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Ma questi angusti confini non bastavano al coraggio di Abdalraham, o Abderamo, dal Califfo Hashem ridonato ai voti de' soldati e del popolo di Spagna. Quel vecchio ed intrepido generale destinava al giogo del Profeta il rimanente della Francia e dell'Europa, e tenendosi certo di superare quanti ostacoli potessero la natura o gli uomini opporgli, s'apparecchiò con un esercito formidabile a compiere il decreto da lui dato. Dovette da prima reprimere la ribellione di Manuza, capitano Moro, padrone dei passi più importanti dei Pirenei. Avea questi accettata l'alleanza del duca d'Aquitania; ed Eude, condotto da motivi d'interesse privato o da prospettive d'utilità pubblica, avea conceduta sua figlia, giovanetta di grande avvenenza, ad un Affricano infedele: ma Abderamo con armi più forti assediò le principali Fortezze della Cerdagna, e il ribelle fu preso ed ucciso nelle montagne, e mandata la sua vedova a Damasco per contentare le brame, o più probabilmente la vanità del Califfo. Varcati i Pirenei, Abderamo senza indugiare passò il Rodano e pose l'assedio ad Arles. Volle un esercito cristiano portar soccorso a questa città: nel tredicesimo secolo vedevansi ancora i sepolcri de' lor capitani, e le rapide onde del fiume trascinarono a migliaia nel Mediterraneo i loro cadaveri. Non ebbe minor fortuna Abderamo dalla parte dell'oceano. Attraversò senza ostacolo la Garonna e la Dordogna, che congiungono le loro acque nel golfo di Bordeaux; ma al di là di questi fiumi, trovò il campo dell'intrepido Eude che avea formato un secondo esercito, e che sofferse una seconda sconfitta, funesta tanto ai cristiani che, per lor confessione, Iddio solo poteva contare il numero dei morti. Dopo questa vittoria inondarono i Saracini le province dell'Aquitania, i nomi gallici delle quali sono piuttosto mascherati che cancellati dalle denominazioni attuali di Perigord, Saintonge e Poitou; Abderamo inalberò il suo stendardo sulle mura o almeno davanti alle porte di Tours, e di Sens, e corsero i suoi distaccamenti il regno di Borgogna sino alle tanto note città di Lione e Besanzone. La memoria di quelle devastazioni è stata lungamente conservata dalla tradizione, avvegnachè non la perdonava Abderamo nè a paese, nè ad abitanti; e la invasion della Francia, fatta dai Mori e dai Musulmani, ha dato origine a quelle favole, con cui ne' romanzi di cavalleria hanno guastato sì bizzarramente i fatti, e che dall'Ariosto furono ornate di tinte così brillanti e piacevoli. Nello stato di decadimento in cui giaceano la società e le arti, le città abbandonate dagli abitanti non offerivano ai Saracini che una preda miserabile: il più ricco bottino consistette negli spogli delle chiese e dei monasteri cui diedero al fuoco dopo averli saccheggiati. S. Ilario di Poitiers e San Martino di Tours[465], in queste occasioni, dimenticarono quel poter miracoloso che dovea difendere le loro tombe[466]. Avean corso trionfando i Saracini lo spazio di più di mille miglia dallo scoglio di Gibilterra sino alle rive della Loira; continuando così altrettanto, sarebbero giunti ai confini della Polonia ed ai monti della Scozia: il passaggio del Reno non è già più malagevole di quello del Nilo e dell'Eufrate, e da un'altra parte il navile arabo avrebbe potuto penetrar nel Tamigi senza dare una battaglia navale. Oggi forse nelle scuole di Oxford si spiegherebbe il Corano, e dall'alto delle sue cattedre si dimostrerebbe[467] a un popolo circonciso la santità, e la verità della rivelazione di Maometto[468].
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Ma il senno e la fortuna d'un sol uomo salvarono la cristianità. Carlo, figlio illegittimo di Pipino-il-Breve, si tenea contento al titolo di Prefetto o di duca dei Franchi: ma egli meritava di divenire il ceppo d'una stirpe di re. Governò per ventiquattro anni il regno, e colle sue vigilanti cure ristaurò e sostenne la maestà del trono: i ribelli della Germania e della Gallia furono successivamente schiacciati dalla attività d'un guerriero, che nella medesima campagna piantava le sue bandiere sull'Elba, sul Rodano e sulle coste dell'oceano. Nel punto del pericolo dalla voce pubblica fu chiamato in soccorso della patria; il suo rivale, il duca d'Aquitania, fu costretto a comparire tra la folla dei fuggiaschi, e dei supplicanti. «Oh Dio! esclamavano i Franchi, che disgrazia! che indegnità! già da gran tempo ci vien parlato del nome e delle conquiste degli Arabi; noi temevamo la loro invasione dalla parte d'oriente; essi han conquistata la Spagna, ed ecco che vengono dall'occidente ad occupare il nostro paese. Eppure per numero sono inferiori a noi, e le loro armi non vaglion le nostre, poichè non portano scudi. — Se baderete al mio consiglio, rispose loro il bravo Prefetto del Palazzo, non penserete ad interrompere la corsa, e non precipiterete i vostri assalti: è quello un torrente che mal si tenterebbe di arrestare nel suo impeto; sete di ricchezze, e sentimento di gloria addoppiano in essi il valore, e il valore può più dell'armi e del numero. Aspettate sino a tanto che, carichi di bottino, siano inceppati nelle lor mosse. Questi tesori ne divideranno i pareri, e faran sicura la vostra vittoria». Forse questa sottil politica è un'invenzione degli scrittori Arabi, e forse la situazione di Carlo può attribuire ai suoi indugi un motivo men nobile e più personale, il segreto desiderio cioè, d'umiliare l'orgoglio, e di desolare le province del ribelle duca d'Aquitania. È più verosimile per altro che fossero forzati gli indugi di Carlo, ed alla sua brama contrarii. Ignoti erano alla prima e alla seconda razza, gli eserciti permanenti; dominavano allora i Saracini più che mezzo il reame; e, secondo la rispettiva lor condizione, tanto i Franchi della Neustria che quei dell'Austrasia troppo si dimostrarono sbigottiti, o poco attenti al pericolo che lor soprastava; ed i soccorsi, volontariamente forniti dai Gepidi e dai Germani, avean troppa via da correre per arrivare al campo de' cristiani. Come tosto ebbe Carlo Martello raunate le sue forze, andò in traccia del nemico, e trovollo nel cuor della Francia, fra Tours e Poitiers. Le sue mosse ben regolate erano state nascoste da una catena di colline, e per quanto pare fu sorpreso Abderamo dall'inaspettato suo arrivo. Con pari ardore marciavano le nazioni dell'Asia, dell'Affrica e dell'Europa ad una battaglia, che dovea cangiare la faccia del Mondo. Passarono i sei primi giorni in iscaramuccie, nelle quali ebbero buon successo i cavalieri e gli arcieri dell'oriente. Ma nella battaglia ordinata, che seguì nel giorno settimo, furono oppressi gli Orientali dalla forza e dalla statura dei Germani, i quali con indomito cuore, e con mani di ferro[469] assicurarono la libertà civile e religiosa della loro posterità. Il soprannome di Martello, che fu dato a Carlo, prova abbastanza il peso de' suoi colpi intollerabili. Il risentimento e l'emulazione avvivarono il valore di Eude, e, agli occhi dell'istoria, i lor compagni d'armi sono i veri Pari, i veri Paladini della cavalleria francese. Si combattè sino all'ultimo chiarore di giorno; cadde ucciso Abderamo, e i Saracini si ritrassero entro il lor campo. Nella confusione e nella disperazion della notte, le varie tribù dell'Yemen e di Damasco, dell'Affrica e della Spagna si lasciarono trasportare dalla rabbia sino a rivolger le armi le une contro l'altre; gli avanzi dell'esercito improvvisamente si dissiparono, ed ogni Emir, più non pensando che alla propria sicurezza, fece precipitosamente la sua particolare ritirata. Allo spuntar dell'alba, tanta quiete del campo Saracino fu da prima considerata dai cristiani vittoriosi per una insidia. Pure sulle notizie avute dalle spie, si avventurarono finalmente ad accostarsi per veder le ricchezze lasciate nelle tende già vuote; ma, eccetto qualche famosa reliquia, non tornò in mano ai legittimi proprietari che una piccola porzione di bottino. Ben presto si sparse la gran nuova nel Mondo cattolico, e i monaci d'Italia asserirono e credettero che il martello di Carlo aveva accoppato trecentocinquanta, o trecento settantacinquemila Musulmani[470], nel mentre che i cristiani non aveano perduto più di mille e cinquecento uomini nella giornata di Tours; ma queste novelle incredibili sono abbastanza smentite da quel che si sa della circospezione del general Francese, il quale temette i rischi dell'inseguire, e che rimandò alle lor foreste i suoi alleati della Germania. L'inazione d'un vincitore è una prova che egli ha perduto assai di forza, e veduto correre molto del suo sangue, e non è tanto il momento della battaglia, ma della fuga dei vinti quello che è segnato da strage maggiore. Nondimeno la vittoria dei Franchi fu intera e decisiva. Eude ricuperò l'Aquitania, e gli Arabi più non pensarono alla conquista delle Gallie, da cui Carlo Martello e i prodi suoi discendenti li respinsero ben presto al di là dei Pirenei[471]. Fa meraviglia che il Clero, debitore della sua esistenza a Carlo Martello, non abbia canonizzato o per lo meno lodato a cielo il salvatore del cristianesimo: ma nella pubblica angustia era stato astretto il Prefetto del Palazzo ad impiegare, in servigio dello Stato e per lo stipendio dei soldati, le ricchezze, o almeno le rendite dei vescovi e degli abati. Fu dimenticato il suo merito per sovvenirsi solamente del suo sacrilegio, e un Concilio di Francia osò dichiarare[472], in una lettera ad un principe Carlovingio, che il suo avo era dannato, che quando ne fu aperta la tomba furono spaventati gli spettatori da un odor di fuoco e dalla vista di un orrido drago, e che un Santo di quel tempo avea goduto lo spettacolo di vedere ardere l'anima ed il corpo di quel sacrilego negli abissi per tutta l'eternità[473].
Nella Corte di Damasco non fece tanta impressione la perdita d'un esercito e d'una provincia in occidente, quanto l'esaltazione e i progressi d'un rivale domestico. Eccettuati quei della Sorìa, giammai i Musulmani non aveano amato la Casa d'Ommiyah. Aveanla veduta sotto Maometto perseverare nell'idolatria, e nella ribellione; aveva essa a malgrado suo abbracciato l'Islamismo; era irregolare e fazioso il suo innalzamento, e bagnato il suo trono dal sangue più sacro ed illustre dell'Arabia. Il pio Omar, che pur era il migliore dei principi di questa razza, non avea riconosciuto bastante il suo titolo, e nelle lor virtù personali non aveano tutti il modo di giustificarsi d'aver violato l'ordine della successione, e gli occhi, non che il cuor dei fedeli, erano volti verso la linea di Hashem, ed i parenti dell'appostolo di Dio. Fra quei discendenti del Profeta, i Fatimiti erano spensierati o pusillanimi, ma gli Abbassidi con ardimento e prudenza covavano speranze di gran fortuna. Dal fondo della Sorìa, ove traevano una vita oscura, fecero partire segretamente agenti e missionari, che nelle province d'oriente andavano predicando il diritto ereditario ed irrevocabile che loro competeva; Mohammed, figlio d'Alì, figlio d'Abdallah, figlio d'Abbas, zio del Profeta, diede udienza ai deputati del Korasan, e ne accettò un regalo di quarantamila pezze d'oro. Morto Mohammed, le truppe numerose di fedeli, che non aspettavano altro che un Capo e un segnale di ribellione, prestarono giuramento al suo figlio Ibrahim; il governator del Korasan continuò a deplorare le inutilità de' suoi avvertimenti, e il funesto sonno dei Califfi di Damasco, sino al giorno in cui con tutti i suoi aderenti fu cacciato dalla città e dal palazzo di Meru da Abu-Moslem generale dei ribelli[474]. Questo creatore di re che chiamò, come è fama, gli Abbassidi a regnare, fu alla perfine pagato come s'usa nelle Corti per l'ardire avuto di farsi utile. Una nascita ignobile, forse in paese estero, non avea potuto frenare l'ambiziosa energia di Abu-Moslem. Geloso egli delle sue mogli, prodigo delle sue ricchezze e del sangue proprio, non che dell'altrui, si dava vanto con gran compiacenza, e forse per la verità, d'aver data la morte a seicentomila nemici; e tanta era la gravità del suo naturale e della sua fisonomia, che fuor d'un giorno di battaglia non fu mai veduto sorridere. Tra i colori scelti dalle diverse fazioni, il verde era quello dei Fatimiti; gli Ommiadi avevano preso il color bianco, e, come il più contrario a questo, il nero era stato preso dagli Abbassidi. I turbanti e gli abiti di questi erano offuscati da quel tetro colore: due stendardi neri elevati su picche, alte nove cubiti, precedan la vanguardia di Abu-Moslem, e si chiamavano la notte e l'ombra, volendosi con tai nomi allegorici oscuramente indicare un'unione indissolubile, e la succession perpetua della linea di Hashem. Dall'Indo all'Eufrate, fu sconvolto l'oriente dalle contese della fazion dei Bianchi, e dall'altra dei Neri: eran vincitori gli Abbassidi il più delle volte: ma lo splendore di queste vittorie fu scemato per le disgrazie personali del Capo. Scossasi infine da un lungo letargo, deliberò la Corte di Damasco di impedire il pellegrinaggio della Mecca intrapreso da Ibrahim, con luminoso seguito, per raccomandarsi al favor del Profeta e del popolo a un tempo. Da un distaccamento di cavalleria furono precise le sue mosse: egli fu arrestato, e spirò l'infelice in una prigione di Harran, senza avere assaporato i piaceri del regno che gli era stato tanto promesso. Saffah ed Almansor, suoi fratelli cadetti, scamparono dalle mani del tiranno, tenendosi celati a Cufa sino a quel giorno che dallo zelo del popolo, e dall'arrivo dei lor partigiani dell'oriente, furono rincorati a mostrarsi al pubblico ansioso di vederli. Saffah, ornato dei fregi di Califfo e dei colori della sua Setta, seguitato da un corteggio religioso e militare, andò alla moschea, salì in pulpito, fece orazione, indi un discorso come successor legittimo di Maometto. Partito che fu, i suoi alleati ricevettero da un popolo affezionato il giuramento di fedeltà: ma non nella moschea di Cufa, ma sulle rive del Zab dovea terminarsi la gran contesa. Parea che la fazione dei Bianchi avesse tutti i vantaggi, l'autorità d'un governo ben assodato, un esercito di cento ventimila soldati contro un numero sei volte minore di nemici, la presenza e il merito del Califfo Merwan, quattordicesimo ed ultimo della casa d'Ommiyah. Prima di salire sul trono s'era acquistato, per le sue campagne in Georgia, l'onorevole soprannome di asino della Mesopotamia[475], e si avrebbe potuto annoverarlo tra i più gran principi, se i decreti eterni, dice Abulfeda, non avessero stabilita quell'epoca per la rovina della sua famiglia: decreto, soggiunge egli, contro il quale indarno lotterebbero tutta la forza e la sapienza degli uomini. Si compresero male, o si violarono gli ordini di Merwan; vedendosi tornare il suo cavallo, che egli avea per una necessità corporale abbandonato un istante, fu creduto morto, e Abdallah, zio del suo competitore, seppe bravamente dirigere l'entusiasmo degli squadroni neri. Dopo una sconfitta irreparabile fuggì il Califfo alla volta di Mosul: ma di già sventolava sulle mura la bandiera degli Abbassidi, e allora ripassò il Tigri, gettò un'occhiata di dolore sul suo palagio di Harran, varcò l'Eufrate, abbandonò le fortificazioni di Damasco, e, senza soffermarsi nella Palestina, pose il suo ultimo campo a Busir sulle sponde del Nilo[476]. Era incalzato nella fuga dall'istancabile Abdallah, il quale inseguendolo cresceva ogni dì più in forza e riputazione. Le reliquie della fazion dei Bianchi furono totalmente disfatte in Egitto, e il colpo di lancia, che troncò la vita e le inquietudini di Merwan, gli parve forse tanto utile quanto lo era pel suo vincitore. L'inesorabile vigilanza del principe trionfante estirpò i rami più remoti della famiglia rivale; ne furono disperse le ossa, caricata d'imprecazioni la memoria, e vendicato ampiamente il martirio di Hosein sulla posterità dei suoi tiranni. Ottanta Ommiadi, che s'erano arresi sulla parola de' lor nemici, o fidavansi alla lor clemenza, furono convitati ad un banchetto in Damasco, e colà furono indistintamente trucidati ad onta delle leggi della ospitalità; fu imbandita una tavola sui loro corpi, e dai gemiti della loro agonia si pascea la giovialità dei commensali. L'esito della guerra civile fermò saldamente la dinastia degli Abbassidi; ma furono soli i cristiani che dovessero trionfare delle conseguenze degli odi, e delle perdite che aveano sofferto i discepoli di Maometto[477].
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Se per altro le conseguenze di tale sconvolgimento politico non avessero portato danno alla forza e all'unità dell'impero de' Saracini, avrebbe bastato una generazione a riempiere il voto dei Musulmani mietuti dalla guerra civile. Nella proscrizione degli Ommiadi, Abdalrahman, giovanetto arabo della stirpe reale, era il solo che si fosse salvato dal furor dei nemici, e fu inseguito dalle rive dell'Eufrate sino alle valli del monte Atlante. La sua giunta nelle vicinanze della Spagna rianimò lo zelo della fazione dei Bianchi. Sino a quel punto erano stati soli i Persiani ad immischiarsi nella causa degli Abbassidi; l'occidente non avea partecipato poco nè punto alla guerra civile, e i servi della famiglia cacciata dal trono vi possedeano tuttavia, ma precariamente, le proprie terre, e gli impieghi del governo. Fortemente riscaldati dalla gratitudine, dallo sdegno e dal timore indussero il nipote del Califfo Hashem ad occupare il soglio de' suoi antenati. Nella disperata condizione in cui era, non potea ricevere altro consiglio da un'estrema temerità, nè da un'estrema prudenza. Dalle acclamazioni del popolo fu salutato il suo arrivo sulla costa d'Andalusia, e dopo più tentativi, coronati dal buon esito, fondò Abdalrahman il trono di Cordova, e fu il ceppo degli Ommiadi di Spagna, che per più di due secoli e mezzo regnarono dalle rive dell'Atlantico sino alle montagne de' Pirenei[478]. Uccise egli in un combattimento un Luogo-tenente degli Abbassidi, venuto con una squadra ed un esercito ad assalire i suoi dominii. Un ardito emissario andò a sospendere davanti al palagio della Mecca la testa di Ala, conservata nel sale e nella canfora; ed il Califfo Almansor fu ben lieto, per la propria sicurezza, d'essere pei mari e per una vasta ampiezza di paese diviso da un sì terribile avversario. Non ebbero alcun effetto i loro nuovi divisamenti, e le dichiarazioni di guerra; la Spagna, invece d'aprir una porta al conquisto dell'Europa, fu staccata dal tronco della monarchia, e, impelagata in guerre continue coll'oriente, parve propensa a mantener la pace e i vincoli d'amicizia coi principi cristiani di Costantinopoli e di Francia. All'esempio degli Ommiadi si conformarono i discendenti veri o supposti di Alì, cioè gli Edrissiti di Mauritania, e i Fatimiti dell'Egitto e dell'Affrica, i più potenti di tutti. Nel decimo secolo tre Califfi, o comandanti de' fedeli che regnavano in Bagdad, in Cairoan ed in Cordova si contendeano il trono di Maometto, si scomunicavano a vicenda, e non erano d'accordo che su questa massima di discordia, che un Settario è più odioso e più colpevole di un infedele[479].
Era la Mecca il patrimonio della linea di Hashem, ma non si avvisarono mai gli Abbassidi di soggiornare nella città del Profeta. Presero avversione per Damasco, che già era stata la residenza degli Ommiadi bagnata del lor sangue, ed Almansor, fratello e successore di Saffah, gettò le fondamenta di Bagdad[480], ove risiedettero per cinquecento anni i Califfi suoi successori[481]. Fu collocata la nuova capitale sulla riva orientale del Tigri circa quindici miglia al di sopra delle rovine di Modain; fu cinta d'un doppio muro di forma circolare, e sì rapido fu l'aumento di questa città, oggi ridotta a città di provincia, che ottocentomila uomini e sessantamila donne di Bagdad e dei villaggi vicini assistettero ai funerali d'un Santo, amato dal popolo. In questa città di pace[482], in mezzo alle dovizie dell'oriente, assai presto gli Abbassidi posero in non cale la moderazione e la semplicità dei primi Califfi, e vollero emulare la magnificenza dei re Persiani. Almansor, dopo aver fatte tante guerre ed innalzato sì gran numero di edificii, lasciò quasi trenta milioni di lire sterline in oro e in argento[483], e i suoi figli, sia pei vizi o per le virtù, dissiparono in pochi anni questi tesori. Mahadi, un di loro, spese sei milioni di danari d'oro in un solo pellegrinaggio alla Mecca. Forse per motivi di carità e di divozione fondò cisterne e caravanserai (ospizii) sopra una strada di settecento miglia; ma quella truppa di cammelli carichi di neve che lo seguivano, non potea servir ad altro che a dar maraviglia agli Arabi, e a rinfrescare i liquori e le frutta per la tavola del principe[484]. Non mancarono i cortigiani senz'altro di colmar di elogi la liberalità d'Almamon suo nipote, che, prima di smontar da cavallo, distribuì i quattro quinti della rendita d'una provincia, vale a dire due milioni e quattrocentomila danari d'oro. Alle nozze dello stesso principe, sulla testa della sposa si seminarono mille perle di primaria grossezza[485], ed un lotto di terre e di case dispensò ai cortigiani i capricciosi favori della fortuna. Nel declinar dell'impero, lo splendor della Corte invece di scemare si accrebbe, e un ambasciator Greco ebbe occasione d'ammirare o di guardar con compassione la magnificenza del debole Moctader. Tutto l'esercito del Califfo, tanto cavalleria che fanteria, era sotto l'armi, dice lo storico d'Abulfeda, e formava un corpo di cento sessantamila uomini: i grandi ufficiali, i suoi schiavi favoriti gli stavano a fianco, vestiti nel modo più luminoso con cinture brillanti di gemme e d'oro. Poi si vedeano settemila eunuchi, quattromila dei quali erano bianchi; vi erano settecento portieri o guardie d'appartamenti. Vogavano sul Tigri scialuppe e gondole riccamente decorate. Non era minore la sontuosità nell'interno del palazzo ornato di trent'ottomila tappezzerie, tra le quali dodicimila e cinquecento eran di seta ricamate in oro: inoltre ventiduemila tappeti da terra. Manteneva il Califfo cento leoni ognuno de' quali avea un custode[486]. Fra gli altri raffinamenti d'un lusso mirabile non conviene dimenticare un albero d'oro e d'argento che spandea diciotto grossi rami, sui quali, non meno che sui più piccoli, si scorgevano uccelli d'ogni spezie fatti, del pari che le foglie dell'albero, dei medesimi metalli preziosi. Questo albero dondolava come gli alberi de' nostri boschi, e allora si udiva il canto di vari uccelli. In mezzo a tutto questo apparato fu condotto l'ambasciator Greco dal visir a piedi del trono del Califfo[487]». In occidente, gli Ommiadi di Spagna sosteneano con pari pompa il titolo di comandante dei fedeli. Il terzo e il più grande degli Abdalrahman eresse a tre miglia di distanza da Cordova la città, il palazzo e i giardini di Zebra in onore della sua sultana favorita. Vi spese venticinque anni di lavoro, e più di nove milioni sterlini; chiamò da Costantinopoli i più bravi scultori ed architetti del suo secolo; mille dugento colonne di marmo di Spagna e d'Affrica, di Grecia o d'Italia sorreggevano o abbellivano questi edificii. La sala d'udienza era incrostata d'oro e di perle, e figure d'uccelli e di quadrupedi d'infinito lavoro contornavano una gran vasca posta nel centro. In un alto padiglione, collocato in mezzo ai giardini, si vedeva uno di quei bacini o fontane che nei climi caldi sono sì deliziose, ma che invece d'acqua era pieno di argento vivo purissimo. Il serraglio di Abdalrahman, computandovi le mogli, le concubine e gli eunuchi neri, era composto di seimila e trecento persone, e quando andava al campo era seguìto da dodicimila guardie a cavallo che aveano cinture e scimitarre guarnite d'oro[488].
Nella condizione privata avviene che le nostre voglie sono represse dalla povertà a dalla subordinazione: ma un despota, alle cui brame tutti servono ciecamente, dispone della vita e del braccio di milioni d'uomini presti sempre a soddisfare senza indugio ogni suo capriccio. Noi siamo abbacinati da una condizione sì luminosa, e, ad onta dei consigli della fredda ragione, pochi sono fra noi che ostinatamente ricusassero di provare i piaceri e le cure del regno. Può dunque riescire a qualche utilità l'indicare in proposito l'opinione di quel medesimo Abdalrahman, la magnificenza del quale ci ha mossi forse ad ammirazione e ad invidia, e il riportare uno scritto di sua mano trovato dopo la sua morte nel gabinetto di lui. «Presentemente io conto cinquant'anni di regno, sempre vittorioso o in pace, amato dai sudditi, temuto dai nemici, rispettato dagli alleati: ho avuto a seconda de' miei desiderii ricchezza, onori, potenza e piaceri, e pare che nulla dovesse mancare sulla terra alla mia felicità. In questo stato ho voluto attentamente tener conto di tutti i giorni in cui ho provato una felicità vera; essi non furono che quattordici.... oh! uomo, non porre mai la tua fiducia nelle cose di questo Mondo[489].» Il lusso dei Califfi, tanto inutile alla privata lor contentezza, indebolì la forza e limitò l'ingrandimento dell'impero degli Arabi. Non aveano i primi Califfi pensato che a conquiste temporali e spirituali, e dopo aver provveduto al personal loro mantenimento, che alle necessità della vita si restringeva, impiegavano scrupolosamente in que' religiosi disegni tutta l'entrata. La moltitudine de' bisogni, e il difetto d'economia impoverirono gli Abbassidi, i quali, invece di darsi tutti a' grandi pensieri dell'ambizione, consacravano alle ricerche della pompa e dei piaceri le ore, i sentimenti e le forze del loro ingegno. Donne, ed eunuchi usurpavansi le ricompense dovute al valore, e il campo reale era ingombro del lusso della Corte. Uguali costumanze si seguirono dai sudditi del Califfo. Col tempo e nella prosperità s'era calmato il severo loro entusiasmo: cercavan fortuna nei lavori d'industria, gloria nella coltura delle lettere, felicità nella quiete della vita domestica. Non era più la guerra la passion dei Saracini, nè più bastavano lo stipendio accresciuto, le liberalità sovente rinnovate a sedurre i discendenti di quei prodi, che allettati dalla speranza del bottino o del paradiso giungevano in folla sotto lo stendardo d'Abubeker e di Omar.