CAPITOLO LIX.

Impero greco salvato. Numero, passaggio de' Crociati, e avvenimenti della seconda e della terza Crociata. S. Bernardo. Regno di Saladino nell'Egitto e nella Sorìa. Conquista Gerusalemme. Crociata marittima. Riccardo I, re d'Inghilterra. Papa Innocenzo III. Quarta e quinta Crociata. Federico II Imperatore. Luigi IX di Francia, e due ultime Crociate. I Franchi o Latini scacciati dai Mamalucchi.

A. D. 1097-1118

Se fosse lecito per un istante dimenticare la gravità della Storia, l'Imperatore Alessio[534] potrebbe essere paragonato a quella fiera chiamata Jackal, che per nudrirsi di quanto avanza al pasto del leone, accompagna questo animale alla caccia. Sieno pure stati rilevanti i timori concetti dal ridetto principe, grande l'impaccio in cui trovossi al passaggio delle prime Crociate, i vantaggi venutigli in appresso dalle imprese de' Franchi largamente nel compensarono. Già assicurato, per accortezza e vigilanza, il possedimento di Nicea, prima conquista de' Crociati, dalla qual Fortezza a proprio talento minacciava i Turchi, li costrinse così a sgomberare i dintorni di Costantinopoli. Intanto che i pellegrini guerrieri, trascinati da cieco valore, penetravano nel cuor dell'Asia, l'astuto Imperator de' Greci colse maestrevolmente l'istante in cui gli Emiri della costa marittima erano stati richiamati sotto lo stendardo del Sultano, per discacciare i Turchi dalle Isole di Rodi e di Chio, e restituire le città di Efeso, Smirne, Sardi, Filadelfia e Laodicea al Governo dell'Impero esteso per opera di lui dall'Ellesponto alle rive del Meandro e alle dirupate coste della Panfilia. Tornate le chiese all'antico loro splendore, rifabbricate e affortificate le città, questo deserto paese videsi di bel nuovo popolato da colonie di Cristiani, che di buon grado s'indussero ad abbandonare il soggiorno di una frontiera, che a costo di tanti pericoli custodivano. Tutte queste paterne sollecitudini alle quali avea volto l'animo Alessio, possono in qualche modo scusarlo ai nostri occhi, se la cura della liberazione del Santo Sepolcro pose da un lato; ma i Latini lo accusarono di diffalta e perfidia. Se per una parte, questi gli aveano fatto giuramento di obbedienza e fedeltà, egli erasi per l'altra obbligato a secondare la loro impresa o colla persona, o almeno co' suoi denari e colle sue truppe. Col ritirarsi vergognosamente ogni vincolo de' Crociati disciolse, e le loro spade, fin lì state ad essi strumento di vittorie, titolo e mallevadori della giusta loro independenza divennero. A quanto apparisce, non rinnovellò Alessio le sue antiche pretensioni sul regno di Gerusalemme[535]; ma le frontiere della Cilicia e della Sorìa erano più recenti acquisti e meglio alle truppe greche accessibili. Annichilato, o disperso trovavasi il grande esercito de' Crociati. Boemondo sorpreso e fatto prigioniero avea lasciati gli Stati di Antiochia privi di un Capo che li governasse; costretto questo Principe a contrarre un rilevante debito per liberarsi di schiavitù; i Normanni non assai numerosi per rispingere i continui assalti de' Greci e de' Turchi. Pervenuto a tale estremità, Boemondo si appigliò al coraggioso partito di confidare la difesa di Antiochia al proprio congiunto, il fedele Tancredi, di armare contra l'Impero di Bisanzo tutte le forze dell'Occidente, in somma di mandar a termine quel disegno che additato aveangli le lezioni, e l'esempio del genitore Guiscardo. Imbarcatosi segretamente, attraversò il mare da' suoi nemici occupato, e se vogliam credere alla novelletta della principessa Anna, una bara entro cui si collocò, agli occhi di tutti lo nascondeva[536]. Accolto in Francia fra le acclamazioni e i pubblici applausi, lo stesso Re diedegli la propria figlia in isposa. Glorioso funne il ritorno nell'Asia, perchè i guerrieri i più rinomati del secolo condiscesero a far parte della spedizione sotto di lui. Ripassò il mare Adriatico, condottiero di cinquemila uomini a cavallo e di quarantamila fanti d'ogni banda dell'Europa raccolti[537]. Ma la salda resistenza che la Fortezza di Durazzo opponea, la prudenza di Alessio, la carestia che già faceva sentirsi, e la vicinanza del verno, deluse avendo le speranze ambiziose del Capitano, i confederati ne abbandonarono vituperosamente gli stendardi. Un Trattato di pace[538], diè tregua al terrore de' Greci, che ben presto la morte dello stesso Boemondo liberò per sempre da un avversario, cui non opponea freno alcun giuramento, niun pericolo atterriva, niun prospero successo saziava. I figli di questo nel principato d'Antiochia gli succedettero; ma, determinati con ogni circospezione i confini, stipulata con tutta chiarezza la natura del vassallaggio da prestarsi da essi, le città di Tarso e di Malmistra tornarono in potere dell'Imperator di Bisanzo, divenuto padrone di tutta la circonferenza della costa di Natolia, da Trebisonda sino ai confini della Sorìa. La discendenza di Selgiuk stanziatasi nel regno di Rum[539], d'ogni lato dal mare e dagli altri Musulmani rimase disgiunta. Le vittorie de' Franchi, e persino le loro sconfitte crollato aveano il poter de' Sultani, ritiratisi dopo la perdita di Nicea in Cogni, o Iconium, picciola città situata nell'intorno del paese e distante più di trecento miglia da Costantinopoli[540]. Invece di tremare per la propria capitale, i Principi Comneni faceano guerra offensiva ai Turchi, e dovettero soltanto alla prima Crociata, se la caduta del vacillante loro Impero fu differita.

A. D. 1101

Nel dodicesimo secolo, tre grandi migrazioni accaddero nell'Occidente, intese a trasferirsi per terra alla liberazione della Palestina, perchè l'esempio e i buoni successi della prima Crociata, eccitarono l'ardore dei Pellegrini e de' soldati lombardi, franchi e alemanni[541]. Quarant'otto anni dopo la liberazione del Santo Sepolcro (A. D. 1147), l'Imperatore Corrado III, e Luigi VII Re di Francia, impresero la seconda Crociata, a fine di soccorrere il vacillante Impero (A. D. 1189) de' Latini della Palestina[542]. Una gran parte dei guerrieri della terza Crociata, era condotta dall'Imperatore Federico Barbarossa[543], che non meno dei Re di Francia e d'Inghilterra, scosso erasi alla notizia della perdita di Gerusalemme, perdita che tutti i Cristiani feriva. Le tre spedizioni, e nel numero de' Crociati, e nelle lor traversate per mezzo al greco Impero, e nelle circostanze e negli avvenimenti de' loro scontri co' Turchi, si rassomigliano. Un compendioso paralello eviterà le repliche di un monotono e molesto racconto. Comunque l'immaginazione possa trovarsi allettata dall'idea di una Storia seguìta delle Crociate, questa però non offre continuamente, se non se le stesse cagioni e gli stessi effetti; e i moltiplici sforzi adoperati, ora a difendere, ora a conquistar Terra Santa, ad altrettante copie imperfette di un medesimo originale, molto avvicinansi.

I. Le numerose bande che seguirono sì da vicino le orme de' Pellegrini erano condotte da Capi eguali per grado a Goffredo e ai compagni del medesimo, benchè ad essi inferiori di fama e di merito. A capo delle lor bandiere vedevansi i Duchi di Borgogna, di Baviera e d'Aquitania; il primo, discendente da Ugo Capeto; ceppo della casa di Brunswik, il secondo. L'Arcivescovo di Milano, Principe temporale, si trasportò seco le ricchezze del suo palagio e della sua Chiesa, delle quali infine profittarono i Turchi; gli antichi Crociati, Ugo il Grande e Stefano di Chartres, tornarono in Asia per compire il voto che non aveano per anco soddisfatto. L'immensa moltitudine che disordinatamente seguivali, si avanzava in due bande, la prima composta di dugento sessantamila Pellegrini, la seconda di circa sessantamila uomini a cavallo e centomila fanti[544]. Gli eserciti della seconda Crociata, avrebbero potuto aspirare alla intiera conquista dell'Asia; poichè e la Nobiltà della Francia e dell'Alemagna, vedeasi animata dalla presenza dei suoi Sovrani, e il merito di Corrado e di Luigi contribuiva, non meno del loro grado, a rendere luminosa una tale spedizione, e ad infondere nelle soldatesche, una disciplina che da' Duci subordinati avrebbe potuto difficilmente aspettarsi. L'Imperatore e il Re di Francia, conduceano ciascuno, un corpo di cavalleria formidabile, composto di settantamila uomini, oltre all'ordinario corteggio di questi Sovrani[545]; laonde senza tener conto delle truppe leggiere, de' contadini, delle donne, de' fanciulli, de' preti e de' monaci, la totale somma de' Pellegrini a quattrocentomila persone ascendea. Un movimento universale vedeasi nell'Occidente, dagli Stati di Roma alla Brettagna. I Re di Boemia e di Polonia agli ordini di Corrado ubbidirono; dalla testimonianza unanime de' Greci e de' Latini, veniamo assicurati che i messi dell'Imperatore di Bisanzo, dopo aver numerati al passaggio di un fiume, o di una gola, novecentomila uomini, si trovarono inabili a proseguir questo calcolo[546]. Nella terza Crociata, l'esercito di Federico Barbarossa apparve men numeroso, perchè gl'Inglesi, e i Francesi preferirono la navigazione del Mediterraneo. Di quindicimila cavalieri e d'altrettanti scudieri, andava composto il fiore dell'alemanna cavalleria; onde l'Imperatore, sulle ungaresi pianure, passò in rassegna sessantamila uomini a cavallo e centomila fanti, nè noi dopo quanto abbiamo udito raccontarci nelle prime Crociate, ci stupiremo che la credulità abbia fatto ascendere a seicentomila Pellegrini, il numero dei partecipanti a tale ultima migrazione[547]. Questi stravaganti calcoli non mostrano che la maraviglia de' contemporanei: ma la loro maraviglia medesima fa prova evidente d'immenso numero, comunque a definirlo non basti. Poteano i Greci millantare la loro superiorità nell'arte e negli stratagemmi della guerra; ma non però si stavano dal celebrare il poderoso valore della cavalleria francese, e della infanteria degli Alemanni[548]; stranieri che troviamo dipinti come uomini di ferro, di gigantesca statura, che lanciavano fiamme dagli occhi e versavano sangue a maniera d'acqua. Corrado avea inoltre al suo seguito, una truppa di donne armate ad usanza di cavalieri. Gli stivali e gli speroni dorati, della condottiera di queste amazzoni, le meritarono il soprannome della Donna dai piedi d'oro.

II. Il numero e l'indole de' Crociati erano agli ammolliti Greci un soggetto di terrore; e quanto è soggetto di terrore agli uomini, della loro avversione il divien facilmente. Ma lo spavento inspirato dalla potenza dei Turchi per qualche tempo questo mal umore assopì: e ad onta delle invettive dai Latini scagliate contro di Alessio, crediamo potere accertare che questo Imperatore ne dissimulò gli insulti, finse non accorgersi delle ostilità, regolò l'imprudente loro imperizia, aperse al coraggio de' medesimi la strada del pellegrinaggio e della conquista. Ma appena scacciati da Nicea e dalle marittime coste i sultani, allorchè la vicinanza di questi, ritiratisi in Cogni, non atterriva omai i principi di Bisanzo, i Greci si abbandonarono con minore riguardo all'indignazione prodotta in essi dal frequente e libero passaggio de' Barbari occidentali, che minacciavano la sicurezza dell'Impero e ne insultavano la maestà. Regnarono Manuele Comneno e Isacco l'Angelo ai tempi della seconda e terza Crociata. Il primo di questi sovrani a passioni, sempre impetuose, i sentimenti d'un cuor malevolo, spesse volte congiunse. Il secondo, esempio di codardia e di perfidia, avea così immeritamente come spietatamente punito il tiranno, in luogo del quale erasi posto. Eravi forse un segreto e tacito patto, fra i dominatori di Costantinopoli e il popolo, di distruggere o certamente sconfortare i pellegrini con ogni genere d'ingiurie ed angherie; e questi, per vero, col mancar di prudenza e di disciplina tutti i momenti, ne somministravano pretesti e occasioni. I Monarchi dell'Occidente aveano stipulato, che le loro soldatesche avrebbero trovato negli Stati del greco Imperator e libero passaggio, e vettovaglie, convenevolmente pagandoli; giuramenti e ostaggi aveano da entrambe le parti guarentiti simili patti, e il più povero tra i soldati di Federico, portava con seco tre marchi d'argento statigli per le spese del cammino assegnati. Ma la ingiustizia e la perfidia violarono ogni convenzione, e i ripetuti torti di cui ebbero a querelarsi i Latini, vengono attestati da uno storico greco che all'onore de' suoi compatrioti antepose la verità[549]. Anzichè ricevere amichevolmente i Crociati, le città greche dell'Europa e dell'Asia chiudevano ad essi le porte, e sol dall'alto delle mura calavano ai medesimi canestri di vettovaglie, sempre al bisogno inferiori. Quand'anche l'esperienza del passato e il timore dell'avvenire, avessero potuto scusare questa timida ritrosia per parte dei Greci, come difendeano l'inumanità di mescolare nel pane somministrato ai Latini e calcina, e droghe mortifere? E se pur fosse lecito assolvere Manuele dal sospetto di aver partecipato colla sua tolleranza a pratiche sì abbominevoli, come lavarlo dalla taccia di aver fatta battere moneta di falsa lega per valersene a trafficare coi Pellegrini? Questi ad ogni passo venivano arrestati o indiritti sulla cattiva strada. Mandavansi segreti ordini a' governatori perchè affortificassero i passi, i ponti atterrassero. I soldati latini che restavano addietro, venivano spogliati o trucidati barbaramente. Se si addentravano nelle boscaglie, dardi, da invisibili mani lanciati, trapassavano i cavalli ed i cavalieri; trovavansi abbruciati ne' loro letti gli infermi, e lungo le strade, i Greci appiccavano i cadaveri degli uomini scannati da essi. Tal genere d'ingiurie accese lo sdegno de' campioni della Croce, che di pazienza evangelica non eran forniti; laonde i Principi greci per evitare le conseguenze di una nimistà che eglino stessi avevano provocata, senza trovarsi in forze per poterla rintuzzare, la partenza e l'imbarco di questi ospiti formidabili sollecitarono. Giunto presso alla frontiera de' Turchi, Barbarossa perdonò alla colpevole Filadelfia[550], e largo di compensi ai servigi che la città di Laodicea gli aveva prestati, deplorò la fatale necessità che lo costrinse a versare il sangue di alcuni Cristiani. Ne' parlamenti avutisi dai Principi greci co' sovrani della Francia e dell'Allemagna, quelli si trovarono esposti a frequenti mortificazioni, e benchè, la prima volta che Luigi comparve dinanzi a Manuele, non gli fosse stato assegnato che un basso sgabello in vicinanza del trono[551]; appena il re francese ebbe condotto il suo esercito di là dal Bosforo, ricusò venire ad un secondo colloquio a meno che il suo fratello, l'Imperatore, non acconsentisse ad usar seco lui come con un sovrano eguale ad esso, e per mare, e sul continente. Maggiori difficoltà ancor si trovarono nel regolare il cerimoniale tra i Greci principi e gl'Imperatori Corrado e Federico. Pretendeano questi esser eglino, come Imperatori di Roma, i veri successori di Costantino[552], e la purezza de' lor diritti e della lor dignità sostenevano alteramente. Il primo di questi rappresentanti di Carlomagno, non volle starsi a petto di Manuele che a cavallo, in mezzo ad una pianura; il secondo, coll'attraversare l'Ellesponto anzi che il Bosforo, si sottrasse dal passare per Costantinopoli, e dal vederne il Sovrano. Ad uno di questi Monarchi alemanni, pur coronati imperatori a Roma, il Principe greco nelle lettere che scrivea, non si degnava dare altro titolo fuor quello di Rex, o principe degli Alemanni; e il debole, quanto vanaglorioso, Isacco l'Angelo ostentava d'ignorare il nome del più grand'uomo e del maggiore sovrano del suo secolo. Intantochè gl'Imperatori greci riguardavano con abborrimento i Crociati, e siccome ministri ad essi di angosce, manteneano co' Saracini e co' Turchi segreta corrispondenza. Di fatto, Isacco l'Angelo che aveva in Costantinopoli fondata una moschea, ove potesse pubblicamente praticarsi il culto musulmano, doleasi perchè l'amicizia da lui dimostrata al gran Saladino, coi Franchi in mal accordo il poneva[553].

III. Le numerose catene di Pellegrini che passarono il Reno dopo la prima Crociata, rimasero distrutte sulle piazze della Natolia dalla peste, dalla fame e dall'armi de' Turchi; i soli Capi, accompagnati da poco seguito di cavalleria si sottrassero, e la miseranda loro peregrinazione compirono. Può giudicarsi del senno di costoro, dal divisamento che di sottomettere strada facendo la Persia e il Khorasan avevano concepito, e della loro umanità, dalle carnificine degli abitanti di una città cristiana, che colle palme e colle croci in mano venivano ad incontrarli. La spedizione di Corrado e di Luigi fu meno imprudente e crudele, ma più della precedente Crociata partorì disastro e rovina alla Cristianità; e Manuele viene accusato fino da' proprj sudditi di avere traditi i Principi latini, e col far consapevole di tutti gli atti loro il Sultano, e col munirli di scorte infedeli. Mentre i Crociati avrebbero dovuto in uno stesso tempo assalire da due diverse bande il Sultano, l'emulazione affrettò la partenza degli Alemanni, il sospetto quella de' Francesi tardò. Per lo che, Luigi avea terminato di passare il Bosforo colle sue truppe, allor quando si scontrò in Corrado che riconducea gli avanzi di un esercito, del quale avea perduta la maggior parte sulle rive del Meandro, dopo un'azione gloriosa sì, ma sfortunata. Allora, tanto più sollecito fu a ritirarsi l'alemanno Imperatore, che pugnealo il confronto tra il proprio sfregio e la pompa presente del suo rivale. Ridotto, per la diffalta de' suoi vassalli independenti, alle truppe de' suoi Stati ereditarj, dovette chiedere ad imprestito alcuni vascelli dai Greci onde compiere per mare il voto fatto di peregrinare alla Palestina. Nè alle lezioni dell'esperienza, nè alla natura di una simile guerra, ponendo mente il re di Francia, s'innoltrò nel paese stesso, ove Corrado ebbe disastro; nè di questo ebbe miglior fortuna. L'antiguardo che portava la regal bandiera e l'oriflamma di S. Dionigi[554] raddoppiò imprudentemente il cammino; onde il retroguardo, in mezzo al quale il sovrano trovavasi, fu costretto ad accampare di notte tempo, senza avere potuto raggiugnere la parte di esercito marciata avanti. Venne circondato e forzato il campo da una moltitudine di Turchi, i quali nell'arte della guerra più abili che non fossero i Cristiani del dodicesimo secolo, col favor delle tenebre, e della confusione degli accampati, questi fugarono o uccisero, del campo s'impadronirono. In mezzo a quel soqquadro de' suoi, Luigi salì sopra un albero; e fatto salvo dal proprio valore e dall'accecamento de' nemici, potè, allo schiarire del giorno, sottrarsi ai medesimi, e pressochè solo il suo antiguardo raggiugnere. Non osando più allora continuare la sua peregrinazione per terra, si trovò felice a bastanza nel poter raccogliere in sicuro gli avanzi dell'esercito entro l'amico porto di Satalia, d'onde veleggiò ad Antiochia. Ma sì pochi legni i Greci gli somministrarono, che non gli fu dato il condurre seco se non se i nobili e i cavalieri. La infanteria perì, miseramente abbandonata alle falde de' monti della Panfilia. L'imperatore ed il re si abbracciarono a Gerusalemme, e piansero congiuntamente; poi unite le forze che lor rimaneano a quelle de' Cristiani della Sorìa, gli ultimi tentativi della seconda Crociata ebbero sotto le mura di Damasco infausto successo. Corrado e Luigi s'imbarcarono per l'Europa, dopo essersi acquistata grande fama di coraggio e pietà. Ma intanto gli Orientali aveano imparato a disfidare la possanza di due monarchi, il cui nome e le forze militari da lungo tempo li minacciavano[555]. Forse avrebbero dovuto paventare assai più Federico I, e l'esperienza che sotto il suo zio Corrado questo principe aveva acquistata nell'Asia. Oltrechè, quaranta stagioni campali nell'Alemagna e nell'Italia, lo aveano istruito nell'arte di comandare; e veramente sotto il regno di lui, i suoi sudditi, e persino i principi dell'Impero, avvezzati eransi ad obbedire. Perdute di vista Filadelfia e Laodicea, ultime città dell'Impero greco, Federico Barbarossa s'innoltrò per mezzo ad un paese deserto, sterile, impregnato di sali, terra dice lo Storico[556] di tribolazione e d'orrore. Per venti giorni di penoso e sconfortante cammino, dovette ad ogni istante difendersi dagli assalti d'innumerabili bande di Turcomanni[557] che parea continuamente risorgessero, e più furibondi, dalle sofferte sconfitte. Ma non si stancò di combattere e di sofferir l'Alemanno; e tanto era ridotto, quando pervenne sotto le mura d'Iconium, che appena mille de' suoi cavalieri aveano quanta forza bastasse loro a tenersi in arcione. Pure, mercè un impeto violento, e al quale i Musulmani mai non aspettavansi, li sconfisse, prese la città d'assalto, costrinse il Sultano ad implorare pace e clemenza dal vincitore[558], e fatto per tal guisa libero il cammino, Federico portò l'armi sue trionfanti nella Cilicia, fatal limite delle sue vittorie, perchè ivi travolto da un torrente annegò[559]. Le infermità e le diserzioni, il rimanente degli Alemanni distrussero, o spersero, e lo stesso figlio dell'Imperatore morì all'assedio di Acri, avendo egual sorte la maggior parte degli Svevi suoi vassalli che colà il seguitarono. Fra tutti gli eroi latini, Goffredo di Buglione e Federico Barbarossa sono i soli che pervennero ad attraversare l'Asia Minore. Ma il loro ardimento, e per fino i buoni successi ottenuti dai medesimi, servirono di lezione e cautela, a quelli che vennero dopo; onde ne' secoli più illuminati dalle successive Crociate, tutte le nazioni alle molestie e ai pericoli della via di terra quelli del mare anteposero[560].

L'entusiasmo che animò la prima Crociata, è avvenimento semplice e naturale. Recentissima la speranza concetta, ignoti i rischi, conformità dell'impresa col genio dominante del secolo; ma ben sono giusto argomento di sorpresa e di commiserazione ad un tempo, e la ostinata perseveranza dell'Europa, a vincere la quale fu senza frutto l'esperienza delle sciagure de' predecessori; e il reiterarsi di queste sciagure, fattosi quasi fomite alla fiducia di chi le affrontava di nuovo; e sei successive generazioni che a capo chino si precipitavano nell'abisso innanzi ad esse dischiuso; e gli uomini d'ogni stato e condizione, che rischiavano esistenza e averi, coll'unico fine di acquistare o conservare un sepolcro di pietra[561], posto duemila miglia lontano dalla lor patria. Per un volgere di due secoli, dopo il Concilio di Clermont, ciascuna primavera, ciascuna state partoriva una nuova migrazione di Pellegrini, armati per la difesa di Terra Santa; ma i sette grandi armamenti, ossia le sette Crociate, ebbero per motivo o una recente calamità, o un incalzante pericolo; e a queste spedizioni trascinati vennero i popoli e dall'autorità de' Pontefici, e dall'esempio dei Re. Alla voce dei Santi Oratori, il comune zelo infiammavasi, la nazione ammutiva, e fra questi Oratori la prima sede vuol essere assegnata al monaco Bernardo (A. D. 1091-1153), collocato indi fra i Santi della Chiesa romana[562]. Nato di una famiglia nobile della Borgogna, otto anni all'incirca dopo la prima conquista di Gerusalemme, avea ventitre anni, quando andò a segregarsi dai profani, nel monastero di Citaux di recente instituito, e che col vigore delle nuove fondazioni fioriva. Dopo due anni, come Capo della terza colonia del ridetto Ordine, si trasferì a Chiaravalle nella Sciampagna[563], contentatosi poi, finchè visse, dell'umile titolo di Abate di questa Comunità. I filosofi del nostro secolo; senza curarsi assai di distinguere, hanno versato su tali eroi spirituali, la derisione e il disprezzo. Diversi anche de' men rinomati fra essi, per una certa forza d'animo si segnalarono; e maggiori almeno de' lor seguaci e discepoli, in quella età di superstizione, ad una meta aggiugneano che molta mano di emoli lor contendea. La solerzia, l'eloquenza, l'ingegno di scrivere, grande preminenza sopra i rivali, e sopra i contemporanei, a S. Bernardo acquistarono; e veramente le Opere di lui nè di arguzia, nè di calore vanno sfornite; e mostrano aver egli prese a norma la ragione e l'umanità fin quanto il suo carattere di Santo gliel permetteva[564]. Se fosse rimasto al secolo, avrebbe posseduta la settima parte di un mediocre retaggio; coi pronunziati voti di penitenza e di povertà[565], col rifiuto di ogni dignità ecclesiastica, coll'assoluta non curanza delle vanità mondane, l'Abate di Chiaravalle divenne l'oracolo dell'Europa e il fondatore di centosessanta monasterj. La libertà delle appostoliche censure ch'ei profferiva, facea tremare i Papi e i Sovrani. In uno scisma della Chiesa, la Francia, l'Inghilterra, Milano lo consultarono, e stettero al giudizio ch'ei pronunciò, Innocenzo II, non dimenticò di aver dovuta all'Abate di Chiaravalle la tiara; e di questo Abate era stato amico e discepolo Eugenio III, successor d'Innocenzo. Ma la pubblicazione della seconda Crociata, fu per S. Bernardo l'istante di splendere qual missionario profeta, chiamando le nazioni alla difesa del Santo Sepolcro[566]. Nel parlamento di Vezelai aringò il Re; e Luigi VII, e i vassalli di questo Sovrano ricevettero dalle mani di S. Bernardo la Croce. L'Abate di Chiaravalle si prese indi il meno facile assunto di trarre al proprio partito l'Imperatore Corrado, e colla forza de' gesti, della voce della sua patetica veemenza, giunse ad infiammare gli animi di un popolo melenso e ignorante, e che inoltre la lingua dell'Oratore non intendea. Tutta la strada che ei trascorse da Costanza a Colonia, il trionfo del suo zelo e della sua eloquenza contrassegnò. S. Bernardo si congratula con sè medesimo di essere pervenuto a spopolare l'Europa, affermando che le città e le castella, prive trovavansi d'abitanti, e facendo il conto che vi rimaneva appena un uomo, per consolar sette vedove[567]. Gli accecati fanatici, vinti dalla possanza del suo dire voleano sceglierlo per generale; ma S. Bernardo, che avea dinanzi agli occhi l'esempio di Piero l'Eremita, si contentò di assicurare il celeste favore ai Crociati, ed ebbe l'accorgimento di ricusare il comando di una militare impresa, della quale e i disastri, e i buoni successi del pari la rinomanza delle virtù evangeliche del Santo poteano offuscare[568]. Non quindi evitò dopo il cattivo esito della Crociata le imputazioni di falso Profeta e di autore delle pubbliche calamità. I nemici di lui trionfarono, confusi rimasero i suoi partigiani, e tardi solamente, offerse al Pubblico una apologia della propria condotta, apologia a dir vero, poco soddisfacente. Cita in essa l'obbedienza che ai comandi del Papa ei doveva, si diffonde sulle vie misteriose della Providenza accagiona de' mali dei Cristiani le colpe degli stessi Cristiani, e lascia modestamente trapelare che la sua missione era stata da visioni e miracoli confermata[569]; argomento cui non v'era replica, se fosse stata certa la cosa. Ma di venti, o trenta prodigi che i discepoli di S. Bernardo affermano operati da lui, in un sol giorno, nel mezzo delle pubbliche assemblee della Francia e dell'Inghilterra, ch'essi chiamano in testimonianza[570], non ve n'è forse un solo, il quale fuor del ricinto di Chiaravalle, ai nostri dì sia creduto; oltre di che, in tutto quanto riguarda le guarigioni soprannaturali di infermi, di storpj, di ciechi che vennero condotti al cospetto dell'uomo di Dio, non è più possibile in oggi il discernere qual parte debba attribuirsi al caso, quale alla immaginazione degli uomini, quale alla impostura e alle finzioni dell'operator del miracolo[571][572].