Il Dio della natura ha posto in tutte le sue opere la pruova della sua esistenza, e ha scolpito la sua legge nel cuore dell'uomo; i profeti di tutti i tempi hanno avuto la vera o apparente mira di dare a conoscere agli uomini l'Ente supremo, e di rinvigorire la pratica della morale. Maometto non negava a' suoi predecessori quel credito che pretendeva per sè, e riconosceva una serie d'uomini ispirati dalla caduta del nostro primo padre sino alla promulgazione del Corano[90]. Durante quell'epoca, egli diceva, centoventiquattromila eletti, singolari per favori ricevuti e per virtù, hanno ottenuto qualche raggio della luce profetica; trecento tredici appostoli sono stati specialmente inviati a distogliere i loro concittadini dall'idolatria e dal vizio; lo Spirito Santo ha dettato cento quattro volumi; e sei legislatori d'una fama trascendente hanno annunciato al Mondo sei rivelazioni successive; per cui si variavano le cerimonie d'una religione immutabile. Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Gesù Cristo e Maometto sono i sei legislatori gradatamente eminenti in modo, che ognun di loro è superiore a que' che lo precedono. Egli metteva nel numero degl'Infedeli chi odiava o negava fede a qualcuno di questi Legislatori. Non sussistevano le scritture de' Patriarchi se non se nelle copie apocrife de' Greci e dei Sirii[91]: non s'era meritato Adamo alcun dritto alla gratitudine e al rispetto de' figli; una classe inferiore de' proseliti della sinagoga osservava i sette precetti di Noè[92], e i Sabei onoravano in certo modo la memoria d'Abramo nella Caldea, ove era nato il patriarca. Aggiugnea Maometto che fra le miriadi parecchie di profeti da Dio inspirati, Mosè e Gesù Cristo soli viveano e regnavano ancora, e che quanto rimaneva degli scritti inspirati era registrato ne' libri dell'antico e nuovo Testamento. Il Corano[93] ha consecrata e abbellita la storia miracolosa di Mosè, e possono i Giudei vendicarsi della lor cattività col vanto di vedere accettati i lor dommi dalle nazioni, delle quali essi beffano i simboli di fede più moderni. Il Profeta dei Musulmani palesa una gran riverenza per l'Autore del cristianesimo[94]. «Gesù Cristo, figlio di Maria, dice egli, è veracemente l'appostolo di Dio, egli è la sua parola mandata nel grembo di Maria; è uno spirito che da lui procede: merita onore in questo Mondo e nell'altro: egli è di quelli che più s'avvicinano alla faccia di Dio[95]». Esso poi accumula sul capo di lui le meraviglie e de' Vangeli veri e degli aprocrifi[96], nè la Chiesa latina[97] ha sdegnato di pigliare in prestito dal Corano l'immacolata Concezione della Vergine madre[98]. Osserva peraltro che Gesù non era che un mortale, e che nel dì del Giudizio farà testimonianza contro i Giudei che non vogliono riconoscerlo per profeta, e contro i Cristiani che l'adorano come figlio di Dio. La malignità de' suoi nemici macchiò la sua riputazione, e cospirò contro la sua vita, ma non ne fu peccaminosa che l'intenzione; un fantasma o un malfattore[99] gli fu sostituito su la croce, e il Santo immacolato salì al settimo cielo[100]. L'Evangelo fu per sei secoli la via della verità e della salute; ma i cristiani a poco a poco posero in dimenticanza le leggi e l'esempio del fondatore, e apprese Maometto dai Gnostici ad incolpare e la chiesa e la sinagoga d'aver esse corrotto il sacro testo[101]. Mosè e Gesù Cristo si rallegrarono per la certezza della venuta d'un profeta più illustre di loro. La promessa[102] del Paracleto, o Spirito Santo, fatta dall'Evangelo, fu adempiuta nel nome e nella persona di Maometto[103], il più grande e l'ultimo degli appostoli di Dio.

A comunicare le idee è necessaria la corrispondenza del linguaggio co' pensieri: nulla otterrebbe il discorso d'un filosofo nell'orecchio d'un paesano; ma quale differenza impercettibile è mai quella che si rinviene nelle loro intelligenze paragonate insieme, e quella che si scopre nel contatto d'una intelligenza finita con una infinita, la parola di Dio espressa dalla parola o dallo scritto d'un mortale! Può l'ispirazione de' profeti ebrei, degli appostoli, degli evangelisti di Gesù Cristo, non essere incompatibile coll'esercizio della loro ragione e memoria, e lo stile e la composizione de' libri nell'antico e nuovo Testamento dimostrano assai la diversità del loro ingegno. Si contentò Maometto alla figura più modesta, ma più sublime, di semplice editore; secondo lui e i suoi discepoli, la sostanza del Corano[104] è increata ed eterna; esiste nella essenza della divinità ed è stata inscritta con una penna di luce su la tavola de' suoi decreti eterni; l'angelo Gabriele, che nella religione Giudaica aveva ricevuto le più rilevanti missioni, gli recò, in un volume fregiato di seta e di gemme, una copia in carta di quell'Opera immortale, e il fedel messaggero gliene rivelò successivamente i capitoli ed i versetti. In vece di spiegare a un tratto il perfetto e immutabile esemplare del volere di Dio, ne pubblicò Maometto, come glien veniva talento, vari frammenti. Ciascheduna rivelazione è adattata a' bisogni diversi delle sue passioni, o della sua politica, e per sottrarsi al rimprovero di contraddizione pose per massima, che ogni testo era abrogato o modificato da qualche passo susseguente. I discepoli di Maometto scrissero accuratamente sopra foglie di palma, o su omoplati di agnello, le parole di Dio e quelle dell'appostolo, e queste diverse pagine forono gittate senz'ordine e senza connessione in un forziere che il Profeta diede in custodia ad una delle sue mogli. Due anni dopo la sua morte, Abubeker, amico e successore di lui, compilò ordinatamente e diede alla luce il sacro libro: il quale fu riveduto dal califfo Othmano nell'anno trentesimo dell'Egira, e le varie edizioni del Corano partecipano tutte al miracoloso privilegio di presentare un testo uniforme e incorruttibile. Sia fanatismo, sia vanità, dai pregi del suo libro ricava la prova della verità della sua missione: disfida arditamente uomini ed angeli ad imitare la bellezza d'una delle sue pagine, ed osa affermare[105] che Dio solo poteva dettare quello scritto[106]. Siffatto argomento fa grande impressione su l'animo di un devoto Arabo inclinato sempre alla credulità e all'entusiasmo, il cui orecchio è sedotto dal solletico de' suoni, e che per ignoranza è inetto a raffrontare insieme le diverse produzioni dello spirito umano[107]. Non potrà certamente nè l'armonia, nè la ricchezza dello stile dell'originale passare nelle traduzioni all'udito dell'infedele Europeo. Questi non iscorrerà che con impazienza quella interminabile e incoerente rapsodia di favole, di precetti, di declamazioni che rado inspira un sentimento o un pensiero, che striscia talvolta su la polvere, e talvolta si dilegua per le nuvole. Gli attributi di Dio esaltano l'immaginazione del missionario Arabo; ma i suoi tratti più sublimi son di molto inferiori alla nobile semplicità del libro di Giobbe, scritto nello stesso paese e nella lingua stessa, da tempo antichissimo[108]. Se la composizione del Corano sorpassa le facoltà dell'uomo, a qual intelletto superiore debbesi attribuire l'Iliade d'Omero, le Filippiche di Demostene? In tutte le religioni, la vita del fondatore supplisce al silenzio delle sue rivelazioni scritte: le parole di Maometto furono considerate come tante lezioni di verità, le sue azioni come esempi di virtù; dalle sue mogli, dai suoi compagni fu conservata la rimembranza di quanto avea detto e fatto in tutta la vita pubblica e privata. Due secoli appresso, il Sonna, o sia la legge orale, fu statuita e consacrata dal lavoro di Al-Bochari, il quale separò centomila dugentosettantacinque tradizioni autentiche da un ammasso di tremila più incerte o men vere. Ogni giorno soleva questo pio Autore trasferirsi a pregare nel tempio della Mecca. Ivi facea le sue abluzioni colle acque dello Zemzem; depose successivamente le sue carte su la cattedra e su la tomba dell'appostolo, e dalle quattro Sette ortodosse de' Sonniti fu approvata quell'Opera[109].

Da prodigi strepitosi era stata confermata la missione di Mosè e di Gesù, e gli abitatori della Mecca e di Medina eccitarono più volte Maometto a dare ugual pruova per la sua, a far discendere dal cielo l'Angelo e il libro che diceva d'averne ricevuto; a creare un giardino in mezzo al deserto, o a distruggere la città miscredente con un incendio. Tutte le volte ch'egli si sentia così cimentato da' Coreishiti, se ne sottrasse, vantando in modo oscuro il dono di visioni e di profezia; se ne appella alle pruove morali della sua dottrina, e si mette a coperto dietro la Providenza, la quale nega que' segni e quelle maraviglie che scemano il merito della fede, e la colpa aggravano della infedeltà; ma dal tuono modesto, o collerico, delle sue risposte trapela la debolezza e l'imbarrazzo suo, e que' passi sciagurati non lasciano dubbio veruno intorno all'integrità del Corano[110]. I suoi Settari parlano de' suoi miracoli più asseverantemente di lui, e la franchezza della loro credulità va crescendo quanto più son lontani all'epoca e al luogo delle sue imprese spirituali. Credono essi, o assicurano, che andassero gli alberi ad incontrarlo; che fosse salutato da' sassi; che scaturisse acqua dalle sue dita; che nudrisse miracolosamente i famelici, sanasse gl'infermi, risuscitasse i morti; che una trave mandasse gemiti al suo cospetto; che un cammello gli dirigesse lagnanze; che una spalla di agnello lo avvisasse ch'era avvelenata, e che la natura vivente del pari che la morta fossero sottomesse all'appostolo di Dio[111]. Fu descritto seriamente il suo sogno d'un viaggio che fece di notte, come se il fatto fosse vero e materiale. Un animal misterioso, il borak, lo trasportò dal Tempio della Mecca a quello di Gerusalemme, corse un dopo l'altro i sette cieli in compagnia dell'angelo Gabriele; nelle rispettive dimore dei Patriarchi, de' Profeti, degli Angeli ne ricevette, e restituì loro, la visita. Ebbe egli solo licenza di oltrepassare il settimo cielo; aperse il velame dell'unità; giunse a due tiri di dardo presso il trono di Dio, e tocco nella spalla dalla man dell'Altissimo, ne sentì tal freddo che gli passò il cuore. Dopo questa familiare e considerevole conversazione, calò di nuovo a Gerusalemme, risalì sul borak, tornò alla Mecca, e spese soltanto la decima parte d'una notte a compiere un viaggio di molte migliaia d'anni[112]. Giusta un'altra leggenda confuse in un'adunata nazionale i Koreishiti i quali gli facevano una maliziosa disfida. La sua prepotente parola divise in due l'orbe lunare; l'obbediente pianeta si rimosse dal suo cammino, fece sette rivoluzioni intorno alla Caaba, e dopo aver salutato Maometto, in lingua Arabica, si impicciolì ad un tratto, entrò pel collo della sua camicia, e ne uscì per la manica[113]. Queste novelle meravigliose son di trastullo all'uomo volgare, ma i più gravi autori Musulmani imitano la modestia del lor maestro, e lasciano una certa libertà di credenza o d'interpretazione[114]. Potrebbono rispondere che per predicare la religione non era necessario rompere l'armonia della Natura; che una fede priva di misteri non ha uopo di miracoli, e che la spada di Maometto[115] non era men potente che la verga di Mosè.

Il politeismo è oppresso e angustiato dalle tante superstizioni che ammette la sua credenza: mille cerimonie venute dall'Egitto erano frammiste alla sostanza della legge Mosaica, e lo spirito del Vangelo s'era dileguato entro la vana pompa del culto. Il pregiudizio, la politica o il patriottismo determinarono il Profeta della Mecca a consacrare le cerimonie degli Arabi, non che l'usanza di visitare la santa pietra della Caaba; ma spirano i suoi precetti una pietà più santa e più ragionevole; l'orazione, il digiuno, la limosina, son questi i doveri religiosi del Musulmano: gli viene data speranza che, nel suo pellegrinaggio verso il cielo, sarà dall'orazione portato a mezza strada, che il digiuno lo condurrà alla porta del palazzo dell'Altissimo, e che le limosine gliene apriranno l'ingresso[116]. 1. Secondo la tradizione del viaggio notturno, l'Appostolo, nella sua conferenza con Dio, ebbe ordine d'imporre l'obbligo a' suoi discepoli di fare cinquanta orazioni al giorno. Avendogli consigliato Mosè di domandare che scemato fosse questo fardello insopportabile, a poco a poco fu ridotto il numero a cinque, senza che gli affari, i piaceri, i tempi o i luoghi potessero dispensarne. Alla punta del giorno, a mezzodì, dopo pranzo, la sera, e nella prima vigilia della notte debbono i fedeli rinnovare gli atti della lor divozione, e quantunque sia ben menomato il fervor religioso, pure i viaggiatori rimangono edificati tuttavia dalla perfetta umiltà, e dal raccoglimento con cui sogliono orare i Turchi e i Persiani. La pulitezza è una introduzione alla preghiera; sin da' più remoti tempi, usavano gli Arabi lavarsi di sovente mani, viso e corpo: il Corano comanda espressamente queste abluzioni, e in difetto d'acqua permette il servirsi di sabbia. Dal costume e dalle decisioni de' dottori sono determinate le parole e le attitudini, se si debba star seduto, in piedi, o colla faccia in terra; ma consiste la preghiera in brevi e fervide giaculatorie; la pietà non è stancata da una noiosa liturgìa, ed ogni Musulmano, in ciò che lo risguarda, è investito del carattere sacerdotale. Fra i deisti che rigettano le Immagini, si è giudicato conveniente fermare il volo della fantasia fissando l'occhio e il pensiero verso un Kebla, o sia punto visibile dell'orizzonte. Da principio fu tentato il Profeta di prescegliere Gerusalemme, per divenire grato a' Giudei; ma presto si ricondusse ad una inclinazione più naturale, e cinque volte al giorno gli occhi de' Musulmani abitanti in Astracan, in Fez, in Delhi, stanno devotamente rivolti al santo Tempio della Mecca. Non pertanto sono tutti i luoghi ugualmente acconci al servigio di Dio; i Maomettani sono indifferenti a pregare in casa o in istrada. Per distinguerli dai Giudei e da' Cristiani, il lor Legislatore ha consacrato al culto pubblico il venerdì d'ogni settimana; ragunasi il popolo nella moschea, e l'Imano, per lo più vecchio venerando, sale il pulpito, fa l'orazione, indi una predica; ma la religion Musulmana non ha nè Sacerdoti, nè Sagrificio; e dallo spirito independente del fanatismo sono guardati con dispregio i ministri e gli schiavi della superstizione. 2. Le mortificazioni volontarie[117] degli ascetici, tormento e vanto della lor vita, erano odiose ad un Profeta che biasima i suoi discepoli perchè han fatto voto d'astenersi dalle carni, dal sonno, e dalle donne, e che avea fermamente dichiarato che non soffrirebbe monaci nella sua religione[118]. Istituì peraltro un digiuno di trenta giorni all'anno; raccomandò premurosamente di osservarlo come cosa che monda l'anima e assoggetta il corpo, come un esercizio salutare d'obbedienza al voler di Dio e del suo Appostolo. Nel mese del Ramadan, dallo spuntare del sole sino al tramontare, il Musulmano non mangia, nè beve; si priva di mogli, di bagni, di profumi, nega a sè stesso ogni cibo atto a sostenere le forze e a fomentare qualunque piacere che può soddisfare i sensi. Secondo le rivoluzioni dell'anno lunare, il Ramadan cade alternativamente nel maggior freddo del verno, o nel più forte ardore della state, e per dare alla sete una stilla d'acqua, convien penosamente aspettare la fine d'una giornata cocente. Maometto è il solo che abbia fatto una legga positiva e generale[119] della proibizione del vino, che nelle altre religioni è speciale per alcuni Ordini di sacerdoti o di romiti; e alla sua voce una parte considerevole del globo ha abiurato l'uso di questo salubre ma pericoloso liquore. Vero è che il libertino non si sottomette a queste disgustose privazioni, e l'ipocrita sa eluderle; ma non si può incolpare il Legislatore che ha posto questi regolamenti di sedurre i suoi proseliti coll'esca de' piaceri sensuali. 3. La carità de' Musulmani s'abbassa fino agli animali; e per quella che concerne agl'infelici e agli indigenti viene più volte raccomandata dal Corano, non solamente come opera meritoria, ma come un dovere assoluto e indeclinabile. Forse Maometto è l'unico Legislatore che abbia assegnata la precisa misura della limosina: sembra varia a seconda del grado e della qualità del possedimento, cioè secondo che gli averi consistono in denaro, in grani o in bestiame, in frutti o in mercanzie; ma per adempiere alla legge, debbe il Musulmano dare la decima delle sue rendite; e se ha peccato di frode, o di estorsioni, è tenuto, quasi per una specie di restituzione, a dare la quinta parte in vece della decima[120]. Necessariamente dee la benevolenza guidare alla giustizia, poichè ci è vietato di far danno a coloro che siamo obbligati ad assistere. Può bene un Profeta rivelare gli arcani del cielo e dell'avvenire; ma nelle sue massime morali non può che ripeterci le lezioni che dal proprio nostro cuore abbiam già ricevute.

Ricompense e gastighi sono il sostegno de' due dommi, e de' quattro doveri pratici dell'Islamismo: gli sguardi del Musulmano piamente s'affisano sul Giudizio finale; e benchè non abbia osato il Profeta stabilire l'epoca di quella tremenda catastrofe, accenna oscuramente i segni, che in cielo e in terra, precederanno la dissoluzione universale in cui tutti gli Esseri animati perderanno la vita, e l'ordine della creazione tornerà nel primo caos. Al suono della tromba si vedranno dal nulla emergere nuovi Mondi; gli angeli, i genii, gli uomini s'alzeranno fuori dalle tombe, e l'anime umane saranno ricongiunte a' lor corpi. Pare che sieno stati i primi gli Egiziani ad ammettere la dottrina della risurrezione[121]; imbalsamarono le mumie, alzarono piramidi per conservare l'antica dimora dell'anima durante un periodo di tremila anni, parziale tentativo ed inutile: con mire più filosofiche si fonda Maometto su l'onnipotenza del Creatore, che con una parola può ravvivare l'argilla priva di vita, e raunare atomi innumerevoli che più non conservino la lor forma o sostanza[122]. Non è facile a dirsi ciò che sia dell'anima in quell'intervallo, e coloro che sono i più convinti della sua spiritualità sentono troppo l'imbarazzo di spiegare come possa poi pensare e operare senza l'intervento degli organi de' nostri sensi.

Il Giudizio finale succederà alla riunione del corpo e dell'anima; e Maometto nel farne la dipintura su le tracce de' Magi, ha soverchiamente seguìto le forme, ed anche le operazioni lente e successive d'un tribunale umano. Lo incolpano i suoi intolleranti avversari d'avere prodigalizzata sino ad essi stessi la speranza della salute, d'aver propugnata la più peccaminosa eresia, dicendo che ogn'uomo che crede in Dio e fa buone opere può aspettarsi nell'ultimo giorno una sentenza favorevole. Poco si confaceva all'indole d'un fanatico sì ragionevole indifferenza, nè v'ha ragion di pensare che un inviato del cielo abbia scemato il pregio e la necessità delle proprie rivelazioni. Stando al Corano[123] la fede in Dio è inseparabile dalla fede in Maometto; le buone opere son quelle da lui prescritte, e da queste due condizioni procede la necessità dell'Islamismo, al quale sono invitate tutte le nazioni come tutte le Sette. Per iscusare la lor cecità spirituale, indarno allegheranno ignoranza, o porranno in mezzo le lor virtù; punite saranno con eterni tormenti: le lagrime poi che versò Maometto sul sepolcro della madre, per la quale gli era vietato il pregare, sono una manifesta contraddizione di fanatismo e d'umanità[124]. Il decreto è per tutti gl'infedeli; quel grado d'evidenza che avranno rigettato, e la gravità degli errori commessi, determineranno il grado del peccato e della pena loro. Le dimore eterne de' Cristiani, degli Ebrei, de' Sabei, de' Magi, degl'idolatri, stanno nell'abisso le une sotto l'altre, e l'ultimo inferno è per li miscredenti ipocriti che si copersero colla maschera di religione. Quando la maggior parte degli uomini sarà stata riprovata per le loro opinioni, i soli veri credenti saranno secondo le lor opere giudicati. Una bilancia vera, o allegorica, peserà esattamente il bene e il male della vita d'ogni Musulmano, e allora vi sarà un singolare compenso per la satisfazione delle ingiurie: una parte delle azioni buone dell'offensore sarà computata a vantaggio dell'offeso in proporzione del torto che gli fu fatto, e se l'offensore è spoglio di questa spezie di proprietà morale, una parte proporzionale de' demeriti dell'offeso verrà ad accrescere la massa de' suoi peccati. Sarà pronunciata la sentenza secondo che il peso de' delitti o quello delle virtù tracollerà nella bilancia, e tutti allora senza distinzione passeranno il ponte acuto e pericoloso pendente sopra l'abisso; ma i buoni, camminando su le pedate di Maometto, faranno il loro ingresso glorioso in Paradiso, nel mentre che i peccatori saranno precipitati nel primo e nel meno orribile de' sette inferni. Varierà la durata dell'espiazione da nove secoli a settemila anni; ma fu abbastanza scaltrito il Profeta per promettere che tutti i suoi discepoli (qualunque si fossero i loro peccati) sarebbero salvati per la lor fede, e per sua intercessione, dall'eterna condanna. Non faccia maraviglia che per mezzo della tema operi la superstizione più fortemente sullo spirito umano, poichè con più energia dall'immaginazione si dipinge la miseria di quel che la felicità della vita futura. Senz'altro sussidio che fuoco e oscurità, ecco fatta l'immagine d'un supplizio che coll'idea dell'eternità può aggravarsi all'infinito; ma questa idea medesima d'eternità genera un effetto contrario allora che si tratta della durata del piacere; e i nostri godimenti troppo sovente non provengono che dalla cessazione del dolore, o dal paragone dello stato nostro con un altro più infelice. È assai naturale che un Profeta arabo descriva enfaticamente i boschetti, le fontane, le riviere del paradiso; ma in vece di dare a' beati il nobile diletto della musica, della scienza, dell'amicizia e del commercio spirituale, ne colloca puerilmente la felicità nello sfarzo delle perle e de' diamanti, delle vesti di seta, de' palagi marmorei, del vasellame d'oro, de' vini squisiti, delle golosità raffinate, d'un seguito numeroso, e di tutta quella pompa di lusso e di sensualità, che diviene al suo possessore insipida pur anche nel breve spazio assegnato alla vita nostra mortale. L'ultimo de' credenti avrà per suo uso settantadue houris, o fanciulle, dagli occhi neri, dotate d'una bellezza mirabile, di tutta la freschezza della gioventù, d'una purità virginale, d'una sensibilità squisita: l'istante del piacere si prolungherà per migliaia d'anni, e con facoltà centuplicate degni saranno i beati della loro felicità. Qualunque siasi per questo rispetto la volgare opinione, certo è ch'egli apre a' due sessi le porte del cielo; ma non ha voluto spiegarsi riguardo agli uomini che le donne vi troverebbero, per timore di recare inquietudine alla gelosia de' loro primi mariti, o di turbarne la contentezza col dubbio che eterno sarebbe per avventura il lor matrimonio. Questa dipintura d'un paradiso sensuale suscitò lo sdegno e forse l'invidia de' monaci[125]; l'impura religione di Maometto è la materia delle declamazioni di costoro, e il pudore di qualche apologista del Corano non ha altro spediente a cui appigliarsi fuorchè le figure e le allegorie; ma da' dottori più bravi e più conseguenti s'ammette, senza arrossirne, l'interpretazion letterale del Corano: di fatti inutile sarebbe la risurrezione del corpo se non gli si restituisce l'esercizio delle sue facoltà più preziose, ed è necessaria la riunione de' piaceri de' sensi e dell'intelletto a far perfetta la felicità dell'uomo, che di due sostanze è composto. Le gioie peraltro del paradiso di Maometto non saranno ristrette a' piaceri del lusso, e alla soddisfazione degli appetiti sensuali; il Profeta dichiara espressamente che i santi e i martiri, ammessi alla beatitudine della visione divina, dimenticheranno e avranno a sdegno tutte le spezie d'un grado inferiore[126].

A. D. 609

Le prime e le più malagevoli conquiste che fece Maometto alla sua nuova religione[127], quelle furono di sua moglie, del servo, del pupillo e d'un amico[128], avvegnacchè si dava per Profeta con quelli che men d'ogn'altro potevano dubitare se fosse o no soggetto alle infermità della natura. Nonostante, credette Cadijah alle parole del marito, e fu a parte della sua gloria: Zeid, docile ed affezionato, si lasciò sedurre dalla speranza della libertà; l'illustre Alì, figlio di Abu-Taleb, abbracciò le opinioni di suo cugino coll'energia d'un giovane eroe; e la fortuna, la moderazione e la veracità di Abubeker francheggiarono la religione del Profeta cui succeder doveva. Persuasi da lui, dieci de' più ragguardevoli cittadini della Mecca assentirono d'essere privatamente ammaestrati nella dottrina dell'Islamismo: cedendo al grido della ragione e dell'entusiasmo, divennero l'eco del domma fondamentale: «Non vi ha che un Dio, e Maometto è l'appostolo di Dio»; e per guiderdone della lor fede ottennero ancor viventi e ricchezze ed onori, e il comando degli eserciti e l'amministrazione de' regni. Tre anni furono impiegati in silenzio alla conversione di quattordici proseliti: furono quelli i primi frutti di sua missione; ma sin dal quarto anno prese il carattere d'un Profeta, e volendo comunicare alla sua famiglia la luce delle divine verità, fece imbandire un banchetto composto, è fama, d'un agnello e d'un vaso pieno di latte, e convitò quaranta persone della razza degli Hashemiti. «Cari amici ed alleati, disse loro, vi offro, e sono io il solo che offerir vi possa i più preziosi donativi, i tesori di questo Mondo e dell'altra vita. Iddio mi ha comandato di chiamarvi al suo servizio. Chi è tra voi che voglia aiutarmi a portare il mio carico? chi vuol essere mio compagno e mio visir[129]?» Nulla gli fu risposto: per lo stupore, per l'incertezza o pel disprezzo stavan chiuse tutte le bocche; quando finalmente Alì, giovanotto di quattordici anni, caldo d'ardore e d'ardire, ruppe il silenzio, e sclamò: «Profeta, son io quegli che cerchi: se oserà qualcuno levarsi contro di te, io gli spezzerò i denti, gli caverò gli occhi, gli romperò le gambe, gli spaccherò il ventre. Profeta, sarò io il tuo visir». Accolse Maometto con gran trasporto questa profferta, e fu ironicamente esortato Abu-Taleb a rispettare la nuova dignità di suo figlio. Avendo poscia voluto il padre d'Alì, in tuono serio, indurre il nipote ad abbandonare un impegno ineseguibile: «Risparmiate i consigli, rispose allo zio suo benefattore l'intrepido fanatico: quando si ponesse il sole sulla mia destra, la luna sulla sinistra non si cangerebbe la mia risoluzione». Per dieci anni perseverò nell'esercizio della sua incumbenza, e questa religione, che ha soggiogato l'Oriente e l'Occidente, non pose radici nelle mura della Mecca che con gran lentezza e difficoltà. Aveva peraltro il contento di vedere che la sua piccola congregazione di unitari andava ogni giorno crescendo; n'era rispettato come un Profeta, ed egli a tempo e luogo le comunicava il cibo spirituale del Corano. Si può argomentare il numero de' suoi proseliti dalla partenza di ottantatre uomini e di diciotto donne che nel settimo anno della sua missione si ritirarono in Etiopia; la sua Setta fu assai presto rafforzata per la conversione di Hamza suo zio, e dell'inflessibile e feroce Omar, che adoperò in favor dell'Islamismo collo stesso zelo con cui ne aveva tentata la distruzione. Non si racchiuse la carità di Maometto nella sola tribù di Koreish o nel recinto della Mecca; nelle grandi solennità, o ne' giorni di peregrinazione, andava alla Caaba, favellava agli stranieri di tutte le tribù, e sia nelle conferenze particolari, sia nelle pubbliche aringhe, predicava la credenza e il culto d'un solo Dio. Debole allora di forze e saggio nella sua dottrina, sosteneva la libertà di coscienza, e riprovava l'uso della violenza in materia di religione[130]: ma esortava gli Arabi alla penitenza, e scongiuravali a risovvenirsi degli antichi idolatri di Ad e di Thamud, che la giustizia divina avea disperso dalla faccia della terra[131].

A. D. 613-622