[269.] Secondo Abulfeda (p. 125) ed Elmacin (p. 32) pare, che i sovrani Maomettani lungo tempo distinguessero queste due parti della città di Damasco, quantunque non rispettassero sempre la capitolazione (V. pure. Eutichio Annal., t. II, p. 379, 380-383).

[270.] La sorte di questi due amanti ha somministrato al signor Hughes, che li chiama Focio ed Eudossia, l'argomento di una delle tragedie inglesi, la più applaudita generalmente, la quale ha il raro pregio di rappresentare i sentimenti della natura ed i fatti storici, i costumi di quel secolo e i moti del cuore umano. Dalla sciocca delicatezza degli attori fu l'autore obbligato a mitigare il delitto dell'eroe, e la disperazione dell'eroina. Focio non è un vile rinnegato, ma serve gli Arabi per dovere d'alleanza: in vece di spignere Caled a inseguire i cristiani, corre in aiuto dei suoi concittadini; dopo aver ucciso Caled e Derar è ferito mortalmente, e spira agli occhi d'Eudossia, che dichiara l'intenzione di prendere il velo monastico a Costantinopoli. Scioglimento totalmente inetto.

[271.] Le città di Gabala e di Laodicea, trascorse dagli Arabi, si vedono tuttavia, ma mezzo rovinate (Maundrell p. 11, 12; Pocock, vol. II, p. 13). Se Caled non gli raggiungeva, i Cristiani avrebbero attraversato l'Oronte sopra un ponte, che avrebbero sicuramente trovato nello spazio delle sedici miglia fra Antiochia e il mare, e potuto avrebbero in Alessandria trovare di nuovo la strada maestra di Costantinopoli. Gli itinerari accennano la direzione della strada, e le distanze (p. 146-148, 581-582 ediz. di Wesseling).

[272.] Dair Abil Kodos. Togliendo l'ultima parola che è un epiteto, e significa santo, rinvengo l'Abila di Lisania posta fra Damasco ed Eliopoli. Questo nome (Abil vuol dire una vigna) concorre, colla situazione, a giustificar la mia congettura (Reland, Palest., t. I, p. 317; t. II, p. 525-527).

[273.] Io sono più ardito d'Ockley (vol. I, p. 164) che non osa inserire nel testo questa comparazione, sebbene in una nota osservò che l'utile cammello entra sovente nelle similitudini degli Arabi. È da credersi che non sia men celebre il renne nelle poesie de' Lapponi.

[274.] «Udimmo il tecbir, così chiamano gli Arabi il grido di guerra, quando, nel punto di combattere, con forte voce si appellano al cielo, e sembra che pretendano la vittoria». Questo vocabolo, sì terribile nelle lor guerre sacre, è un verbo attivo (dice Ockley nel suo indice) della seconda conjugazione, da kabbara, che significa lo stesso che Alla acbar, Dio è onnipotente.

[275.] La descrizion della Sorìa è la parte più bella, e più autentica della geografia d'Abulfeda, Siro di nascita. È stata pubblicata in arabo e in latino (Lipsia, 17666 in 4), con note erudite del Kochler e del Reiske, e con parecchi estratti di geografia, e di storia naturale cavati da Ibn-l-Wardii. Fra tutti i viaggi moderni quello di Pocock intitolato, Descrizione dell'oriente (della Sorìa, e della Mesopotamia vol. II, p. 88-209), presenta più notizie, e pregi maggiori; ma troppo spesso l'autore confonde le cose che ha vedute con quelle che ha lette.

[276.] L'elogio della Sorìa fatto da Dionigi, è giusto e vivace Και την μεν (la Sorìa) πολλοι του και ολβιοι ανδρες εχουσιν πολυπτολιν αιαν, ed è abitata da molta e felice popolazione (in Perieges., v. 902, in t. IV, Geograph. minor. Hudson). In un altro passo chiama questo paese πολυπτολιν αιαν terra popolata di città (v. 898); poi continua:

Πασα δε τοι λιπαρη και ευβοτος επλετο χωρη

Μηλα τε φερβεμεναι ααι δενδρεσι ταρπον αεξειν.