II. Romano non poteva essere considerato come imperator legittimo: nato di famiglia plebea, s'avea usurpato il trono, ignorava le leggi, e non pensava all'onore della monarchia. Suo figlio Cristoforo, padre della giovanetta che sposò il re Bulgaro, non avea che il terzo grado nel collegio de' principi, ed era poi suddito ad un tempo e complice del suo colpevole padre. Sinceri e zelanti cristiani erano i Bulgari, e la sicurezza dell'impero, non che la libertà di più migliaia di prigionieri, dependeano da questa mostruosa alleanza. Nondimeno, non potendo motivo alcuno esentarlo dalla legge di Costantino, fu dal clero, dal senato e dal popolo disapprovato il suo contegno, e in vita e in morte gli fu rimproverato l'obbrobrio dello Stato. III. Il saggio Porfirogeneta avea trovato una difesa più onorevole pel maritaggio di suo figlio colla figlia di Ugone re d'Italia. Dal gran Costantino, principe ragguardevole per la santità, apprezzavasi la fedeltà e il valore dei Franchi[618]; e lo spirito profetico onde era dotato lo avea istruito della loro grandezza. Furono eccettuati dalla proibizion generale essi soli. Ugone re di Francia discendeva in linea retta da Carlomagno[619], e sua figlia Berta aveva ereditato le prerogative della famiglia e della nazione. A poco a poco la voce della verità e quella della malevolenza vennero scoprendo la frode, o l'errore della Corte imperiale: invece del reame di Francia, i possedimenti di Ugone si restrinsero alla semplice contea d'Arles: ma tutti eran d'accordo nel dire, che giovandosi delle turbolenze di quel tempo, usurpata avesse la sovranità della Provenza, e invaso il regno di Italia. Suo padre non era che un semplice gentiluomo, e se Berta era del sangue dei Carlovingi, il bastardismo e la libidine aveano lordato ogni grado di quella stirpe. Ugone aveva avuta per suocera la famosa Valdrade, che fu concubina piuttosto che moglie di Lotario II, e che con quest'adulterio, col divorzio e colle seconde nozze avea provocato sopra di sè i fulmini del Vaticano. Sua madre, che nomavasi la gran Berta, fu successivamente sposa del conte d'Arles e del Marchese di Toscana; colle sue galanterie scandalezzò l'Italia e la Francia, e sino al suo sessantesim'anno i drudi, che ella ebbe di tutte le classi, furono zelanti istrumenti della sua ambizione. Imitò il re d'Italia l'incontinenza della madre e della suocera, e a tre delle sue concubine favorite si diedero i nomi classici di Venere, di Giunone e di Semele[620]. La figlia di Venere fu ceduta alle istanze della Corte di Bisanzio; lasciò il nome di Berta per pigliare quello di Eudossia, e fu maritata o piuttosto impalmata al giovine Romano, erede presuntivo dell'impero di oriente. Per la poca età dei due sposi fu sospesa la consumazion del matrimonio; ma quest'unione non si eseguì, essendo morta Eudossia cinque anni dopo. L'imperatore Romano sposò in seconde nozze una plebea, ma di sangue romano, e ne ebbe due figlie, Teofane ed Anna, amendue maritate con principi. La maggiore fu data per pegno di pace al figlio d'Ottone il Grande, che aveva domandata questa alleanza colle armi e colle negoziazioni. Si potea dubitare se un Sassone avesse diritto ai privilegi della nazion Francese; ma la fama e la pietà d'un eroe, restauratore dell'impero d'occidente, attutirono ogni scrupolo. Teofane dopo la morte del suocero e del marito governò Roma, l'Italia e l'Alemagna nella minorità di suo figlio Ottone III, e i Latini commendarono le virtù d'un'imperatrice, che sagrificò la ricordanza del suo paese a doveri più sacri[621]. Nel matrimonio della sorella Anna, la voce imperiosa della necessità o del timore impose silenzio a tutti i pregiudizi, e rimosse tutti i riguardi relativi alla dignità imperiale. Un idolatra settentrionale, Volodimiro, duca di Russia, aspirò alla mano della figlia degli imperatori; sostenne l'inchiesta con minacce di guerra, colla promessa di convertirsi e coll'offerta di soccorso contro un ribelle che turbava l'impero. La principessa Greca, vittima della sua religione, fu svelta dal palazzo de' suoi avi, e condannata a correre in cerca d'una corona selvaggia, e d'un esiglio disperato sulle rive del Boristene appresso al Circolo polare[622]. Pure il matrimonio fu felice, e fecondo: la figlia di Geroslao, nipote d'Anna, illustre pel sangue da cui proveniva, sposò un re di Francia, Enrico I, il quale andò a cercare una moglie sui confini dell'Europa e del Cristianesimo[623].

Nella sua reggia di Bisanzio, l'imperatore era il primo schiavo del cerimoniale, che imponeva ai sudditi, e di quelle rigorose formalità, che regolavano ogni parola ed ogni gesto; l'etichetta lo assediava nel suo palazzo, e disturbava l'ozio del suo ritiro in campagna. Ma egli disponeva arbitrariamente della vita e della fortuna di più milioni d'uomini, e spesso addiviene che i più nobili ingegni, che si ridono dei vani piacere della pompa e del lusso, son poi sedotti dal piacere più attraente di comandare ai loro eguali. S'accoppiava nel monarca il poter legislativo coll'esecutivo; e Leone il Filosofo aveva annichilito quel poco d'autorità che rimaneva al senato[624]. La servitù aveva renduto ottuso lo spirito dei Greci, di modo che, fra i più arditi atti di ribellione, non si elevarono mai alla idea di una costituzione libera, e la pubblica felicità non aveva altro sostegno, nè altra regola, che il carattere particolar del monarca. La superstizione addoppiava anche più le catene. Quando l'imperatore riceveva la corona dal patriarca nella chiesa di S. Sofia, giuravano i popoli a piè degli altari una sommession passiva ed assoluta al suo governo e alla sua famiglia. Il principe, per la parte sua, prometteva di astenersi quanto fosse possibile dalle pene capitali e dalle mutilazioni: segnava una profession di fede ortodossa, e giurava di obbedire ai decreti dei sette sinodi e ai canoni della santa chiesa[625]. Ma vaghe ed indeterminate erano le sue proteste di clemenza; facea quel giuramento non al popolo ma ad un giudice invisibile, e fuor dei casi d'eresia, su cui si mostrava inesorabile il clero, eran pronti i ministri del cielo a sostenere l'inevitabil diritto del principe, e ad assolvere i piccoli falli del sovrano. Viveano soggetti essi medesimi al magistrato civile; un cenno del despota creava, trasferiva, deponeva i vescovi o li puniva di morte ignominiosa; qualunque fosse la ricchezza, o il credito di costoro, non poterono mai, come quelli della chiesa Latina, formar una repubblica independente, ed anzi il patriarca di Costantinopoli condannava la grandezza temporale del vescovo di Roma, mentre nel suo segreto gli portava invidia. Ma l'esercizio del despotismo è per buona sorte frenato dalle leggi della natura, e da quelle della necessità[626]. Il grado di sapere e di virtù che si crede in quello che governa un impero, divien la misura dell'attaccamento di lui alla sacra norma dei suoi faticosi doveri; e il grado di vizio o di nullità che gli si suppone, lo determina vie maggiormente a lasciarsi cadere di mano lo scettro troppo grave per lui; allora è un ministro o un favorito quegli, che, con un filo impercettibile, fa muovere il simulacro di re, e che, pel suo privato interesse, assume il carico della pubblica oppressione[627]. In certi istanti il monarca più assoluto dee temere la ragione o il capriccio d'una nazione schiava, e l'esperienza ha provato che l'autorità regia perdè in sicurezza e solidità ciò che guadagna in estensione.

Invano un despota usurpa i titoli più pomposi[628], invano stabilisce i suoi dritti; egli alla fin fine non ha che la sua spada per difenderli contro i nemici stranieri e domestici. Dal secolo di Carlo Magno a quello delle Crociate, i tre grandi imperi, o popoli Greci, Saracini, e Franchi, possedevano e si disputavano la terra allora nota, poichè non parlo qui della Cina, la quale, per essere alla estremità dell'Asia, non aveva che fare in quelle sommosse. Per giudicare delle lor forze militari, convien paragonarne il valore, le arti che conoscevano, le ricchezze che aveano, e finalmente la sommessione al Capo supremo, che poteva movere tutte le molle dello Stato. I Greci, che nel primo punto erano tanto inferiori ai lor rivali, erano in questa medesima parte superiori ai Franchi; e nel secondo e terzo merito per lo meno eguagliavano i Musulmani.

La ricchezza dei Greci faceva sì che potessero assoldare nazioni più povere, e mantenere un'armata navale per difendere le proprie coste, e portare il guasto alle terre nemiche[629]. Con un traffico del pari vantaggioso alle due parti contraenti, cambiavano l'oro di Costantinopoli col sangue degli Schiavoni, dei Turchi, dei Bulgari e dei Russi; col valore contribuirono alle vittorie di Niceforo e di Zimiscè; e se una popolazione nemica ne restrignea troppo il confine, era obbligata a bramar la pace per tornare alla difesa del suo paese, che a loro istigazione veniva invaso da una tribù più lontana[630]. Sempre i successori di Costantino pretesero l'impero del Mediterraneo dalla foce del Tanai sino alle colonne di Ercole, e sovente lo possedettero. La lor capitale era piena di munizioni navali e d'abili operai: la situazione della Grecia e dell'Asia, le lunghe coste, i profondi golfi e le molte isole annesse all'impero, avvezzavano i sudditi alla navigazione, e il commercio di Venezia e d'Amalfi era per l'armata imperiale un vivaio di marinari[631]. Dopo la guerra del Peloponneso e le Puniche, non aveano gli eserciti di mare aumentata la forza; ed avea la scienza di costruire navigli fatto passi retrogradi. I carpentieri di Costantinopoli, come i meccanici dei nostri giorni, ignoravano l'arte di fabbricare quei maravigliosi edifizi che aveano tre, sei, o dieci ordini di remi, gli uni sopra gli altri, o che operavano gli uni dietro degli altri[632]. I Dromoni, o galee leggiere, dell'impero Bisantino[633] non avean che due ordini composti ognuno di venticinque banchi; un banco portava due remiganti che vogavano dall'uno e dall'altro fianco del navile. Nell'atto del combattere, il capitano o centurione stava sulla poppa con quello che portava la sua armatura; due piloti attendevano al timone e due ufficiali stavano alla prora, l'uno per appostare, l'altro per movere contra il nemico le macchine che scagliavano il fuoco greco. La ciurma, come era l'uso nella infanzia dell'arte, adempieva ad un tempo gli uffici di marinari e di soldati; erano muniti d'armi offensive e difensive, d'archi e di freccie, di cui si valevano dall'alto del ponte, e di lunghe picche che uscivano fuori dalle aperture dell'ordine inferiore de' remi. È bensì vero che si facean talvolta più grandi e più solide le navi da guerra; allora le fazioni di combattere e di manovrare, si dividevano più regolarmente fra settanta soldati e dugento trenta marinari; ma generalmente erano di una forma leggiera, e facili ai movimenti. Poichè il Capo Maleo, sulla costa del Peloponneso, avea sempre una fama spaventosa, un numeroso navile imperiale fu trasportato per terra e per lo spazio di cinque miglia, cioè per tutta la larghezza dell'istmo di Corinto[634]. Le regole della tattica navale non si erano cangiate da Tucidide in poi: una squadra di galee, nel momento della zuffa, procedeva innanzi sotto la figura d'una mezza luna, e si ingegnava di cacciare gli acuti speroni nei lati più deboli delle navi nemiche. Vedeasi sopra il ponte una macchina composta di forti pezzi di legno, diretta a lanciar pietre e dardi; l'arrembaggio faceasi mediante una gru, che sollevava e abbassava panieri pieni d'uomini armati; il vario collocamento e la mutazion dei colori del padiglione ammiraglio determinavano tutto il linguaggio dei segnali, che sono tanti e così chiari fra i moderni. I fanali della galera capitana annunciavano di notte gli ordini di cacciare, di combattere, di fermarsi, di rompere, o di formar la linea. In terra i segnali di fuoco si ripeteano da una montagna all'altra; una serie d'otto posti indicava una estension di paese di cinquecento miglia, e così Costantinopoli era in poche ore informata delle mosse ostili dei Saracini di Tarso[635]. Si può argomentare la forza navale degli imperatori Greci dalla descrizione dell'armamento che prepararono per vincere Creta. Furono allestite nella capitale, nelle isole del mar Egeo, e nei porti dell'Asia, della Macedonia e della Grecia, cento dodici galere, e settantacinque navi costrutte ad esempio di quelle della Panfilia. Questa squadra portava trentaquattromila marinai, settemila e trecentoquaranta soldati, settecento Russi, e cinquemila e ottantasette Mardaiti, provenienti da una popolazione discesa dalle montagne del Libano. Il loro stipendio, probabilmente per un mese, fu valutato trentaquattro centinaia d'oro, cioè circa centotrentaseimila lire sterline. La nostra immaginazione si perdè nel catalogo delle armi e delle macchine, delle stoffe e delle tele, de' viveri e de' foraggi, delle munizioni e degli utensili d'ogni sorta, adoperati inutilmente al conquisto di un'isoletta, quando erano bastanti a fondare una florida colonia[636].

L'invenzion del fuoco greco non originò, come quella della polvere da schioppo, un total cambiamento nell'arte della guerra. A questo fuoco liquido andò debitrice la città, non che l'impero di Costantinopoli, della sua liberazione. Gran guasti esso faceva negli assedii e nelle battaglie marittime; ma poca cura si pose a perfezionare questa nuova arte, o forse era men suscettiva di miglioramento. Per battere o per difendere le fortificazioni, si continuò a far uso più spesso e con effetto maggiore delle macchine antiche, delle catapulte, delle baliste e degli arieti. La sorte delle battaglie non era commessa al fuoco rapido e terribile d'una linea di fanteria, che invano si difenderebbe con armature da un fuoco simile della linea nemica. Il ferro e l'acciaio erano sempre gli strumenti consueti di strage e di difesa: gli elmetti, le corazze e gli scudi del decimo secolo erano per la forma, o per la materia, poco differenti da quelli onde erano guerniti i compagni d'Alessandro o di Achille[637]; ma invece d'accostumare i Greci moderni a marciare costantemente, e però senza stento, carichi di quell'utile peso come i soldati delle antiche legioni, si portavano le armi d'una soldatesca su carri leggeri che la seguivano, e di mala voglia, all'avvicinarsi del nemico, ripigliavano frettolosamente i guerrieri un arnese, che per difetto d'abitudine li impacciava. Le armi offensive erano spade, scuri di battaglia e picche: ma la picca macedone era stata accorciata d'un quarto, e ridotta alla misura più comoda di dodici cubiti o piedi. Aveano i Greci duramente sentita la forza dei dardi scitici ed arabici; a quel tempo deploravano gli imperatori la decadenza dell'arte di balestrare come una delle cagioni delle pubbliche, calamità, e raccomandarono, o piuttosto ordinarono, che tutti gli uomini addetti al servigio militare si dedicassero all'esercizio dell'arco, sino all'età di quarant'anni[638]. I drappelli o reggimenti, erano per lo più di trecento soldati; e, siccome termine medio tra le linee sopra quattro, e quelle sopra sedici uomini di profondità, la fanteria di Leone e di Costantino si formava sopra una profondità d'otto soldati: ma la cavalleria caricava con quattro di profondità, per questa giustissima considerazione, che la pression dei cavalli di dietro non aumenta la forza dell'urto che si fa nella fronte. Se si accresceva qualche volta del doppio la densità degli ordini della fanteria o della cavalleria, era segno d'una segreta diffidenza che si aveva del coraggio delle schiere solamente destinate allora a spaventare col numero, e disposte a lasciare ad un drappello scelto l'onore d'affrontar le picche e le spade de' Barbari. L'ordinanza di battaglia sicuramente variava secondo la qualità del terreno, secondo il disegno che si aveva, e secondo il nemico; ma generalmente l'esercito formava due linee e una riserva, e in tal guisa aveva una serie di speranze e di sussidi analoghi al carattere e allo spirito giudizioso dei Greci[639]. Se la prima linea era respinta, si ripiegava negli intervalli della seconda; e la riserva compartendosi in due divisioni, girava i fianchi per profittar della vittoria o per coprire la ritirata. La regolarità dei campi, e i metodi del camminare, degli esercizi e delle fazioni, gli editti e i libri del monarca Bisantino faceano almeno in teorica quanto può fare l'autorità[640]. Tanta era la ricchezza del principe e l'abilità de' suoi numerosi operai, che gli eserciti aveano a biseffe tutto ciò che potean desiderare in utensili e in munizioni. Ma nè l'autorità del principe, nè la bravura de' suoi artefici poteano formare la macchina più importante, cioè il soldato; e se il cerimoniale di Costantino suppone sempre che l'imperatore tornerà trionfante[641], la sua tattica non si eleva molto al di sopra degli espedienti di scampare da una sconfitta, e di prolungare una guerra[642]. Non ostante qualche passaggiera vittoria, erano scaduti i Greci nella propria opinione, e in quella dei vicini. Mano tarda e lingua pronta, era il proverbio popolare che indicava l'indole della nazione. Fu assediato l'autor della Tattica nella capitale, e i Barbari, anche i più deboli, che tremavano al solo nome dei Saracini o dei Franchi, poterono superbire di quelle medaglie d'oro e d'argento che aveano rapite all'imbelle sovrano di Costantinopoli. Avrebbe potuto la religione, per molti titoli, ispirare ad essi quel coraggio di cui, per colpa del lor governo e del carattere proprio, mancavano: ma la religione dei Greci non insegnava che a soffrire e a cedere. Niceforo, che per poco rintegrò la disciplina e la gloria del nome Romano, volle compartire gli onori del martirio ai cristiani, che in una santa guerra contro gli infedeli perdessero la vita: ma il patriarca, i vescovi e i primari senatori impedirono questa legge dettata dalla politica, sostenendo pertinacemente, giusta i canoni di S. Basilio, che tutti quelli che s'erano contaminati col sanguinoso esercizio del mestiere dell'armi, dovevano per tre anni essere segregati dalla comunione dei fedeli[643].

Si sono confrontati questi scrupoli dei Greci colle lagrime che versavano i primi Musulmani, quando non poteano assistere ad una battaglia, e tal contrapposto d'una vile superstizione e d'un fanatismo coraggioso spiega agli occhi del filosofo la storia delle due nazioni rivali. I sudditi degli ultimi Califfi[644] aveano veramente smarrito lo zelo e la fede dei compagni del Profeta, ma i lor dogmi guerrieri riguardavano sempre la divinità come il motor della guerra[645]. Una scintilla di fanatismo ardeva sempre nel seno della lor religione, ed accendeva bene spesso le più rapide fiamme fra i Saracini stanziati sulle frontiere dei cristiani. Le lor milizie regolari erano composte di que' valorosi schiavi educati a custodir la persona, e a seguir la bandiera del loro signore; ma al primo squillo della tromba, che annunciava una santa guerra contro gli infedeli, si svegliava il popolo Musulmano della Sorìa e della Cilicia, dell'Affrica e della Spagna. Bramavano i ricchi di vincere o di morire per la causa di Dio; la speranza del bottino allettava i poveri; e i vecchi, gli infermi e le donne, per partecipare a questa impresa meritoria, mandavano in lor vece un soldato con le armi ed il cavallo. Le loro armi offensive e difensive erano per la forza e la tempra eguali a quelle de' Romani: ma costoro comparivano ben superiori nell'arte di maneggiare un cavallo, o di scagliare i dardi. Le piastre d'argento che coprivano le tracolle, le spade ed anche la bardatura del cavallo, sfoggiavano la magnificenza d'una nazione prosperosa; e, eccetto alcuni arcieri neri venuti del mezzogiorno, gli Arabi non pregiavano guari il valore indigente ed inerme degli antenati. Invece di carri, venia lor dietro una lunga fila di cammelli, d'asini e di muli; la moltitudine di questi animali, che si ornavano di tende e di banderuole, ne ingrossavano apparentemente il numero, e cresceano lo sfarzo dell'esercito; ma la figura deforme e il detestabile odore dei cammelli, spargeano spesso la confusione tra i cavalli del nemico. Soffrivano questi soldati il calore e la sete con una pazienza che li rendeva invincibili; ma il freddo del verno agghiacciava i loro spiriti; si conosceva la loro disposizione al sonno, e perchè non fossero sorpresi fra le tenebre, conveniva ricorrere alle precauzioni più rigorose. L'ordinanza di battaglia formava un parallelogrammo di due file profonde e salde, l'una di arcieri, l'altra di cavalleria. Nei combattimenti, sosteneano intrepidamente il più furioso assalto, e generalmente non s'avanzavano alla carica che quando s'erano accorti della spossatezza degli assalitori; ma s'erano respinti o sbaragliati, non sapeano nè riordinarsi, nè rintegrare la zuffa, e ciò che aumentava lo spavento era la credenza, che Iddio si dichiarasse favorevole al nemico. Lo scadimento e la caduta dell'impero dei Califfi confermavano allora questa funesta opinione, e non mancava tra i Musulmani qualche oscura profezia[646] che presagiva la sconfitta or dell'uno, or dell'altro esercito. Non v'era più unità nell'impero degli Arabi; ma i suoi brani formavano tanti Stati independenti, che eguagliavano i grandi reami; ed un Emir d'Aleppo e di Tunisi trovava nei suoi tesori, nell'industria e nell'ingegno dei sudditi il modo di rendere formidabili le sue forze marittime. Troppo spesso s'avvidero i principi di Costantinopoli, che nella disciplina di quei Barbari niun vestigio vedeasi di barbarie, e che se mancavano dello spirito d'invenzione, sapeano cercare e prestamente imitare le scoperte d'altrui. È bensì vero che il modello superava la copia; le lor navi, le macchine e le fortificazioni non erano così ben costrutte, e confessavano, senza arrossire, che Iddio, il quale ha donato la lingua agli Arabi, ha poi formato più delicatamente la mano dei Cinesi e la testa dei Greci[647].

Il nome di varie tribù della Germania, stanziate fra il Reno e il Veser, era divenuto quello della maggior parte della Gallia, dell'Alemagna e dell'Italia, e i Greci del pari che gli Arabi appellavano FRANCHI[648] i cristiani della chiesa Latina, e le nazioni occidentali che si estendevano sulle sponde ignote dell'oceano Atlantico. Il gran senno di Carlomagno aveva imito ed avvivato il gran corpo della nazione dei Franchi; ma la discordia e il tralignamento de' suoi successori posero ben presto in fondo il suo impero, che avrebbe emulato quello di Bisanzio e vendicati gli affronti fatti a' cristiani. I sussidi che potea trarre dalle rendite pubbliche, dal commercio e dalle manifatture, impiegati un tempo a pro del servigio militare; gli scambievoli soccorsi che si davano le province e gli eserciti; finalmente, quelle squadre che per lo innanzi guardavano i mari dalla foce dell'Elba sino a quella del Tevere, non facean più timore ai nemici, nè davano più fiducia ai sudditi. Sul principio del decimo secolo, era quasi scomparsa la famiglia di Carlomagno; dalle rovine della sua monarchia erano surti vari Stati nemici e independenti; i Capi più ambiziosi prendeano il titolo di re; al di sotto di loro l'anarchia e la discordia, sparse egualmente in tutti gli ordini, riproduceano per ogni dove l'esempio della lor ribellione, ed i Nobili di tutte le province disubbidivano al sovrano, aggravavano i vassalli, e si teneano in uno stato di guerra perpetuo contro i loro eguali e i vicini. Queste guerre private che sconnettevano la macchina del governo, manteneano lo spirito marziale della nazione. Nell'odierno sistema europeo, cinque o sei gran Potentati, godono almeno nel fatto del gius della spada. Una classe d'uomini che si consacrano alla teorica e alla pratica dell'arte militare, eseguiscono sopra una frontiera lontana le operazioni immaginate nel segreto delle Corti; il rimanente del paese gode allora in mezzo alla guerra la tranquillità della pace, e non s'accorge dei cangiamenti che sopravvengono in proposito se non per l'accrescimento o la diminuzione delle imposizioni. Nei disordini del decimo e duodecimo secolo, ogni paesano era soldato e munito ogni villaggio; tutti i boschi e tutte le valli offerivano scene di strage e di rapina, e i proprietari di tutte le castella erano costretti a prendere il carattere di principi e di guerrieri. Si fidavano arditamente al coraggio e alla politica propria per difendere la lor famiglia, per proteggere le loro terre e vendicare l'ingiuria; e simili ai conquistatori d'un ordine superiore, non erano che troppo propensi ad oltrepassare i diritti della difesa personale. La presenza del pericolo e l'indispensabile necessità del coraggio induravano lo spirito e il corpo di costoro; e per una conseguenza dello stesso carattere, ricusavano d'abbandonare un amico, e di perdonare a un nemico: invece di riposare sotto la guardia del magistrato, ricusavano fieramente l'autorità delle leggi. In questo tempo dell'anarchia feudale furono convertiti in istrumenti di morte gli utensili della agricoltura e delle arti: le pacifiche occupazioni della società civile e della ecclesiastica s'annientarono, o si depravarono; e il vescovo, cangiando la mitra in elmo, era trascinato dai costumi del suo secolo più che dai doveri che il feudo suo gli imponeva[649].

Andavano superbi i Franchi del genio loro per la libertà e per la guerra; e i Greci parlano di questa propensione con una specie di maraviglia e di spavento. «I Franchi, dice l'imperator Costantino, sono ardimentosi e bravi quasi sino alla temerità, e il loro intrepido valore è sostenuto dal disprezzo che hanno dei pericoli e della morte. In un campo di battaglia, e nella mischia attaccano di fronte e piombano sul nemico senza calcolare il proprio numero. Le lor file sono strette dai saldi legami della parentela e dell'amicizia, e la brama di salvare o di vendicare i cari compagni è il fomite della loro prodezza. Reputano la ritirata come una fuga obbrobriosa, e la fuga poi è per essi un'infamia che non può lavarsi giammai[650].» Una nazione sì valorosa e imperterrita sarebbe stata sicura della vittoria, se grandi difetti non avessero bilanciato questi pregi. Lasciando deperire la marineria, rinunciarono ai Greci ed ai Saracini l'impero del mare, per portare soccorso ai loro alleati, o guasto ai nemici. Nel secolo che precedette l'istituzion della cavalleria, erano inabili i Francesi nelle fazioni di cavalieri[651]; e nei momenti di pericolo conoscean tanto i guerrieri d'esserne ignoranti, che volean piuttosto smontar da cavallo e combattere a piedi. Non avendo l'uso delle picche o dell'armi da lanciare, erano impacciati da lunghe spade, da arnesi pesanti, da enormi pavesi, e, se posso ripetere il rimprovero che lor facevano i magri abitanti della Grecia, la grassezza, figlia della loro intemperanza, accresceva difficoltà ai loro movimenti. Non curanti di disciplina, sdegnavano il giogo della subordinazione, e abbandonavano il vessillo del capitano se voleva tenerli in campagna più del tempo determinato pel loro servigio. Erano da tutte le parti esposti alle insidie del nemico, che quantunque men prode era più astuto. Si potea subornarli con danaro, perchè avevano un'anima venale; si potea soprapprenderli notte tempo, perchè non pensavano a chiudere il campo e facean male la sentinella. Le fatiche di una giornata estiva spossavano le loro forze, non che la pazienza, e si davano poi alla disperazione se non potevano sbramare con molto vino e molto cibo il vorace loro appetito. Fra questi caratteri generali della nazion dei Franchi, si osservavano alcune varietà locali che io attribuirei al caso piuttosto che al clima, ma ch'erano comuni agli oriundi e agli stranieri. Un ambasciator di Ottone dichiarò nella Corte di Costantinopoli, che i Sassoni sapean battersi meglio colla spada che colla penna, e che preferivano la morte alla vergogna di volgere il tergo al nemico[652]. I Nobili della Francia si gloriavano di non avere nei lor modesti abituri altro diletto che la guerra e la rapina, unica occupazione della lor vita. Affettavano di mettere in ridicolo i palazzi, i banchetti, e i costumi gentili degli Italiani, che, secondo l'opinione dei Greci medesimi, avean tralignato dall'amor di libertà e dal valore degli antichi Lombardi[653].

Il famoso editto di Caracalla concedette ai suoi sudditi, cominciando dalla Brettagna sino all'Egitto, il nome e i privilegi di Romani; e da quel punto il lor sovrano, sempre in mezzo a' suoi concittadini, potè a sua scelta determinare o eleggere momentaneamente la residenza nell'una o nell'altra delle province della patria comune. Quando seguì la divisione dell'oriente e dell'occidente, fu conservata con tutto lo scrupolo l'unità ideale dell'impero; nei titoli, nelle leggi, negli statuti, i successori di Arcadio e di Onorio si annunciarono sempre come colleghi inseparabili nelle medesime incumbenze, come associati alla sovranità dell'impero e della città di Roma entro i medesimi limiti. Caduta la monarchia d'occidente, la dignità della porpora romana si concentrò tutta quanta nei principi di Costantinopoli: Giustiniano fu il primo che unì all'impero i dominii dell'antica Roma, che ne erano separati da sessant'anni, e che sostenne col dritto di conquisto l'augusto titolo d'imperator de' Romani[654]. Un motivo di vanità o di disgusto indusse uno de' suoi successori, Costantino II, ad abbandonare il Bosforo Tracio, ed a restituire al Tevere gli antichi onori; pensiero insensato! esclama il malevolo scrittore della istoria bisantina, spogliare una vergine adorna di tutto lo splendore della gioventù e della bellezza, per abbellire, o piuttosto mettere in mostra la deformità d'una vecchia grinzosa[655]. Ma il ferro de' Lombardi gli impedì di fermare il piede in Italia; entrò in Roma, non come un vincitore, ma in figura di fuggiasco; e dopo aver passato colà dodici giorni, mise a sacco l'antica capitale del Mondo, e poi ne partì per sempre[656]. Succedette l'intera separazione dell'Italia, e dell'impero di Bisanzio circa due secoli dopo le conquiste di Giustiniano; e appunto sotto il suo regno cominciò ad andare in disuso la lingua latina. Avea questo legislatore pubblicato le sue Instituta, il suo Codice, e le Pandette, in un linguaggio che egli vanta come lo stile pubblico del governo romano, l'idioma della Corte e del senato di Costantinopoli, degli eserciti, e de' tribunali dell'oriente[657]. Ma non si intendea nè dal popolo, nè dai soldati dalle province asiatiche questa lingua straniera; e la maggior parte degli interpreti delle leggi, e dei ministri di Stato non la sapeano che malamente. Dopo una lotta che durò poco, la natura e l'abitudine trionfarono delle istituzioni della potenza umana; Giustiniano, a pro dei sudditi, promulgò nelle due lingue le sue Novelle; le varie parti della sua voluminosa giurisprudenza furono successivamente tradotte:[658] fu posto in dimenticanza l'originale, non si studiò più che la versione, e la lingua che per sè stessa meritava la preferenza, divenne nell'impero Greco l'idioma della legge, come quello della nazione. I successori di Giustiniano, e per la loro origine e per l'uso del paese che abitavano, furono stranieri alla lingua romana. Tiberio, secondo gli Arabi,[659] e Maurizio, secondo gli Italiani[660], furono i primi Cesari greci, e i fondatori d'una nuova dinastia, e d'un nuovo impero: si compiè sordamente questa rivoluzione prima della morte di Eraclio, e si conservarono alcune frasi oscure della lingua latina nei termini di giurisprudenza, e nelle acclamazioni di Corte. Quando Carlomagno e gli Ottoni ebbero rintegrato l'impero d'occidente, ai nomi di Franchi e di Latini fu dato lo stesso senso e la stessa ampliazione, e questi Barbari altieri sostennero con una specie di giustizia i lor dritti alla favella come al dominio di Roma. Insultarono ai popoli dell'oriente che aveano dimesso l'abito è l'idioma romano, e si fondarono in queste ragionevoli costumanze per indicarli sovente col nome di Greci[661]. Ma dal principe e dai popoli dell'impero Bisantino, fu sdegnosamente ributtata questa denominazione di disprezzo. Con tutti i cangiamenti introdotti dal corso dei secoli, vantavano una successione diretta e non interrotta da Augusto e Costantino in poi; e nell'ultimo grado della debolezza e dell'avvilimento, ai frammenti dell'impero di Costantinopoli rimaneva tuttavia il nome di Romani[662].

Mentre che nell'oriente si scrivevano in latino gli atti del governo, il greco era la lingua della letteratura e della filosofia; con questo idioma sì ricco e perfetto, non poteano gli uomini dotti invidiare il sapere rubato e il gusto imitatore de' Romani loro scolari. Distrutto che fu il paganesimo, perduta la Sorìa e l'Egitto, e abolite le scuole d'Alessandria e d'Atene, le scienze della Grecia a poco a poco si ricoverarono ne' monasteri, e precipuamente nel real collegio di Costantinopoli, incendiato poi sotto il regno di Leone l'Isaurico[663]. Nello stile enfatico dei tempi di cui parliamo, il presidente di quel collegio era chiamato l'astro della scienza; i dodici professori delle diverse scienze e facoltà, erano i dodici segni del zodiaco; aveano una biblioteca di trentaseimila cinquecento volumi, e mostravano un antico manoscritto di Omero in un rotolo di pergamena lungo centoventi piedi, che era stato, dicevano, un intestino di un serpente di mostruosa grandezza[664]. Ma il settimo e l'ottavo secolo furono un periodo di discordia, e di ignoranza; il fuoco divorò la biblioteca; fu soppresso il collegio, e gli autori dipingono gli Iconoclasti, come i nemici della antichità; di fatto i principi della famiglia d'Eraclio e della dinastia isaurica, si disonorarono coll'ignoranza, e col dispregio salvatico che aveano per le lettere[665].