A. D. 754-813

Quando gli Ommiadi regnavano, erano ristretti gli studii dei Musulmani ad interpretare il Corano, e a coltivar l'eloquenza e la poesia nella propria lingua. Un popolo esposto sempre ai rischi della guerra, debbe apprezzare l'arte della medicina o piuttosto della chirurgia; ma i medici Arabi si dolean sotto voce che l'esercizio e la temperanza riducessero a poco il numero dei malati[490]. I sudditi degli Abbassidi, dopo le guerre civili e le domestiche, esciano del letargo in cui s'erano assopiti gli ingegni. Impiegarono l'ozio, che aveano acquistato, a soddisfar la curiosità che lo studio delle scienze profane veniva ispirando negli animi loro. Questo studio da prima venne favorito dal Califfo Almansor, il quale, oltre il ben conoscere la legge musulmana, aveva imparato l'astronomia. Ma quando salì al trono Almamon, settimo degli Abbassidi, compiendo i disegni del suo avo invitò da ogni parte le Muse alla sua Corte. Dai suoi ambasciatori a Costantinopoli, dai suoi agenti nell'Armenia, nella Sorìa, nell'Egitto furono raunati gli scritti della Grecia, ed egli li fece tradurre in arabo da valenti interpreti, esortò i sudditi a leggerli assiduamente, e il successor di Maometto assistè con piacere, e insiem con modestia, alle assemblee ed alle dispute degli eruditi. «Non ignorava, dice Abulfaragio, che coloro che consacran la vita a perfezionare l'intelletto, sono gli eletti di Dio, i suoi migliori e più utili servi. L'ignobile ambizion dei Cinesi e dei Turchi può ben insuperbirsi dell'industria delle lor mani e dei lor godimenti sensuali: ma quegli abili operai non devono considerare se non se con disperata invidia gli esagoni, e le piramidi delle celle d'un alveare[491]. La ferocia de' leoni e delle tigri debbe atterrire quegli uomini valorosi, e nei piaceri dell'amore la forza loro è bene inferiore a quella dei più vili quadrupedi. I maestri della sapienza sono i veri luminari e i legislatori del Mondo, il quale senza di loro ricadrebbe nell'ignoranza e nella barbarie.[492]». Nei principi della Casa d'Abbas, che succedettero ad Almamone, pari fu la curiosità e lo zelo d'apprendere: i lor rivali, i Fatimiti d'Affrica, e gli Ommiadi di Spagna, comandanti anch'essi dei fedeli, furon pure i protettori delle scienze. Nelle province solevano gli Emiri indipendenti concedere al sapere quella protezione che da loro si considerava come uno dei doveri di chi regna, e la loro emulazione diffuse, da Samarcanda e da Boccara sino a Fez e a Cordova, il gusto delle scienze, e i guiderdoni da quelle meritati. Il visir d'uno di que' Soldani donò dugentomila pezze d'oro per erigere a Bagdad un collegio, e lo dotò d'una rendita di quindicimila danari. Ne uscirono per avventura in vari tempi seimila scolari di tutte le classi, cominciando dal figlio del nobile sino a quello dell'artigiano. Gli alunni poveri ricevano una somma sufficiente ai lor bisogni, e i professori aveano stipendi proporzionati al merito od al talento loro. In tutte le città, il genio curioso dei dilettanti, e la vanità dei ricchi venivano moltiplicando gli esemplari delle opere della letteratura araba. Un semplice dottore rifiutò gli inviti del soldano di Boccara, perchè a trasportare i suoi libri sarebbe stato uopo di quattrocento cammelli. La biblioteca dei Fatimiti conteneva centomila manoscritti, vergati in bellissimo carattere e legati magnificamente, i quali senza timore e senza difficoltà erano prestati agli studenti del Cairo. Nondimeno questo numero sembrerà ancora assai moderato, se si voglia credere che gli Ommiadi di Spagna aveano formata una biblioteca di seicentomila volumi, fra i quali se ne contavano quarantaquattro pel solo catalogo. Cordova lor capitale, e le città di Malaga, d'Almeria e di Murcia diedero il giorno a più di trecento autori; e per lo meno settanta erano le biblioteche pubbliche nelle città solamente del regno d'Andalusia. Il dominio delle lettere arabe si è prolungato per lo spazio di circa cinque secoli, sino alla grande irruzione dei Mongou, e fu contemporaneo al periodo più oscuro e più ozioso degli annali Europei; ma pare che la letteratura orientale abbia declinato dopo che le scienze comparvero nell'Occidente[493].

Nelle biblioteche degli Arabi, come in quelle dell'Europa, la maggior parte di questo enorme ammasso di volumi non aveva che un valor locale ed un pregio immaginario[494]. Vi stavano in mucchio una farragine d'oratori e di poeti, lo stile dei quali era conforme al gusto e ai costumi del paese; d'istorie generali e particolari, a cui ogni nuova generazione recava il suo tributo d'eroi e di fatti; di raccolte e di commentari sulla giurisprudenza, che pigliavano la loro autorità dalla legge del Profeta; di interpreti del Corano, e di tradizioni ortodosse; finalmente tutto lo stuolo dei teologi polemici, mistici, scolastici e moralisti, considerati come i primarii o gli ultimi degli scrittori, secondo che sono guardati dall'occhio dello scetticismo, o da quel della fede. I libri di scienza o di speculazione poteano dividersi in quattro classi, filosofia, matematica, astronomia e medicina. Furono tradotti e spiegati in lingua araba gli scritti dei Saggi della Grecia, e si è ritrovato in queste versioni qualche Trattato di cui oggi è perduto l'originale[495]: tradussero gli orientali e studiarono, fra gli altri, gli scritti d'Aristotile e di Platone, d'Euclide e d'Apollonio, di Tolomeo, d'Ippocrate e di Galeno[496]. Fra i sistemi di idee che hanno variato col gusto d'ogni secolo, abbracciarono gli Arabi la filosofia d'Aristotile, del pari intelligibile ed oscura del pari pei lettori di tutti i tempi. Platone avea scritto per gli Ateniesi, e lo spirito delle sue allegorie è troppo intimamente connesso colla lingua e colla religion della Grecia. Caduta che fu questa religione, uscendo i Peripatetici della loro oscurità trionfarono nelle controversie delle Sette orientali, e lungo tempo dopo fu dai Musulmani di Spagna renduto alle scuole latine il loro fondatore[497]. In fisica, i progressi delle vere cognizioni erano stati inceppati dagli insegnamenti dell'accademia e del liceo, che invece dell'osservazione avean messo in questa scienza il raziocinio. La superstizione ha fatto troppo uso della metafisica dello spirito infinito, e dello spirito finito: ma dalla teorica e dalla pratica della dialettica sono fortificate le nostre facoltà intellettuali; le dieci categorie di Aristotile generalizzano e mettono in ordine le nostre idee[498], e il suo sillogismo è l'arma più tagliente della disputa. Era questa abilmente impiegata nelle scuole dei Saraceni; ma siccome giova più per discoprire l'errore che la verità, non è maraviglia se si veggono nella succession dei tempi girare continuamente e maestri e discepoli nello stesso circolo d'argomenti. Le matematiche hanno un vantaggio particolare, quello cioè, di poter sempre, nel corso dei secoli, progredire più innanzi senza retrogradare giammai; ma gli Italiani, se mal non m'appongo, nel decimoquinto secolo presero la geometria quale si trovava presso gli antichi; e qualunque siasi l'etimologia della parola Algebra, gli stessi Arabi attribuiscono modestamente quella scienza a Diofanto un de' Geometri della Grecia[499]. Con più gloria coltivarono l'astronomia che sublima lo spirito umano, insegnandogli a non curare il piccolo pianeta in cui abita nella propria passaggera esistenza. Il Califfo Almamon somministrò i dispendiosi stromenti necessari agli osservatori: per altro il paese de' Caldei aveva un terreno egualmente piano, e uno stesso Orizzonte sempre sgombro di nubi: nelle pianure di Sennaar, e la seconda volta in quelle di Cufa misurarono i matematici esattamente un grado del gran circolo della terra, e trovarono essere l'intera circonferenza del globo ventiquattromila miglia[500]. Dal regno degli Abbassidi sino a quello dei nipoti di Tamerlano, si osservarono le stelle con attenzione, ma senza l'aiuto dei cannocchiali; e le Tavole astronomiche di Bagdad, di Spagna e di Samarcanda[501] correggono alcuni errori secondari, senza avere il coraggio di rinunciare all'ipotesi di Tolomeo, e senza avanzare un passo verso la scoperta del sistema solare. Non poteano esser ben accolte le verità scientifiche nelle Corti d'oriente se non se mercè della ignoranza e della sciocchezza; e si sarebbe ributtato l'astronomo, se non avesse avvilito il suo sapere e l'onestà sua colle vane predizioni dell'astrologia[502]. Ma nella scienza della medicina hanno gli Arabi ottenuto giustissimi elogi. Mesua e Geber, Razis ed Avicenna si sono innalzati alla sublimità dei Greci; e nella città di Bagdad si contavano ottocento sessanta medici approvati, ricchi per la pratica di loro professione[503]. In Ispagna si affidava la vita dei principi cattolici al sapere dei Saracini[504], e la scuola di Salerno, nata dalle dottrine che avean essi portate, richiamò in Italia e nel resto dell'Europa i precetti dell'arte salutare[505]. Dovettero i buoni successi di ciascun di que' medici essere frutto della forza propizia di molte cagioni personali ed accidentali; ma si può formare un concetto più positivo di quanto sapevano in generale su l'anatomia[506] la botanica[507] e la chimica[508], che sono le tre basi della lor teorica e della loro pratica. Per un rispetto superstizioso dei morti, non si permetteva ai Greci e agli Arabi che la sezione delle scimie e d'altri quadrupedi. Le parti più solide e più visibili del corpo umano erano note ai tempi di Galeno; ma al microscopio ed alle iniezioni dei moderni era serbato il conoscerne meglio la costruzione. La botanica esige indagini faticose, e poterono le scoperte della Zona torrida arricchire di duemila piante l'erbario di Dioscoride. Quanto alla chimica, forse i templi e i monasteri dell'Egitto conservavano per tradizione qualche dottrina di essa, e col praticare le arti e le manifatture s'erano imparati molti utili segreti; ma la scienza è debitrice della sua origine e del suo incremento alla fatica dei Saracini. I quali furono i primi ad usure il lambicco per distillare, e a noi ne tramandarono il nome; analizzarono le sostanze dei tre regni; osservarono le differenze e le affinità degli alcali e degli acidi, e dai minerali più pericolosi seppero ricavare medicamenti dolci e salubri. Ma la trasmutazione dei metalli e l'elixir d'immortalità furono le principali occupazioni della chimica araba. Migliaia di dotti videro sparire la lor fortuna, e la ragione e il senno nei crogiuoli dell'alchimia; si congiunsero insieme il mistero, la favola e la superstizione, degni socii per lavorare alla grand'opra della pietra filosofale.

Intanto i Musulmani aveano trascurato i maggiori beneficii che fornisce la lettura degli autori della Grecia e di Roma: cioè la cognizion dell'antichità, del buon gusto e della libertà di pensare. Alteri, baldanzosi delle ricchezze della propria lingua, sdegnavano gli Arabi lo studio d'un idioma straniero. Fra i cristiani dei loro dominii sceglievano gl'interpreti greci, e questi faceano le traduzioni talora sul testo originale, e forse più sovente sopra una versione siriaca; e pare che i Saracini, dopo aver pubblicato nella propria lingua tante Opere d'astronomia, di fisica e di medicina, non abbiano tradotto un poeta, un oratore, e nemmeno uno storico[509]. La mitologia d'Omero avrebbe ributtata la severità del lor fanatismo; governavano essi in una neghittosa ignoranza le colonie dei Macedoni, e le province cartaginesi e romane; non v'era più memoria degli eroi di Plutarco e di T. Livio, e l'istoria del Mondo, prima di Maometto, era ristretta ad una breve leggenda sui patriarchi e profeti, e i re della Persia. Forse gli autori greci e latini, in cui è occupata la nostra educazione, ci hanno per avventura inspirato un gusto troppo esclusivo, nè io son sollecito a condannare la letteratura e il giudizio delle nazioni di cui non m'è nota la lingua. So per altro che possono gli autori classici insegnare assai cose, e credo che molto hanno da imparare gli orientali da quelli; mancano specialmente d'una certa dignità temperata nello stile, delle nostre belle proporzioni dell'arte, delle forme del bello visibile ed intellettuale, dell'abilità di delineare esattamente i caratteri e le passioni, d'abbellire un racconto o un argomento, e di comporre regolarmente l'edificio dell'epopea e del dramma[510]. L'impero della verità e della ragione è sempre presso a poco lo stesso. I filosofi d'Atene e di Roma godevano la libertà civile e religiosa, e ne sosteneano coraggiosamente i diritti. Colle loro scritture di morale e di politica avrebbero a poco a poco rallentati i ferri del dispotismo orientale, e sparso uno spirito generale di discussione e di tolleranza: nel leggerli, avrebbero i saggi Arabi pensato che il Califfo poteva essere un tiranno, e il loro Profeta un impostore[511]. All'istinto della superstizione fecero anche timore le scienze astratte, e i più austeri dottori della legge dannarono l'imprudente e perniciosa curiosità di Almamon[512]. Deesi attribuire alla sete del martirio, alle visioni sul paradiso e al domma delle predestinazioni l'indomabile entusiasmo del principe e del popolo. La spada dei Saracini cessò d'essere tanto formidabile quando la gioventù passò dai campi ai collegi, quando gli eserciti de' fedeli osarono leggere e riflettere. Pure la puerile vanità dei Greci s'inalberò al vedere quegli studii, e solo con gran ripugnanza s'indussero a comunicare il santo fuoco ai Barbari dell'oriente[513].

A. D. 781-805

Nel tempo della sanguinosa lotta fra gli Ommiadi e gli Abbassidi, aveano i Greci colto il destro di vendicarsi dei torti ricevuti ed allargare i confini. Ma pagarono caro questo piacere sotto Mohadi, terzo Califfo della dinastia, il quale fece esso pure suo pro dei vantaggi che gli presentava la debolezza della Corte bizantina, governata da una donna e da un fanciullo, Irene e Costantino. Dalle rive del Tigri giunse al Bosforo di Tracia un esercito di novantacinquemila Persiani ed Arabi, condotti da Haroun[514] o Aronne, secondo figlio del Califfo, e l'imperadrice, che presto lo vide accampato in faccia al suo palazzo sulle alture di Crisopoli o Scutari, comprese allora d'aver perduta gran parte delle sue soldatesche e delle province. Colla sua approvazione, i ministri segnarono una pace ignominiosa, e i donativi scambievoli delle due Corti non poterono mascherare la vergogna d'un annuo tributo di settantamila danari d'oro a cui dovette obbligarsi l'impero Romano. I Saracini non aveano avuta bastante precauzione innoltrandosi in una terra nemica e lontana dal loro impero; per indurli a ritirarsi, furono promesse guide sicure e viveri in abbondanza, nè vi fu un solo Greco da tanto che insinuasse, potersi circondare e distruggere le loro milizie affaticate nel punto che passassero fra una montagna di malagevole accesso e la riviera di Sangario. Cinque anni dopo questa impresa, salì Haroun sul trono paterno; e di tutti i monarchi della sua famiglia fu quegli che mostrò più potenza ed energia. La sua alleanza con Carlo Magno gli ha data celebrità in occidente, e noi lo conosciamo sin dalla nostra infanzia per la figura che fa continuamente nelle Novelle Arabe. Egli denigrò il suo soprannome di Rashid (il Giusto), con la morte de' generali Barmecidi, forse innocenti, il che, per altro, non impediva che potesse far giustizia a una povera vedova, la quale, saccheggiata da' soldati, osò citare al despota negligente un passo del Corano, che lo minacciava del giudizio di Dio e della posterità. Si abbellì la sua Corte della pompa del lusso e delle scienze; nei ventitre anni del suo regno corse più volte le province del suo impero dal Korasan sino all'Egitto. Fece cinque pellegrinaggi alla Mecca; invase in otto epoche diverse il territorio dei Romani, ed ogni volta che questi ricusarono di pagare il tributo, impararono che un mese di devastazioni era più funesto che un anno di sommessione. Dopo la deposizione e l'esiglio della snaturata madre di Costantino, risolvette il suo successore Niceforo d'abolire questa marca di servitù e di disonore. La sua lettera al Califfo alludeva al giuoco degli Scacchi, che s'era di già diffuso dalla Persia nella Grecia: «La regina (diceva egli parlando d'Irene) vi considerava come una torre, e si credeva una pedina. Questa donna pusillanime aveva acconsentito a pagarvi un tributo, il doppio di quello che avrebbe dovuto esigere da un popolo barbaro. Restituite dunque i frutti della vostra ingiustizia, o preparatevi a decidere questa lite coll'armi». Nel pronunciar queste parole gli ambasciatori gettarono a piè del trono un fascio di spade. Sorrise a quella minaccia il Califfo, e cavando la sua tremenda sansamah, quella scimitarra sì famosa negli annali della storia e della favola, troncò le deboli armi dei Greci senza smuzzare il taglio della sua. Dettò poscia questa lettera terribilmente laconica: «In nome del Dio misericordioso, Haroun-al-Rashid comandante dei fedeli, a Niceforo, cane Romano. Figlio d'una madre infedele, ho letto la tua lettera. Tu non avrai la mia risposta, ma la vedrai». La Scrisse in caratteri di sangue e di fuoco nelle pianure della Frigia; e per arrestare la celerità guerriera degli Arabi, dovettero i Greci ricorrere alla dissimulazione e all'apparenza di pentimento. Dopo le fatiche della campagna si ritrasse il Califfo vittorioso a Racca sull'Eufrate[515], che era il palagio da lui prediletto. Ma i suoi nemici, vedendolo lontano cinquecento miglia, rincorati inoltre dal rigor della stagione, si avventurarono a violare la pace. Ebbero però a rimanere storditi dell'ardimento e dalla rapidità del Califfo, che nel cuor del verno ripassò le nevi del monte Tauro; avea già Niceforo esausti tutti gli stratagemmi di negoziazione e di guerra, e questo perfido Greco non uscì che con tre ferite da una battaglia che costò la vita a quarantamila sudditi. Sdegnò per altro anche una volta la sommessione, e il Califfo si mostrò parimenti preparato alla vittoria. Aveva Haroun cento trentacinquemila soldati di milizia regolare e più di trecentomila uomini d'ogni genere entrarono in campagna sotto il vessillo nero degli Abbassidi. Questo esercito sgombrò l'Asia Minore sino al di là di Tiane ed Ancyra, ed investì Eraclea del Ponto[516], già capitale d'un paese florido, ed oggi miserabile borgo, il quale, al tempo di cui parliamo, sostenne colle sue vecchie mura l'assedio di un mese contra tutte le forze dell'oriente. Haroun la rovinò da cima a fondo, e i suoi guerrieri vi trovarono grandi ricchezze; ma se avesse conosciuta la storia della Grecia, avrebbe deplorata la perdita di una statua d'Ercole, che avea tutti gli attributi del Semidio, cioè la clava, l'arco, il turcasso, e la pelle di lione in oro massiccio. Per li progressi dei guasti in mare e in terra, dall'Eusino all'isola di Cipro, fu determinato Niceforo a ritrattare la sua superba disfida. Consentì Haroun alla pace: ma volle che rimanessero le rovine d'Eraclea per una lezione ai Greci, e per un trofeo alla sua gloria, e che la moneta del tributo portasse l'effigie e il nome di Haroun e de' suoi tre figli. Ma questa pluralità di sovrani fu quella che diede ai Romani agio per sottrarsi al proprio disonore[517]. Dopo la morte del padre, i figli del Califfo si contesero l'eredità, e quegli che vinse la prova, il nobile Almamone, ebbe troppo che fare a ristabilire la pace domestica e la coltura delle scienze.

A. D. 823

Mentre Almamone regnava in Bagdad, e Michele-il-Balbo in Costantinopoli, gli Arabi soggiogarono le isole di Creta[518] e di Sicilia. I loro scrittori, che ignoravano la fama di Giove e di Minosse, non curarono la prima di quelle conquiste: ma non fu trascurata dagli storici Bizantini, che qui cominciano a spargere un po' più di luce sulle cose del lor tempo[519]. Una turba di volontari della Andalusia, malcontenti del clima e del governo di Spagna, se ne andarono per mare in cerca d'avventure, e poichè non aveano che dieci o venti galere furono chiamati corsari. Come sudditi e difensori della parte dei Bianchi, credevano aver dritto d'invadere i domimi dei Califfi Neri. Da una fazione ribelle furono introdotti in Alessandria[520]; tagliarono a pezzi amici e nemici, posero a sacco le chiese e le moschee, vendettero più di seimila cristiani, e si tennero forti nella capitale dell'Egitto sino al tempo che Almamon piombò su loro col suo esercito. Dalla foce del Nilo sino all'Ellesponto, le isole e le coste, che appartenevano o ai Greci o ai Musulmani, furono esposte alle loro devastazioni. Allettati dalla fertilità della Grecia, e ardenti di voglia di insignorirsene, presto vi ritornarono con quaranta galere. Corsero gli Andalusii quell'isola senza tema e senza ostacolo; ma quando giunsero alla riva per imbarcarvi la preda, videro i lor navili in mezzo alle fiamme, e confessò Abu Caab, loro Capo, sè essere l'autore dell'incendio. Accusato dalle loro grida come stravagante o perfido, «di che vi lagnate? rispose l'accorto Emir. Io vi ho condotto in una terra, ove scorre il latte e il mele. Qui sta la vostra patria. Riposate dalle fatiche, e ponete in dimenticanza i deserti nativi. — E le nostre donne e i nostri figli? esclamarono i pirati. — Le vostre belle prigioniere faran le veci delle vostre mogli, soggiunse Abu Caab, e in braccio a loro diverrete ben presto padri d'una nuova famiglia». Non ebbero da prima per abitazione che il loro campo sulla baja di Suda, cinto da una fossa e da un muro; ma da un monaco apostata, fu loro indicato nella parte orientale un sito più opportuno, e il nome di Candace, che diedero alla lor Fortezza e alla colonia loro, e divenuto quello dell'intera isola chiamata poi corrottamente Candia. Delle cento città sussistenti ai tempi di Minosse, non ne rimanean più che trenta, e una sola, per quanto si crede, Cydonia, ebbe coraggio di mantenersi in libertà e di non abbiurare il cristianesimo. I Saracini di Creta non tardarono a rifare vascelli; e i boschi del monte Ida solcarono ben presto i mari. Nei cento trentott'anni di una guerra continua contro quegli arditi corsari, non cessarono i principi di Costantinopoli di attaccarli e inseguirli senza frutto.

A. D. 727-878