Un atto di severità superstiziosa fece perdere la Sicilia[521]. Un giovane, che avea rapita una religiosa, fu condannato dall'imperatore a perdere la lingua. Eufemio, tale era il nome del giovanetto, ebbe ricorso alla ragione e alla politica dei Saracini d'Affrica, e fece ritorno ben presto nel suo paese, vestito della porpora imperiale, seguìto da cento navi, da settecento cavalieri, e da diecimila fanti. Questi guerrieri sbarcarono a Mazara, presso le rovine dell'antica Selinunte; ma dopo alcune piccole vittorie, i Greci liberarono Siracusa[522]; rimase ucciso l'apostata nell'assedio, e gli Arabi furono ridotti a mangiar i cavalli. Vennero anch'essi soccorsi da un potente sforzo dei Musulmani della Andalusia; la parte occidentale, che era la più considerevole dell'isola, fu a poco a poco sottomessa, e i Saracini elessero il comodo porto di Palermo per sede della lor potenza navale e militare. Serbò Siracusa per cinquant'anni la fede giurata a Gesù Cristo e all'imperatore. Quando fu assediata l'ultima volta, mostrarono i suoi cittadini un avanzo di quel coraggio, che avea resistito altre volte alle armi d'Atene e di Cartagine. Più di venti giorni stettero fermi contro gli arieti e le catapulte, le mine e le testudini degli assedianti; e avrebbe potuto essere soccorsa la Piazza, se non fossero stati impiegati in Costantinopoli i marinai dell'armata imperiale a fabbricare una chiesa in onore della Vergine Maria. Il diacono Teodosio, non che il vescovo e tutto il clero furono strappati dagli altari, caricati di catene, condotti a Palermo, gettati in una prigione e continuamente esposti al rischio di scegliere o la morte o l'apostasia. Teodosio ha scritto, sopra la sua situazione, un discorso patetico che non è privo d'eleganza, e che può considerarsi come l'epitaffio del suo paese[523] Dal tempo che fu soggiogata la Sicilia dai Romani, sino a quello in cui fu conquistata dai Saracini, Siracusa, ora ristretta all'isola d'Ortigia che formò il suo primo recinto, avea a poco a poco perduto l'antico splendore. Nondimeno conteneva ancora grandi ricchezze; i vasi d'argento trovati nella cattedrale pesavano cinquemila libbre; il bottino fu valutato un milione di pezze d'oro, vale a dire circa quattrocentomila lire sterline, e il numero de' prigionieri dovette essere più considerevole che in Tauromenio, d'onde furono trasportati diciassettemila cristiani in Affrica per vivere colà nella schiavitù. Dai vincitori fu annichilita in Sicilia la religione e la lingua dei Greci, e tanta fu la docilità della nuova generazione, che furono circoncisi quindicimila giovanetti in un sol giorno col figlio del Califfo Fatimita. Salparono dai porti di Palermo, di Biserta e di Tunisi le forze marittime degli Arabi, e assalirono e posero a ruba centocinquanta città della Calabria e della Campania, nè il nome dei Cesari o degli appostoli valse a difendere i sobborghi di Roma. Se fossero stati concordi i Musulmani, avrebbero di leggieri avuta la gloria di sottomettere l'Italia all'impero del Profeta; ma i Califfi di Bagdad aveano perduta in occidente l'autorità, gli Aglabiti e i Fatimiti usurpato le province dell'Affrica, mentre in Sicilia i loro Emiri anelavano alla independenza e i lor disegni di conquista e di ingrandimento si ristrinsero ad alcune scorribande di corsari[524].
A. D. 846
Fra le umiliazioni e i patimenti che desolavano allora l'Italia, il nome di Roma risveglia negli animi un'augusta e insiem dolorosa memoria. Parecchi navili Saracini della costa d'Affrica ebbero il coraggio di salire il Tevere ed accostarsi ad una città, che, sebben digradata, era ancora riverita come metropoli del Mondo cristiano. Un popolo tremante ne custodiva le porte e le mura; ma le tombe e le chiese di S. Pietro e Paolo, situate nei sobborghi del Vaticano e sulla strada d'Ostia, rimanevano abbandonate al furor de' Musulmani. La santità di questi luoghi aveali protetti contro l'ingordigia dei Goti, dei Vandali, dei Barbari e dei Lombardi; ma gli Arabi aveano a sdegno l'Evangelo e la Leggenda, e dai precetti del Corano era approvata ed anzi stimolata la loro rapacità. Tolsero alle statue del cristianesimo le offerte onde erano arricchite; levarono dalla chiesa di S. Pietro un altar d'argento, e se lasciarono interi gli edificii ed i corpi dei Santi quivi sepolti, deesi attribuire questo riguardo alla fretta piuttosto che ai loro scrupoli. Nelle scorrerie che fecero sulla via Appia, saccheggiarono Fondi, e assediarono Gaeta, ma si allontanarono dalle mura di Roma, e la discordia loro salvò il Campidoglio dal giogo del Profeta della Mecca. Ma eran sempre minacciati i Romani dallo stesso pericolo, e mal poteano le lor forze difenderli da un Emir dell'Affrica. Invocarono essi la protezione del Re di Francia che allora dava legge ai medesimi: un distaccamento dei Barbari battè un esercito francese, e Roma ridotta allo stremo, pensava a tornare sotto l'impero del principe che regnava in Bisanzio; ma poteva questo divisamento aver sembianza di ribellione, e troppo lontani e precari erano i soccorsi che ne poteano sperare[525]. Parve che la morte del Papa, Capo spirituale e temporale della città, fosse un aumento a tanti mali; ma nell'urgenza delle circostanze si abbandonarono le forme e i maneggi ordinari d'una elezione, e la concorrenza dei suffragi a favor di Leone IV[526] fu la salvezza del cristianesimo e di Roma. Questo Pontefice era nato Romano. Ardeva ancora nel suo petto il coraggio delle prime età della repubblica, e in mezzo alle rovine della patria teneasi ritto in piedi come una di quelle maestose e ferme colonne, che si vedono sollevare il capo sopra gli avanzi del Foro. Consacrò i primi giorni del suo regno a purificar le reliquie che furon messe in luogo sicuro, indi a far orazioni, processioni e tutte le cerimonie più solenni della religione, che per lo meno servirono a guarire la fantasia e a riconfortar le speranze della plebe. Da lungo tempo non s'avea pensiero di ciò che concerneva alla difesa della città; non già che si sperasse la pace, ma perchè l'angustia e la miseria dei tempi non davan luogo a simili cure. Leone ristaurò le mura come potè coi deboli mezzi che aveva e nella ristrettezza del tempo; quindici torri furono erette, o rifabbricate nei siti di più facile accesso: due di queste torri dominavano le due rive del Tevere, e si tirarono catene sul fiume per impedire alle navi nemiche il passaggio all'insù. Ebbero almeno i Romani qualche intervallo di riposo, poichè seppero avere i Saracini levato da Gaeta l'assedio, e i flutti ingoiato buon numero di Musulmani col sacrilego loro bottino.
A. D. 849
L'esplosione della procella fu differita, per poi scoppiare in breve con più violenza. L'Aglabita[527], che regnava in Affrica, avea redato dal padre un tesoro e un esercito; una squadra di Arabi e di Mori, dopo un breve soggiorno nei porti della Sardegna, venne ad approdare alla foce del Tevere, cioè a sedici miglia da Roma, e col numero e colla disciplina parea che annunciassero non una scorreria passeggera, ma la ben ferma intenzione di conquistare l'Italia. Leone intanto era stato sollecito ad allearsi colle città libere di Gaeta, di Napoli e d'Amalfi, vassalle dell'impero Greco: alla giunta del Saracini, comparvero le galere di quelle nel porto d'Ostia capitanate da Cesario, figlio del duca di Napoli, giovine guerriero, caldo di valore e magnanimo, già vincitore dei navili degli Arabi. Co' suoi primarii ufficiali andò al palazzo di Laterano per invito del Papa, che finse accortamente d'interrogarlo sul motivo del suo viaggio, e di ricevere con sorpresa pari alla gioia l'aiuto mandatogli dalla Provvidenza. Il Padre de' cristiani si trasferì ad Ostia, accompagnato dalle milizie armate di Roma, fece la rivista de' suoi liberatori e diede loro la benedizione. Gli alleati baciarono i piedi al Pontefice. Ricevettero essi la Comunione con una divozion guerriera, e Leone pregò il Dio che aveva sostenuto S. Pietro e S. Paolo sui flutti del mare, perchè sostenesse la forza delle braccia pronte a combattere i nemici del suo santo nome. I Musulmani, dopo un'orazione simile a quella de' cristiani, e con pari coraggio, cominciarono ad assalire le navi cristiane, che tennero ferme il lor sito vantaggioso lungo la costa. Pendea la vittoria verso gli alleati, quando la gloria di determinarla col loro valore fu ad essi rapita da subitanea tempesta, che confuse l'abilità dei marinai più ardimentosi. I cristiani erano difesi dal porto, mentre le navi affricane furon disperse e spezzate fra le roccie e le isole d'una costa nemica. Quelle che camparono dal naufragio e dalla fame, venute in balìa de' loro implacabili avversari non ne ottennero quella clemenza che già non meritavano. La spada e il patibolo liberarono i cristiani da una gran parte di quella pericolosa moltitudine di stranieri; gli altri, posti in catene, furono utilmente impiegati a riparare i sacri edificii che avean voluto distruggere. Il Papa, seguìto dai cittadini e dagli alleati, andò a prostrarsi e a rendere grazie davanti ai Depositi degli appostoli, e dal bottino raccolto in questa vittoria navale si scelsero tredici archi d'argento massiccio per sospenderli all'altare del Pescatore di Galilea. Finchè durò il suo regno, Leon IV attese a munire e ad ornare la città di Roma. Ristaurò e abbellì le chiese, si valse di ottomila marchi d'argento a riparare i danni sofferti da quella di S. Pietro, e l'arricchì di vasi d'oro, che pesavano dugento sessanta libbre, adorni dei ritratti del papa e dell'imperatore, e contornati di un cerchio di perle. Ma è men degno di onore il carattere di Leone per questa vana magnificenza, che per la cura paterna con cui rialzò le mura di Orta e di Ameria, e raccolse nella nuova città di Leopoli, lontana dalla costa dodici miglia, i dispersi abitanti di Centumcellae[528]. Per le sue liberalità, potè una colonia di Corsi domiciliarsi colle mogli e coi figli in Porto, città posta alla foce del Tevere, che già crollava, e che egli riparò per essi: i campi e i vigneti di quel territorio furon distribuiti fra i nuovi coloni, e per aiutare le loro prime fatiche diede loro cavalli e bestiami, di modo che quei bravi fuorusciti, spirando vendetta contro i Saracini, giurarono di vivere e di morire sotto il vessillo di S. Pietro. A poco a poco i pellegrini dell'occidente e del settentrione, che venivano a visitare la tomba degli appostoli, avean formato il vasto sobborgo del Vaticano, e, secondo il linguaggio del tempo, si distinguevano le loro abitazioni col nome di scuole dei Greci e dei Goti, dei Lombardi e dei Sassoni; ma quel rispettabile recinto era sempre esposto senza difesa a un insulto dei sacrileghi. L'autorità fu prodiga di tutto il suo potere, la carità di tutte le sue limosine a circondarlo di mura e di torri, e per quattro anni, che durò questo pio lavoro, fu veduto, a tutte le ore e in tutte le stagioni, l'instancabile Pontefice intento ad incoraggiare gli operai colla sua presenza. Il nome di città Leonina, da lui dato al Vaticano, lascia trapelare il suo amore di gloria, passion generosa ma terrena; nondimeno, molti atti di penitenza e d'umiltà cristiana temperarono l'orgoglio di quella dedica. Il Papa ed il clero girarono a piedi, e sotto il sacco e la cenere, il recinto segnato per la nuova città; salmi e litanie furono i canti di trionfo; si aspersero d'acqua santa i muri, e sul fin della cerimonia Leone pregò gli appostoli e l'esercito degli angeli a mantener l'antica e la nuova Roma sempre pure, felici e inespugnabili[529].
A. D. 838
L'imperator Teofilo, figlio di Michele-il-Balbo, è un dei principi più attivi e coraggiosi che abbiano nel medio evo occupato il trono di Costantinopoli. Marciò cinque volte in persona contro i Saracini in guerre offensive e difensive; terribile nell'assalto, ottenne anche nelle sconfitte la stima de' nemici. Nell'ultima delle sue imprese, entrò in Sorìa, ed assediò l'oscura città di Sozopetra dove a caso era nato il Califfo Motassem, il cui padre Haroun, sì in pace che in guerra, si facea sempre accompagnare dalla prediletta delle sue mogli e delle sue concubine. Allora le armi dei Saracini erano rivolte contro la sedizione di un impostore Persiano, e non potè che intercedere in favore d'una città, per cui aveva una specie di attaccamento figliale. Le sue istanze noiose indussero l'imperatore ad offenderne l'orgoglio in punto sì sensibile. Sozopetra fu arsa; gli abitanti furono mutilati o ignominiosamente segnati da un marchio, e i vincitori rapirono sul territorio de' contorni mille prigioniere. Era tra queste una matrona della Casa di Abbas, la quale disperata implorò il soccorso di Motassem: irritato questi dall'insulto de' Greci, credette del suo onore il farne vendetta, e rispondere all'invito fattogli dalla sua parente. Sotto il regno de' due fratelli maggiori, s'era ristretto il retaggio del più giovine all'Anatolia, all'Armenia, alla Georgia e alla Circassia, e questa situazione sulle frontiere gli avea dato modo di esercitare i suoi talenti militari, sì che fra i titoli che il caso gli avea dati al soprannome di Ottonario[530], formano senza dubbio il più onorevole quelle otto battaglie che guadagnò, o almeno che fece contra i nemici del Corano. In questa contesa personale, le soldatesche dell'Irak, della Sorìa e dell'Egitto, levarono le lor reclute dalle tribù dell'Arabia e dalle masnade turche: numerosa dovette esser la sua cavalleria, benchè convenga dibattere un poco dai cento trentamila cavalli che gli danno gli storici; e le spese dell'armamento sono state valutate di quattro milioni sterlini, ossia centomila libbre d'oro. Si ragunarono i Saracini a Tarso, e in tre divisioni presero la strada maestra di Costantinopoli. Motassem comandava la battaglia: la vanguardia era guidata da Abbas suo figlio, il quale, nelle prime sue prove militari, poteva trionfare con più gloria o perdere con meno vergogna, ed il Califfo avea risoluto di vendicare con pari ingiuria l'ingiuria ricevuta. Il padre di Teofilo era nato in Amorio[531] di Frigia, città già cuna della casa imperiale, segnalata pei suoi privilegi e monumenti, e, qualunque fosse l'opinion del popolo, non meno preziosa di Costantinopoli agli occhi del sovrano e della Corte. Fu scolpito il nome d'Amorio sugli scudi de' Saracini, ed i tre eserciti si riunirono sotto le mura di quella città proscritta. Era stato avviso dei consiglieri più saggi di votar la Piazza, di sgombrarla d'abitanti, e di abbandonarne gli edificii alla vana furia dei Barbari. S'appigliò l'imperatore al più generoso partito di sostenere un assedio, e di dare una battaglia per difendere la patria de' suoi antenati. Quando gli eserciti si avvicinarono, parve che la fronte della linea musulmana fosse la più abbondante di picche, e di chiaverine: ma dall'una e dall'altra parte, non fu per le milizie nazionali glorioso l'esito della pugna. Gli Arabi furono sbaragliati, ma dalle spade di trentamila Persiani che aveano ottenuto servigio e domicilio nell'impero Greco. Furono respinti e sconfitti i Greci, ma dalle freccie della cavalleria turca; e se una pioggia caduta la sera non avesse bagnate e allentate le corde degli archi, a stento avrebbe potuto l'imperatore salvarsi con piccol drappello di cristiani. L'esercito debellato si fermò in Dorilea, città tre giornate lontana dal campo di battaglia. Teofilo, facendo la rivista de' suoi palpitanti squadroni, non ebbe che a scusare la propria fuga con quella dei sudditi. Dopo questa pubblicità della sua debolezza, invano ebbe speranza di preservare Amorio: rigettò con isdegno l'inesorabile Califfo le sue preghiere e promesse; ne ritenne anche presso di sè gli ambasciatori perchè fossero testimoni della sua vendetta, e poco mancò che non fossero spettatori della sua vergogna. Un governator fedele, una guarnigione composta di veterani e d'un popolo disperato, sostennero per cinquantacinque giorni i vigorosi assalti dei Musulmani, e sarebbero stati astretti i Saracini a levar l'assedio, se un traditore non avesse loro indicata la parte più debole dei muri, che facilmente potea conoscersi dalle figure d'un leone e d'un toro collocate in quel luogo. Motassem compiè in tutto il rigore il suo voto. Affaticato dalla strage senza esserne sazio, ritornò al palazzo di Samara, che egli avea fabbricato poco prima nei contorni di Bagdad, mentre lo sfortunato Teofilo[532] implorava il tardo ed incerto soccorso del suo rivale, l'imperatore dei Franchi. Intanto all'assedio d'Amorio avean perduta la vita settantamila Musulmani, ed erano stati vendicati coll'eccidio di trentamila cristiani, e colle crudeltà praticate verso un egual numero di prigionieri, che furono trattati come i malfattori più atroci. Qualche volta la necessità obbligò le due fazioni ad acconsentire al cambio e al riscatto dei prigionieri[533]: ma in questa lotta nazionale e religiosa dei due imperi, era senza fiducia la pace e senza dar quartiere la guerra: di rado se lo accordava sul campo di battaglia, e quelli che scampavano dalla morte o erano riservati ad una schiavitù perpetua, ovvero ad orribili torture, ed un imperatore cattolico racconta giovialmente il supplicio dei Saracini di Creta, che furono scorticati vivi o tuffati in caldaie d'olio bollente[534]. Avea Motassem per un puntiglio d'onore sagrificata una florida città, dugentomila uomini, e molti milioni. Lo stesso Califfo smontò da cavallo, e imbrattò la veste per dar soccorso a un vecchio decrepito, che era caduto coll'asino in una fossa limacciosa. A quale di queste due azioni avrà egli con più piacere pensato quando fu chiamato dall'angelo della morte[535]?
A. D. 841-870
Con Motassem, l'ottavo degli Abbassidi, scomparve la gloria della sua famiglia e della nazione. Quando i vincitori arabi furono dispersi per l'oriente, quando si furono mischiati colle milizie servili della Persia, della Sorìa e dell'Egitto, vennero perdendo l'energia e le bellicose virtù del deserto. Il coraggio dei paesi meridionali è una produzione artificiale della disciplina e del pregiudizio. Era scemata l'attività del fanatismo, e le soldatesche del Califfo, divenute mercenarie, si reclutarono nel settentrione, ove si trova il valor naturale, produzion vigorosa e spontanea di quei climi. Si prendeano in guerra, o si compravano i Turchi[536] viventi al di là dell'Oxo e dell'Iaxarte, gioventù robusta, che si educava nell'arte della guerra e nella fede musulmana. Questi Turchi, divenuti le guardie del Califfo, circondavano il trono del loro benefattore, e non andò guari che i loro Capi usurparono l'impero del palazzo e delle province. Fu Motassem il primo che desse questo esempio pericoloso chiamando più di cinquantamila Turchi nella capitale, i quali colla eccessiva licenza suscitarono, e si tirarono addosso l'odio pubblico; e dalle contese dei soldati e del popolo fu obbligato il Califfo a lasciare Bagdad, e a trasportare la sua residenza ed il campo de' suoi barbari favoriti a Sumara, sul Tigri, circa dodici leghe superiormente alla città di Pace[537]. Motawakkel, suo figlio, fu sospettoso e crudele tiranno. Detestato dai sudditi ricorse alla fedeltà delle guardie turche; questi stranieri ambiziosi, sbigottiti dal vedersi odiati, si lasciarono agevolmente sedurre dai vantaggi che lor promettea una rivoluzione. Per le istigazioni di suo figlio, o per la lor brama di dare a lui la corona, si gettarono all'ora della cena nell'appartamento del Califfo, e lo tagliarono in sette pezzi con quelle spade che aveano da lui ricevuto per difendergli la vita ed il trono. Moatanser, su quel trono ancora rosseggiante del sangue paterno, fu portato in trionfo; ma nei sei mesi di regno, non provò che le angosce d'una coscienza colpevole. Se, come si dice, egli pianse alla vista di una vecchia tappezzeria che raffigurava il delitto e il castigo del figlio di Cosroe; se il pentimento, e il rimorso gli abbreviaron di fatto la vita, ci sarà lecito sentire un po' di compassione per un parricida, che nel punto della morte esclamava d'aver perduto la felicità di questo Mondo e dell'altro. Dopo quest'atto di tradimento, i mercenari stranieri diedero a lor grado e ritolsero l'abito e il bastone di Maometto, che tuttavia erano gli emblemi del reame; e in quattr'anni crearono, deposero e assassinarono tre Califfi. Ogni volta che eran dominati da timore, da rabbia, da cupidigia, i Turchi afferravano il Califfo pei piedi, e dopo averlo strascinato fuor del palagio lo esponevano nudo al sole ardente, lo battevano con mazze di ferro, e lo forzavano a comprare colla abdicazione qualche momento di ritardo per un destino inevitabile[538]. Infine si calmò questa tempesta, o veramente prese un altro corso: tornarono gli Abbassidi a Bagdad che offeriva loro un soggiorno meno procelloso: da una mano più ferma e più abile fu repressa l'insolenza del Turchi, e queste milizie tremende colle guerre estere furon divise o distrutte. Ma le nazioni dell'oriente s'erano avvezzate a mettersi sotto i piedi i successori del Profeta, e solo col menomarne la forza, e rallentandone la disciplina, poterono i Califfi ottenere nell'interno dei loro Stati la pace. Son tanto uniformi i funesti effetti del dispotismo popolare, che mi par di ripetere qui la storia delle guardie pretoriane[539].
A. D. 890-951