Una provincia conquistata prende facilmente le abitudini del vincitore, sia per l'introduzione degli stranieri, sia per lo spirito di imitazione che s'insinua ne' nazionali: così la Spagna, che avea veduto alternativamente mischiarsi al proprio sangue quello dei Cartaginesi, dei Romani, dei Goti, in poche generazioni venne pigliando il nome ed i costumi degli Arabi. Dietro ai primi generali ed ai venti Luogo-tenenti del Califfo, che si succedettero in quel paese, giunse pure un seguito numeroso d'ufficiali civili e militari, i quali amavan meglio menare una vita agiata in paese lontano, che vivere stentatamente in patria. Queste colonie di Musulmani portavano vantaggio all'interesse del pubblico e dei privati, e le città della Spagna rammemoravano con fasto la tribù, o il cantone dell'oriente donde traevano origine. Le vittoriose brigate di Tarik e di Musa, quantunque miste di molte nazioni, eran distinte col nome di Spagnuole il quale formava in certo modo il lor diritto di conquista; permisero nondimeno ai Musulmani dell'Egitto di stanziarsi nella Murcia e in Lisbona. La legione regia di Damasco si domiciliò in Cordova, quella di Emesa in Siviglia, quella di Kinnisrin ossia Calcide in Jaen, quella di Palestina in Algeziras e in Medina Sidonia. i guerrieri venuti dall'Yemen e dalla Persia si sperperarono intorno a Toledo e nell'interno del paese, e le fertili possessioni di Granata furono date a diecimila cavalieri[404] della Sorìa e dell'Irak, i quali erano la razza più pura e più nobile che fosse in Arabia. Queste fazioni ereditarie mantenevano uno spirito di emulazione talora utile, ma il più delle volte pericoloso. Dieci anni dopo la conquista, fu presentata al Califfo una carta della Spagini ove erano segnati i mari, i fiumi, i porti, le città, il numero degli abitanti, il clima, il suolo e le produzioni minerali[405]. Nello spazio di due secoli, l'agricoltura[406], le manifatture e il commercio d'un popolo illustre crebbero vie meglio le beneficenze della natura, e gli effetti della operosità degli Arabi furono anche abbelliti dalla oziosa loro fantasia. Il primo degli Ommiadi che regnò in Ispagna chiese in sussidio i cristiani; e col suo editto di pace e di protezione si tenne contento ad un modico tributo di diecimila oncie d'oro, di diecimila libbre d'argento, di diecimila cavalli, di altrettanti muli, di mille corazze e d'un ugual numero di elmetti e di lancie[407]. Il più possente dei suoi successori ricavò dallo stesso regno una rendita annuale di dodici milioni e quarantacinquemila denari ossia pezze d'oro, che formano circa sei milioni sterlini[408], somma che nel decimo secolo probabilmente superava la totalità delle rendite di tutti i monarchi cristiani. Risedeva il Califfo in Cordova, città che vantava seicento moschee, novecento bagni e dugentomila case; dava leggi a ottanta città di prim'ordine, a trecento del secondo e del terzo, e dodicimila villaggi ornavano le fertili sponde del Guadalquivir. Queste sicuramente sono esagerazioni degli Arabi, ma è vero però che non mai fu più ricca la Spagna, nè meglio coltivata e popolosa, come sotto il loro governo[409].

Aveva il Profeta santificate le guerre de' Musulmani; ma tra i vari precetti, e gli esempi da lui dati in vita, prescelsero i Califfi le lezioni di tolleranza più acconce a disarmare la resistenza degl'increduli. Era sempre l'Arabia il santuario ed il retaggio del Dio di Maometto, il quale poi guardava con occhio men amorevole e men geloso le altre nazioni della terra. Quindi gli adoratori del suo Dio credevano potere a buon dritto estirpare i politeisti e gl'idolatri che ignoravano il suo nome[410]; ma non andò guari tempo che vennero sagge considerazioni politiche in supplimento delle massime di giustizia, e, dopo qualche misfatto d'uno zelo intollerante, seppero i Musulmani, insignoritisi dell'India, rispettare le pagodi di quel popolo numeroso e devoto. A' discepoli di Abramo, di Mosè e di Gesù[411] fu mandato solenne invito, perchè abbracciassero il culto del Profeta, come il più perfetto, ma però, quando avessero voluto pagare piuttosto una tassa moderata, si concedea loro libertà di coscienza, e facoltà di adorare Iddio alla lor maniera[412]. Col professare l'Islamismo poteano i prigionieri, fatti sul campo di battaglia, redimersi dalla morte; le donne peraltro doveano adattarsi alla religione de' padroni, e così, per l'educazione che davasi a' figli de' prigionieri, andava a poco a poco crescendo il numero de' proseliti sinceri. Ma dalla seduzione per avventura più che dalla forza furono vinti que' milioni di neofiti dell'Affrica, i quali si dichiararono pronti a seguire la novella religione. Con un atto di poco momento, con una semplice profession di fede, in un istante il suddito o lo schiavo, il prigioniero o il delinquente diveniva uom libero, eguale e compagno de' Musulmani vittoriosi. Espiati erano tutti i suoi peccati, infranti tutti i suoi impegni anteriori: a' voti di castità sostituivansi le inclinazioni della natura; la tromba de' Saracini svegliava gli spiriti ardenti sopiti nel chiostro, e in quella generale convulsione ogni Membro d'una nuova società si collocava in quella situazione, che a' suoi talenti e al suo coraggio si conformava. Non era minore l'impressione che faceva su la moltitudine la felicità promessa da Maometto nell'altra vita, di quel che i piaceri in questa permessi; e vuol carità che si pensi, che da buon numero de' suoi proseliti si credesse lealmente alla verità e santità della sua rivelazione, la quale di fatto, ad un politeista ragionatore, potea parere degna della natura divina, non che dell'umana. Più pura del sistema di Zoroastro, più generosa della legge di Mosè[413], sembrava la religion di Maometto meno contraria alla ragione di quello che i tanti misteri e le superstizioni che, nel settimo secolo, la semplicità digradavano dell'Evangelo.

Nelle vaste regioni della Persia e dell'Affrica avea l'Islamismo sradicata la religion nazionale. Tra le Sette dell'oriente, la teologia equivoca de' Magi era la sola che tuttavia sussistesse, ma si potea di leggieri, sotto il venerando nome d'Abramo, destramente collegare alla catena della rivelazione divina gli scritti profani di Zoroastro[414]. Potevasi raffigurare il suo cattivo principio, il genio Ahriman, come il rivale o la creatura di Lucifero. Non v'era un'immagine che ornasse i templi della Persia, ma si poteva rappresentare come una goffa e cerimoniosa idolatria il culto che al Sole ed al fuoco era diretto[415]. Dalla prudenza de' Califfi, per l'esempio dato da Maometto[416], fu rivolta l'opinione all'avviso più moderato, e tanto i Magi che i Guebri furono posti co' Giudei e co' Cristiani nel novero de' popoli della legge scritta[417]; di modo che nel terzo secolo dell'Egira, la città di Herat offerse un singolare conflitto di fanatismo privato e di pubblica tolleranza[418]. Per la legge musulmana era assicurata la libertà civile e religiosa dei Guebri di Herat con patto che pagassero un tributo; ma l'umile moschea, di recente innalzata dai Musulmani, era oscurata dall'antico splendore di un tempio del Fuoco unito all'edifizio musulmano. Predicando si lagnò un fanatico Imano di questa scandalosa vicinanza, ed accagionò di debolezza o d'indifferenza i fedeli. Attizzato dalla sua voce si raunò il popolo tumultuariamente, furon date alle fiamme le moschee ed il tempio, ma sul loro suolo si cominciò subito una nuova moschea. Ricorsero i Magi al sovrano del Corasan per ottenere riparazione all'ingiuria sofferta, ed egli avea promesso giustizia e soddisfazione, quando (ciò che si stenterà a credere) quattromila cittadini di Herat, di carattere austero e d'età matura, giuravano con voce unanime che mai non aveva esistito il tempio del Fuoco. Allora non vi fu più modo per continuare l'inquisizione del fatto, e la coscienza de' Musulmani, scrive lo storico Mirchond[419], non ebbe rimorso di questo suo pio e meritorio spergiuro[420]. Il più gran numero per altro dei templi della Persia andò in rovina per la diserzione accaduta a poco a poco, ma generale, di quelli che li frequentavano. Fu la diserzione fatta a poco a poco, poichè non se ne sa nè il tempo nè il luogo, e non pare che fosse accompagnata da persecuzioni e da resistenza. Fu generale, poichè fu l'Islamismo abbracciato da tutto il regno, cominciando da Shiraz sino a Samarcanda, mentre la lingua del paese, conservata dai Musulmani di quella regione, prova la loro origine persiana[421]. Da parecchi miscredenti, dispersi nelle montagne e nei deserti, fu ostinatamente difesa la superstizione dei loro antenati, e rimane una debole tradizione della teologia dei Magi nella provincia di Kirman, sulle sponde dell'Indo, fra i persiani che stanno a Surate e nella colonia fondata presso Ispahan da Shah Abbas. Il gran pontefice si è ritirato nel monte Elbourz, diciotto leghe distante dalla città di Yezd. Il fuoco perpetuo, se continua ad ardere, è inaccessibile ai profani, ma i Guebri, che nelle fattezze uniformi e molto grossolane attestano la purezza del sangue loro, vanno in peregrinazione a visitare il domicilio di quel pontefice che è lor maestro ed oracolo. Colà ottantamila famiglie conducono una vita tranquilla e innocente sotto la giurisdizione de' vecchi, e con alcuni lavori industriosi e con le arti meccaniche provvedono alla sussistenza, non trascurando di coltivare la terra con quello zelo che, come dovere, è loro inspirato e prescritto dalla religione. Il volere dispotico di Shah Abbas, il quale pretendea con minacce e torture forzarli a consegnargli i libri di Zoroastro, fu vano contro la loro ignoranza; ed ora, sia moderazione o disprezzo, i sovrani attuali non danno più inquietudine agli oscuri Magi superstiti[422].

A. D. 749-1076

La costa settentrionale dell'Affrica è quel solo paese, ove dopo essersi ampiamente diffusa e aver dominato per lungo tempo, sia poi la luce dell'Evangelo totalmente scomparsa. Una nebbia d'ignoranza avea pure avvolto nelle tenebre stesse le scienze e le arti, colà venute da Roma e da Cartagine, nè più era oggetto di studio la dottrina di San Cipriano e di Sant'Agostino. Sotto il furore de' Donatisti, de' Vandali e de' Mori erano cadute cinquecento chiese vescovili; scemato il numero de' sacerdoti, docilmente si sottomise il popolo, privo di regola, di lumi e di speranze, al giogo del Profeta d'Arabia. Dopo un mezzo secolo dall'espulsione de' Greci in poi, un Luogo-tenente dell'Affrica avvisò il Califfo che per la conversione degl'infedeli[423] era cessato il tributo che pagavano; e questo pretesto, da lui preso per celare la sua frode e ribellione, diveniva in qualche guisa specioso pei rapidi progressi che l'Islamismo avea fatti. Nel secolo susseguente, cinque vescovi, spediti dal patriarca Giacobita, si rendettero da Alessandria a Cairoan con una missione straordinaria per quivi raunare e rianimare i moribondi avanzi del cristianesimo[424]; ma basta l'intervento d'un prelato estero, separato dalla chiesa latina e nemico de' cattolici, per indicare il deperimento e la dissoluzione della gerarchia affricana. Non erano più que' tempi che i successori di San Cipriano, presedendo un Sinodo numeroso, potevano a forze eguali contendere contro l'ambizione del pontefice Romano. Nell'undecimo secolo dovette lo sventurato prete, che sedea su le rovine di Cartagine, implorare limosina e protezione dal Vaticano, e amaramente si dolse d'essere stato non solo ignominiosamente spogliato e battuto colle verghe da' Saracini, ma di vedere contestata la sua autorità dai quattro suffraganei ch'erano le deboli colonne della sua sede episcopale. Abbiamo due lettere di Gregorio VII[425], nelle quali si studia questo Papa d'alleviare i mali de' Cattolici, e d'ammansare l'orgoglio d'un principe Moro. Assicura egli il soldano che il Dio da lui adorato è lo stesso che il suo, e soggiugne che ha speranza di trovarlo un giorno nel seno d'Abramo; ma dalle sue doglianze di non avere colà tre vescovi che potessero consacrarne un quarto, s'argomentava la pronta ed inevitabile caduta dell'Ordine episcopale. Da lungo tempo i cristiani d'Affrica e di Spagna s'erano sottomessi alla circoncisione; da lungo tempo s'astenevano dal vino e dal maiale, ed erano denominati Mosarabi[426], o Arabi adottivi, perchè negli usi loro civili e religiosi s'accostavano a quelli de' Musulmani[427]. Verso la metà del duodecimo secolo, il culto di Cristo, e i pastori di quella comunione cessarono totalmente sulla costa di Barbaria, e ne' reami di Cordova e di Siviglia, di Valenza e di Granata[428]. Il trono degli Almohadi o Unitari posava sul più cieco fanatismo, e dalle recenti vittorie e dallo zelo intollerante de' principi di Sicilia, di Castiglia, d'Aragona e di Portogallo fu suscitato, o forse giustificato, l'insolito rigore del lor governo. Alcuni missionari inviati dal Papa ravvivarono a quando a quando la fede de' Mozarabi, e allorchè Carlo V approdò alle coste dell'Affrica, presero coraggio varie famiglie cristiane di Tunisi e d'Algeri, e mostrarono la fronte; ma ben presto fu totalmente soffocata la semente dell'Evangelo, e da Tripoli sino al mare Atlantico fu posta del tutto in dimenticanza la lingua e la religione di Roma[429].

Volgono omai undici secoli dacchè cominciò il regno di Maometto, e tuttavia Giudei e Cristiani nell'impero Turco godono della libertà di coscienza ad essi dai Califfi arabi consentita. Ne' primi tempi della conquista, ebbero sospetto i Califfi sulla fedeltà dei cattolici, ai quali il nome di Melchiti dava l'impronta d'una segreta inclinazione per l'imperatore Greco, mentre i Nestoriani e i Giacobiti, suoi vecchi nemici, palesavano pei Musulmani una devozione sincera ed affettuosa[430]. Ma il tempo e la sommessione dissiparono queste particolari inquietudini; quindi e Cattolici e Maomettani si divisero le chiese dell'Egitto[431], e tutte le Sette dell'oriente rimasero comprese in una tolleranza generale. Il magistrato civile proteggeva la dignità, le immunità e le autorità de' patriarchi, dei vescovi e del clero: poteano i particolari colla dottrina innalzarsi agl'impieghi di segretari e di medici, arricchirsi nelle commissioni lucrose di esattori delle tasse, e salire col merito al comando di città e di province. Fu inteso un Califfo della casa di Abbas dichiarare i cristiani essere quelli che più di ogni altro erano degni di fiducia per l'amministrazion della Persia. «I Musulmani, diss'egli, abuseranno della loro presente fortuna; i Magi piangono la perduta grandezza, e i Giudei sperano vicina la lor liberazione[432].» Ma gli schiavi del dispotismo son sempre esposti alle vicende del favore e della disgrazia. In ogni secolo furono oppresse le chiese dell'oriente dalla cupidigia, o dal fanatismo de' lor padroni, e poterono le vessazioni portate dall'uso o dalla legge irritare l'orgoglio e lo zelo de' cristiani[433]. Circa due secoli dopo Maometto, furono distinti dagli altri sudditi dell'impero Ottomano per l'obbligo di portare un turbante, o una cintura d'un colore meno onorevole; fu loro interdetto l'uso de' cavalli e delle mule, e vennero condannati a cavalcare gli asini nella foggia delle donne. Fu limitata l'estensione pei loro edificii pubblici e privati: nelle strade o nei bagni debbono ritrarsi o inchinarsi davanti l'infimo della plebe, e si ricusa la lor testimonianza qualora possa pregiudicare un vero fedele. È ad essi vietata la pompa delle processioni, il suono delle campane, e la salmodia; nelle prediche e nei discorsi debbono rispettare la credenza nazionale, e quel sacrilego che tenti d'entrare in una moschea, o sedurre un Musulmano, non potrebbe sfuggire al castigo. Ora, trattine i tempi di turbolenza e d'ingiustizia, mai non furono sforzati i cristiani ad abbandonar l'Evangelo, o a preferire il Corano; ma si è inflitta la pena di morte agli apostati che han professata e poi rigettata la legge di Maometto, e i martiri della città di Cordova provocarono la sentenza del Cadi[434] solamente perchè dichiararono in pubblico la loro apostasia, e proruppero in violente invettive contra la persona e la religion del Profeta.

Sulla fine del primo secolo dell'Egira, erano i Califfi i più possenti e più assoluti monarchi del Mondo; non era limitata, di diritto o di fatto, l'autorità loro nè dal potere dei Nobili, nè dalla libertà dei comuni, nè dai privilegi della chiesa, nè dalla giurisdizion del senato, nè infine dalla memoria di una costituzione libera. L'autorità de' compagni di Maometto era spirata con essi, e i Capi, o Emiri, delle tribù Arabe lasciando il deserto, abbandonavano dietro di sè le loro massime d'eguaglianza e di independenza. Al carattere regio accoppiavano i successori del Profeta il carattere sacerdotale, e se il Corano era la norma delle loro azioni, erano essi i giudici e gli interpreti di quel libro divino. Per dritto di conquista regnavano sulle nazioni dell'oriente che ignorano persino il nome di libertà, e sogliono nei loro tiranni lodare gli atti di violenza e di severità da cui sono oppressi. Sotto l'ultimo degli Ommiadi stendeasi l'impero degli Arabi da oriente a occidente, per lo spazio di duecento giornate, cominciando ai confini della Tartaria indiana sino ai lidi del mare Atlantico; e se leviamo dal conto la Manica del vestito, per usare la frase dei loro scrittori, cioè la lunga ma stretta provincia dell'Affrica, doveva una carovana impiegare quattro o cinque mesi ad attraversare da qualunque banda, cioè da Fargana sino ad Aden e da Tarso sino a Surate, quella region dell'impero che formava per così dire un solo pezzo non interrotto[435]. Invano si sarebbe cercata colà quella unione indissolubile, e quella agevole sommessione che s'incontrava sotto l'impero d'Augusto e degli Antonini; ma la religion musulmana dava a sì vaste contrade una generale rassomiglianza di costumi e di opinioni. In Samarcanda, in Siviglia, con pari ardore, si studiavano la lingua e le leggi del Corano; e Mori e Indiani si scontravano in pellegrinaggio alla Mecca, s'abbracciavano, come concittadini e fratelli, e l'idioma degli Arabi era il dialetto popolare di tutte le province giacenti all'occidente del Tigri[436].

CAPITOLO LII.

I due assedii di Costantinopoli fatti dagli Arabi. Loro invasione in Francia, e loro sconfitta per opera di Carlo Martello. Guerra civile degli Ommiadi e degli Abbassidi. Letteratura degli Arabi. Lusso dei Califfi. Imprese navali contro l'isola di Creta, contro la Sicilia e Roma. Decadimento e divisione dell'impero de' Califfi. Sconfitte e trionfi degli imperatori Greci.