Allora che le sorelle e i figli d'Alì carichi di catene furono tratti appiè del trono di Damasco, era stimolato il Califfo a estirpare una razza amata dal popolo, da lui offesa talmente da non isperare riconciliazione giammai; ma piacque a Yezid l'attenersi a più miti consigli, e quella sventurata famiglia fu rimandata in modo onorevole a Medina, perchè mescesse le sue lagrime a quello de' parenti. La gloria del martirio vinse il diritto di primogenitura; laonde i dodici Imani[199], o pontefici, della religione persiana sono Alì, Hassan, Hosein e i discendenti di questo sino alla nona generazione. Senz'armi, senza tesori, senza sudditi, ottennero successivamente la venerazione del popolo, e suscitarono la gelosia dei Califfi. I devoti della lor Setta continuano a visitarne le tombe sia alla Mecca o a Medina, su le rive dell'Eufrate o nella provincia del Khorasan. Soventi volte il nome loro ha dato pretesto di sedizione o di guerra civile; ma quegli augusti santi ebbero in dispregio le vanità del Mondo, si sottomisero al volere di Dio e all'ingiustizia degli uomini, e consacrarono l'innocente vita allo studio e alla pratica della religione. Il duodecimo ed ultimo degl'Imani, distinto dal soprannome di Mahadi, o Guida, visse più solitario, e fu ancora più religioso de' predecessori. Celossi in una spelonca presso Bagdad, nè si sa l'epoca e il luogo della sua morte: dicesi da' devoti alla sua memoria che non morì, e che comparirà prima del giorno del Giudizio a distruggere la tirannide di Dejal o Anticristo[200]. Nello spazio di due o tre secoli era cresciuta la posterità di Abbas, zio di Maometto, sino a trentatremila persone[201]: può nella proporzione stessa essersi moltiplicata la razza d'Alì: superiore al primario e al più gran principe era l'ultimo individuo di quella famiglia, e i più insigni di loro avevansi per più perfetti degli angeli; ma la disgrazia della lor situazione, e la vastità dell'impero Musulmano aprivano una larga strada agli astuti o audaci impostori, che cercavano di acquistarsi un diritto con qualche preteso vincolo di parentela con quel santo legnaggio. Questo titolo vago ed equivoco ha consacrato lo scettro degli Almohadi in Ispagna, in Affrica, de' Fatimiti in Egitto ed in Siria[202], de' Soldani dell'Yemen e de' Soffì della Persia[203]. Era pericoloso consiglio sotto il lor regno il contestarne la nascita; Moez, uno de' Califfi fatimiti, a cui si faceva una dimanda imprudente, rispose cavando la scimitarra: «Questa è la mia genealogia:» e gettando una manciata di monete d'oro a' soldati: «questa è la mia famiglia e i miei figli.» I veri o supposti discendenti di Maometto e d'Alì, tanto principi che dottori, nobili, mercadanti, mendichi, sono onorati co' titoli di Sheiks, di Sheriffi o d'Emiri. Nell'impero Ottomano si distinguono dagli altri per un turbante verde: hanno pensione dall'erario imperiale, non sono giudicati che dal loro Capo, e per quanto esser possano umiliati dalla fortuna, o dall'indole loro, sostengono sempre con fasto il titolo de' lor natali. Una famiglia di trecento persone, posterità pura e ortodossa del Califfo Hassan, s'è mantenuta senza macchia, e senza sospetto, nelle sante città della Mecca e di Medina, e con tutte le rivoluzioni di dodici secoli ha sempre avuta la custodia del tempio, e la sovranità nella patria degli avi suoi. Basterebbe la gloria o il merito di Maometto a nobilitare una razza di plebei, e il sangue sì antico de' Coreishiti vince la maestà d'assai più recente degli altri re della Terra[204].
I talenti di Maometto son degni certamente dei nostri elogi, ma troppo si sono ammirati per avventura i trionfi che ottennero. È cosa da stupir tanto, se una folla di proseliti abbiano abbracciato la dottrina, e partecipato alle passioni d'un eloquente fanatico? Dal tempo degli appostoli sino a quello della riforma, tutti gli eresiarchi impiegarono le stesse arti di seduzione con pari successo. È dunque incredibile che un privato afferrasse la spada e lo scettro, soggiogasse i suoi concittadini, e colle sue armi vittoriose fondasse una monarchia? Nelle rivoluzioni delle dinastie dell'oriente, cento usurpatori da una bassa condizione si elevarono in alto, han vinto maggiori ostacoli, fatto più vasti conquisti, posseduto più ampli imperi. Sapea Maometto predicare del pari e combattere, e queste in apparenza opposte qualità, insieme accoppiate, ne accrescevano la gloria, e contribuivano al suo trionfo. Le varie armi della forza e della persuasione, del fanatismo e del timore, continuamente operando l'une coll'altre, ruppero infine tutte le barriere davanti alla invincibile loro potenza. La sua voce chiamava gli Arabi alla libertà e alla vittoria, alla guerra e alle rapine, al godimento, in questo Mondo e nell'altro, de' piaceri più gradevoli ad essi: le privazioni che impose erano necessarie a stabilire la riputazione del Profeta, e ad esercitare l'obbedienza del popolo; e la sua dottrina troppo ragionevole[205] della unità e delle perfezioni di Dio, era la sola cosa che opporsi potesse a' suoi progressi. Non conviene fare le maraviglie che abbia introdotta, ma bensì che abbia renduta stabile la sua religione. Volsero dodici secoli, e i popoli d'una parte dell'India e dell'Affrica, e tutti i sudditi Turchi dell'impero Ottomano hanno conservata la purezza della dottrina da lui predicata a Medina e alla Mecca. Se tornassero nel Vaticano i santi appostoli Pietro e Paolo[206] forse domanderebbero il nome della Divinità che si adora in quel tempio magnifico con tante cerimonie misteriose: meno sarebbero sorpresi dal culto d'Oxford o di Ginevra, ma sarebbero sempre astretti ad imparare il catechismo della Chiesa, e a studiare i lunghi commenti pubblicati sugli scritti loro e sulle parole del lor Maestro; ma la moschea di Santa Sofia rappresenta, peraltro con più magnificenza e maggiori proporzioni, l'umile tabernacolo innalzato a Medina per mano di Maometto. Tutti i Musulmani hanno resistito ad ogni tentativo d'avvilire gli oggetti della fede e divozion loro adattandoli a' sensi e all'immaginazione dell'uomo. «Credo in un solo Dio, e Maometto è il suo appostolo:» questa è la loro semplicissima e immutabile profession di fede. Non mai degradarono[207] con alcun simulacro l'immagine intellettiva della Divinità; non mai gli onori tributati al Profeta eccedettero quelli meritati dalle umane virtù; e i precetti sempre vivi nel cuore dei suoi discepoli, hanno tenuta la gratitudine fra i confini della ragione e della religione. È bensì vero, che i Settari d'Alì hanno consacrata la memoria del loro campione, di sua moglie e de' figli: e pretendono taluni de' dottori persiani che l'Essenza divina siasi incarnata nella persona degl'Imani: ma da tutti i Sonniti si condanna come empietà questa superstizione, che finì di premunire il popolo dal culto de' Santi e de' Martiri. Le quistioni metafisiche su gli attributi di Dio, e su la libertà dell'uomo, furono dibattute nelle scuole de' Musulmani come in quelle de' Cristiani; ma presso i primi non accesero giammai le passioni della moltitudine, nè mai turbarono la quiete dello Stato. Forse nella separazione, o nell'unione, degli uffici sacerdotali e de' regii conviene cercare la cagione di questa notabile differenza. Era interesse de' Califfi, successori del Profeta e comandanti de' fedeli, reprimere e disanimare ogni novità religiosa: l'Ordine del clero, e la sua ambizione temporale o spirituale, son cose affatto sconosciute pe' Musulmani, e i sapienti della legge sono le guide della lor coscienza e gli oracoli della fede. Dal mare Atlantico al Gange, il Corano è tenuto pel codice fondamentale, non solo di teologia, ma di giurisprudenza civile e criminale, e l'infallibile ed immutabile sanzione della volontà di Dio mantiene le leggi regolatrici delle azioni e della proprietà degli uomini. Questa servitù religiosa ha qualche svantaggio in pratica: bene spesso l'ignorante legislatore de' Musulmani fu traviato da' pregiudizi propri e da quelli del suo paese, e le istituzioni fatte pel deserto dell'Arabia, ponno mal convenire, in molti casi, alla ricchezza e alla popolazione d'Ispahan e di Costantinopoli. Allora il Cadì si pone rispettosamente il libro sacro sul capo, e lo interpreta nella maniera più conforme alle massime dell'equità, ed ai costumi o alla politica del tempo.
Quando per fine si tratta d'esaminare quanto abbia fatto la dottrina di Maometto a danno, o a pro della sua patria, e i Cristiani e gli Ebrei più violenti, o più superstiziosi, concederanno sicuramente, che se quel Profeta attribuissi una falsa missione, nol fece che per introdurre una dottrina salutare; e solamente meno perfetta della loro. Piamente pose per cardine della sua religione la verità e la santità delle rivelazioni di Mosè e di Gesù Cristo, le virtù loro, i lor miracoli. Disparvero gl'idoli dell'Arabia in faccia al trono di Dio; fu espiato il sangue delle vittime umane coll'orazione, col digiuno, colla elemosina, lodevoli o per lo meno innocenti artificii della divozione, e Maometto dipinse i premii e le pene dell'altra vita sotto le immagini più adatte all'intelligenza d'un popolo ignorante e carnale. Era forse inetto a dettare un sistema sminuzzato di morale e di politica che acconcio fosse pe' suoi compatriotti; ma insinuava ne' fedeli uno spirito di carità e d'amore; raccomandava la pratica delle virtù sociali, e colle leggi, come co' precetti, reprimeva l'ardore della vendetta, e ostava alla oppressione degli orfani e delle vedove. La fede e l'obbedienza ricongiunsero le tribù disunite, e il valore, vanamente gittato sino a quel tempo in litigi domestici, energicamente si volse contro un estero nemico. Se meno forte fosse stato l'impulso, libera nell'interno l'Arabia, e formidabile al di fuori avrebbe potuto fiorire sotto una lunga serie di sovrani nativi del suo paese. Colla dilatazione e colla rapidità de' conquisti venne a perdere la sua sovranità; disperse furono in oriente e in occidente le sue colonie, e si mischiò il sangue degli Arabi con quello de' loro proseliti o de' prigionieri. Dopo il regno de' tre primi Califfi, fu trasportato il trono da Medina alla valle di Damasco e su le sponde del Tigri: da un'empia guerra violate furono le due città sante; si curvò l'Arabia sotto il giogo d'un suddito, forse d'uno straniero; e i Beduini del deserto, rinvenuti dalle speranze chimeriche da cui erano affascinati di dominare al di fuori, si restrinsero all'antica e solitaria loro independenza[208].
CAPITOLO LI.
Conquisto della Persia, della Siria, dell'Egitto, dell'Affrica e della Spagna, fatto dagli Arabi o Saraceni. Impero de' Califfi o successori di Maometto. Situazione de' Cristiani sotto quel governo.
A. D. 632
La rivoluzione dell'Arabia non avea cangiata l'indole dagli Arabi; la morte di Maometto fu segnale d'independenza, e sin dalle fondamenta crollò l'edifizio ancora mal fermo del suo potere e della sua religione. Solo un drappello fedele e poco numeroso, formato da' suoi primi discepoli, ne aveva intesa la voce eloquente, e divise con lui le angustie; con lui erano scampati dalla persecuzion della Mecca, o raccolti i fuggiaschi entro le mura di Medina. Que' milioni di uomini, che poi salutarono Maometto per loro Profeta e re, erano stati domati dalle sue armi, o sedotti dai suoi trionfi. L'idea semplicissima d'un solo Dio inaccessibile a' sensi, difficilmente entrava nel capo dei politeisti, e que' Cristiani o Giudei che s'erano dati all'Islamismo sdegnavano il giogo d'un legislatore mortale già lor contemporaneo. Le abitudini di fede e di ubbidienza non erano ben radicate, e fra i nuovi convertiti buon numero si dolea d'aver posposta la veneranda antichità della legge di Mosè, i riti e misteri della Chiesa cattolica, o gl'idoli, i sagrifici e le feste piacevoli del paganesimo professato dagli antenati. Non ancora un sistema d'unione e di subordinazione aveva acquetato il tumulto degli interessi e le liti ereditarie delle tribù Arabe; i Barbari non potevano sottomettersi alle leggi, anche più dolci e salutari, quando comprimevano le passioni loro o ne violavano i costumi. S'erano essi acconciati con repugnanza ai comandamenti religiosi del Corano, all'astinenza totale dal vino, al digiuno del Ramadan, e alle cinque orazioni quotidiane; e sotto altro nome non ravvisavano, nelle elemosine e nelle decime che si esigevano per l'erario di Medina, altro che un tributo perpetuo e ignominioso. L'esempio di Maometto avea destato uno spirito di fanatismo, e d'impostura, e lui vivente aveano molti de' suoi rivali osato imitarne il costume e affrontarne l'autorità. Il primo Califfo, co' suoi fuorusciti ed ausiliari, si vide ristretto alle città della Mecca, di Medina e di Tayef, e sembra che i Coreishiti avrebbero rimessi gl'idoli della Caaba, s'egli non ne avesse affrenata la leggerezza con questo rimbrotto: «Uomini della Mecca, diss'egli, sarete voi stati gli ultimi ad abbracciare l'Islamismo, e i primi ad abbandonarlo?» Dopo aver esortati i Musulmani a confidare nell'aiuto di Dio e del suo appostolo, risolvette Abubeker di prevenire con un vigoroso assalto la congiunzion de' ribelli. Ritirò le mogli e i figli nelle caverne e ne' monti: sotto undici bandiere marciarono i suoi guerrieri, sparsero il terrore delle lor armi per ogni dove, e da questa comparsa di nerbo militare ravvivò e rassodò la fedeltà de' credenti. Le tribù incostanti si sottomisero con umile pentimento all'orazione, al digiuno, all'elemosina, e dopo qualche buon esito, e qualche esempio di severità, i più arditi appostati si prostrarono davanti la spada del Signore e quella di Caled. Nella fertile provincia di Yemanah[209], tra il mar Rosso e il golfo Persico, in una città inferiore a Medina, un Capo possente, di nome Moseilama, s'era vantato Profeta, e la tribù d'Hanifa aveva ascoltato le sue prediche. Queste attirarono presso lui una profetessa: non si degnarono que' due favoriti del cielo d'osservare la decenza delle parole e delle azioni, e passarono più giorni in un commercio mistico ed amoroso[210]. Una sentenza oscura del Corano di Moseilama è giunta sino a noi[211], e nell'orgoglio inspiratogli dalla sua missione, degnò proporre a Maometto la divisione della Terra. Questi gli rispose con dispregio; ma i rapidi avanzamenti di Moseilama diedero grande apprensione al successor dell'appostolo. Quarantamila Musulmani raccolti sotto il vessillo di Caled esposero la loro religione alla sorte d'una battaglia decisiva. In un primo fatto d'armi furono respinti colla perdita di mille e dugento uomini; ma mercè dell'abilità e perseveranza del lor generale finirono col vincere, vendicarono la prima sconfitta col sangue di diecimila infedeli, e uno schiavo Etiope trafisse Moseilama colla chiaverina che ferì mortalmente lo zio di Maometto. Non andò guari che il vigore e la disciplina della monarchia nascente conculcarono i ribelli dell'Arabia, privi di Capi, o d'una causa comune che raccozzar li potesse, e così tutta la nazione s'attaccò di bel nuovo, e più saldamente che mai, alla religione del Corano. Prestamente dall'ambizione de' Califfi fu aperto il campo da esercitare il turbolento valore de' Saraceni; tutto il grosso delle milizie maomettane si raunò in una guerra santa, i cui successi ed ostacoli ne crebbero del pari l'entusiasmo e il coraggio.
Vedendo i rapidi conquisti de' Saraceni, s'inclina a credere che i primi Califfi comandarono personalmente gli eserciti de' fedeli, e cercarono nelle prime file la corona del martirio. Abubeker[212], Omar[213] e Othmano[214] dimostrato avevano in fatti un gran coraggio nel tempo della persecuzione e delle guerre del Profeta, e dalla sicurezza che avevano essi d'ottenere il paradiso avranno imparato a non curare i piaceri, e i pericoli di questo Mondo. Ma erano vecchi, o avanzati in età, quando ascesero il trono, e s'avvisarono che le cure interne della religione e della giustizia fossero i primi doveri d'un sovrano. Trattone l'assedio di Gerusalemme, fatto in persona da Omar, i lor più lunghi viaggi furono le frequenti peregrinazioni che facevano da Medina alla Mecca. Le notizie di vittoria li trovavano a pregare, o a predicare tranquillamente dinanzi alla tomba del Profeta. L'austerità e frugalità della vita erano effetto sia di virtù, sia d'abitudine, e la lor orgogliosa semplicità insultava la vana magnificenza de' re della Terra. Quando Abubeker cominciò ad esercitare la carica di Califfo, ingiunse ad Ayesha sua figlia di fare un inventario esatto del suo patrimonio, acciocchè si vedesse se diverrebbe ricco o povero al servigio dello Stato. Credè di poter chiedere per suo stipendio tre pezze d'oro, e il conveniente mantenimento d'un cammello e d'uno schiavo nero. Nel venerdì d'ogni settimana soleva distribuire quanto gli rimaneva d'averi propri, e del danaro pubblico, primamente a' Musulmani più virtuosi, poscia a' più indigenti. Alla sua morte, un vestito grossolano e cinque pezze d'oro componevano tutta la sua ricchezza: furono rimesse al suo successore che fu tanto modesto da dire sospirando, lui disperare di assomigliarsi mai ad un modello sì mirabile. Nondimeno non furono minori delle virtù d'Abubeker l'astinenza e l'umiltà d'Omar: cibavasi di pane d'orzo e di datteri, non beveva che acqua, predicava vestito d'un abito forato in dodici luoghi; e un satrapo di Persia, che venne a fare omaggio al vincitore, lo trovò addormentato fra i mendichi su i gradini della moschea di Medina. L'economia è la fonte della liberalità, e l'aumento delle rendite permise ad Omar di fondare premii durevoli per li servigi passati e presenti. Senza curarsi del suo personale mantenimento, assegnò ad Abbas, zio del Profeta, un'entrata di venticinquemila dramme o pezze d'argento; fu la maggiore di tutte; se ne promisero cinquemila ogni anno a ciascheduno de' vecchi guerrieri ch'erano stati alla battaglia di Beder, e l'ultimo compagno di Maometto fu ricompensato con un trattamento annuo di tremila dramme. Mille ne decretò a' veterani che aveano combattuto contro i Greci e i Persiani nella prima battaglia, e regolò gli altri soldi in ragion decrescente sino a cinquanta pezze, secondo il merito e l'anzianità dei soldati. Sotto il regno di lui e del suo predecessore, i vincitori dell'oriente si manifestarono zelanti servi di Dio e della nazione: erano consacrati i danari pubblici alle spese della pace e della guerra. Saggiamente accoppiate, la giustizia e la generosità serbarono la disciplina de' Saraceni, e, per una sorte assai rara, collegarono la speditezza e l'energia alle massime d'eguaglianza e di frugalità d'un governo repubblicano. Il coraggio eroico d'Alì[215], la saviezza specchiata di Moawiyah[216], accesero l'emulazione ne' sudditi, e i saggi, che s'erano istruiti nelle discordie civili, furono più profittevolmente impiegati a propagare la fede e l'impero del Profeta. Ma ben tosto datisi all'inerzia e alle vanità della reggia di Damasco, i principi della casa d'Ommiyah parvero ad un tempo scemi de' talenti politici, e delle virtù esemplari[217]. Nondimeno si recavano di continuo al piè del loro trono le spoglie di nazioni ad essi sconosciute, e debbe attribuirsi l'incremento costante della potenza degli Arabi piuttosto al coraggio della nazione, che al merito de' suoi Capi. Certamente convien valutare per molto ne' trionfi loro la debolezza de' nemici. Era nato per avventura Maometto ne' giorni in cui estremo era il digradamento e la confusione fra i Persiani, i Romani, e i Barbari dell'Europa. L'impero di Traiano, o quello pure di Costantino o di Carlomagno, avrebbe respinto que' Saraceni seminudi, e il torrente del fanatismo si sarebbe disperso e dileguato nelle arene deserte dell'Arabia.
Al tempo delle vittorie della repubblica Romana, avea sempre avuto cura il senato di unire in una sola guerra tutte le sue forze e i suoi artificii politici, e di abbattere totalmente il primo nemico prima di provocare un secondo. Fosse magnanimità o entusiasmo, sdegnarono i Califfi arabi queste massime timorose: con ugual vigore, e con pari fortuna invasero i demani de' successori d'Augusto, non che quelli de' successori d'Artaserse, e le due monarchie rivali divennero in un punto stesso la preda d'un nemico, che da tanto tempo solevano dispregiare. In tutti i dieci anni del regno d'Omar sottomisero i Saraceni trentaseimila città o castella: demolirono quattromila chiese o templi di miscredenti, ed alzarono mille e quattrocento moschee per l'esercizio del culto di Maometto. Un secolo dopo la sua fuga dalla Mecca, i suoi successori davano la legge dalle frontiere dell'India all'oceano Atlantico; 1. alla Persia, 2. alla Sorìa, 3. all'Egitto, 4. all'Affrica, 5. alla Spagna. Io m'atterrò a questa partizion generale nel racconto di tanti memorandi conquisti: narrerò brevemente quelli che si riferiscono alle contrade più remote, e meno ragguardevoli dell'oriente: sarò più prolisso per quelle che erano porzioni dell'impero Romano. Ma per ottenere qualche scusa all'imperfezione di questa parte della mia Opera, deggio a buon dritto lagnarmi della cecità, e della insufficienza delle guide, a cui sono stato ridotto. I Greci, tanto verbosi nella controversia, pochissima cura posero nel celebrare i trionfi de' lor nemici[218]. Il primo secolo dell'Islamismo fu epoca d'ignoranza, e allora quando sulla fine di quel secolo furono scritti i primi annali de' Musulmani, non si fece in gran parte che seguire la tradizione[219]. Fra le tante opere della letteratura Araba e della Persiana[220], i nostri interpreti scelsero gli abbozzi imperfetti che riguardavano un periodo più moderno[221]. Gli Asiatici sono ignari dell'arte e dello spirito della Storia[222]; ignorano le leggi della critica: quelle tra le lor opere che ebbero maggior fama, manchevoli d'ogni filosofia e del menomo sentimento di libertà, ponno compararsi alle cronache pubblicate a que' giorni da' Monaci. La Biblioteca Orientale, di cui andiam debitori ad un Francese[223], istruirebbe il più dotto Muftì dell'oriente, e forse gli Arabi non troverebbero in un solo de' loro storici un racconto delle glorie patrie più chiaro ed esteso di quello, che siamo per esporre.