Mentre gli affari, i piaceri e le cognizioni in quel tempo spegneano il fanatismo, serbavasi tutto intero il suo fuoco in un piccol numero d'eletti che voleano regnare in questo Mondo o nell'altro. Invano l'appostolo della Mecca avea ripetuto mille e mille volte che egli l'ultimo sarebbe dei Profeti. L'ambizione, o, se è lecito profanare questa parola, la ragione del fanatismo potea sperare che dopo le missioni successive d'Adamo, di Noè, d'Abramo, di Mosè, di Gesù, e di Maometto avrebbe lo stesso Dio nella pienezza dei tempi rivelata una legge sempre più perfetta e più durevole. L'anno 277 dell'Egira, un predicatore Arabo, per nome Carmath, prese nei dintorni di Cufa i titoli pomposi ed inintelligibili di Guida, di Direttore, di Dimostrazione, di Verbo, di Spirito Santo, di Cammello, di Araldo del Messia che avea conversato con lui, come egli dicea, sotto la forma umana, e finalmente di Rappresentante di Maometto, figlio di Alì, di Rappresentante di S. Gio. Battista, e dell'Angelo Gabriele. Pubblicò un volume mistico, in cui diede ai precetti del Corano un senso men materiale. Rilassò le leggi sulle abluzioni, sul digiuno, e sul pellegrinaggio; permise l'uso del vino e dei cibi vietati, e per mantenere il fervore ne' suoi discepoli, impose ad essi l'obbligo di orare cinquanta volte al giorno. L'ozio e l'effervescenza della ciurmaglia rustica, che si fece ligia al nuovo Profeta, chiamarono l'attenzione dei magistrati di Cufa: ma con una timida persecuzione accrebbero i progressi della Setta, e il nome poi di Carmath fu anche più venerato quando ebbe lasciato il Mondo. I suoi dodici appostoli si dispersero fra i Beduini, «razza d'uomini, dice Abulfeda, spoglia di ragione come di religione»; e la loro fama già minacciava all'Arabia una rivoluzione novella. Erano i Carmatii ben disposti a ribellarsi, poichè non riconoscevano i titoli della casa d'Abbas, e avevano in abbominazione la pompa mondana dei Califfi di Bagdad. Erano suscettivi di disciplina, avendo giurato una cieca ed assoluta sommessione al loro Iman, che dalla voce di Dio e da quella del popolo era chiamato al ministero profetico. Invece delle decime statuite dalla legge, chiese ad essi il quinto delle proprietà e del bottino: le azioni più criminose non erano che il tipo della disobbedienza, e il giuramento del segreto univa i ribelli e li toglieva alle ricerche. Dopo una sanguinosa battaglia, si insignorirono della provincia di Bahrein lungo il golfo Persico; le tribù d'una vasta estension del deserto furono sottomesse allo scettro, o piuttosto alla spada di Abu-Said; e di Abu-Taher suo figlio; e questi Imani ribelli poterono mettere in campo cento settemila fanatici. Furono sbigottiti i mercenari del Califfo alla giunta d'un nemico che non chiedeva, e non dava quartiere; la diversità di forza e di pazienza, che si osservava nei due eserciti, prova il cangiamento portato nel carattere degli Arabi da tre secoli di prosperità. Tai soldatesche erano in tutti i combattimenti sconfitte; le città di Racca e di Baalbek, di Cufa e di Bassora furono prese e poste a sacco; regnava la costernazione in Bagdad, e il Califfo stava tremante dietro le cortine della sua reggia. Abu-Taher fece una scorreria al di là del Tigri, e arrivò sino alle porte della capitale con soli cinquecento cavalli. Avea Moctader ordinato che si spezzassero i ponti, e il Califfo aspettava ad ogni istante la persona o la testa del ribelle. Il suo Luogo-tenente, fosse timore o compassione, informò Abu-Taher del pericolo, e gli raccomandò di fuggire frettolosamente: «Il vostro padrone, disse al messaggiero l'intrepido Carmatio, ha trentamila soldati: ma nel suo esercito non conta tre uomini come questi». Poi rivolto a tre de' suoi compagni, comandò al primo che si immergesse un pugnale nel seno, al secondo che si gettasse nel Tigri, e al terzo che si lanciasse in un precipizio. Essi ubbidirono senza dolersi: «Narrate quel che avete veduto, soggiunse l'Imano; prima della notte il vostro generale sarà incatenato in mezzo ai miei cani». Avanti la notte appunto fu sorpreso il campo ed eseguita la minaccia. Le rapine dei Carmatii erano santificate dalla avversione che avevano al culto della Mecca; spogliarono una carovana di pellegrini, e ventimila Musulmani devoti furono lasciati perire di fame e di sete tra le sabbie ardenti del deserto. Un altr'anno, permisero che i pellegrini continuassero il lor viaggio senza interruzione; ma in tempo delle solennità che celebrava la pietà dei fedeli, Abu-Taher prese d'assalto la città santa, e, calpestò le cose più rispettabili della fede de' Musulmani. I suoi soldati passarono a fil di spada cinquantamila cittadini e forestieri, profanarono il recinto del tempio, seppellendo colà tremila cadaveri; il pozzo di Zemzem fu empiuto di sangue; fu levata la grondaia d'oro; si divisero gli empi Settari il velo della Caaba, e portarono in trionfo alla lor capitale la pietra nera, primo monumento della nazione. Dopo tanti sacrilegii e tante atrocità, continuarono ad infestare le frontiere dell'Irak, della Sorìa, e dell'Egitto; ma il principio vitale del fanatismo s'era inaridito alla radice. Per iscrupolo o per cupidigia, riapersero la strada della Mecca ai pellegrini, restituirono la pietra nera della Caaba; nè giova indicare quali fazioni li divisero o quall'armi li distrussero. La setta dei Carmatii può considerarsi come la seconda delle cagioni visibili che contribuirono alla decadenza e alla caduta dell'impero de' Califfi[540].

A. D. 800-936

Il peso e l'ambizione dell'impero medesimo furon la terza cagione della sua rovina, e quella che si comprende alla prima occhiata. Si vantava il Califfo Almamor di reggere con più facilità l'oriente e l'occidente, che di ben condurre i pezzi d'uno scacchiere di due piedi quadrati[541]; ma mi do a credere che nell'uno e nell'altro di questi giuochi commettesse gravissimi falli, e osservo che nelle province lontane era già scaduta l'autorità del primo e del più potente degli Abbassidi. L'uniformità dei modi che impiega il dispotismo, veste di tutta la dignità del principe ogni rappresentante nel suo ufficio; la divisione e la bilancia dei poteri dovettero rammentare la consuetudine dell'ubbidienza, e dar ardimento ai sudditi, che sino a quel punto erano passivi nella sommessione, a ricercar l'origine e i doveri del governo civile. Rare volte chi è nato nella porpora è degno del trono: ma l'esaltazione d'un semplice cittadino, talora anche d'un paesano o di uno schiavo, ispira generalmente una grande opinione del suo coraggio e della sua abilità. Il vice-re d'una provincia lontana s'ingegna d'appropiarsi il deposito precario alla sua cura affidato, e di trasmetterlo ai suoi discendenti; amano i popoli di vedere in mezzo a loro il sovrano; e i tesori e gli eserciti, di cui egli dispone, divengono l'oggetto ad un tempo e l'istrumento delle sue mire ambiziose. Finchè i Luogo-tenenti del Califfo stettero contenti al titolo di vice-re, finchè credettero dover implorare per sè o pei figli la rinnovazion dei poteri che avean ricevuto dall'imperatore, finchè sulle monete e nelle preghiere pubbliche conservarono il nome e i titoli di comandanti dei fedeli, si conobbe appena aver l'autorità cangiato di mano. Ma nel lungo esercizio d'un potere ereditario, pigliarono il fasto e le attribuzioni di regnanti: la pace o la guerra, i premi o i castighi non dipendevano che dalla lor volontà, e non si impiegavano le rendite del governo fuorchè in servigio del paese, o a sostener la magnificenza del governatore; invece di contribuzioni effettive in uomini ed in danaro, i successori del Profeta ricevettero come un attestato di sommissione, buono solamente a lusingare il loro orgoglio, un elefante, uno stormo di falconi, una serie di tappezzerie di seta o poche libbre di muschio e d'ambra[542].

Dopo che la Spagna si levò di dosso il giogo temporale e spirituale degli Abbassidi, si videro comparire nella provincia d'Affrica i primi sintomi della disobbedienza. Ibrahim, figlio di Aglab, Luogo-tenente del vigile e severo Haroun, legò il suo nome e il potere alla dinastia degli Aglabiti. O per indolenza o per politica dissimularono i Califfi l'oltraggio e il danno, e si contentarono ad usare il veleno contro il Capo della casa degli Edrisiti[543], che fondò il regno e la città di Fez sulle rive del mare occidentale[544].

A. D. 872-902

In oriente, la prima dinastia fu quella del Thaeriti[545] discendenti del prode Taher, che nelle guerre civili dei figli di Haroun avea con troppo zelo e fortuna servito la causa d'Almamon, di tutti il più giovine. Fu mandato in onorevole esiglio a comandare sulle rive dell'Oxo, e l'indipendenza de' suoi successori, che governarono da padroni il Korasan sino alla quarta generazione, fu palliata dalla modestia delle loro azioni, dalla prosperità dei sudditi e dalla sicurezza in cui seppero mantener la frontiera. Rimasero soppiantati da un di quegli avventurieri tanto comuni negli annali dell'oriente, che aveva abbandonato la professione di calderaio, da cui viene il nome di Suffaridi, pel mestiere di ladro. Chiamavasi Giacobbe, ed era figlio di Leith; s'introdusse la notte nell'erario del principe di Sistan: ma avendo urtato in un pezzo di sale, che lo fece cadere, se lo accostò imprudentemente alla lingua per sapere che fosse. Il sale fra gli orientali è simbolo d'ospitalità, e quindi il pio ladro subitamente si ritirò senza prender nulla e senza far guasto. Scopertasi questa azione, tanto onorevole per Giacobbe, ne meritò egli il perdono e la fiducia del principe. Fu comandante da principio dell'esercito del suo benefattore, e combattè poscia per sè; soggiogò la Persia, e minacciò la sede degli Abbassidi. Marciava verso Bagdad quando fu arrestato dalla febbre. L'ambasciator del Califfo chiese udienza: Giacobbe lo chiamò al capezzale del letto; aveva vicino sopra una tavola una scimitarra nuda, una crosta di pane nero, ed un mazzo d'agli. «Se muoio, diss'egli, il vostro padrone non avrà più timore; se vivo, questo ferro deciderà la nostra lite; se son vinto, ripiglierò senza pena la vita frugale della mia gioventù.» Dall'altezza a cui s'era elevato non potea la caduta essere sì tranquilla; la sua morte, venuta a tempo, assicurò col suo riposo quello pur del Califfo, che con immense concessioni ottenne che suo fratello Amrou tornasse nei palagi di Shiraz e d'Ispahan. Eran troppo deboli gli Abbassidi per combattere, e troppo orgogliosi per perdonare; chiamarono in aiuto la potente dinastia de' Samanidi, i quali passarono l'Oxo con diecimila cavalieri tanto poveri che avean le staffe di legno, e tanto prodi che sconfissero l'esercito dei Suffaridi, otto volte più numeroso del loro. Amrou, fatto prigioniero, fu mandato in catene alla Corte di Bagdad, donativo aggradevole; ed essendosi contentato il vincitore alla possessione ereditaria della Transoxiana e del Corasan, tornarono per qualche tempo i regni di Persia al dominio dei Califfi. Due volte le province della Sorìa e dell'Egitto furono smembrate per opera di schiavi turchi della razza di Toulun e di quella d'Ikside[546]. Questi Barbari, che abbracciata aveano la religione ed i costumi de' Musulmani, si sollevarono dalle fazioni sanguinose del palagio al governo d'una provincia, poi ad una autorità independente. Rendettero celebri e formidabili tra i contemporanei i loro nomi; ma i fondatori di queste due potenti dinastie confessarono, sia coi detti, sia coi fatti, la vanità dell'umana ambizione. Nel punto di mandar l'ultimo sospiro, il primo implorò la misericordia di Dio verso un peccatore, che non avea conosciuto i limiti del proprio potere; il secondo, circondato da quattrocentomila soldati e da ottomila schiavi, celava agli occhi di tutti la camera ove procurava di dormire. Furono allevati i loro figli nei vizii dei re, e gli Abbassidi ricuperarono la Sorìa e l'Egitto che possedettero ancora trent'anni. Nel declinare del loro impero, i principi Arabi della tribù di Hamadan si insignorirono della Mesopotamia e delle rilevanti città di Mosul e d'Aleppo. Indarno i poeti della Corte degli Hamadaniti ripeteano, senza arrossire, aver la natura formato il loro viso sul modello della bellezza, la lingua per l'eloquenza e le mani per la liberalità e pel valore; nella storia del loro innalzamento e del lor regno, non troviamo che una serie di perfidie, di assassinii e di parricidii. In que' medesimi giorni funesti agli Abbassidi surse la dinastia de' Bowidi ad usurpare nuovamente il reame di Persia. Tal rivoluzione fu fatta dalla spada dei tre fratelli, i quali sotto diversi nomi si intitolavano sostegni e colonne dello Stato, e che dal mar Caspio all'oceano non vollero altri tiranni fuor di sè stessi. Sotto il lor dominio ripresero vita la lingua e gli ingegni persiani, e trecentoquattro anni dopo la morte di Maometto perdettero gli Arabi lo scettro dell'oriente.

A. D. 936

Rahdi, il ventesimo degli Abbassidi e il trentesimonono dei successori di Maometto, fu l'ultimo che meritò il titolo di comandante de' fedeli[547], l'ultimo (dice Abulfeda) che abbia parlato al popolo e conversato coi dotti, l'ultimo che nelle spese della casa spiegasse la ricchezza e la magnificenza degli antichi Califfi. Dopo lui, i padroni dell'oriente furono ridotti alla più abbietta miseria, ed esposti agli oltraggi ed ai colpi riservati agli schiavi. Per la sedizione delle province si ristrinse il loro dominio al recinto di Bagdad; ma questa capitale racchiudeva sempre una moltitudine innumerevole di sudditi superbi della passata fortuna, mal contanti dello stato in cui erano allora ed aggravati dalle esazioni d'un fisco, per l'innanzi arricchito delle spoglie o dei tributi della nazione. Nel loro ozio erano occupati dalle fazioni e dalla controversia. I rigidi Settari di Hanbal[548], sotto la maschera della pietà, vollero privarli dei piaceri della vita domestica; penetrarono a forza nelle case dei plebei e dei principi, rovesciarono i vasi di vino che trovarono, batterono i musici e ne ruppero gli strumenti, e con infami sospetti disonorarono tutti coloro che vivevano con gioventù di bell'aspetto. Di due persone unite nella professione medesima, una, generalmente, era per Alì, l'altra contro; e finalmente furono scossi gli Abbassidi dalle grida dei Settari che ne contestavano i titoli e maledivano i fondatori di quella dinastia. Solo potea la forza militare reprimere una plebe turbolenta; ma chi poteva sbramare la cupidità dei mercenari, o mantenerli nella disciplina? Gli Affricani e i Turchi, commessi alla guardia del Califfo, vennero scambievolmente alle mani, e gli Emiri d'Omra[549] imprigionarono o deposero il loro sovrano e profanarono la moschea e l'harem. Se i Califfi si riparavano nel campo, o alla Corte d'un principe vicino, non era che un cangiare di servitù; finalmente la disperazione li trasse a chiamare i Bowidi, soldani della Persia, le cui armi invincibili attutirono le fazioni di Bagdad. Moezaldowlat, secondo dei tre fratelli Bowidi, s'arrogò il poter civile e militare, e volle ben generosamente assegnare sessantamila lire sterline per le spese private del comandante dei fedeli. Ma quaranta giorni dopo la rivoluzione, in un'udienza data agli ambasciatori del Chorasan e sotto gli occhi d'una moltitudine sbigottita, i Dilemiti, per ordine del principe straniero, svelsero il Califfo dal trono, e lo strascinarono in un carcere. Gli saccheggiarono il palazzo, gli cavarono gli occhi, e tanta fu l'ambizion degli Abbassidi che non dubitarono d'aspirare ancora ad una corona sì pericolosa e avvilita. I voluttuosi Califfi ritrovarono nella scuola dell'avversità le virtù austere e frugali dei primi tempi della lor religione. Spogliati dell'armatura e del vestimento di seta digiunavano, pregavano, studiavano il Corano e la tradizion dei Sonniti, adempievano con zelo, e da uomini istruiti, gli uffici della lor dignità ecclesiastica. Sempre in essi erano rispettati dalle nazioni i successori dell'appostolo, gli oracoli della legge o della coscienza dei fedeli; qualche volta dalla debolezza e dalle discordie dei lor tiranni fu renduta a loro la sovranità di Bagdad, ma era cresciuta la lor disgrazia col trionfo dei Fattimiti, veri o falsi discendenti di Alì. Questi rivali fortunati, venuti dalla estremità dell'Affrica, aveano annientata in Egitto e in Sorìa l'autorità spirituale e temporale degli Abbassidi, ed il monarca del Nilo insultava l'umil pontefice delle rive del Tigri.