Poteano ancora gli imperatori andar con ragione superbi, poichè fra tutti i monarchi del cristianesimo, non v'era un solo che vantasse una sì gran capitale[571], sì grossa rendita, e uno Stato sì florido e popoloso. Le città dell'occidente erano decadute coll'impero, e le rovine di Roma, le mura di melma, le case di legno, e l'angusto recinto di Parigi e di Londra non davano ai Latini veruna idea che potesse predisporli alla vista di Costantinopoli, al suo sito e alla sua vastità, alla magnificenza de' suoi palagi, delle chiese, delle arti o del lusso de' suoi innumerabili abitatori. Poteano i suoi tesori stimolare o allettare l'avidità dei Persiani, dei Bulgari, degli Arabi e dei Russi: ma la sua forza aveva sempre ributtato, e promettea di ributtare ancora i lor temerarii assalti. Erano le province meno felici e più facili da conquistare, e si citavano pochi Cantoni e poche città che non fossero state poste a sacco dai Barbari, tanto più ingordi di bottino quanto più scemi della speranza di fermare il piede in quelle contrade ove faceano scorrerie. Dal regno di Giustiniano in poi, l'impero d'oriente venne ogni dì perdendo del suo primo splendore; la forza struggitrice era più potente di quella che tendeva a perfezionare, e i mali della guerra erano aggravati da quelli più durevoli che dalla tirannide civile e dalla ecclesiastica discendevano. Sovente il prigioniero, scampato dai Barbari, era spogliato e incarcerato dagli agenti del suo sovrano. La superstizione dei Greci ne ammolliva lo spirito coll'uso dell'orazione, e indeboliva il corpo coll'eccesso dei digiuni: la moltitudine dei conventi e delle solennità privava la nazione di gran numero di braccia e di giornate di lavoro. Nondimeno i sudditi dell'impero Bizantino erano tuttavia il popolo più industre e più operoso della terra. Era stata prodiga la natura al lor paese di tutti i beneficii del suolo, del clima e della situazione, e la lor indole paziente e pacifica era più giovevole alla conservazione e al ristauramento delle arti, di quel che potesse esserlo lo spirito guerriero e l'anarchia feudale dell'Europa. Le province che ancora eran parte dell'impero, si popolarono e s'arricchirono sulle disgrazie di quelle che irreparabilmente caddero in balìa del nemico. Per fuggire il giogo dei Califfi, vennero i Cattolici della Siria, dell'Egitto e dell'Affrica a cercare il dominio del loro legittimo principe e la società dei lor fratelli. Fu accompagnato e addolcito il loro esilio dalle ricchezze mobiliari, che sfuggono alle indagini dell'oppressione, e Costantinopoli accolse nel suo grembo il commercio che abbandonò Tiro ed Alessandria. I Capi dell'Armenia e della Scizia, scacciati dal nemico o dalla persecuzion religiosa, vi furono con ospitalità ricevuti; si diede coraggio a quei che li avean seguìti di fabbricare nuove città e di coltivar le terre deserte; e molti angoli dell'Europa e dell'Asia han conservato e il nome e le costumanze, o la memoria almeno, di quelle colonie. Quelle tribù dei Barbari, che coll'armi alla mano avean fermato il piede sul territorio dell'impero, furono anch'esse a poco a poco ridotte sotto le leggi della chiesa e dello Stato. Quando avessi bastanti documenti per descrivere i ventinove temi della monarchia Bisantina, dovrei per avventura ristringermi alla esposizione di una sola di queste province che desse a conoscere le altre. Per buona sorte posso parlare minutamente di una che più merita attenzione, cioè di quella del Peloponneso, nome che sarà gradevole alla curiosità di tutti i dilettanti delle cose antiche.
Sin dall'ottavo secolo, durante il procelloso regno degli Iconoclasti, alcune geldre di Schiavoni, che precorsero lo stendardo reale della Bulgaria, aveano inondato la Grecia ed anche il Peloponneso[572]. Erano stranieri Cadmo, Danao, e Pelope che aveano seminato di già su quel fertile suolo i germi della civiltà e del sapere; ma dai selvaggi del Nord furono totalmente sbarbate le reliquie di quelle già isterilite radici. Questa irruzione cangiò la faccia del paese e gli abitatori; perdette il sangue greco gran parte della sua purezza, e i nobili più superbi del Peloponneso ricevettero i nomi ingiuriosi di forestieri e di schiavi. Sotto i regni successivi si potè in parte sgombrar quella terra dai Barbari che la bruttavano; i pochi che vi si lasciarono furono legati da un giuramento di ubbidienza, di tributo e di servigio militare, che poi rinnovarono, e violarono soventi volte. Per una singolar congiuntura, si unirono gli Schiavoni del Peloponneso e i Saracini dell'Affrica ad assediare Patrasso. Erano già agli estremi i cittadini di quella città, e per ravvivarne il coraggio si immaginò di dar loro a credere che veniva in soccorso il pretor di Corinto; fecero essi una sortita così vigorosa che gli stranieri si rimbarcarono, i ribelli si sottomisero, e fu attribuita la vittoria ad un fantasma, o ad un guerriero incognito, che combatteva, si disse, nella prima schiera sotto la figura dell'appostolo S. Andrea. Allora si ornò dei trofei di vittoria la cassa che conteneva le sue reliquie, e la stirpe prigioniera fu per sempre addetta al servigio, e soggetta al potere della chiesa metropolitana di Patrasso. Dalla rivolta delle due tribù schiavone, stanziate nei contorni di Helos e di Lacedemone, fu spesso turbata la pace della penisola. Qualche volta insultarono la debolezza del ministero di Bisanzio, e qualche volta fecero resistenza alla sua oppressione. Finalmente, alla nuova che veniva in soccorso un drappello dei lor concittadini, carpirono una specie di carta che regolava i diritti e i doveri degli Ezzeriti e dei Milengi, determinando l'annuo tributo a mille ducento pezze d'oro. Nel descriver le province dell'impero, il principe ebbe cura di non confondere cogli Schiavoni una razza domestica, forse indigena, e che poteva trarre la sua origine dai miseri Iloti. I Romani, e specialmente Augusto, aveano liberato dal dominio di Sparta le città marittime, e questo privilegio valse agli abitanti il titolo di Eleuteri o di Laconii liberi[573]. Al tempo di Costantino Porfirogeneta, avean già quello di Manioti col quale disonorarono l'amor di libertà coll'inumana usanza di prendere, e saccheggiare i vascelli che s'arrenavano nei loro scogli. Il loro territorio che non produceva biada, ma dava un gran ricolto d'olive, si estendeva sino al capo Maleo; il lor Capo, o principe, era nominato dal pretor di Bisanzio, e un piccol tributo di ottocento pezze d'oro era un'arra delle loro immunità, piuttosto che di dependenza. Seppero gli uomini liberi della Laconia manifestare l'energia romana, e lungo tempo aderirono alla religione dei Greci antichi. Abbracciarono poi il cristianesimo per cura dell'imperator Basilio; ma Venere e Nettuno avean ricevuto gli omaggi di questi grossolani adoratori, anche cinque secoli dopo che furono proscritte nell'impero Romano le divinità del paganesimo. Il tema del Peloponneso comprendeva tuttavia quaranta città[574]; e nel decimo secolo, Sparta, Argo e Corinto poteano essere egualmente lontane dall'antico splendore come dalla odierna povertà. Quelli che possedevano le terre o i beneficii della provincia furono obbligati al servigio militare, sia in persona, sia con sostituti: si esigevano cinque pezze d'oro da ognuno dei ricchi possessori, e i cittadini meno agiati si univano in certo numero a pagare questo testatico. Quando fu pubblicata la guerra d'Italia, gli abitanti del Peloponneso, per dispensarsi dal servigio, offersero cento libbre d'oro (quattromila lire sterline) e mille Cavalieri con armi e bagagli. Le chiese e i monasteri fornirono la loro quota, e si colse un sussidio sacrilego dalla vendita delle dignità ecclesiastiche, e fu obbligato l'indigente vescovo di Leucadia[575] a dichiararsi debitore ogni anno d'una pensione di cento pezze d'oro[576].
Ma la ricchezza della provincia, la fonte più certa delle rendite pubbliche, derivava dalle preziose e abbondanti produzioni del traffico, e delle manifatture. Si scorgono alcuni sintomi d'una sana politica in una legge che libera da ogni imposizione personale i marinai del Peloponneso, e gli operai che lavoravano la pergamena e la porpora. Pare che sotto questo titolo si comprendessero gli opificii di tela, di lana, e precipuamente di seta: fiorivano nella Grecia i primi fin dal tempo d'Omero, e gli ultimi forse erano attivi sin dal regno di Giustiniano. Queste arti esercitate in Corinto, in Tebe e in Argo occupavano e mantenevano gran numero di persone: v'erano impiegati, secondo l'età e la forza rispettiva, uomini, donne, fanciulli, e se molti degli operai erano schiavi, erano poi di condizion libera e onorata i loro padroni, che dirigevano i lavori e ne raccoglieano il guadagno. I donativi che offerse all'imperator Basilio suo figlio adottivo, che egli avea ricevuti da una ricca matrona del Peloponneso, erano stati senza dubbio fatti nei telai della Grecia. Quella donna, che si nomava Danieli, gli mandò un tappeto di bellissima lana che rappresentava gli occhi d'una coda di pavone, e che era tanto grande da coprire il pavimento d'una chiesa nuova eretta in onore di Gesù Cristo, dell'arcangelo S. Michele, e del profeta Elia; di più gli diede seicento pezze di seta e di tela di varie qualità, e acconce a diversi usi. Le stoffe di seta tinte dei colori di Tiro erano ricamate coll'ago, e tanta era la finezza delle tele che una pezza intiera poteva stare nella cavità di una canna[577]. Uno storico di Sicilia, che descrive queste opere dell'industria greca, ne fissa il prezzo secondo la quantità e la qualità della seta, la finezza del tessuto, la vaghezza de' colori, il disegno dei ricami. Ordinariamente nel tessuto delle stoffe si impiegava uno, due o tre fili; ma se ne facevano di sei, che erano molto più forti e più cari. Fra i colori si vanta col trasporto d'un retore lo scarlatto fiammante, e il brillante più mite del color verde. Si ricamavano in oro e in seta; le righe o i circoli formavano gli ornamenti semplici; le più belle presentavano fiori esattamente imitati, e quelle che si facevano ad uso del palagio o degli altari, spesso risplendeano di pietre preziose, ed aveano figure contornate di file di perle orientali[578]. Sino al duodecimo secolo era la Grecia l'unico paese cristiano, il quale possedesse quell'insetto prezioso, a cui siam debitori della materia di quella elegante superfluità, ed abili operai nell'arte del fabbricarle. Ma gli Arabi erano stati destri a rubarne il segreto: i Califfi dell'oriente e dell'occidente avrebbero creduto avvilirsi recando da un paese infedele i mobili e le stoffe loro, e due città di Spagna, Almeria e Lisbona, divennero celebri per le manifatture di drappi di seta, per l'uso che ne facevano, e forse pel traffico in estere parti. I Normanni introdussero questi opificii nella Sicilia, e portandovi così un'arte profittevole, Ruggero distinse la sua vittoria dalle ostilità uniformi ed infruttuose di tutti i secoli. Dopo il sacco di Corinto, d'Atene e di Tebe il suo Luogo-tenente imbarcò nelle proprie navi una folla prigioniera di tessitori e d'operai dei due sessi, trofeo glorioso pel suo padrone, quanto vergognoso pel Greco imperatore[579]. Il re di Sicilia, apprezzò sommamente il valore del donativo, e quando si trattò di restituire i prigionieri, non eccettuò che quegli operai maschi e femmine di Tebe e di Corinto, i quali lavoravano sotto un barbaro signore, dice lo storico Bizantino, siccome un tempo gli Eretrii servi di Dario[580]. Si fabbricò nel palagio di Palermo un magnifico edifizio per questa industriosa colonia[581], e l'arte fu propagata dai figli degli operai e dagli alunni che essi istruirono in modo da satisfare alle sempre crescenti inchieste delle nazioni dell'occidente. Si può attribuire la decadenza dei telai alle turbolenze dell'isola, e alla concorrenza delle città italiane. Nell'anno 1314, la repubblica di Lucca era fra le italiche la sola che facesse commercio di drappi di seta[582]. Una rivoluzione interna ne disperse gli operai a Firenze, a Bologna, a Venezia, a Milano ed anche nei paesi Transalpini; e tredici anni dopo questo avvenimento, è ordinato negli statuti di Modena di piantar gelsi, ed è regolata l'imposizione sulla seta cruda[583]. I climi settentrionali non son tanto acconci a educare i bachi da seta; ma quelli della Cina e dell'Italia mantengono i telai della Francia e dell'Inghilterra[584].
Qui specialmente ho da dolermi che l'incertezza e la insufficienza delle memorie di quel tempo non mi concedano di esattamente valutare le imposizioni, le rendite ed altri spedienti pecuniari dell'impero Greco. Da tutte le province dell'Europa e dell'Asia venivano l'oro e l'argento con flusso abbondante e regolare nell'erario imperiale. Le perdite dell'Impero, spogliando il tronco di qualche ramo crebbero la grandezza relativa di Costantinopoli, e le massime del dispotismo ristrinsero lo Stato nella sola capitale, la capitale nella Corte, e la Corte nella persona del principe. Un viaggiatore ebreo, che girò l'oriente nel duodecimo secolo, si perdè ad ammirar le ricchezze di Bisanzio. «Colà, dice Beniamino di Tudela, in quella regina delle città, colano ogni anno le contribuzioni dei sudditi dell'impero; le sue alte torri sono piene zeppe di seta, di porpora e d'oro. È fama che Costantinopoli paghi ogni giorno al sovrano ventimila pezze d'oro, imposte alle botteghe, alle taverne, alle fiere, ai mercadanti della Persia, dell'Egitto, della Russia, dell'Ungheria, dell'Italia e della Spagna, che accorrono colà per mare e per terra[585].» In argomento di danaro, l'autorità d'un Ebreo è senz'altro assai valutabile; ma poichè i trecento sessantacinque giorni dell'anno farebbero la somma di più di sette milioni di lire sterline, son d'avviso che convenga sottrarne almeno le tante feste del Calendario greco. I tesori adunati da Teodora e da Basilio II indicheranno in un aspetto incerto, ma luminoso, le rendite e i sussidi che avea l'impero. La madre di Michele, prima di ritirarsi in un chiostro, volle ammonire o svelare la prodigalità dell'ingrato figlio, dando un conto fedele delle ricchezze che passavano tra le sue mani. Montava la somma a cento novemila libbre d'oro, e inoltre a trecentomila libbre d'argento, frutto della sua economia e di quella del marito[586]. Non è men celebre l'avarizia di Basilio di quel che lo sia il valore e la fortuna di lui. Pagò e ricompensò i suoi eserciti vittoriosi senza toccare un tesoro di centomila libbre d'oro (circa otto milioni sterlini), che egli custodiva nelle volte sotterranee del palazzo[587]. A così fatti cumuli di danaro si oppone la teorica e la pratica dell'odierna nostra politica, e siam più inclinati a calcolar la ricchezza nazionale sopra l'uso e l'abuso del credito pubblico. Pure, un re temuto dai nemici, una repubblica rispettata dagli alleati van seguendo tuttavia queste massime degli antichi governi, e l'uno e l'altra hanno ottenuto il lor fine, che per l'uno era la potenza militare, per l'altra la domestica tranquillità.
Qualunque fossero le somme serbate ai bisogni giornalieri e futuri dello Stato, erano messe in prima linea le spese consacrate alla pompa, e ai piaceri dell'imperatore, nè altri limiti aveano che la sua volontà. I principi di Costantinopoli si scostavano assai dalla semplicità della natura; ma pure, al ritorno della bella stagione guidati dal gusto e dalla moda, andavano, lungi dal fumo e dallo strepito della capitale, a respirare un'aria più pura; godevano essi, o parea che godessero, della villereccia allegria delle vendemmie; si divertivano alla caccia, e nei più tranquilli passatempi della pesca, o quando era più infocata la state, cercavano i luoghi ombrosi e rinfrescati dai venti marini. Su le coste e le isole dell'Asia e dell'Europa torreggiavano le magnifiche loro case campestri; ma invece di que' modesti ornamenti d'un'arte, che, cercando di celarsi, non vuol che abbellire le scene della natura, i marmi dei loro giardini servivano solo a far mostra della ricchezza del padrone, e dell'opera dell'artista: i demanii del principe, dilatati colle eredità e colle confische, aveano data al sovrano la proprietà d'un gran numero di superbi palazzi in città e nei sobborghi: dodici erano occupati dai ministri di Stato: ma il gran palazzo, residenza principale dell'imperatore, conservò sempre per undici secoli lo stesso spazio fra l'Ippodromo, la cattedrale di S. Sofia, e i giardini, le molte terrazze dei quali scendevano sino alle rive della Propontide[588]. Quando Costantino eresse il primo edificio, si era proposto in animo di copiare o eguagliare l'antica Roma, e gli abbellimenti a mano a mano aggiunti dai suoi successori miravano a gareggiare colle meraviglie del Mondo antico[589]. Nel decimo secolo, il palazzo di Bisanzio, infallibilmente superiore per solidità, grandezza e magnificenza a quanto si conosceva allora, era l'ammirazione dei popoli o quella almen dei Latini[590]; ma il lavoro e i tesori di sette secoli non aveano creato altro che una gran mole irregolare: ogni edificio separato portava l'impronta del tempo in cui fu eretto e del gusto del fondatore, e l'angustia dello spazio potè talora dar motivo al monarca regnante di demolire, forse con segreta compiacenza, l'opera de' predecessori. Il risparmio dell'imperator Teofilo non fu diretto al suo lusso privato, nè a cosa che potesse aumentare la pompa della sua Corte. Da un suo ambasciatore, ch'egli particolarmente amava, e che aveva fatto stordire gli stessi Abbassidi coll'orgoglio e colle liberalità, gli fu recato il modello d'un palazzo allora costrutto dal Califfo di Bagdad su le sponde del Tigri. Immediatamente fu imitato, e migliorato ancora: le nuove fabbriche di Teofilo[591] furono corredate di giardini e di cinque chiese, fra le quali una era considerevole per la vastità e la bellezza; avea tre cupole; la cima di bronzo dorato posava su colonne di marmi italiani, e i muri erano pure incrostati di marmi di più colori: quindici colonne di marmo frigio sorreggevano, davanti alla chiesa, un portico semicircolare, che avea la forma e la denominazione del Sigma greco, e pari era la costruzione delle volte sotterranee. Una fontana decorava la piazza dinnanzi al portico, e gli orli del bacino erano di lamina d'argento. Al cominciar d'ogni stagione, si empieva la vasca delle frutta più deliziose, che, per divertire il principe, si lasciavano pigliare alla plebe; ed egli godeva di questo tumultuoso spettacolo dall'alto di un trono sfolgorante d'oro e di gemme, collocato sopra una gradinata di marmo alta quanto un alto terrazzo. Stavano seduti sotto il trono gli officiali delle guardie, i magistrati, e i Capi delle fazioni del circo; occupava il popolo i gradini più bassi, e nel davanti era piena la piazza di truppe di ballerini, di cantanti, di pantomimi. Il palazzo della giustizia, l'arsenale e gli uffici contornavano la piazza, e di più v'era la camera di porpora, così denominata per la distribuzione de' manti di scarlatto e di porpora, che colà ogni anno faceasi dalla mano stessa dell'imperatrice. La lunga fila degli appartamenti del palazzo era adatta alle varie stagioni: v'erano a profusione il marmo, il porfido, quadri, statue, mosaici, oro, argento, pietre preziose. A sì bizzarra magnificenza pose Teofilo in opera l'abilità degli artisti del suo tempo; ma il buon gusto d'Atene avrebbe spregiato que' frivoli e dispendiosi lavori, tra i quali si vedeva un albero d'oro, ne' rami e nelle foglie del quale si celava una moltitudine di uccelli artefatti, da' quali s'udiva il gorgheggio speciale d'ognuno, e due lioni d'oro massiccio, grandi al naturale, che giravano gli occhi e ruggivano come quelli delle foreste. Anche i successori di Teofilo, pertinenti alle dinastie di Basilio e di Comneno, ambirono di lasciar dopo sè qualche monumento del regno loro, e la parte più ricca ed augusta del palazzo ebbe da loro il titolo di Triclinio d'oro[592]. Cercavano i più doviziosi, e i più nobili tra i Greci d'imitare con proporzion conveniente il sovrano, e quando con vesti ricamate passavano a cavallo per le contrade, erano da' fanciulli creduti altrettanti re[593]. Danieli, quella matrona del Peloponneso[594], che ho mentovata sopra, le cure della quale aveano contribuito al primordio della fortuna di Basilio il Macedone, fosse amore o vanità, volle vedere il suo figlio adottivo nella pompa di tutta la sua grandezza. Per fare il viaggio di cinquecento miglia, quante se ne contavano da Patrasso a Costantinopoli, non le parvero per l'età, o per la mollezza sua, abbastanza agiate le vetture o i cavalli: venne in lettiga portata da dieci schiavi robusti, e trecento ne impiegò a quest'uso, moltissime essendo le fermate pe' ricambi. Accolsela Basilio con filial riverenza nel palazzo di Bisanzio, e gli onori le compartì di reina; e veramente, qual che si fosse la condizione di costei, i donativi ch'ella fece all'imperatore non erano indegni della regia magnificenza. Ho già descritti i bei lavori del Peloponneso, in lino, in seta e lana che erano parte del regalo; ma il più magnifico dono fu quello di trecento giovanetti di rara avvenenza, fra' quali cento erano eunuchi[595]: «imperocchè ben sapeva essa, scrive lo storico, essere l'aria della Corte più confacente a questa specie d'insetti, che la cascina d'una pastorella alle mosche nella state.» Ella fu padrona, sinchè visse, della maggior parte de' demanii del Peloponneso; e nel suo testamento nominò erede universale Leone, figlio di Basilio. Pagati ch'ebbe i legati, unì questi al demanio imperiale ottanta case di campagna o poderi: fece liberi tremila schiavi della Danieli, trapiantandoli sulla costa d'Italia, e formandone una colonia. Dalla fortuna di una semplice privata si può di leggieri argomentare qual fosse la ricchezza e la magnificenza degli imperatori.
In un governo assoluto che non ha riguardo alle condizioni nobili o plebee, tutti gli onori vengono dal sovrano, e il grado, sia in Corte, sia nel rimanente dell'impero, dipende dai titoli o dalle cariche, ch'egli dà o toglie a sua voglia. In un intervallo di oltre a dieci secoli, da Vespasiano sino ad Alessio Comneno[596], il Cesare fu la seconda persona, o almeno ebbe il secondo posto nello Stato; di poi si venne più facilmente concedendo il titolo supremo d'Augusto ai figli ed ai fratelli del monarca regnante. Lo scaltro Alessio, che, senza violarlo, eludere voleva l'impegno contratto con un possente Collega, il marito di sua sorella, e ad un tempo ricompensare la pietà del fratello Isacco, senza farne un suo eguale, immaginò una dignità nuova superiore a quella di Cesare. Per la flessibilità propria della lingua greca potè congiungere i nomi d'Augusto e d'Imperatore (Sebasto et Auctocratore), e formò la sonora parola di Sebastocratore. Egli era maggiore di Cesare, e sedeva sul primo gradino del trono; le acclamazioni pubbliche ripetevano il suo titolo, e nell'esterno non differiva dal sovrano che negli ornamenti del capo e nella calzatura. Solamente l'imperatore portava i coturni di porpora o di color rosso, e il diadema o la tiara che gli imperatori Greci aveano presa dalla costumanza dei re di Persia[597]. Era questo un gran berretto piramidale, di stoffa di lana o di seta, quasi coperto da un ammasso di perle e di diamanti; un circolo orizzontale, e due archi d'oro formavano la corona; vedeasi in cima nel punto d'intersezione un globo o una croce, e cadeano sulle guance due cordoni o pendenti di perle. I coturni del Sebastocratore e del Cesare erano verdi, e le corone aperte, e non tanto cariche di pietre preziose. Creò Alessio le dignità di Panhypersebasto e di Protosebasto inferiori a quella del Cesare, e questi titoli, pel suono e pel senso, poteano essere gradevoli a una orecchia greca. Accennano essi una superiorità e un primato sul semplice titolo d'Augusto, titolo sacro e primitivo d'un principe romano, che allora, spoglio dell'antica dignità, toccò agli alleati e agli ufficiali della corte Bisantina. La figlia d'Alessio non sa contenersi per la compiacenza di questa bella gradazione di speranze e d'onori: ma come gli ingegni più meschini possono acquistar la scienza della parola, non durò gran fatica l'orgoglio dei successori d'Alessio ad arricchire questo dizionario di vanagloria; diedero essi ai figli o ai fratelli prediletti il nome più sublime di padrone o di despota, al quale fu conceduta una nuova pompa e nuove prerogative, e fu registrato immediatamente dopo la dignità d'imperatore. Questi non dava in generale se non ai principi del sangue i cinque titoli, I di despota, II di Sebastocratore, III di Cesaro, IV di Panhypersebasto, V di Protesebasto, ed erano emanazioni della sua maestà; ma come a queste dignità non s'accoppiava alcun officio, erano per sè inutili e aveano una autorità affatto precaria.
Ma in tutte le monarchie, i ministri della Corte e dell'erario, dell'armata navale e dell'esercito sono partecipi dell'autorità reale e del governo. Solo i titoli son differenti; e nel volger dei secoli, i conti o i prefetti, il pretore e il questore discesero a poco a poco, mentre i loro inferiori salirono ai primi gradi dello Stato. I. Nella monarchia, che tutto riduce alla persona del principe, le cerimonie e le altre particolarità della Corte formano il dipartimento più rispettato. Il curopalata[598], elevato a un ordine sì illustre sotto il regno di Giustiniano, fu soppiantato dal protovestiario, il quale da prima non aveva altra incombenza che quella della guardaroba; fu estesa la sua giurisdizione su tutti gli ufficiali che servivano alla pompa e al lusso del principe, e colla sua bacchetta d'argento presedeva alle udienze pubbliche e private. II. Giusta le disposizioni di Costantino, ai ricevitori delle rendite pubbliche si dava il nome di Logoteti o computisti; si distinguevano i Logoteti del demanio, delle poste, dell'esercito, dell'erario pubblico e della cassa privata, e si paragonò il gran Logoteta, supremo custode delle leggi e delle rendite, ai cancellieri delle monarchie Latine[599]. Avea l'ispezione su tutta l'amministrazion civile, ed era aiutato in questa incombenza da' suoi subalterni, l'eparca o prefetto della città, il primo segretario, i custodi del sigillo privato, degli archivi e dell'inchiostro purpureo, riservato per le sottoscrizioni dell'imperatore[600]. L'introduttore e l'interprete degli ambasciatori esteri portava i titoli di gran Shiaus[601] e di Dragomano[602], nomi tratti dalla lingua turca e ancora famigliari alla Porta. III. I familiari, il cui titolo da principio fu sì modesto, e che non aveano altro impiego che quello di stare alla guardia del principe, s'innalzarono a poco a poco al grado di generali; i temi militari dell'oriente e dell'occidente, le legioni dell'Europa o dell'Asia furono compartite sovente fra molti generali particolari, sino a tanto che il gran familiare venne investito del comando universale e assoluto delle forze di terra. Le incombenze del protostratore si riduceano in principio ad aiutar l'imperatore quando montava a cavallo, e coll'andar del tempo divenne in guerra il Luogo-tenente del gran familiare: le scuderie, la cavalleria, e quanto concerneva la caccia e la falconeria furono da lui dependenti. Lo stratopedarca esercitava l'ufficio di gran giudice del campo; il protospatario comandava le guardie; il contestabile[603], il grande eteriaco, e l'acolito erano i diversi Capi dei Franchi, dei Barbari, e dei Varangi o Inglesi, mercenari esteri e che, degenerati i Greci, componeano la forza degli eserciti di Bisanzio. IV. Il gran duca disponeva delle forze navali, le quali in assenza sua obbedivano al gran drungario dell'armata navale, e a questi era sostituito l'Emir o ammiraglio, nome tolto dalla lingua dei Saracini[604], ma poi ammesso in tutte le lingue d'Europa. Questi ufficiali e molti altri, che vano sarebbe il numerare formavano la gerarchia civile e la militare: gli onori e gli emolumenti, l'abito e i titoli d'ognuno, infine i saluti che dovean farsi scambievolmente, o la rispettiva preminenza, furono regolati con più cura che non si sarebbe impiegata a formar la costituzione d'un popolo libero: era quasi portato il codice alla perfezione, quando questo vano edificio, monumento di fasto e di servitù, fu per sempre sepolto sotto le rovine dell'impero[605].
L'adulazione e il timore hanno impiegato verso persone simili a noi i titoli più alti, le positure più umili, che dalla divozione furono scelte per onorar l'Essere Supremo. Diocleziano prese dal servil cerimoniale della Persia l'usanza dell'adorare[606] l'imperatore, di prostrarsi davanti a lui e di baciargli i piedi; e s'è mantenuta, crescendo sempre in servilità, sino all'ultima epoca della monarchia dei Greci; eccetto le domeniche, in cui si ometteva per motivi di orgoglio religioso, queste vergognose riverenze si esigevano da quanti erano ammessi alla presenza del monarca, e doveano assoggettarvisi i principi decorati del diadema e della porpora, gli ambasciatori dei sovrani independenti come i Califfi dell'Asia, dell'Egitto e della Spagna, i re di Francia e d'Italia, ed anche gli imperatori Latini. Nel trattar gli affari Luitprando, vescovo di Cremona[607], difese la libertà d'un Franco e la dignità d'Ottone suo signore: ma sincero, siccome egli era, non sa velare l'umiliazione della sua prima udienza. Quando s'accostò al trono, gli uccelli dell'albero d'oro cominciarono i lor gorgheggi, a cui tenner bordone i ruggiti dei due leoni d'oro. Fu obbligato, del pari che i suoi due compagni, a curvarsi e a prostrarsi, e tre volte colla fronte toccò la terra. Nei pochi istanti che durò quest'ultima cerimonia, con una macchina era stato innalzato il trono sino alla soffitta, e vi compariva l'imperatore con abiti nuovi, e ancor più sontuosi, e la conferenza terminò in un superbo e maestoso silenzio. Il vescovo di Cremona, nel suo racconto così curioso e tanto notabile pel suo candore, espone le cerimonie della Corte di Bisanzio: queste anche presentemente sono osservate dalla Porta, e si mantennero fino all'ultimo secolo nella Corte dei Duchi di Moscovia o di Russia. Dopo un lungo viaggio per mare e per terra, da Venezia a Costantinopoli, l'ambasciatore si fermò alla porta d'oro, sino a tanto che venissero gli ufficiali che dovean condurlo al palazzo assegnatogli; ma questo palazzo era una prigione, e dai suoi rigidi guardiani gli era interdetto ogni comunicazione coi forestieri, o coi nativi del paese. Offerse egli nella prima udienza i donativi del suo padrone, i quali consistevano in ischiavi, in vasi d'oro, e in armi di gran valore. Il pagamento de' soldati, con ostentazione fatto alla sua presenza, gli diede lo spettacolo della magnificenza dell'impero: egli fu uno dei convitati al banchetto reale[608], dove gli ambasciatori delle nazioni erano disposti in ordinanza, e collocati a seconda della stima o del disprezzo che ne aveano i Greci: l'imperatore mandava dalla sua tavola come per gran favore i piatti che egli aveva assaggiati, ed ognuno de' suoi favoriti ricevette un abito d'onore[609]. Ogni mattina e ogni sera gli ufficiali dell'ordine civile e del militare andavano al palazzo ad esercitare il loro impiego: il padrone qualche volta gli onorava d'una occhiata o d'un sorriso; dichiarava i suoi voleri con un moto di testa o con un segno: davanti a lui tutti i grandi della terra stavano in piedi umili e silenziosi. Quando l'imperatore facea per la città i suoi passeggi trionfali, in tempi fissi o in occasioni straordinarie, si mostrava liberamente agli occhi del pubblico: le cerimonie inventate dalla politica erano collegate a quelle della religione, e le feste del Calendario greco determinavano le sue visite alle principali chiese. Nella vigilia di queste processioni, gli araldi annunciavano la pia intenzion del principe, o la grazia di cui degnava i suoi sudditi. Si scopavano e purificavano le strade, si seminavan i fiori sulle finestre e sui balconi, si esponevano mobili preziosi, vasellami d'oro e d'argento, tappezzerie di seta, e da una severa disciplina era represso e frenato il tumulto della plebe. Precedeano gli ufficiali dell'esercito coi loro soldati, e li seguiva una lunga fila di magistrati e d'ufficiali dell'ordine civile; gli eunuchi e i familiari componevano la guardia dell'imperatore, e il patriarca col clero lo riceveano solennemente alla porta della chiesa. Non si lasciava alle voci grossolane ed alle acclamazioni spontanee della moltitudine la cura di applaudire; erano collocati drappelli di Azzurri e di Verdi in modo conveniente nel luogo per cui passava l'imperatore, e quel furore di questioni, che aveano già scossa la capitale, s'era a poco a poco cangiato in una gara di servitù. Rispondeansi a vicenda gli uni agli altri coi cantici in lode dell'imperatore; i lor poeti e musici dirigevano il coro, e voti di lunga vita[610] ed augurii di vittorie erano il ritornello d'ogni strofetta. L'udienza, il banchetto, la chiesa rimbombavano dei medesimi applausi, e, quasi per provare l'immensa estensione del dominio del principe erano ripetuti in latino[611], nel linguaggio dei Goti, dei Persiani e Francesi, ed anche degli Inglesi, da uomini mercenari tolti da queste varie nazioni, o eletti a rappresentarli[612]. Costantino Porfirogeneta ha raccolto questa scienza del cerimoniale e della adulazione[613] in un volume scritto in uno stile pomposo ad un'ora e fanciullesco, e potè la vanità dei suoi successori aggiungervi un lungo supplimento. Pure, riflettendo un poco, dovea ciascun d'essi rammentarsi che si profondeano eguali acclamazioni a tutti gli imperatori e a tutti i regni; e chi di loro era uscito d'una condizione privata poteva sovvenirsi, che il momento in cui aveva alzato di più la voce ed applaudito con più ardore, era quello in cui invidiava la fortuna o cospirava alla vita del suo predecessore[614].
I principi delle nazioni settentrionali, popoli, dice Costantino, senza fede e senza fama, ambivano l'onore di allearsi alla famiglia dai Cesari con matrimoni, sia ottenendo la mano d'una principessa del sangue imperiale, o congiungendo a qualche principe Romano le proprie figlie[615]. Quel vecchio monarca, nelle sue istruzioni al figlio, viene svelando le segrete massime inventate dalla politica e dall'orgoglio; insegna le risposte più decenti, che ponno darsi per eludere quelle insolenti e irragionevoli proposte. La natura, dice il prudente imperatore, stimola ogni animale a cercarsi una compagna fra gli animali della sua specie, e per la lingua, la religione ed i costumi si divide il genere umano in diverse tribù. Mercè d'una saggia attenzione a serbar la purità delle razze, l'armonia si mantiene della vita pubblica e della privata; ma dalla lor mescolanza nasce il disordine e la discordia. Tali furono l'opinione e i principii secondo i quali si regolarono i prudenti Romani, le leggi dei quali proscrivevano il matrimonio d'un cittadino e d'una forestiera. Ai tempi della libertà e delle virtù, avrebbe un senatore sdegnato per sua figlia la mano d'un re, e Marc'Antonio sposando una Egiziana fece onta alla sua riputazione[616]; e la pubblica censura obbligò Tito a licenziare, malgrado suo e malgrado di lei, Berenice[617]. Per meglio perpetuare l'autorità di questa massima, si suppose che Costantino il Grande la confermasse. Gli ambasciatori delle nazioni estere, e di quelle soprattutto che non aveano abbracciato il cristianesimo, furono solennemente avvertiti che queste alleanze dal fondator della capitale e dalla religion dell'impero erano state proscritte. La pretesa legge fu incisa sull'altare di S. Sofia, e si dichiarò decaduto dalle comunioni civili e religiose de' Romani quell'empio che osasse macchiar la maestà della porpora. Se da qualche falso fratello avessero gli ambasciatori saputo la storia della Corte di Bisanzio, avrebber potuto allegare tre memorabili infrazioni fatte a questa legge immaginaria, il matrimonio di Leone o piuttosto di suo padre Costantino IV colla figlia del re dei Cozari, quello d'una nipote di Romano con un principe Bulgaro, e l'altro finalmente di Berta, principessa francese o italiana, col giovane Romano figlio dello stesso Costantino Porfirogeneta. Ma a queste tre obbiezioni vi avean tre risposte che togliean la difficoltà e statuivano la legge: I. Il matrimonio di Costantino Copronimo era considerato colpevole; questo principe, nato nell'Isauria, e trattato da eretico, che avea macchiata la purità battesimale e dichiarata guerra alle Immagini, avea di fatto sposato una Barbara. Quest'empia alleanza avea posto il colmo a' suoi delitti e l'aveva abbandonato alla censura della chiesa e della posterità.
A. D. 941