Dalla superstizione e dalla gelosia era confermato nella incredulità il popolo della Mecca. Gli anziani della città, gli zii del Profeta, affettavano dispregio dell'ardimento d'un orfano che voleva figurare da riformatore del suo paese. Le pie preghiere di Maometto nella Caaba erano perseguitate dalle grida di Abu-Taleb: «Cittadini e pellegrini, gridava, non date orecchio al tentatore, non date retta alle sue empie novità: state invariabilmente attaccati al culto di Al Lata e Al Uzzah». Non ostante, questo vecchio Capo amava sempre il figlio d'Abdallah, e ne difendeva la persona e la riputazione contro gli assalti de' Koreishiti, la cui gelosia da lungo tempo era adontata dalla preminenza della famiglia di Hashem. Coprivano l'odio sotto il colore della religione; al tempo di Giobbe, il magistrato Arabo puniva il delitto d'empietà[132], e Maometto era reo del delitto d'abbandonare e rinnegare gli Dei della sua nazione; ma la Polizia della Mecca era sì difettosa, che i Capi dei Koreishiti, anzi che accusare un reo, furono obbligati ad usare la persuasione o la violenza. Più volte si diressero ad Abu-Taleb con aria di rimprovero e di minaccia. «Tuo nipote, gli dissero, insulta la nostra religione, accusa d'ignoranza e di follìa i nostri saggi antenati; fallo tacere subitamente acciocchè non turbi e sollevi la città. Se prosegue così, sguaineremo la spada contro lui e i suoi aderenti, e tu renderai conto del sangue de' tuoi concittadini». Abu-Taleb potè pel suo credito e per la sua moderazione sottrarsi alla violenza di questa fazion religiosa. I più deboli o più timidi fra i discepoli di Maometto si ritrassero in Etiopia, e il Profeta andò in cerca d'asili in diversi luoghi, sia in città sia in campagna, che gli offrissero qualche sicurezza. Continuando a difenderlo la sua famiglia, il rimanente della tribù di Koreish s'impegnò a rinunziare ogni commercio co' figli di Hashem, a nulla comperare da loro, a nulla vendere ad essi, a non contrarre più matrimoni seco loro, ma a perseguitarli senza pietà finattanto che non consegnassero alla giustizia degli Dei Maometto. Questo decreto fu sospeso nella Caaba, ed esposto alla vista di tutta la nazione; gli emissari de' Koreishiti perseguitarono i Musulmani sin nel cuore dell'Affrica, assediarono il Profeta e i suoi più fidi discepoli, li privarono d'acqua, e con rappresaglie dall'una e dall'altra parte s'inviperì la reciproca animosità. Parve che una tregua, di poca durata, riconducesse la concordia, ma colla morte d'Abu-Taleb rimase abbandonato Maometto in balìa de' nemici; e la morte della fedele e generosa Cadijah gli levava ogni consolazione domestica. Abu-Sophian, Capo del ramo d'Ommiyah, succedette alla primaria dignità della repubblica della Mecca. Il quale, zelante adoratore degl'idoli, nemico mortale della famiglia di Hashem, convocò un'assemblea de' Koreishiti e de' loro alleati per decidere della sorte dell'appostolo. Imprigionandolo, si poteva provocare il suo coraggio ad atti di disperazione, ed esiliando un fanatico eloquente, e accetto al popolo, si potea da lui diffondere il male in tutte le province dell'Arabia. Fu decisa la sua morte, ma si convenne che per dividere il delitto e prevenire la vendetta degli Hashemiti, un Membro d'ognuna delle tribù gl'immergerebbe la spada nel petto. Da un angelo o da una spia fu informato di quella sentenza, nè vide scampo fuorchè nella fuga[133]. A mezza notte, accompagnato dal suo amico Abubeker, fuggì cheto cheto di casa; attendendo i sicari alla porta, ma rimasero ingannati dalla figura d'Alì, che dormiva nel letto dell'appostolo, vestito del suo abito verde. Ebbero rispetto i Koreishiti alla pietà del giovane eroe, ma in alcuni versi d'Alì, che sussistono ancora, abbiamo una descrizione commovente delle sue inquietudini, della sua tenerezza, della sua religiosa fiducia. Maometto e il suo compagno si tennero nascosti per tre giorni nella caverna di Thor, distante dalla Mecca una lega: quando imbruniva la notte, il figlio e la figlia d'Abubeker recavano ad essi i viveri, e le notizie di quel che nella città succedeva. I Koreishiti, che attentamente spiavano per tutti i dintorni, giunsero all'ingresso della caverna; ma la Providenza, dicesi, li deluse con un ragnatelo, e con un nido di colombo che erano situati in modo da persuadere che niuno vi fosse entrato. «Non siamo che due», diceva tremante Abubeker: «un terzo è con noi, rispose il Profeta, ed è Iddio medesimo». Rallentato che fu alquanto l'ardore delle persecuzioni, uscirono della spelonca i due fuggiaschi, e salirono su i lor cammelli; camminavano alla volta di Medina quando furono arrestati dagli emissari de' Koreishiti; a forza di preghiere e di promesse poterono scampare dalle lor mani. In quel critico momento avrebbe la lancia d'un Arabo cangiata la storia del Mondo. Questa fuga di Maometto, che passò dalla Mecca a Medina, stabilisce l'epoca memoranda dell'Egira[134], che dopo dodici secoli segna ancora gli anni lunari delle nazioni Musulmane[135].

A. D. 622

La religion del Coran sarebbe morta in culla, se non avesse Medina accolto con fede e con riverenza i santi esuli della Mecca. Medina, o la città che nomavasi Yatreb avanti che fosse consecrata come il trono del Profeta, era divisa fra due tribù, i Caregiti e gli Awsiti, dove i menomi accidenti di continuo risvegliavano l'odio ereditario; erano suoi umili alleati due colonie di Giudei che vantavano origine sacerdotale; senza convertire gli Arabi avevano introdotto fra loro quel genio della scienza e delle idee religiose che procacciò a Medina l'onore d'esserci soprannomata la città del Libro. Avendo le predicazioni di Maometto convertiti alcuni de' suoi cittadini più nobili venuti in pellegrinaggio alla Caaba, tornando a casa, diffusero la cognizione del vero Dio e del suo Profeta; e la novella alleanza de' Medinesi coll'appostolo fu ratificata dai loro deputati in due conferenze secrete, che si tennero la notte sur una collina dei sobborghi della Mecca. Nella prima, dieci Caregiti e due Awsiti si unirono di religione e d'affetto, e dichiararono in nome delle loro mogli, dei figli e dei fratelli assenti che per sempre professerebbero i dommi del Corano, e ne osserverebbero i precetti. Produsse la seconda un'associazione politica che fu il principio dell'impero de' Saraceni[136]. Settantatre uomini e due donne di Medina ebbero una solenne conferenza con Maometto, co' suoi alleati e co' suoi discepoli, e scambievolmente prestarono giuramento di fedeltà. Promisero gli abitanti di Medina in nome della loro città, che se sbandito fosse Maometto, lo riceverebbero come un alleato, che gli obbedirebbero come a Capo, e che lo difenderebbero sino all'ultima estremità con tanta costanza come le proprie mogli ed i figli. «Ma se vi richiama la vostra patria, dimandarono con un'inquietudine per lui onorevole, abbandonerete i vostri nuovi alleati? — Tutto ora è comune tra noi, rispose Maometto ridendo; il vostro sangue è mio sangue; mia la ruina vostra. Siamo avvinti gli uni agli altri dall'onore e dall'interesse. Io son l'amico vostro, e il nemico de' vostri nemici. — Ma se spendiamo la vita per voi, qual premio ne avremo? soggiunsero i deputati di Medina. — Il Paradiso, replicò Maometto. — Stendi dunque la mano», gridarono. L'appostolo stese la mano, ed essi rinnovellarono il giuramento di sommessione e di fedeltà. Ratificò il popolo questo trattato, e con unanime voto accettò l'Islamismo. Si rallegrarono gli abitanti di Medina per l'esilio di Maometto, ma tremavano per la sicurezza sua, e ne attesero con impazienza l'arrivo. Dopo un cammino pericoloso e rapido lungo la costa del mare, posò a Koba, situata a due miglia da Medina, e fece il suo pubblico ingresso sedici giorni dopo la fuga dalla Mecca. Gli andarono incontro cinquecento cittadini, e da ogni parte udì acclamazioni di fedeltà e di riverenza. Sedeva sopra un cammello femmina, coperto da un ombrello la testa, e davanti a lui era portato un turbante spiegato a guisa di stendardo. I suoi più prodi discepoli, dispersi dalla tempesta, si radunarono intorno a lui, e i suoi Musulmani, eguali tutti di merito si distinsero co' nomi di Mohageriani, e d'Ansari, fuggiaschi gli uni dalla Mecca, e gli altri ausiliari di Medina. Per soffocare ogni seme di gelosia, bravamente immaginò di congiugnere a due a due i primari tra loro con investirli di dritti e obbligandoli a legami fratellevoli. Dopo questa disposizione, Alì rimase solo, e amorevolmente dichiarò il Profeta sè voler essere compagno e fratello di quel giovane gentiluomo. Riuscì in tutto a bene questo espediente; e in pace e in guerra fu rispettata la santa fraternità, e le due parti studiarono di segnalarsi con generosa gara di coraggio e di fedeltà. Una sola volta addivenne che una contesa accidentale alcun poco turbò quella unione; un patriotta di Medina accusò i forestieri d'insolenza; lasciò travedere che si potevano cacciare, ma fu inteso con raccapriccio, e suo figlio si profferse vivacemente a recare al piè dell'appostolo la testa del proprio padre. Dal punto che Maometto stanziossi in Medina, esercitò i poteri di re e di gran Pontefice, e fu empietà il non piegare il capo a' decreti d'un giudice dalla sapienza divina inspirato. Ricevette egli in dono o comperò un piccolo pezzo di terra appartenente a due orfanelli[137]: quivi fabbricò una casa ed una moschea più venerande nella rozza loro semplicità che non i palagi ed i templi de' Califfi d'Assiria. Fece incidere nel suo suggello d'oro o d'argento il suo titolo di appostolo; quando faceva orazione, e predicava nell'assemblea, che tenevasi ogni settimana, si appoggiava al tronco d'una palma, e solamente lungo tempo dopo fece uso d'un seggio, o d'una cattedra di legno lavorata alla grossolana[138]. Dominava già da sei anni, quando mille e cinquecento Musulmani raccolti sotto le armi giurarono nuovamente fedeltà; e Maometto di bel nuovo promise loro assistenza sino alla morte dell'ultimo di loro, o al totale discioglimento della Lega. Nel campo medesimo ebbe a scorgere con maraviglia il deputato della Mecca quanta fosse l'attenzione de' fedeli alle parole, e ai sguardi del Profeta, la premura nel raccogliere sia gli sputi sia i capegli che gli cadevano, e l'acqua che serviva alle sue ablazioni; quasi tutte queste cose un grado avessero di profetica virtù. «Ho veduto, diss'egli, il Cosroe della Persia e il Cesare di Roma; ma non ho mai veduto un re così rispettato da' sudditi quanto lo è Maometto da' suoi compagni». Il devoto fervore del fanatismo in fatti si manifesta in guisa più energica e vera che la fredda e cerimoniosa servilità delle Corti.

Ogn'uomo, nello stato di natura, ha diritto d'impiegare la forza dell'armi in difesa della sua persona o delle sue proprietà, di respingere ed anche di prevenire la violenza de' nemici, e di continuare le ostilità sinattanto che abbia ottenuto una giusta soddisfazione, o che sia giunto a quell'ultimo segno ch'è stabilito per le rappresaglie. Nella libera società degli Arabi, i doveri di suddito e di cittadino non metteano un grave freno, e Maometto, adempiendo una missione di carità e di pace, era stato spogliato e sbandito dall'ingiustizia de' suoi concittadini. Per l'elezione fattane da un popolo independente, il fuoruscito della Mecca era stato elevato alla dignità di sovrano, e legittimamente avea ricevuta la prerogativa di formare alleanze, e di fare la guerra offensiva e difensiva. Suppliva la pienezza della potenza divina all'imperfezione de' suoi diritti, e diveniva il fondamento del suo potere: prese egli nelle sue nuove rivelazioni un'aria più feroce e più sanguinaria, pruova, che l'anteriore moderazione che usò era stata una conseguenza della sua debolezza[139]. Avea tentato le arti della persuasione, ma passato era il tempo della pazienza; dichiarò che Iddio gli comandava di propagare la religione col ferro, di abbattere i monumenti dell'idolatria, e di perseguitar le nazioni miscredenti senza rispetto a' giorni o a' mesi santi. Attribuì all'autore del Pentateuco e dell'Evangelo que' precetti di sangue che dal Corano ripetonsi ad ogni pagina; ma il carattere di dolcezza che si scorge nello stile dell'Evangelo permette di spiegare altrimenti quel passo equivoco ove sta scritto, che Gesù ha recato in terra non la pace, ma la spada; e non denno confondersi le sue virtù pazienti e modeste collo zelo intollerante de' principi e de' vescovi, che il nome disonorano di suoi discepoli. A giustificare questa guerra di religione, allegava con più esattezza Maometto[140] l'esempio di Mosè, o quello de' Giudici e de' re d'Israello. Le leggi militari degli Ebrei sono anche più rigorose di quelle dell'Arabo legislatore[141]. Il Dio degli eserciti marciava in persona davanti a' Giudei; se una città resisteva, passavano a fil di spada i maschi senza distinzione: le sette nazioni di Canaan furono esterminate, nè il pentimento o la conversione valeano a sottrarle dall'inevitabile sentenza, per la quale non si dovea entro il recinto del lor dominio risparmiare veruna creatura vivente. Maometto almeno lasciò a' nemici la libertà di scegliere la sua amicizia, la sommessione, o la guerra. Come tosto professassero l'Islamismo, gli ammetteva a' vantaggi temporali o spirituali de' suoi primi discepoli, e li facea combattere sotto le bandiere medesime per la gloria della religione a cui s'erano addetti. Per lo più la sua clemenza era ligia al suo interesse, ma di rado conculcava il nemico atterrato, e par che prometta che per un tributo lascerà a' men colpevoli de' sudditi increduli il culto loro, o almeno l'imperfetta lor fede. Sin dal primo mese del suo regno eseguì quanto avea ne' suoi precetti statuito su la guerra religiosa, e inalberò il suo vessillo bianco davanti le porte di Medina; l'appostolo guerriero si trovò in persona a nove battaglie o a nove assedii[142], e in dieci anni compiè da sè stesso, o coll'opera de' suoi luogotenenti, cinquanta imprese guerresche. Continuava egli, nella sua qualità d'Arabo, a esercitare le professioni di mercadante e di ladrone, e colle piccole scorrerie che andava facendo, per difendere o assaltare una caravana, disponeva a poco a poco le sue genti alla conquista dell'Arabia. Una legge divina avea regolato il comparto del bottino[143], il quale veniva fedelmente ammassato in un solo cumulo; riservava il Profeta per opere pie e caritatevoli un quinto dell'oro e dell'argento, de' prigionieri e del bestiame, de' mobili e degl'immobili; del resto faceva parti eguali cui distribuiva a' soldati, sia che avessero riportato vittoria, o custodito il campo; le ricompense di quelli che avessero perduto la vita passavano alle mogli ed ai figli; per animare poi la gente ad accrescere la cavalleria, dava una porzione al cavaliere ed una al cavallo. Accorrevano da ogni luogo gli Arabi erranti a porsi sotto il vessillo della religione e del saccheggio: era stato premuroso il Profeta a santificare il commercio de' soldati colle donne prigioniere sia che fossero trattate come spose, sia da concubine; egli mostrava loro nel godimento della fortuna e della bellezza una debole immagine delle gioie del paradiso destinate a' prodi martiri della Fede: «La spada, egli diceva, è la chiave del cielo e dell'inferno; una goccia di sangue versata per la causa di Dio, una notte passata in armi, varranno più che due mesi di digiuni e d'orazioni: chi perirà in battaglia otterrà il perdono de' peccati; nell'ultimo giorno, le sue ferite saranno lucide come il minio, odorose come il muschio; ali d'angeli e di cherubini saranno sostituite alle membra ch'egli abbia perdute». In tal guisa seppe infiammare l'anima intrepida degli Arabi. L'idea di un Mondo invisibile si dipingeva con forti colori alla fantasia di quel popolo, e quella morte che già sprezzavano divenne oggetto di speranza e di desiderio. Insegna il Corano, nel significato il più assoluto, i dommi della predestinazione e della fatalità che spegner potrebbero ogn'industria ed ogni virtù, se l'uomo regolasse la vita colle proprie opinioni: que' dommi peraltro hanno in ogni tempo esaltato il coraggio de' Saraceni e de' Turchi. I primi compagni di Maometto marciavano alla battaglia con intrepidezza: non vi ha pericolo ove non sia incertezza d'evento; se erano predestinati a morire nel proprio letto, esser doveano sicuri e invulnerabili in mezzo a' dardi de' combattenti[144].

Avrebbe la fuga di Maometto bastato per avventura a satisfare i Koreishiti, se temuto e presentito non avessero la vendetta d'un nemico il quale era in luogo ove intercettare il commercio loro per la Siria nel passaggio all'andata e al ritorno pel territorio di Medina. Lo stesso Abu-Sophian colla sola scorta di trenta o quaranta guerrieri guidava una caravana di mille cammelli, e fu tanto felice, o ben regolato, il suo viaggio che deluse la vigilanza del Profeta, ma seppe che i santi ladroni stavano in imboscata, spiando il suo ritorno. Spedì un corriere a' suoi fratelli della Mecca, i quali per il timore di perdere merci e munizioni volarono immantinenti a soccorrerlo con tutte le forze della città. La santa masnada dell'appostolo contava trecento tredici Musulmani, fra i quali settantasette fuorusciti, il resto ausiliari; non avea che settanta cammelli, che servivano alternativamente a ciascheduno di loro (i cammelli d'Yatreb erano terribili in guerra); ma tanta era la miseria de' suoi primi discepoli, che due soli erano coloro che potessero comparire a cavallo sul campo di battaglia[145]. Si trovava egli nella celebre e fertile vallata di Beder[146], lungi tre giornate da Medina, quando le sue vedette l'avvisarono, che s'appressava da una parte la caravana, e dall'altra i Koreishiti con cento cavalli ed ottocento cinquanta fanti. Dopo breve deliberazione decise di sagrificare le ricchezze alla gloria ed alla vendetta; fece un piccolo trinceramento per coprire le sue genti e un ruscello d'acqua dolce che bagnava la valle. «O Dio, esclamò egli, mentre i Koreishiti calavano dalle colline, o Dio, chi più t'adorerà su la terra se i miei guerrieri periscono? — Animo, figli miei, stringete le file, scagliate i vostri dardi, e la vittoria è nostra». Dopo queste parole s'assise con Abubeker sopra un trono o cattedra[147], ed invocò con gran fervore l'aiuto di Gabriele e di tremila angeli. Tenea fisso l'occhio sul campo di battaglia; già cedeano i suoi soldati, ed erano sul punto di rimanere sconfitti; quando il Profeta si slanciò dal trono, salì a cavallo, e gittò un pugno di sabbia in aria, gridando: «La faccia di coloro sia coperta d'obbrobrio.» I due eserciti, colpiti dal suono della sua voce, credettero vedere la squadra angelica da lui chiamata in soccorso[148]: tremarono i Koreishiti, e si diedero alla fuga: settanta de' più valorosi furono uccisi, e settanta prigionieri decorarono il primo trionfo dei fedeli. I morti furono spogliati e insultati: due prigionieri giudicati i più rei ebbero la morte, e gli altri pagarono pel riscatto quattromila dramme d'argento, che furono qualche compenso per la fuga della caravana; ma indarno i cammelli d'Abu-Sophian cercarono una nuova strada in mezzo al deserto e lungo l'Eufrate; pervenne ancora la vigilanza di Maometto a coglierli in via, e il bottino dovette essere considerevole, se, come è fama, la quinta parte dell'appostolo fu di ventimila dramme. Abu-Sophian irritato per la perdita pubblica e propria, ragunò un corpo di tremila uomini, fra' quali settecento armati di corazze e dugento cavalieri: tremila cammelli lo seguitarono, ed Henda, sua sposa, con quindici matrone della Mecca, batteva continuamente il tamburino per animare i soldati ed esaltare la grandezza di Hobal, la divinità più popolare della Caaba. Da novecento cinquanta credenti era difeso il vessillo di Maometto; la sproporzione del numero non era più grande di quel che fosse alla giornata di Beder, e tanta era la lor fiducia che la vinse su l'autorità divina, e su le ragioni umane che volle adoperare Maometto per dissuaderli dal combattere. La seconda battaglia si fece sul monte Ohud, lungi sei miglia da Medina al settentrione[149]: s'avanzarono i Koreishiti in forma di mezza luna, e Caled, il più terribile e il più fortunato de' guerrieri Arabi, conducea l'ala diritta della cavalleria. Maometto da bravo capitano collocò i suoi soldati sul pendìo del colle, e lasciò nel di dietro un distaccamento di cinquanta arcieri. La carica fu sì vigorosa che sbaragliò il centro degli idolatri, ma nell'inseguirli perdettero il vantaggio del terreno; gli arcieri abbandonarono il posto; gli uni e gli altri allettati dall'esca del bottino, disubbidirono al generale, e ruppero l'ordinanze. Allora l'intrepido Caled girando la sua cavalleria a' fianchi, e da tergo de' nemici, gridò ad alta voce che Maometto era stato ucciso. Avea questi di fatto sofferto un colpo di chiaverina nella faccia, e un sasso gli aveva spezzato due denti; ma in mezzo al disordine ed al terrore sgridava gl'infedeli feritori d'un Profeta, e benediva la mano amichevole che ne stagnava il sangue, e lo conduceva in luogo di sicurezza. Settanta martiri perdettero la vita pe' peccati del popolo; caddero orando, dice l'appostolo, e tenendo ciascuno abbracciato il corpo del commilitone morto con lui[150]: le femmine della Mecca inumanamente mutilarono i cadaveri, e la sposa di Abu-Sophian mangiò un brano delle viscere di Hamza, zio di Maometto. Poterono i Koreishiti godere del trionfo della loro superstizione, e sfogare il furore ond'erano invasi; ma il piccolo esercito di Maometto si riordinò prestamente sul campo di battaglia, senza avere però nè forza, nè coraggio per porre l'assedio a Medina. Nell'anno seguente fu assalito l'appostolo da diecimila nemici, e questa terza spedizione prese il nome ora dalle nazioni che marciavano sotto le bandiere d'Abu-Sophian, ora dalla fossa che fu scavata davanti alla città e al campo, dove, in numero di tremila, i Musulmani si tenevano trincerati. Evitò Maometto prudentemente un'azion generale: Alì si segnalò in un duello: la guerra si prolungò per venti giorni, indi i confederati si ritirarono. Una bufèra accompagnata da pioggia e da grandine rovesciò le lor tende: un avversario insidioso ne fomentava le dissensioni, e i Koreishiti nella diffalta de' loro alleati perdettero ogni speranza di atterrare il trono, o di fermar le conquiste dell'uomo invincibile che aveano proscritto[151].

A. D. 623-627

Dalla scelta che volea far Maometto della città di Gerusalemme per primo Kebla dell'orazione, si manifesta l'inclinazione inspiratagli da' Giudei; ed era da desiderarsi, pe' temporali loro interessi, che avessero ravvisato nel Profeta arabo la speranza d'Israele, e il Messia ad essi promesso. L'ostinazione dei Giudei convertì in odio implacabile la sua affezione; perseguitò egli quel popolo sciagurato sino all'ultimo istante della sua vita, e pel suo duplice carattere d'appostolo e di conquistatore, avvenne che la sua persecuzione si stese a questo Mondo e nell'altro[152]. I Kainoka abitavano Medina, protetti dalla città: Maometto colse l'occasione d'un tumulto, nato a caso, per dichiarare che dovevano essi abbracciare la sua religione, o combattere. «Oimè, risposero sbigottiti gli Ebrei, noi non sappiamo trattare l'armi, ma perseveriamo nella credenza e nel culto de' padri nostri; e perchè vuoi tu ridurci alla necessità d'una giusta difesa?» Questa lotta disuguale si terminò in quindici giorni, e solo con estrema ripugnanza s'arrese il Profeta alle istanze de' suoi alleati, e fece grazia della vita a' prigioni, ma ne confiscò le ricchezze. Divennero più formidabili l'armi di questi in pugno a' Musulmani di quel che lo fossero state in lor mano, e settecento infelici esiliati dovettero colle mogli e co' figli mendicare un asilo su le frontiere della Sorìa. I più rei erano i Nadhiriti, per aver tentato d'assassinare il Profeta in una conferenza amichevole. Maometto ne assediò il castello distante da Medina tre miglia; ma quelli si difesero con tanto valore che ottennero una capitolazione decorosa; uscì la guarnigione a tamburo battente, e ricevette tutti gli onori di guerra. Aveano i Giudei suscitata la guerra de' Koreishiti, e vi si erano immischiati: dal punto che le nazioni si scostarono dalla fossa, Maometto, senza mai deporre l'arnese, s'incamminò nel giorno stesso ad estirpare la razza nemica dei figli di Koraidha. Dopo una resistenza di venticinque giorni, si arresero a discrezione. Fondavano qualche speranza nell'intervento de' loro alleati di Medina, ma avrebbero dovuto sapere che il fanatismo estingue l'umanità. Un vecchio venerando, al giudizio del quale si sottoposero volontari, pronunziò contro tutti la sentenza di morte. Settecento Ebrei incatenati furono condotti su la piazza del mercato, furono calati vivi nella fossa preparata pel supplizio e per la sepoltura loro, e il Profeta con occhio imperturbato mirò la strage de' suoi nemici disarmati. Da' Musulmani si ereditarono le pecore e i cammelli degli uccisi; trecento corazze, cinquecento picche, e mille lance furono la parte più utile delle spoglie. Chaibar, città antica e opulenta, lontana sei giornate al nord-est di Medina, era il centro della potenza degli Ebrei in Arabia; il suo territorio fertile, nel cuor del deserto, era sparso di piantagioni e di bestiame, e difeso da otto castella, molte delle quali imprendibili. Avea Maometto dugento cavalieri, e mille e quattrocento fanti; in una serie d'otto assedii laboriosi, che bisognava fare in maniera metodica, queste schiere furono esposte a' rischi, alla fatica e alla fame, e già i Capi più ardimentosi disperavano del buon successo. Rianimò l'appostolo la lor fedeltà e il coraggio citando le glorie d'Alì, ch'egli nomò il Leone di Dio. Forse si può credere per vero che la terribile scimitarra di questo tagliò in due un soldato Ebreo di statura gigantesca; ma sarebbe difficile per noi lodare il senno de' romanzieri, che ce lo rappresentano in atto di levare da' gangheri la porta d'una Fortezza, coprendo con quest'enorme scudo il braccio sinistro[153]. Dopo la resa delle castella, dovette la città di Chaibar sottomettersi al giogo. Il Capo della tribù fu messo alla tortura in presenza di Maometto, che voleva forzarlo a dichiarare in che luogo nascosti avesse i tesori: l'industria de' pastori e degli agricoltori ottenne un'indulgenza precaria; fu permesso che migliorassero il proprio patrimonio, ma a piacimento del vincitore, e a patto di dargli la metà della rendita. Sotto il regno di Omar, gli Ebrei di Chaibar furono trapiantati in Siria, e il Califfo notificò in quella occasione, che nel letto di morte aveagli il suo signore ordinato di cacciare dall'Arabia ogni religione che non fosse la vera[154].

A. D. 629

Cinque volte al giorno volgea Maometto lo sguardo verso la Mecca[155], e da' più santi e più forti impulsi sentiva in sè suscitata la smania di rientrare da conquistatore in quella città, e in quel Tempio, da cui era stato espulso; o vegliando, o dormendo, sempre avea davanti agli occhi la Caaba: egli interpretò certo suo sogno come una visione ed una profezia; spiegò la santa bandiera, e si lasciò sfuggire di bocca l'imprudente promessa di trionfo. Il suo viaggio da Medina alla Mecca non annunciava che una peregrinazione religiosa e pacifica; settanta cammelli ornati pel sacrificio precedeano la sua vanguardia. Rispettò il territorio sacro, e poterono i prigionieri, rimandati senza riscatto, divolgare la sua clemenza; ma come ebbe messo piede nella pianura, lontano dalla città una giornata, esclamò: «Coloro si sono vestiti di pelle di tigre». Fu arrestato dalla moltitudine e dal valore de' Koreishiti, e aveva a temere non gli Arabi del deserto, trattenuti sotto le sue insegne dalla speranza del bottino, abbandonassero poi e tradissero il lor capitano. In un momento l'imperterrito fanatico si trasformò in un freddo e circospetto politico, omise nel trattato co' Koreishiti la qualità di appostolo di Dio, segnò con essi e co' loro alleati una tregua di dieci anni; s'impegnò a restituire i fuggiaschi della Mecca che abbracciassero la sua religione, e ottenne solamente per patto l'umile privilegio d'entrare nella Mecca l'anno dopo, come amico, e di rimanervi tre giorni per terminare le cerimonie del pellegrinaggio. La vergogna e il dolore copersero come d'una nube la ritirata de' Musulmani, e per questo infelice successo poterono facilmente accusare d'impotenza un Profeta, che sì frequentemente avea spacciato le sue vittorie come pruova di sua missione. Nell'anno seguente, si risvegliarono alla vista della Mecca la fede e la speranza de' pellegrini: stavano le loro spade nel fodero; fecero sette volte il giro della Caaba su le pedate di Maometto; i Koreishiti s'erano ritirati su le colline; e Maometto, dopo le solite cerimonie, uscì nel quarto giorno della città. La sua divozione edificò sommamente il popolo; sorprese, divise, sedusse i Capi; e Caled e Amron, che poi doveano soggiogare la Siria e l'Egitto, abbandonarono in tempo l'idolatria che già era vicina a perdere tutto il credito. Vedendo Maometto che cresceva di potere per la sommissione delle tribù Arabe, raunò diecimila soldati pel conquisto della Mecca; e gl'idolatri, com'erano i più deboli, furono di leggieri convinti che fosse stata rotta la tregua. L'entusiasmo e la disciplina acceleravano i passi de' suoi guerrieri, e assicuravano il segreto della sua impresa. Finalmente da diecimila fuochi venne l'annunzio a' Koreishiti spaventati dell'intenzione, dell'avvicinamento e della forza irresistibile del nemico. Il fiero Abu-Sophian corse ad offrire le chiavi della città, ammirò quella sì varia moltitudine d'armi e di stendardi fatti passare alla sua presenza, osservò che il figlio d'Abdallah aveva acquistato un gran regno, e sotto la scimitarra d'Omar confessò essere Maometto l'appostolo del vero Dio. Macchiò il sangue romano il ritorno di Mario e Silla, e qui pure dal fanatismo della religione era stimolato il Profeta a trarre vendetta; e attizzati dalla memoria delle ingiurie sofferte avrebbero i suoi discepoli con grande ardore eseguito, o forse anticipato l'ordine della strage. Anzichè satisfare al risentimento proprio, e a quello delle sue soldatesche, Maometto proscritto e vittorioso[156] perdonò a' suoi concittadini, e conciliò le fazioni della Mecca. Entrarono nella città i suoi soldati in tre colonne; ventotto cittadini perirono sotto il ferro di Caled. Maometto proscrisse undici uomini e sei donne; ma biasimò la crudeltà del suo luogotenente, e la sua clemenza o il disprezzo risparmiarono parecchi di coloro ch'egli avea già notati per vittime. I Capi de' Koreishiti si prostrarono a' suoi piedi, ed egli disse loro: «che potete aspettare da un uomo che avete oltraggiato? — Noi confidiamo nella generosità del nostro concittadino. — Nè confiderete in vano; andate; la vostra vita è sicura, e voi siete liberi.» Il popolo della Mecca meritò il suo perdono, dichiarandosi per l'Islamismo, e dopo un esiglio di sette anni, venne riconosciuto il missionario fuggiasco qual principe e Profeta del suo paese[157]; ma i trecento sessanta idoli della Caaba furono ignominiosamente abbruciati; fu purificato e abbellito il tempio di Dio, e per esempio alle generazioni future si sommise di nuovo l'appostolo a tutti i doveri di pellegrino; e con legge espressa fu vietato ad ogni miscredente il por piede sul territorio della santa città[158].