A. D. 632
I. Nell'anno primo del regno del primo Califfo, Caled, suo Luogo-tenente, Spada di Dio, e flagello degl'infedeli, s'inoltrò sino alle sponde dell'Eufrate, e sommise le città d'Anbar e di Hira. Una tribù d'Arabi sedentari s'era collocata su la frontiera del deserto, all'occidente delle ruine di Babilonia, e in Hira risedeva una stirpe di re che abbracciato avevano il cristianesimo, e che da più di sei secoli regnavano all'ombra del trono della Persia[224]. Da Caled fu sconfitto e morto l'ultimo de' principi Mondari; il suo figlio prigioniero fu mandato a Medina; i suoi Nobili piegarono le ginocchia davanti al successor di Maometto: fu sedotto il popolo dall'esempio e dalle vittorie de' suoi concittadini, e per primo frutto di sue conquiste ricevette il Califfo un annuo tributo di settantamila monete di oro. Sbalorditi rimasero i vincitori, e i loro storici ancora, da questo primo lampo di futura grandezza. «Nell'anno stesso, scrive Elmacin, diede Caled molte grandi battaglie: fece immensa strage d'infedeli, e un'innumerevole quantità di spoglie preziosissime cadde in balìa de' vittoriosi Musulmani»[225]. Ma all'invitto Caled sorvenne ben presto l'impegno della guerra di Sorìa: capitani meno operosi e meno avveduti diressero l'invasione della frontiera di Persia. Respinti furono con gran perdita i Saraceni al passo dell'Eufrate: è bensì vero che punirono l'insolenza de' Magi, ma fu poi ridotto il rimanente del loro esercito a vagare qua e là nel deserto di Babilonia.
A. D. 636
Per lo sdegno e pel timore rimasero alquanto tempo sopite le intestine turbolenze de' Persiani. Fu deposta Arzema loro regina per l'unanime voto dei sacerdoti e de' nobili: era essa il sesto degli usurpatori surti e scomparsi nello spazio di tre o quattro anni, dopo la morte di Cosroe e la ritratta di Eraclio. Ne fu data la corona a Yezdegerd, nipote di Cosroe, e per la coincidenza d'un periodo astronomico[226] è segnata in una guisa memorabile l'epoca della caduta totale della dinastia de' Sassanii, e della religione di Zoroastro[227]. Non contava il nuovo re che quindici anni, e dalla gioventù ed inesperienza sua fu persuaso a sottrarsi dal rischio d'una battaglia. Lo stendardo regio fu consegnato nelle mani di Rustam, generale del suo esercito, il quale da trentamila soldati che lo formavano, s'aumentò, dicesi, a centomila, sudditi, o alleati della Persia. I Musulmani, che dapprima eran dodicimila, pe' rinforzi ricevuti presentavano un corpo di trentamila combattenti; accampavano nelle pianure di Cadesia[228], e quantunque avessero meno teste, aveano più soldati che l'esercito irregolare degl'infedeli. Farò qui una osservazione cui mi verrà il taglio di rinnovare frequentemente: l'assalto degli Arabi non era, come quello de' Greci e de' Romani, l'urto d'una linea ben compatta e stretta di fanteria: cavalieri e arcieri erano il maggior nerbo delle loro forze, e non raro addiveniva che una battaglia, spesso interrotta e spesso rinnovata con zuffe corpo a corpo, e con iscaramuccio di fuggiaschi, potevasi prolungare per più giorni senza che vi fosse alcuna decisione di vittoria: con ispeciali denominazioni si distinguono i vari periodi della battaglia di Cadesia. Il primo s'appella la giornata del soccorso, a cagione di mille Siri che giunsero in tempo a soccorrere gli Arabi: la giornata della scossa indica senza altro il trambusto d'uno degli eserciti, e forse di entrambi: il terzo, nel quale seguirono gli assalti di notte, ha ricevuto il bizzarro titolo di notte del ruggito, a motivo delle grida discordi de' guerrieri, paragonate a' suoni inarticolati de' più feroci animali. La mattina susseguente decise la sorte della Persia, e una bufèra, sopraggiunta opportunamente, cacciò nembi di polvere negli occhi de' miscredenti. Il fragore dell'armi pervenne sino alla tenda di Rustam, il quale, ben diverso da un antico eroe così denominato, stavasi coricato mollemente ad un'ombra tranquilla, fra le salmerie del suo campo, e il numeroso seguito di muli carichi d'oro e d'argento. Al rumor del pericolo, si slanciò precipitosamente il generale fuori di quel luogo di riposo, ma, fermatolo nel fuggire ed afferratolo per un piede, un Arabo gli troncò la testa, e la portò in cima alla sua lancia nel campo di battaglia, ove disseminò la strage e il terrore nelle file più folte dell'esercito persiano. Confessano i Saraceni la perdita di settemila e cinquecento guerrieri; e descrivono con ragione la battaglia di Cadesia come ostinata ed atroce: tali sono le loro frasi[229]. Nel conflitto fu dagli Arabi portato via lo stendardo della monarchia, fatto del grembiale di cuoio d'un fabbro ferraio che s'era già sollevato al grado di liberatore della Persia; ma da una profusione di gemme era coperta e nascosta quasi del tutto questa insegna d'una eroica povertà[230]. Dopo questa vittoria la ricca provincia d'Irak, o dell'Assiria, si sottomise al Califfo, e per la fondazione di Bassora[231], piazza che domina sempre il commercio e la navigazion de' Persiani, furono prontamente assicurati i conquisti. Lungi ottanta miglia dal golfo, l'Eufrate e il Tigri si congiungono a formare una sola corrente ampia e retta, oggi chiamata giustamente la riviera degli Arabi. Bassora fu piantata su la sponda occidentale, a mezza strada fra la congiunzione e la foce de' due celebri fiumi. Ottocento Musulmani formarono la prima colonia; ma per la felice sua situazione divenne ben presto una florida e popolosa capitale. L'aria, comecchè sia eccessivamente calda, n'è pura e salubre; di palme e di truppe di bestiami sono coperti i prati all'intorno, e una delle valli del circondario è noverata fra i quattro paradisi, o giardini dell'Asia. Sotto i primi Califfi, stendeasi la giurisdizione di questa colonia Araba sino alle province meridionali della Persia; è stata consacrata la città dai sepolcri di parecchi compagni di Maometto, martiri dell'Islamismo; e non cessano i navili europei di frequentare il porto di Bassora, che apre una comoda stazione, e un passaggio al commercio dell'India.
Non ostante la battaglia perduta a Cadesia, poteva un paese, tagliato da fiumi e da canali, essere uno schermo insuperabile per la cavalleria de' vincitori, e le mura di Ctesifone e di Modano, che avevano ributtato le macchine romane, non potevano essere abbattute da' dardi Musulmani; se non che fu determinata la rovina de' Persi dall'opinione che giunto fosse l'ultimo giorno per la religione e l'impero loro: i posti più forti furono, dalla vigliaccheria o dal tradimento di chi li guardava, abbandonati: e il re, seguitato da una porzione della famiglia e da' suoi tesori, ricoverossi in Holwan, alle falde de' colli della Media. Nel terzo mese dopo la battaglia, Said, luogotenente d'Omar, varcò senza ostacolo il Tigri: la capitale della Persia fu presa d'assalto, nè valse la disordinata resistenza popolare che a crescer l'impeto de' colpi de' Musulmani, che con religioso trasporto esclamavano: «Ecco il palazzo bianco di Cosroe; ecco adempiuta la promessa dell'appostolo di Dio». Improvvisamente la miseria de' masnadieri del deserto cangiossi in una ricchezza, che sorpassava ogni loro speranza, ogni idea. Ciascheduna camera di quel palazzo mostrava un nuovo tesoro, o celato con arte, o esposto alla vista con grande sfarzo: l'oro, l'argento, i mobili, le vestimenta preziose vinsero di gran lunga, a detta d'Abulfeda, tutti i calcoli dell'immaginazione, o la estensione de' numeri; ed un altro storico porta la somma inaudita, e quasi infinita di quelle favolose ricchezze, a tremila migliaia di milioni di pezze d'oro[232]. Qualche piccolo fatto, ma che alletta la curiosità, dimostra chiaramente il contrapposto della ricchezza coll'ignoranza. Racchiudea la città gran provvigione di canfora[233] venuta dalle lontane isole dell'oceano Indiano, la quale doveva essere mescolata alla cera che serve a illuminare i palazzi d'oriente. Non conoscendo nè la proprietà, nè il nome di quella gomma odorosa, i Saraceni la credettero sale, ne misero nel pane, e stupirono a sentirne l'amarezza. Un tappeto di seta, lungo sessanta cubiti e largo altrettanto, ornava un appartamento del palazzo, e rappresentava un paradiso, o giardino, con fiori, frutta, arboscelli ricamati in oro, o raffigurati con pietre preziose, e il tutto circondato da un contorno verde variato da più colori. Il generale Arabo, persuaso con ragione che il Califfo potrebbe mirar con piacere questo bel lavoro della natura e dell'arte, indusse i soldati a rinunciare questa parte di bottino. Il rigido Omar, senza por mente a' pregi dell'arte e della regia magnificenza che sfoggiavano in quella composizione, ne distribuì i frammenti a' suoi fratelli di Medina. Il disegno fu distrutto; ma tanto era il valore della materia, che la sola porzione d'Alì fu venduta ventimila dramme. Fu arrestato un mulo che trasportava la tiara e la corazza, la cintura e i braccialetti di Cosroe, e questo bel trofeo venne offerto al comandante de' fedeli: i più gravi de' suoi compagni non contennero le risa guardando la barba bianca, le braccia pelose e la goffa figura di quel vecchio soldato adorno delle spoglie del gran re[234].
Dopo il saccheggio di Ctesifone, questa città ben presto abbandonata andò a poco a poco in rovina. Non piaceva a' Saraceni nè l'aria, nè la situazione, e ad Omar fu consigliato da un suo generale di portar la sede del governo su la riva occidentale dell'Eufrate. Furono in ogni tempo e facili e pronte la fondazione e la rovina delle città d'Assiria. Manca il paese di legname da costruzione e di pietre: i più solidi edificii[235] son di mattoni cotti al sole, e uniti con un cemento di bitume che si trova nel paese. Il nome di Cufa[236] non può dare altra idea che d'una abitazione fabbricata di canne e di terra; ma una ricca, numerosa e brava colonia di veterani popolava allora quella nuova capitale, e la facea ragguardevole: i Califfi più saggi, per tema di provocare a sedizione centomila guerrieri, ne tolleravano le licenziose abitudini. «Abitanti di Cufa, diceva Alì nel domandarne il soccorso, vi siete sempre segnalati in valore. Avete vinto il re di Persia, e teneste sperperate le sue forze sino al giorno in cui vi insignoriste del suo retaggio». Le battaglie di Jalula e di Nehavend poser termine a sì gran conquisto. Perduta la prima, Yezdegerd non si credette più sicuro in Holvan; andò a celare la sua vergogna e la disperazione nelle montagne del Farsistan, da cui Ciro era disceso co' suoi prodi campioni, allora suoi eguali. Al coraggio del monarca sopravvisse quello della nazione; in mezzo alle colline meridionali di Ecbatana, ossia Hamadan, cento cinquantamila Persiani tentarono un terzo ed ultimo sforzo per difendere la religione e il paese nativo, e gli Arabi alla battaglia decisiva, accaduta in Nehavend, posero il nome di vittoria delle vittorie. Se è vero che il general Persiano fosse preso in mezzo ad una truppa di muli e di cammelli carichi di mele che lo avea fermato nella sua fuga, questo accidente, per quanto possa comparirci leggiero o singolare, giova ad indicarci quali inciampi[237] dovesse soffrire nel suo cammino un esercito d'oriente dal lusso che l'accompagnava.
A. D. 637-651
E Greci, e Latini parlarono molto imperfettamente della geografia della Persia; ma pare che le sue città più celebri sieno anteriori all'invasione degli Arabi. La conquista di Hamadan e di Ispahan, di Casvino, di Tauride e di Rei, venne avvicinando a poco a poco questi vincitori alle rive del mar Caspio, e gli oratori della Mecca ebbero campo di celebrare i trionfi e il valor de' fedeli, i quali avean già perduta di vista l'Orsa settentrionale, e trapassato quasi i limiti del Mondo abitato[238]. Volgendosi di poi alla parte dell'occidente dell'impero Romano, varcarono di nuovo il Tigri sul ponte di Mosul, e in mezzo alle province prigioniere dell'Armenia e della Mesopotamia abbracciarono i loro concittadini dell'esercito di Sorìa, i quali avevan pure ottenuto grandi vittorie. Dal palagio di Modano si incamminarono di bel nuovo verso oriente, e non furono nè meno rapidi, nè meno estesi i loro progressi. Si inoltrarono lungo il Tigri, e il golfo di Persia, e, valicate le gole delle montagne, sboccarono nella vallata di Estachar, ossia Persepoli, e profanarono l'ultimo santuario dell'impero dei Magi. Credè il nipote di Cosroe d'essere sorpreso fra le colonne che crollavano e fra le statue mutilate, miseri emblemi della passata e della presente fortuna persiana[239]; attraversò fuggendo colla massima celerità il deserto di Kirman; implorò l'aiuto dei bravi Segestani, e andò in traccia d'un oscuro ricovero sulla frontiera dell'impero dei Turchi e di quel dei Cinesi: ma un esercito vittorioso non teme fatica: divisero gli Arabi le forze loro per inseguir da ogni lato il timoroso nemico, e dal Califfo Othmano fu promesso il governo di Korasan al primo generale, che penetrato avrebbe in quella contrada vasta e popolosa, già regno un tempo della Battriana. Fu accettata la condizione, e meritato il premio: fu piantato lo stendardo di Maometto sulle mura di Herat, Merou, e Balch, e il general vincitore non si riposò se non dopo che i suoi cavalli, fumanti di sudore, si furono dissetati nelle correnti dell'Oxo. Nella generale anarchia i governatori delle città e delle castella, divenuti independenti, ottennero capitolazioni speciali; dalla stima, dalla prudenza o dalla pietà dei vincitori ne furon dettati gli articoli, e secondo la rispettiva professione di fede, il vinto rimase loro concittadino o loro schiavo. Harmozan, principe di Ahvah e di Susa, dopo un'ardita difesa fu astretto a cedere la sua persona e i suoi Stati in balìa del Califfo. Il loro abboccamento darà a conoscere i costumi degli Arabi. Quando questo voluttuoso Barbaro fu d'avanti ad Omar, ordinò il Califfo che fosse spogliato delle sue vesti di seta ricamate in oro, e della tiara tempestata di rubini e di smeraldi: «Adesso, disse il vincitore al suo prigioniero, riconoscete voi il decreto di Dio, e il diverso trattamento che si compete alla sommessione ed alla infedeltà?» «Oimè! rispose Harmozan, non me ne accorgo che troppo. Nei giorni della nostra comune ignoranza noi combattevamo con armi terrene, e la mia nazione ebbe vittoria. Allora Iddio stava neutrale; dopo che ha sposata la vostra causa, egli ha rovesciato il regno, e la religione nostra». Stanco di questo noioso dialogo si lagnò il Persiano d'una gran sete che soffriva; ma diede a divedere il timore d'essere ucciso nell'atto di bere. «Non abbiate timore, gli disse il Califfo, la vostra vita è sicura sinchè abbiate bevuto di quell'acqua». L'astuto Satrapo gli rendè grazie per quella promessa, e nel punto stesso gettò a terra il vaso dell'acqua. Voleva Omar castigare la sua superchieria, ma gli ricordarono i Musulmani la santità del giuramento, e quindi, con la sua pronta conversione alla religione di Maometto, acquistò Harmozan non solamente un diritto al perdono, ma ben anche un assegno di duemila pezze d'oro. Per regolare la buona amministrazione della Persia si fece un'enumerazione del popolo, del bestiame e dei frutti della terra[240]. Se questo monumento, che ci prova la vigilanza dei Califfi, fosse giunto a noi sarebbe utile ai filosofi di tutti i secoli[241].
A. D. 651
Yezdegerd s'era trasferito fuggendo oltre l'Oxo, e sino a Jaxarte, due fiumi[242] notissimi agli antichi e ai moderni, e che scendono dalle montagne dell'India alla volta del mar Caspio; egli fu con molta ospitalità accolto da Tarkhan, principe della Fargana[243], provincia fertile alle sponde dell'Jaxarte. Tanto il re di Samarcanda che le geldre turche della Sogdiana e della Scizia furono commosse dalle querele e dalle promesse del monarca deposto; e lo sventurato principe implorò l'amicizia assai più ferma e potente dell'imperator della Cina[244]. Il virtuoso Taitsong[245], primo re della dinastia dei Tang, può giustamente essere paragonato agli Antonini; viveva il suo popolo nella pace e nella prosperità, e quarantaquattro tribù di Tartari obbedivano alle sue leggi. Cashgar e Khoten, guarnigioni delle sue frontiere, mantenevano comunicazioni frequenti con le popolazioni che abitavano le sponde dell'Jaxarte e dell'Oxo. Da una colonia di Persiani, stanziatasi recentemente nella Cina, era stata colà introdotta la astronomia dei Magi, e potè Taitsong essere sbigottito dai rapidi progressi, e dalla pericolosa vicinanza degli Arabi. L'autorevole credito, e forse i soccorsi del governo Cinese ravvivarono lo speranze di Yezdegerd, non che lo zelo degli adoratori del fuoco, ed egli s'avanzò con un esercito di Turchi a riconquistare il reame de' suoi padri. Senza sguainare la spada godettero i fortunati Musulmani lo spettacolo della sua sconfitta e morte. Il nipote di Cosroe fu tradito da un servo, insultato dai ribelli abitanti di Merou, e assalito, disfatto, inseguito dai Tartari che egli avea presi per alleati. Giunto alla sponda d'un fiume pregò un mugnaio perchè lo portasse nel suo battello all'altra riva, e gli offerse le anella e i braccialetti che aveva: inetto a comprendere, o a sentir le disgrazie d'un re, quel rozzo uomo gli rispose, che il suo mulino gli fruttava al giorno quattro dramme d'argento, e che non abbandonerebbe il suo guadagno se non nel caso di un sufficiente compenso. Questo momento di esitazione e di ritardo diede agio alla cavalleria turca per arrivare e trucidare l'ultimo re di Sassania[246], che allora contava il decimonono anno dell'infelice suo regno. Firuz, suo figlio, umile cortigiano dell'imperator della Cina, accettò l'impiego di capitano delle sue guardie, e da una colonia di Persiani che si collocò nella provincia di Bucaria, vi fu conservata per lungo tempo la religione dei Magi. Suo nipote ereditò il titolo di re; ma dopo un debole, ed infruttuoso tentativo se ne ritornò nella Cina, e finì la vita nel palazzo di Sigan. Così s'estinse la linea mascolina de' Sassanidi; ma le prigioniere del sangue reale di Persia furono date ai vincitori per ischiave, o spose, e da queste illustri madri fu nobilitato il sangue dei Califfi, e degli Imani[247].