e deposero il Nuovo Testamento ai piedi dell'immagine di Gesù Cristo; e le due parti furono secondo la rispettiva credenza edificate, o scandolezzate da una orazione diretta al figlio di Dio, perchè difendesse i suoi servi e la verità della sua legge. Furiosi furono i combattimenti, e la destrezza di Tommaso[267], il più bravo degli arcieri, avea costata la vita ai Saraceni più prodi, quando una eroina valse finalmente a vendicarne la morte. La moglie di Aban, che in quella guerra santa accompagnava il marito, se lo strinse fra le braccia nel punto che spirava per le sue ferite, dicendogli: «Beato te, beato te caro amico, tu vai a raggiugnere il tuo padrone che ci aveva uniti, ed ora ci separa. Io vendicherò la tua morte, e farò quanto dipenderà da me per venire al luogo ove tu vai. D'ora innanzi nessun uomo più mi toccherà, perchè mi sono consacrata al servigio di Dio». Senza mandar un gemito, senza versare una lagrima lavò il cadavere dello sposo, e colle usate cerimonie lo seppellì. Adempiuto che ella ebbe il tristo ufficio, vestì le armi del marito, a maneggiar le quali s'era nel suo paese avvezzata, e il suo intrepido braccio corse a cercare l'uccisore di Aban, che stava combattendo nel più forte della mischia. Col primo strale ferì la mano dell'alfiere di Tommaso, col secondo trapassò l'occhio al capitano, e i Cristiani sbigottiti non videro più nè il loro stendardo, nè il generale. Nulla di meno non volle il generoso difensor di Damasco ritrarsi al suo palazzo; gli fu curata la piaga sulle mura, continuò la zuffa fino a sera, e i Siri stettero sotto le armi sino a giorno. Nel più fitto della notte un colpo della campana grande diede il segnale; si spalancarono le porte, ognuna delle quali vomitò uno sciame di guerrieri che impetuosamente si scagliarono sul campo dei Saraceni addormentati. Caled fu il primo a pigliar l'armi, e corse con quattrocento cavalli al luogo del pericolo; a quest'uomo insensibile corsero le lagrime sul viso quando esclamò: «oh Dio, che non dormi mai, getta un'occhiata su tuoi servi, e non abbandonali in mano dei lor nemici». La presenza della Spada di Dio arrestò il valore e il trionfo di Tommaso; non così tosto ebbero conosciuto i Musulmani il pericolo, che tornarono alle loro file, e caricarono ai fianchi ed a tergo gli assalitori. Dopo aver perduto soldati a migliaia, il general cristiano si ritirò con un sospiro di disperazione, e le macchine di guerra piantate sulle mura contennero i Saraceni dall'inseguire.
A. D. 634
Dopo un assedio di settanta giorni[268] erano già esauste le munizioni probabilmente come il coraggio degli abitanti di Damasco: sì che i più valorosi dei lor capitani piegarono alla legge della necessità. Nelle diverse occasioni di pace e di guerra, aveano imparato a temere la ferocia di Caled, e a rispettare l'affabilità e le virtù di Abu-Obeidah. Cento deputati del clero e del popolo a mezza notte giunsero nella tenda di quel rispettabile capitano, che urbanamente gli accolse, e li congedò; riportarono in città una convenzione scritta in cui, sulla fede del compagno del Profeta, erasi stipulato che cesserebbero le ostilità, che sarebbe libero agli abitanti di Damasco il ritirarsi con quanto potessero portare con sè delle loro robe; che i sudditi tributari del Califfo continuerebbero a possedere le terre, e le case loro, e che conserverebbero sette chiese. A queste condizioni vennero consegnati ad Abu-Obeidah gli ostaggi più ragguardevoli, non che la porta più vicina al suo campo; i suoi soldati ne imitarono la moderazione, ed egli godè l'umile gratitudine del popolo da lui sottratto alla distruzione. Ma il buon esito de' negoziati scemata avea la vigilanza della città, e nel punto stesso era stato preso d'assalto il quartiere opposto a quello per cui entrava Obeidah. Da una fazione di cento Arabi era stata consegnata la porta orientale a un nemico più inflessibile: «non si dà quartiere, esclamò l'avido e sanguinario Caled, non si dà quartiere ai nemici del Signore». Le sue trombe squillarono, e il sangue cristiano inondò le vie di Damasco. Quando arrivò alla chiesa di S. Maria, stupì di vedervi i suoi compagni, e fu sdegnato dei loro atteggiamenti pacifici; pendean le loro spade dal fianco, ed erano circondati da una folla di sacerdoti e di monaci. Abu-Obeidah salutò il generale: «Iddio, gli disse, ha consegnata la città in mia mano per capitolazione, ed ha risparmiato ai fedeli la fatica di combattere. — Ed io, rispose irritato Caled, non sono io forse il luogotenente del comandante de' fedeli? non ho io presa d'assalto la città? Gli infedeli periranno di spada; piombate su loro.» Correvano gli Arabi inumani, ed assetati di sangue, ad eseguire sì bramato comando, ed era rovinata Damasco se la bontà del cuore di Obeidah non era sostenuta dalla autorità del grado, e dalla nobile di lui fermezza. Si cacciò fra i cittadini atterriti, e fra i più impazienti de' Barbari; e ingiunse loro, pel santo nome di Dio, di rispettare la sua promessa, di frenare la furia, ed aspettare la decisione del Consiglio. Si ritirarono i Capi nella chiesa di S. Maria, e dopo un dibattito assai veemente si sottomise Caled, in qualche parte, alla ragione e alla autorità d'un suo collega, il quale dimostrò dover esser sacra la capitolazione, utile ed onorevole ai Musulmani il mantenere esattamente la parola, e che portando la diffidenza e la disperazione alle altre città della Sorìa, queste si difenderebbero con una ostinazione che difficilmente si potrebbe superare. Fu convenuto adunque di rimettere la spada nel fodero; che la parte di Damasco che si era arresa ad Obeidah, da quel punto, godrebbe i vantaggi della capitolazione[269]; e che finalmente alla prudenza e alla giustizia del Califfo si rimetterebbe la decision dell'affare. La maggior parte degli abitanti accettò la promessa data loro di tollerare la loro religione, e si sottomise a un tributo. Erano in Damasco ventimila cristiani; ma il prode Tommaso e i valorosi patriotti, che aveano combattuto sotto il suo vessillo, preferirono la povertà, e l'esiglio. Sacerdoti e laici, soldati e cittadini, donne e fanciulli formarono un numeroso campo in un prato vicino alla città; frettolosi e sbigottiti portarono colà le loro cose di maggior pregio, e con dolorosi lamenti, o col silenzio della disperazione, abbandonarono la terra natale, e le amene rive del Farfar. Non valse lo spettacolo della loro miseria a commovere l'animo inesorabile di Caled; contese egli agli abitanti di Damasco la proprietà d'un magazzino di biada; si ingegnò di privar la guarnigione dei beneficii del trattato: con ripugnanza permise ai fuggiaschi d'armarsi d'una spada, d'una lancia o d'un arco, e dichiarò aspramente che dopo tre giorni potrebbono i suoi soldati inseguirli, e trattarli da nemici de' Musulmani.