V. Continuando i Goti la lor conquista dal settentrione al mezzodì, e i Saracini dal mezzodì al settentrione vennero a scontrarsi sui confini dell'Europa e dell'Affrica. Credean gli ultimi d'aver ragione di detestare ed assalire un popolo che non avea la lor religione[378]. Sin dal tempo che regnava Othmano[379], aveano i lor pirati devastata la costa di Andalusia[380], e sempre si risovvenivano dei Goti che avean soccorsa Cartagine. I re di Spagna allora, come adesso, possedean la Fortezza di Ceuta, una delle colonne d'Ercole, separata da uno stretto angusto dall'altra colonna che è la punta d'Europa. Rimaneva ancora agli Arabi da conquistare il piccolo Cantone della Mauritania, ma Musa, che altero della vittoria avea investito Ceuta, fu respinto dalla vigilanza e dal coraggio del conte Giuliano generale dei Goti. Si riebbe ben presto da questa disgrazia, e fu tratto d'impaccio da un messaggio inaspettato del duce cristiano, che offeriva ai successori di Maometto la sua persona, la sua spada, e la piazza che comandava, chiedendo il vergognoso onore di introdurre gli Arabi nel cuor della Spagna[381]. Se si cerca il motivo del tradimento, gli storici Spagnuoli ripetono, giusta una novella popolare, che la sua figlia Cava[382] era stata sedotta o violata dal suo sovrano, e che quel padre sacrificò alla vendetta la sua religione e la patria. Soventi volte apparvero sregolate e funeste le passioni dei principi; ma questa sì nota favoletta, romanzesca per sè medesima, non s'appoggia che a deboli prove, e può bene l'istoria di Spagna offrire motivi d'interesse e di prudenza più atti a far impressione sullo spirito d'un politico veterano[383]. Dopo la morte o la deposizione di Witiza, i suoi due figli erano stati soppiantati dall'ambizione di Rodrigo signore Goto di nobile lignaggio, il cui padre, duca o governatore d'una provincia, era stato la vittima della tirannia del regno precedente. La monarchia era sempre elettiva: ma i figli di Witiza educati sui gradini del trono, non poteano tollerare la condizion di privati a cui erano ridotti. Il loro risentimento palliato dalla dissimulazione delle Corti diveniva più pericoloso. Erano stimolati i lor partigiani dalla ricordanza dei favori un tempo ricevuti, e dalla speranza che potevano avere in una rivoluzione; ed il loro zio Oppas, arcivescovo di Toledo e di Siviglia, era il primo personaggio della chiesa, e il secondo dello Stato. È verosimile che Giuliano fosse avvolto nella disgrazia di questa sventurata fazione; che avesse molto a temere e poco a sperare dal nuovo regno, e che l'imprudente Rodrigo non potesse in trono dimenticare, nè perdonare gli oltraggi dalla sua famiglia sostenuti. Il merito e l'autorità di Giuliano lo rendeano un soggetto utile, ma formidabile; avea grandi poderi, partigiani arditi e numerosi, e per mala sorte ha dato a divedere anche troppo che, padrone dell'Andalusia e della Mauritania, teneva in mano le chiavi della monarchia di Spagna. Troppo debole siccome egli era a romper guerra contro il sovrano, cercò l'aiuto di estera Potenza, e invitando stoltamente i Mori e gli Arabi originò le calamità d'otto secoli: gli ragguagliò per lettere o in un abboccamento della ricchezza, non che della poca forza del suo paese, della debolezza d'un principe poco amato dal popolo, e dello stato di degradamento in cui era caduta quella effeminata nazione. Non erano più i Goti quei Barbari vittoriosi che aveano umiliata la superbia di Roma, spogliata la regina delle nazioni, e trionfato dal Danubio al mare Atlantico: segregati pei Pirenei dal rimanente del Mondo, s'erano addormentati i successori d'Alarico nella quiete d'una lunga pace. Le mura delle città cadevano in brani, i giovani cittadini aveano lasciato l'esercizio delle armi, e sempre alteri dell'antica fama doveano nella loro presunzione essere colla prima guerra perduti. L'ambizioso Saracino fu spronato a quel conquisto dalla facilità e dall'importanza che vedea di farlo; ma non vi si accinse che dopo aver consultato il Califfo. Un corriere da lui spedito a Walid ne recò una lettera che permetteva di aggregare i reami ignoti dell'occidente alla religione, ed al trono dei Califfi. Musa intanto manteneva segretamente e cautamente in Tanger il suo carteggio con Giuliano, e sollecitava gli apparecchi; ma per liberare i congiurati da ogni rimorso gli andava assicurando, che si terrebbe contento alla gloria o al bottino di quella impresa, nè mai avvisarebbe di stanziare gli Arabi al di là del mare che separa l'Affrica dall'Europa[384].
A. D. 710
Prima di affidare un esercito di fedeli ai traditori e agli infedeli d'una terra estrania, volle Musa fare della lor forza e veracità una prova di poco rischio. Cento Arabi, e quattrocento Affricani tragittarono su quattro navi da Tanger a Ceuta; il nome di Tarik, lor Capo, indica tuttavia il sito ove sbarcarono, e la data di questo memorando avvenimento[385] è fissata nel mese di ramadan del novantunesimo anno dell'Egira, ossia nel mese di luglio, 748, se si conteggia come gli Spagnuoli dall'Era di Cesare[386] in poi, o finalmente settecento dieci anni dopo la nascita di Cristo. Partendo da questo primo porto fecero diciotto miglia, sopra un terreno sparso di colline, prima di giugnere al castello e alla città di Giuliano[387], a cui l'aspetto verdeggiante d'un promontorio che s'avanza in mare diede il nome di isola Verde, ed è anche conosciuta sotto nome di Algeziras. La grande ospitalità con che furono accolti, il numero de' cristiani che ad essi si congiunse, le scorrerie che fecero in una provincia ubertosa e mal custodita, la ricchezza del bottino e la sicurezza loro nel ritorno, furono considerati dai loro concittadini come i più favorevoli presagi di sicura vittoria. Sin dai primi giorni della primavera vegnente s'imbarcarono cinquemila veterani e volontari sotto gli ordini di Tarik, bravo ed intrepido guerriero che superò le speranze del suo capitano. Il troppo fedele Giuliano avea fornito navi di trasporto. Approdarono i Saracini alla punta di Europa[388]. Nel nome corrotto di Gibraltar, ovvero di Gibilterra, si scontra tuttavia la prima denominazione di Gebel al Tarik, montagna di Tarik, e le trincere del campo degli Arabi sono state il primo sbozzo di quelle fortificazioni che, difese dagli Inglesi, hanno ultimamente resistito all'arte e alla potenza della Casa di Borbone. Dai governatori dei Cantoni vicini fu ragguagliata la Corte di Toledo dello sbarco e dell'avvicinamento degli Arabi; e la disfatta di Edeco un dei generali di Rodrigo, che aveva avuto ordine di prendere e d'incatenare que' presuntuosi forestieri, avvertì questo principe del gran pericolo che correva. Per suo comando furono raunati i duchi e i conti, i vescovi e i nobili del reame tutti seguìti dai loro vassalli, e colla uniformità di linguaggio, di religione e di costumi, allora dominante fra le varie nazioni soggette alla monarchia Spagnuola, si può spiegare quel titolo di re dei Romani dato da un istorico Arabo a Rodrigo. Le forze di questo re ascendevano a novanta o a centomila uomini, esercito ben formidabile pel numero, se del pari lo fosse stato per la fedeltà e la disciplina. Quello di Tarik, cresciuto di nuovi rinforzi, era composto di dodicimila Saracini; ma il credito di Giuliano vi trasse da ogni parte i cristiani malcontenti, e gran numero d'Affricani fu sollecito di partecipare ai piaceri temporali che loro offriva il Corano. La battaglia che decise la sorte di questo regno fu data nei contorni di Cadice, presso la città di Xeres, fatta celebre da questo avvenimento[389]; la piccola riviera di Guadaleta che va a cadere nella baia, separava i due campi, e a conquistare o a perdere il possesso delle due rive di questa si limitarono i vantaggi e i disastri di tre giornate consecutive spese in sanguinose scaramucce; ma nel quarto giorno vennero i duo eserciti a una battaglia fiera o decisiva. Avrebbe Alarico avuto vergogna, mirando il suo indegno successore ornato il capo di un diadema di perle, avvolto in una lunga veste ricamata d'oro e di seta, coricato mollemente sopra una lettiga o sopra un cocchio d'avorio tirato da due muli bianchi. Malgrado del loro valore furono oppressi i Saracini dal numero, e sedicimila di loro copersero dei propri cadaveri il terreno. «Fratelli miei, disse Tarik alle schiere che gli rimanevano, il nemico ci sta a fronte, di dietro il mare. Dove potreste voi ritirarvi? Seguite il vostro generale: ho giurato di morire o di calcare sotto i miei piedi il re de' Romani». Egli aveva pure altri soccorsi oltre l'intrepidezza del suo disperato coraggio; assai sperava nel carteggio segreto e nei notturni abboccamenti che aveva il Conte Giuliano co' figli e col fratello di Witiza. I due principi e l'arcivescovo di Toledo stavano nel posto più importante: seppero essi scegliere a tempo il momento di disertare; si trovarono sbaragliate le file dei cristiani; lo spavento e il sospetto s'erano impadroniti di tutti gli animi, e ciascheduno più non pensò che alla personal sicurezza; gli avanzi dell'esercito dei Goti, perseguitati dai vincitori per tre giorni, furono totalmente distrutti o dispersi. In mezzo alla confusion generale si slanciò Rodrigo dal cocchio, e saltò sul suo cavallo Orelia, il più veloce dei suoi corridori; ma non campò da quella morte che più conviene a un soldato, se non per perire meno gloriosamente nelle acque del Beti, o del Guadalquivir. Fu trovato sulla riva il suo diadema, la sua veste e il cavallo; ma poichè era scomparso il suo corpo nelle onde, probabilmente la testa che il Califfo ricevè per la sua, e che fece esporre con grande fasto davanti il palagio di Damasco, era quella di qualche vittima più oscura. «Tale è, dice un valente storico degli Arabi, la sorte dei re che stanno lontani del campo di battaglia[390].»
A. D. 711
Erasi tanto ingolfato il conte Giuliano nei delitti e nell'infamia, che più non ponea speranza in altro che nella total ruina della patria. Dopo la battaglia di Xeres, consigliò al generai Saracino le operazioni che terminar dovevano nel più sicuro modo il conquisto. «Il re dei Goti è perito, gli disse, i principi sono in fuga, l'esercito sconfitto, sbigottita la nazione: spedite distaccamenti ad assicurarsi delle città della Betica; ma quanto a voi, marciate in persona e senza indugio alla città reale di Toledo, e non lasciate ai cristiani già scompigliati il tempo o la quiete necessaria ad eleggere un nuovo monarca.» Tarik seguì questo parere. Un prigioniero Romano che abbracciato avea l'Islamismo, e che era stato liberato dal Califfo medesimo, andò ad assalire Cordova con settecento cavalieri, guadò il fiume a nuoto e sorprese la città; i cristiani rifuggiti entro una chiesa si difesero più di tre mesi. Da un altro distaccamento fu sottomessa la costa meridionale della Betica, la quale, negli ultimi giorni della potenza dei Mori, formava il piccolo ma popoloso reame di Granata. Tarik dal Beti si trasferì verso il Tago[391]; attraversando la Sierra Morena, che separa l'Andalusia dalla Castiglia, comparve rapidamente sotto le mura di Toledo[392]. I più zelanti cattolici se n'erano fuggiti con le reliquie dei Santi, e se furon chiuse le porte lo furono solamente sino a tanto che non ebbe il vincitore sottoscritta una capitolazione onesta e ragionevole. Concedette egli agli abitanti libertà di andarsene colle robe loro; permise ai cristiani sette chiese; lasciò che l'arcivescovo e il clero esercitassero le loro funzioni religiose, e che i monaci seguitassero o infrangessero la loro Regola, e in tutti gli affari civili e criminali rimasero sommessi i Goti e i Romani alle leggi e ai magistrati propri. Ma se i cristiani furono protetti dalla giustizia di Tarik, fu egli indotto dalla gratitudine e dalla politica a premiare i Giudei, i quali e in segreto e pubblicamente aveano giovato i suoi più rilevanti trionfi. Questa nazione perseguitata dai re e dai Concilii di Spagna, che le avevano fatta più volte l'alternativa dell'esiglio o del battesimo, ributtata dal grembo della società, avea colto allora il destro opportuno per vendicarsi. La memoria dell'anterior sua condizione paragonata alla presente era un pegno sicuro della sua fedeltà; e di fatto si mantenne l'alleanza de' discepoli di Mosè e di quelli di Maometto sin al tempo che gli uni e gli altri furono dalla Spagna cacciati. Da Toledo avanzò il Capo degli Arabi le sue conquiste verso il nort, e assoggettò i distretti che di poi hanno costituito i regni di Castiglia e di Leone. Ma vano sarebbe annoverare ad una ad una le città che si arresero quando loro si avvicinò, o descrivere di nuovo quella tavola di smeraldo[393] che portarono i Romani dall'oriente in Italia, e che fra le spoglie di Roma passò nelle mani dei Goti, e fu da Tarik spedita al piè del trono di Damasco. La città marittima di Gijon fu, al di là dei monti delle Asturie, il termine delle imprese del luogotenente di Musa[394], il quale con la celerità di un viaggiatore avea corso le settecento miglia che separano la roccia di Gibilterra dalla baia di Biscaglia. La barriera dell'oceano l'obbligò a ritornarsene addietro, e ben presto fu richiamato a Toledo per giustificarsi della presunzione che egli aveva avuta di soggiogare un regno, mentre il suo generale era assente. La Spagna allora più selvaggia, e che meno regolarmente difesa avea per due secoli resistito alle armi Romane, fu vinta in pochi mesi dai Saracini, e tanta era la premura dei popoli di sottomettersi e di trattar col nemico, che si cita il governatore di Cordova come l'unico capitano, che senza venire a patti sia divenuto suo prigioniero. Dalla battaglia di Xeres fu irrevocabilmente decisa la sorte dei Goti, e nel generale spavento ogni parte della monarchia credette necessario evitare una lotta, ove aveano dovuto soccombere le forze di tutta la nazione congiunte insieme[395]. Vennero poi la carestia e la peste, una dopo l'altra, a terminare la desolazione di quel paese, ed i governatori ansiosi di arrendersi, poterono per avventura esagerare le difficoltà che incontravano a radunare le provvisioni necessarie per sostenere un assedio. Contribuirono pure i terrori della superstizione a disarmare i cristiani: l'astuto Arabo seppe accreditare voci di sogni, di presagi, di profezie in favore della sua causa, come quella d'avere scoperto in un appartamento del palagio i ritratti dei guerrieri destinati a conquistare la Spagna. Pure viveva ancora una scintilla che doveva rianimare la monarchia Spagnuola; una folla di invitti fuggiaschi preferì una vita miserabile, ma libera, nelle vallate dell'Asturia, e i robusti montanari respinsero gli schiavi del Califfo, e quindi la spada di Pelagio si trasformò nello scettro dei re cattolici[396].
A. D. 712-713
Alla notizia di questi rapidi trionfi la soddisfazione di Musa degenerò in invidia temendo, senza palesarlo, che Tarik non gli lasciasse più luogo a conquisti. Partissi dalla Mauritania con diecimila Arabi e ottomila Affricani per andare in Ispagna, e sotto le sue bandiere militavano i più nobili dei Coreishiti. Al suo figlio maggiore lasciò il governo dell'Affrica, e condusse con sè i tre più giovani i quali, per l'età ed il valore, si mostravano atti a secondare le imprese più coraggiose del padre. Approdò egli ad Algeziraz, dove fu rispettosamente accolto dal conte Giuliano, il quale soffocando i rimorsi della coscienza testificò, in parole ed in fatti, che la vittoria degli Arabi non avea punto nè poco scemata l'affezione sua per la lor causa. Nondimeno rimanevano a Musa alcuni nemici da sottomettere. I Goti, nel tardo lor pentimento, paragonavano il loro numero a quel dei vincitori: le città trascurate da Tarik si credevano imprendibili, e da intrepidi patriotti erano difese le fortificazioni di Siviglia e di Merida. Dal Beti marciò Musa all'Anas, ossia dal Guadalquivir alla Guadiana, ne assediò le città, e le sottomise successivamente. Quando scorse le opere della romana magnificenza, il ponte, gli acquidotti, gli archi trionfali e il teatro dell'antica metropoli della Lusitania, disse egli a quattro uffiziali del suo seguito: «Si direbbe che la razza umana abbia unito tutta l'arte e tutte le forze che aveva per fondare questa città: fortunato colui che potrà divenirne padrone!» A tanta ventura egli aspirava in fatti; ma gli abitanti di Merida sostennero in questa occasione l'onore che avevano di discendere dai bravi legionari d'Augusto[397]. Sdegnando di confinarsi entro le mura, uscirono ad assalire gli Arabi nel piano; ma furono puniti di tanta imprudenza da un distaccamento nemico che postosi in agguato, nel fondo d'una cava o in mezzo a muricci, precluse loro la ritirata. Allora Musa fece condurre all'assalto le torri di legno che usavansi negli assedi: la difesa della piazza fu lunga ed ostinata, ed il Castello dei Martiri sarà per le generazioni future una perpetua testimonianza della rotta dei Musulmani. Finalmente la costanza degli assediati fu vinta alla lunga dalla fame e dalla disperazione, e il vincitore prudente attribuì nella capitolazione alla stima e alla clemenza ciò che fu ridotto a concedere per l'ansietà di godere della vittoria. Fu lasciata agli abitanti la scelta fra l'esiglio o il tributo: le due religioni si divisero fra loro le chiese, e furono confiscati a profitto dei Musulmani gli averi di coloro che perirono nell'assedio, o che ripararono nella Galizia. Venne Tarik su Merida e Toledo a salutare Musa, e lo condusse al palazzo dei re Goti. Il loro primo abboccamento fu freddo e cerimonioso: volle il Luogo-tenente del Califfo un conto esatto dei tesori della Spagna, ed ebbe Tarik occasione di vedere che esposta era la sua riputazione ai sospetti ed all'infamia. Quest'eroe fu imprigionato, insultato e ignominiosamente frustato per mano, o almeno, per ordine di Musa. I primi Musulmani per altro osservavano una sì stretta disciplina, ed avevano uno zelo sì puro e uno spirito sì docile, che dopo questo pubblico oltraggio non vi fu difficoltà di commettere a Tarik l'onorevole impresa di ridurre a sommessione la provincia di Tarragona. Dalla liberalità dei Coreishiti fu eretta in Saragossa una moschea; il porto di Barcellona riaperto ai vascelli della Sorìa; e gli Arabi perseguitarono i Goti al di là dei Pirenei nella provincia di Settimania (la Linguadoca) di cui erano quelli in possesso[398]. Trovò Musa in Carcassona sette statue equestri di argento massiccio, che stavano nella Chiesa di Santa Maria, e non è credibile che ve le abbia lasciate. Da Narbona, ove pose un termine ossia una colonna, se ne tornò sulle coste della Galizia e della Lusitania. In sua assenza, Abdelaziz, uno dei suoi figli, ebbe a punire gli insorgenti di Siviglia, e da Malaga sino a Valenza soggiogò le sponde del Mediterraneo. Il trattato ch'egli fece col saggio e prode Teodemiro, e che ci è rimasto in originale[399], darà a conoscere i costumi e la politica di quel tempo. «Articoli di pace convenuti e giurati tra Abdelaziz, figlio di Musa, figlio di Nassir, e Teodemiro, principe dei Goti. Nel nome del misericordioso Iddio, Abdelaziz concede la pace alle seguenti condizioni: non sarà turbato Teodomiro nel suo principato; non si recherà ingiuria alla vita, nè alle proprietà, nè alle donne, nè ai fanciulli, nè alla religione, nè ai templi dei cristiani; Teodemiro consegnerà spontaneamente le sue sette città di Orihuela, Valentola, Alicante, Mola Vacasora, Bigerra (oggi Bejar), Ora (ossia Opta) e Lorca; non soccorrerà, nè riceverà i nemici del Califfo, ma comunicherà fedelmente quanto egli per avventura scoprisse dei loro disegni ostili; pagherà annualmente, come pure ogni Goto di famiglia nobile, una pezza d'oro, quattro misure di biada, altrettanto d'orzo, e una certa quantità di mele, d'olio e d'aceto: l'imposizione di ciascuno dei loro vassalli sarà la metà di questa tassa. Segnato il quattro di Regeb, l'anno dell'Egira 94, e sottoscritto da quattro testimoni Musulmani[400]». Tanto Teodemiro che i suoi sudditi furono trattati con singolare dolcezza; ma pare che la rata del tributo variasse dal decimo al quinto, a seconda della docilità od ostinazione dei cristiani[401]. In questa rivoluzione ebbero essi molto a soffrire dalle passioni naturali e religiose degli Arabi, i quali profanarono varie chiese, e qualche volta presero per idoli le reliquie e le immagini. Alcuni ribelli furono passati a filo di spada, ed una città situata fra Cordova e Siviglia, della quale non conosciamo il nome, fu rasa sino alle fondamenta. Se per altro si paragonano queste violenze con quelle commesse dai Goti, quando invasero la Spagna, o alle altre che accadero quando i re di Castiglia e d'Aragona la ripigliarono, converrà far elogio alla moderazione ed alla disciplina degli Arabi.
A. D. 714
Era Musa assai attempato, quantunque, per nascondere la sua vecchiezza, coprisse sotto una polve rossa la canizie della barba; ma il suo cuore riscaldato dall'amore di gloria sentiva tuttavia il fervore della gioventù. Non vedendo nel possesso della Spagna che il primo passo alla conquista d'Europa, dopo avere in terra ed in mare apparecchiato un poderoso armamento, si metteva in punto per varcare di nuovo i Pirenei, per battere nella Gallia e nell'Italia i regni de' Franchi e de' Lombardi, allora pendenti verso l'ultima rovina, e per predicare l'unità di Dio sull'altare del Vaticano. Di là, soggiogando i Barbari della Germania, voleva seguire il corso del Danubio, dalla sua sorgente sino al Ponto-Eusino, rovesciare l'impero di Costantinopoli, e, ripassando d'Europa in Asia, riunire le contrade, che avrebbe vinte, al governo di Antiochia ed alle province della Sorìa[402]; ma questo vasto disegno, che non era poi forse tanto difficile ad eseguirsi, doveva agli occhi delle anime volgari sembrare stravagante, e quasi una visione da conquistatore. Non andò guari che Musa fu obbligato a risovvenirsi della propria dependenza e servitù. Gli amici di Tarik avevano esposto con buon successo i suoi servigi e l'ingiuria che aveva sofferta: la Corte di Damasco biasimò il procedere di Musa, entrò in sospetto delle sue intenzioni, e la tardanza sua ad obbedire al primo ordine, che lo richiamava, ne fece venire un secondo più severo e perentorio. Fu spedito dal Califfo un intrepido messaggero al campo di Musa, a Lugo in Galizia, e quivi alla presenza dei Musulmani e dei cristiani afferrò la briglia del suo cavallo. Fosse la fedeltà di Musa, o quella delle sue milizie, non seppe egli pensare a disobbedire; ma fu mitigata la sua disgrazia dal richiamo del suo rivale, e dalla licenza ch'egli ebbe di dare i due governi che aveva a due suoi figli Abdallah e Abdelaziz. Nel suo viaggio trionfale da Ceuta a Damasco, fece pompa delle spoglie dell'Affrica e dei tesori della Spagna, ed aveva al suo seguito quattrocento Goti nobili che portavano corone e cinture d'oro. Si valutava a diciotto ed anche a trentamila il numero dei prigionieri maschi e femmine trascelto, secondo la nascita e bellezza loro, a decorare il trionfo. Giunto a Tiberiade in Palestina seppe da un corriere di Solimano, fratello di Valid ed erede presuntivo del trono, essere il Califfo infermo di pericolosa malattia, e che Solimano desiderava che Musa riservasse all'epoca del suo regno lo spettacolo dei trofei della sua vittoria. Se fosse guarito Valid, sarebbe stata colpevole la dilazione di Musa; quindi egli proseguì il suo cammino e ritrovò già sul trono un nemico. Fu esaminata la sua condotta da un giudice parziale: il suo avversario era caro al popolo, e quindi fu quegli dichiarato reo di vanità e di mala fede, e l'ammenda, a cui fu condannato, di dugentomila pezze d'oro, se non lo ridusse alla miseria divenne una prova delle suo rapine; l'indegno trattamento che aveva usato a Tarik fu punito con una ignominia somigliante, e il vecchio generale, dopo essere stato pubblicamente flagellato, stette un giorno intiero sotto la sferza del Sole davanti la porta del suo palazzo, e finì coll'ottenere un onesto esiglio col pio nome di pellegrinaggio alla Mecca. La caduta di Musa avrebbe dovuto saziare l'odio del Califfo; ma egli temeva una famiglia potente ed oltraggiata, e il suo spavento ne domandava l'estirpazione. Fu segretamente, e con prontezza, spedita la sentenza di morte in Affrica ed in Ispagna a' fedeli servi del trono, e se fu giusta, certamente furono nell'eseguirla violate le forme dell'equità. Abdelaziz morì nella moschea, o nel palazzo di Cordova sotto il ferro de' cospiratori, ed i suoi assassini gli rinfacciarono d'avere avuto pretensione agli onori di re, come pure lo scandolo del suo matrimonio con Egilona, vedova di Rodrigo, che offendeva i pregiudizi dei Cristiani non che dei Musulmani. Con un raffinamento di crudeltà fu presentata la sua testa al padre domandandogli, se conosceva le fattezze di quel ribelle: «Sì, esclamò con indignazione, conosco quel volto; sostengo che fu innocente, e invoco sul capo dei suoi assassini un egual destino, ma più giusto». Ben presto la disperazione e la vecchiaia liberarono Musa dal timore dei re; egli si morì di affanno dopo che fu giunto alla Mecca. Fu trattato meglio il suo rivale Tarik al quale furon perdonati i suoi servigi, e permesso d'entrare nel novero degli schiavi[403]. Non so se il conte Giuliano ricevesse per guiderdone la morte che aveva meritata, ma non l'ebbe per mano dei Saracini, avvegnachè sia smentito dalle testimonianze più irrefragabili ciò che si disse dell'ingratitudine loro verso i figli di Witiza. Ai due principi si restituirono i privati demanii del padre; ma alla morte del primogenito, chiamato Eba, sua figlia dallo zio Sigebut fu ingiustamente spogliata del paterno retaggio. Andò la figlia dal principe Goto a perorare la sua causa davanti al Califfo Hashem, ed ottenne la restituzione delle sue proprietà; fu data in matrimonio ad un nobile Arabo, e i suoi due figli, Isacco ed Ibrahim, furono in Ispagna accolti con quei riguardi che alla nascita e alla ricchezza loro si convenivano.