La stessa divina onnipotenza diviene scopo alle querele de' mortali, fra loro opposti ne' desiderj. La liberazione di Gerusalemme, considerata in Europa come una beneficenza del cielo, fu deplorata, e forse anche, qual calamità pubblica, riguardata nell'Asia. Dopo la presa di questa città, i fuggiaschi della Sorìa portarono fino ai remoti paesi la costernazione che gl'invase. I cittadini di Bagdad piansero prostrati nella polvere; Zeineddino, cadì di Damasco, si strappò alla presenza del Califfo la barba; tutto il Divano versò calde lagrime su la dolente avventura[573]. Ma non altro che lagrime potevano offerire i Comandanti de' Credenti, schiavi eglino stessi fra le mani de' Turchi; e benchè, nell'ultimo secolo degli Abbassidi, la possanza temporale de' Califfi si fosse alcun poco rimessa, questa però alla città di Bagdad e alle province de' dintorni si limitava. I tiranni de' Califfi, i discendenti di Selgiuk, al pari dell'altre asiatiche dinastie, le vicissitudini del valore, della possanza, della discordia, dell'invilimento, della caduta aveano sopportate; nè le forze loro, o il loro coraggio bastavano alla difesa della religione. Sangiar, ultimo eroe di loro stirpe, ritirato agli estremi confini della Persia non era conosciuto, nemmen di nome, ai Cristiani dell'Oriente[574]. Intanto che i deboli Sultani languivano nei lor serragli, da catene seriche avvinti[575] il pio assunto di salvare l'Islamismo si presero i loro schiavi, gli Atabek[576], il nome turco de' quali come quello dei patrizj di Bisanzo ammette essere tradotto colla espressione padri del principe. Il valoroso Turco, Ascanzar, già favorito di Malek-Sà, dal quale aveva ottenuto il privilegio di starsi alla destra del trono, nelle guerre civili che alla morte dello stesso principe succedettero, perdè il suo governo di Aleppo e la vita. I fedeli Emiri che gli erano stati soggetti, persistettero nel portare amore al figlio di Ascanzar, Zenghi, segnalatosi guerreggiando i Franchi, nella giornata di Antiochia funesta ai Musulmani. Trenta stagioni campali che, servendo il Califfo e i Sultani, contava Zenghi, la fama militare di cui godeva, gli assicuravano, e ottenne il comando di Mosul, siccome il solo campione che potesse vendicare e difendere la causa del Profeta. Nè Zenghi la speranza di sua nazione deluse; perchè, dopo un assedio di venticinque giorni, e prese Edessa d'assalto, e i Franchi da tutte le terre vinte oltre l'Eufrate scacciò[577]. Questo independente sovrano di Mosul e di Aleppo, le guerriere tribù del Curdistan sottomise, e i soldati di lui s'avvezzarono a riguardare il campo come lor patria, lasciando alla liberalità del principe il pensiere di compensare le fatiche de' suoi difensori, e di proteggerne le famiglie ch'eglino abbandonavan per lui. Condottiero di tai veterani, Noraddino, figliuolo di Zenghi, riunì a poco a poco sotto di sè i possedimenti maomettani (A. D. 1145-1174); il regno di Damasco a quel di Aleppo congiunse; e fece con buon successo una lunga guerra ai Cristiani della Sorìa. Dilatato il suo vasto Impero dalle sponde del Tigri a quelle del Nilo, gli Abbassidi ogni titolo e prerogativa regale al loro servo fedel concedettero. I Latini medesimi si videro costretti ad ammirare la saggezza, il valore, e persino la giustizia e la pietà di questo implacabile loro nemico[578]. Negli atti e della vita privata, e del suo governo, il pio guerriero rianimò lo zelo, e ricondusse la semplicità de' primi Califfi; sbanditi l'oro e la seta dal suo palagio, proibito negli Stati di lui l'uso del vino, scrupolosamente le rendite pubbliche al servigio dei popoli adoperò, nè mai alle frugali spese della sua casa si prevalse d'altre ricchezze fuor delle rendite de' fondi da lui comprati, colla parte legittima che gli spettava sulle prede fatte ai nemici (A. D. 1163-1169). La sultana favorita avendogli mostrato ardente desiderio di possedere certa ricca suppellettile di femminile lusso, ei le rispose. «Come volete ch'io faccia! Temo Dio, e non sono che il cassiere de' Musulmani: le loro ricchezze non mi appartengono. Però possedo tuttavia tre botteghe nella città di Hems, servitevene, ma non ho altra cosa da poter dare». La Corte di giustizia di Noraddino era il terror de' Grandi, l'asilo de' poveri. Alcuni anni dopo la morte di questo sultano un cittadino che lagnavasi di oppressione per parte del successore corse per la strada esclamando, «o Noraddino! Noraddino! che cosa sei tu divenuto? abbi pietà del tuo popolo e vieni a soccorrerlo.» Si paventò di un tumulto, e il tiranno seduto sul proprio trono, arrossì e tremò, al nome di un monarca che più non era.
Per l'armi de' Franchi e de' Turchi, i Fatimiti aveano perduto l'intera Sorìa, e benchè si mantenessero nell'Egitto, l'invilimento cui declinò la loro possanza, portò conseguenze ancor più disastrose a questi discendenti o successori di Maometto. Nondimeno, rispettati fino allora, siccome tali, viveano rinchiusi nel proprio palagio del Cairo, e sacre le lor persone, di rado al profano sguardo o de' sudditi, o degli stranieri si offersero. Gli ambasciatori latini[579] hanno descritto il cerimoniale della loro ammissione dinanzi al Califfo, e come introdotti venissero attraversando una sequela di anditi oscuri e di portici illuminati. Ravvivavano una tale scena il mormorare degli augelli e il susurrare delle fontane: non vedeano d'ogni banda che animali di specie rara, e preziose suppellettili. Fu anche mostrata ad essi una porzione del tesoro: la rimanente parte supposero. Dopo avere oltrepassato un gran numero di porte custodite da Negri e da eunuchi, pervennero al Santuario, ossia alla stanza entro cui stavasi il Sovrano dietro una cortina velato. Il Visir che conduceva gli ambasciatori, deposta la scimitarra, per tre volte sul pavimento prostrossi. Sollevata venne alfin la cortina, e poterono contemplare il Comandante de' credenti, che dava ordini al suo primo schiavo, in sostanza padrone: i Visir, o i Sultani usurpata aveano la suprema amministrazion dell'Egitto; e decidendosi coll'armi le gare degli aspiranti a tal carica, il nome del più meritevole, ossia del più forte nella patente reale del comando veniva registrato. Le fazioni di Dargam e di Saver si scacciavano a vicenda dalla capitale e dal regno, e quella di esse che soggiaceva, implorava la pericolosa protezione del Sultano di Damasco, o del re di Gerusalemme, mortali nemici della setta, e della Monarchia de' Fatimiti. Più formidabili, per potere e professata religione, erano i Turchi: ma i Franchi aveano sopra Noraddino il vantaggio di non trovare ostacoli nel trasferirsi per linea retta da Gaza al fiume Nilo. Per la situazione degli Stati di Noraddino, le truppe di lui vedeansi costrette ad un giro molesto e pien di pericoli intorno all'Arabia, onde si trovavano esposte alla sete, ai disagi e al malefico influsso de' venti infocati del Deserto. Zelo unito ad ambizione, facea bramoso il Principe turco di regnare sotto il nome degli Abbassidi in Egitto: l'impresa di restituire la perduta dignità a Saver che aveva implorata la protezione di Noraddino, gli offerse un motivo specioso alla prima spedizione, che egli confidò all'Emiro Siracù, generale rinomato per sua esperienza e valore. Dargam perdè la battaglia e la vita; ma il felice rivale di questo Visir, parte per ingratitudine, parte per timori e sospetti non privi di fondamento, sollecitò i soccorsi di Gerusalemme onde liberare l'Egitto dalla prevalenza de' suoi superbi benefattori. Trovatosi il generale di Noraddino nell'impossibilità di resistere alle forze congiunte de' due nemici, abbandonò le recenti conquiste, e fe' sgombra Belbeis, o Peluso, a patto di ottenere una libera ritirata; nel tempo della quale, mentre i Turchi marciavano alla sfilata dinanzi al nemico, e chiudea l'ordine della battaglia il lor generale armato della sua azza da guerra, attento a tutto ciò che accadea, un Franco osò domandargli, se non temeva di essere assalito. «Certamente non appartiene che a voi, rispose l'intrepido Emiro, il cominciare l'assalto, ma abbiatevi per sicurissima cosa, che un solo de' miei soldati non andrà in paradiso, senza avere mandato prima un infedele all'inferno.» Ricomparso il generale alla presenza del suo Sovrano, le ricchezze del paese, la mollezza degli abitanti, le discordie lor gli narrò, le quali cose la speranza riaccesero in Noraddino. Ai pietosi divisamenti di questo, il Califfo di Bagdad fece plauso, e Siracù condottiero di dodicimila Turchi e di undicimila Arabi, si mostrò per la seconda volta in Egitto. Nondimeno, queste forze erano ben inferiori alle forze degli eserciti confederati de' Franchi e de' Saracini; onde a me sembra che il passaggio del Nilo operato dal generale di Noraddino, la ritirata nella Tebaide, le fazioni della giornata di Babain, la sorpresa di Alessandria, le spedizioni e le controspedizioni, nelle pianure e nelle valli di Egitto, dal Tropico al mare, palesino, nell'uomo che divisò tali imprese, un nuovo e straordinario grado d'intelligenza militare. L'abilità di lui secondarono le valorose sue soldatesche, e un Mammalucco, il giorno prima di un'azione campale esclamava:[580] «Se non possiamo liberare l'Egitto da questi cani di Cristiani, perchè non rinunciamo agli onori e ai premj che ne ha promessi il Sultano? Perchè non andiamo coi villani a coltivare la terra? o colle donne a filare entro un harem? Cionnullameno, a malgrado di tanti sforzi[581], e comunque l'eloquenza di Saladino sì nobilmente si adoperasse in Alessandria[582] per difendere la condotta militare tenuta dal suo zio Siracù, questi terminò la seconda sua spedizione con una ritirata preceduta da un'onorevole capitolazione; e Noraddino aspettò con impazienza l'occasione di tentare con miglior successo una terza impresa; occasione ben tosto offertagli da Amalrico, o Amauri, Re di Gerusalemme, imbevutosi della perniciosa massima, che non dee serbarsi fede agl'inimici di Dio. Un guerriero religioso, il gran Mastro dell'Ordine degli Ospitalieri, lo incoraggiò ne' disegni concetti; l'Imperatore di Costantinopoli diede, o promise una flotta per secondare gli eserciti della Sorìa; e il perfido Cristiano, non sazio del fatto bottino, e de' sussidj che gli venivano dall'Egitto, a conquistare questo paese si accinse. In tale estremità, i Musulmani al Sultano di Damasco volser gli sguardi; e il Visir Saver, che d'ogni banda attorniavan pericoli, cedè ai desiderj unanimi della nazione. Noraddino parve contento di un'offertagli terza parte sulle rendite dell'Egitto. Già i Franchi erano alle porte del Cairo; ma al loro avvicinarsi, fu appiccato il fuoco ai sobborghi della vecchia città; un negoziato insidioso li trasse in inganno; i lor vascelli non poterono entrare nel Nilo. Schivata prudentemente una battaglia co' Turchi, in mezzo ad un paese nemico, Amauri tornò nella Palestina, carico della vergogna e del rimprovero, compagni sempre dell'ingiustizia dal buon successo non coronata. Partiti i Franchi, Siracù, qual liberatore dell'Egitto, di una veste d'onore fu ornato; ma la contaminò ben tosto coll'ordinare la morte dell'infelice Saver. La carica di Visir per qualche tempo gli Emiri turchi si degnarono assumere: ma la conquista degli stranieri, affrettò la caduta de' Fatimiti; grande cambiamento politico, eseguitosi tranquillamente e per l'effetto d'un ordine e d'una parola. Già i Califfi, e per la propria debolezza, e per la tirannide de' Visiri, si erano nell'opinione pubblica disonorati. Fremuto aveano i loro sudditi in veggendo il discendente e il successore del Profeta, porgere la sua mano ignuda ad essere toccata dalla callosa mano di un ambasciatore latino; e piansero allora quando il Califfo d'Egitto, i capelli delle proprie donne, come segnale di ultimo stremo e cordoglio, al Sultano di Damasco inviò (A. D. 1171). Per ordine di Noraddino, e per sentenza de' Dottori, vennero solennemente ribenedetti i nomi sacri di Abubeker, di Omar e di Otmano; Mostadi, Califfo di Bagdad, nelle pubbliche preghiere venne solennemente riconosciuto siccome il vero Comandante de' Credenti; alla divisa nera degli Abbassidi fece luogo la verde de' figli di Alì; l'ultimo di questa schiatta, il Califfo Aded, dieci giorni dopo, morì, nella felice ignoranza del proprio destino. Le ricchezze di lui assicurarono l'obbedienza de' soldati, e il tumultuar de' Settarj sedarono; nè accadde in appresso, per qualsivoglia cambiamento politico[583], che dalla tradizione ortodossa de' Musulmani i popoli dell'Egitto si allontanassero.
A. D. 1171-1195
Le colline di là dal Tigri abitate sono dai Curdi, tribù di ardimentosi pastori[584], vigorosi, selvaggi, indocili, dediti al ladroneccio, e ostinatamente affezionati al governo di Capi che hanno comune con essi la patria e l'origine. La somiglianza di nome, di situazione e di costumanze, ne danno fondamenti a crederli i Carduchiani de' Greci[585]; e difendono tuttavia contro i tentativi della Porta ottomana quell'antica libertà che, a malgrado de' successori di Ciro, mantennero. L'indigenza e l'ambizione li trassero ad abbracciare il mestiere di soldati mercenarj. Fecero strada al regno del gran Saladino i servigi del padre di lui, e dello zio[586]; e il figlio di Giob, o Aìub, semplice Curdo, era a bastanza grande di per sè stesso per ridersi dell'adulazione di chi ne volea derivata sin dai Califfi arabi la genealogia[587]. Noraddino prevedea sì poco la rovina prossima ed imminente alla propria famiglia, che costrinse Saladino a seguire in Egitto il suo zio Siracù. Questo giovine assicurò la sua rinomanza militare nella difesa di Alessandria, e se potessimo prestar fede ai Latini, sollecitò ed ottenne dal generale cristiano gli onori profani della cavalleria[588]. Morto Siracù, Saladino, il più giovine e il meno possente fra gli Emiri, per questa considerazione appunto ottenne la carica, divenuta, come dicemmo, men rilevante di gran Visir; ma giovatosi de' consigli del padre, la cui venuta al Cairo egli aveva affrettata, bentosto per suo ingegno acquistò preminenza sopra gli eguali, e seppe rendere affezionato a sè e ai proprj interessi l'esercito. Sin tanto che Noraddino visse, questi ambiziosi Curdi, i più sommessi fra gli schiavi del medesimo si dimostrarono; e il sagace Aiub impose silenzio alle querele dell'irrequieto Divano, protestando che, se tal fosse la volontà del padrone, egli medesimo avrebbe condotto a piè del trono il figlio carico di catene. «Mi è convenuto, ei dicea, in particolare a Saladino usare siffatto linguaggio in una assemblea composta di vostri rivali: ma sappiatelo; oggidì ci troviamo in tale stato da non dovere nè paventare, nè obbedire; e tutte le minacce di Noraddino non otteranno da noi il tributo di una canna di zucchero». La morte del Sultano giunse in tempo di salvar padre e figlio dai pericoli, e dai rimproveri che a tal pensamento andavan congiunti. Il figlio del morto Sultano d'anni undici, rimase per qualche tempo fra le mani degli Emiri di Damasco, intanto che il nuovo Signore dell'Egitto veniva insignito dal Califfo di tutti que' titoli[589], che giustificar ne poteano agli occhi del popolo la usurpazione; ma non andò guari che sembrando a Saladino non bastante possedimento l'Egitto, da Gerusalemme i Cristiani, da Damasco, da Aleppo, dal Diarbekir gli Atahek discacciò. Avendolo riconosciuto per protettor temporale la Mecca e Medina, il fratello di lui conquistò l'Yemen ossia l'Arabia Felice; e crebbe tanto in dominazione che questa, negli ultimi giorni di Saladino, da Tripoli d'Affrica sino al Tigri, dall'Oceano Indiano fino alle montagne dell'Armenia estendevasi. Giusta le massime di buon ordine e di fedeltà di suddito diffuse fra noi, difficilmente può sembrarne immune da rimprovero di ingratitudine e di perfidia, il contegno tenutosi da Saladino; ma l'ambizione di lui può trovar qualche scusa nelle rivoluzioni dell'Asia[590], ove persin l'idea di successione legittima era perduta, nel recente esempio che gli stessi Atabek aveano dato, ne' riguardi che Saladino usò mai sempre al figlio del suo benefattore, nella condotta generosa ed umana che verso i rami collaterali della caduta dinastia conservò, nel proprio merito e nella loro inettezza, nell'approvazione del Califfo, fonte unica della legitima autorità, per ultimo nel voto e negl'interessi de' popoli, alla felicità de' quali sono per prima cosa instituiti i governi. Fu ammirato in Saladino, come nel suo predecessore, il felice, quanto raro, accoppiamento delle virtù di un santo e delle virtù di un eroe; poichè Saladino e Noraddino nel novero de' Santi Maomettani l'uno e l'altro son collocati. Costantemente avvezzatisi a meditar guerre sante, parve, che insieme a tal consuetudine, acquistassero quell'indole prudente e moderata, della quale in tutti gli atti di loro vita scorgiamo le tracce. Saladino, in sua gioventù, era stato dedito al vino e alle donne[591]; ma l'ambizione fece ben presto, che rinunziando ai diletti de' sensi, le più dignitose follìe del potere, e dell'amore della rinomanza, a questi sostituisse. Vestiva un rozzo abito di lana; bevea solamente acqua; mostratosi non men sobrio, e di gran lunga più casto del Profeta degli Arabi, e nella sua fede e in tutte le sue azioni diede continuamente a divedere il rigido Musulmano. Finchè visse, manifestò il suo rincrescimento che le cure necessarie alla difesa della religione, non gli permettessero adempire il dovere del pellegrinaggio alla Mecca; ma alle ore prefisse, e cinque volte al giorno, orava in compagnia de' fratelli; e accadendogli di avere involontariamente tralasciato alcuno de' digiuni dal Profeta prescritti, col massimo scrupolo l'omissione sua riparava. Può essere citata siccome prova (che per vero dire di ostentazione sentiva) del coraggio e della divozione di Saladino, il costume che egli avea, di leggere prima di dar battaglia il Corano standosi a cavallo, camminando a capo delle sue soldatesche, e posto in mezzo ai due eserciti che in procinto erano di assalirsi[592]. Schifo d'ogni studio che alla dottrina superstiziosa della Setta di Safei non si riferisse, tutti gli altri depresse: ebbe a vile i poeti, e questa circostanza fece la lor sicurezza; perchè tanto abborriva tutte le scienze profane, che un filosofo, il quale avea diffuse alcune sue scoperte speculative, venne preso, e, per ordine del pietoso Sultano, strozzato. Il più oscuro fra' sudditi poteva implorare la giustizia del Divano contra il Principe, o contra il ministro del Principe; e solamente, allor che un regno era prezzo dell'ingiustizia, Saladino non sentiva ritrosìa nel commetterla. Mentre i discendenti di Selgiuk e di Zenghi gli teneano la staffa, e davano ordine ai suoi vestimenti, gl'infimi servi della sua casa riceveano prove della dolcezza e dell'affabilità del loro Signore; si contraddistinse per eccesso di liberalità all'assedio di Acri colla distribuzione gratuita di dodicimila cavalli, e quando morì non furono trovate nel suo erario che quarantasette dramme d'argento, e una sola piastra d'oro. Durante un regno, quasi tutto speso nelle guerre, i tributi diminuì, e i cittadini godettero pacificamente de' frutti di loro industria. Nell'Egitto, nella Sorìa e nell'Arabia, moschee, collegi, ospitali e una ben munita Fortezza nel Cairo edificò: ma tutte le fondazioni di Saladino avendo per mira il ben pubblico[593], fra queste non ebbevi un palagio, un giardino al lusso personale del Sultano serbati. In un secolo di fanatismo le naturali virtù di un fanatico eroe gli stessi Cristiani a stima e ad ammirazione costrinsero: dell'amicizia di Saladino l'Imperatore di Alemagna gloriavasi[594]; quel di Bisanzo, suo confederato, il chiedeva[595]. La conquista di Gerusalemme per tutto Oriente ed Occidente diffuse, e, fors'anche oltre al vero, ampliò la rinomanza di questo Sultano.
Il regno di Gerusalemme fu di breve durata, e se più presto anche non cadde[596], alle discordie de' Turchi e de' Saracini il dovette. I Califfi Fatimiti, e i Sultani di Damasco, abbagliati da alcuni vantaggi presenti e personali, sagrificarono la causa generale della loro religione. Ma poichè le forze dell'Egitto, della Sorìa, e dell'Arabia, riunite furono sotto l'Impero di un eroe, che natura e fortuna sembravano avere armato contra i Cristiani, tutte le cose all'interno di Gerusalemme presero minaccevole aspetto, e tutt'altro che apparenze lusinghiere, lo stato interno di esse offeriva. Dopo la morte de' due Baldovini, uno fratello, l'altro cugino di Goffredo di Buglione, lo scettro passò nelle mani di Melisinda, figlia del secondo Baldovino, e nel marito della medesima, Folco, Conte di Angiò, stato per un precedente maritaggio il ceppo de' nostri Plantageneti dell'Inghilterra. I due figli di Melisinda e di Folco, Baldovino III ed Amauri sostennero con qualche buon successo una guerra vivissima contro gl'Infedeli. Ma la lebbra, frutto delle Crociate, privò Baldovino IV, figlio di Amauri, delle facoltà del corpo e della mente. E ne era la naturale erede Sibilla sorella del defunto e madre di Baldovino V, la quale, dopo la morte, non assai provata naturale, del proprio figlio, coronò un secondo marito, Guido di Lusignano, principe di bell'aspetto, ma sì poco meritevole di rinomanza che lo stesso Goffredo, fratello del medesimo, fu udito esclamare: «Se hanno fatto di lui un Re perchè non far di me un Dio?» in somma una tale scelta il biasimo generale incontrò. Raimondo, Conte di Tripoli, il più potente fra i vassalli che dalla successione e dalla reggenza trovavansi esclusi, concepì odio sì invelenito contra il nuovo Sovrano, che per disbramarlo vendè il proprio onore e la propria coscienza al Sultano. Tali furono, a mano, a mano, i guardiani della Santa Città, un lebbroso, un fanciullo, una donna, un codardo e un traditore. Pur ne fu tardata, per altri dodici anni, la caduta mercè alcuni soccorsi giunti d'Europa, e pel valore de' monaci guerrieri, e per le brighe che al potentissimo avversario de' Cristiani occorsero, or nelle parti interne del suo vasto impero, or a' confini remotissimi da Gerusalemme. Finalmente, questo Stato, giunto al pendìo di sua rovina, vedeasi circondato e stretto da nemici per ogni banda, allorchè i Franchi sconsigliatamente violarono la tregua che la precaria esistenza loro protraeva. Rinaldo di Castiglione, soldato di ventura, avendo sorpreso una Fortezza in vicinanza del Deserto, da questo campo spogliava le carovane, insultava la religion del Profeta, alle città di Medina e della Mecca le sue minacce estendea. Saladino si degnò querelarsene, e chiedere una soddisfazione cui desiderava di non ottenere; negatagli questa, immediatamente, condottiero di un esercito di ottantamila uomini, la Terra Santa assalì: e fu prima impresa di lui l'assedio di Tiberiade, suggeritogli dal Conte di Tripoli al quale la stessa città appartenea. Il Re di Gerusalemme cadde nella rete di estenuare le guernigioni delle proprie Fortezze, e di mettere in armi il suo popolo per munire di soccorsi un Forte rilevante qual Tiberiade si era[597]. Il traditor Raimondo, dopo avere additato ai nemici il modo di sorprendere i Cristiani in un campo mancante d'acqua, all'istante della battaglia, si diede alla fuga, da suoi e dai nemici egualmente esecrato[598]. Sconfitto e preso Lusignano in un combattimento, che gli costò la perdita di trentamila uomini, la vera Croce, il che fu massimo avvilimento per li Cristiani, cadde nelle mani degl'Infedeli. Venne condotto nella tenda di Saladino il Re prigioniero, quasi moriente di sete e paura. Il vincitor generoso lo presentò di una tazza di sorbetto; ma non permise a Rinaldo di Castiglione il partecipare di tale atto di clemenza e di ospitalità. «La persona e la dignità di un Re, dicea Saladino a Lusignano, son sacre; ma quest'empio masnadiero renderà tosto omaggio al Profeta ch'egli ha bestemmiato, o perirà della morte che per tante riprese ha meritata». Fosse orgoglio, o comando della sua coscienza, il guerriero cristiano ricusò il primo patto, e, percosso sul capo dalla scimitarra del Sultano, le guardie del medesimo terminarono di dargli morte[599]. Venne condotto a Damasco, e rinchiuso entro onorevole prigione il tremante Sultano di Gerusalemme, al quale un pronto riscatto dovea fra breve restituire la libertà. Ma la vittoria di Saladino fu macchiata dalla sentenza di morte eseguita sopra dugentotrenta Ospitalieri, intrepidi campioni e martiri della lor fede. Il Regno rimase privo di Capo, e de' gran mastri de' due Ordini militari, un di loro ucciso, l'altro condotto prigioniere. Convenute erano a questa fatale battaglia le guernigioni della capitale e di tutte le città della costa marittima, e dell'interno del paese. Tiro e Tripoli le sole furono che alla rapida invasione di Saladino resistessero, onde, tre mesi dopo la giornata di Tiberiade, il Sultano con numerosa oste si mostrò alle porte di Gerusalemme[600].
A. D. 1187
Potea Saladino temere che l'assedio di una città, il cui destino tenea l'Europa e l'Asia perplesse, ridestasse le ultime scintille dell'entusiasmo ne' Cristiani, e che fra i sessantamila di essi, i quali tuttavia rimanevano in Gerusalemme, ciascuno sarebbe stato soldato, e ciascun soldato un eroe avido del martirio. Ma la regina Sibilla per sè medesima e pel marito prigioniero tremava; quelli fra i baroni e cavalieri che aveano potuto sottrarsi alla morte e alle catene, conservavano, in quegli estremi, lo stesso spirito di fazione, le medesime passioni di personale interesse. Composta di Cristiani orientali la massima parte degli abitanti di Gerusalemme, gli avea l'esperienza ammaestrati a preferire al governo de' Latini il giogo maomettano[601]; nè il Santo Sepolcro conducea a quelle regioni se non se ciurme di miserabili prive d'armi, come di valore, che colle carità de' pellegrini guerrieri vivevano. Ciò nullameno vennero affrettatamente fatti alcuni apparecchi di difesa; ma l'esercito vittorioso rispinse le sortite degli assediati, e collocate le sue macchine con buon successo, e aperta una larga breccia, nel giorno decimoquarto, dodici stendardi di Maometto e del Sultano sulle mura di Gerusalemme fè sventolare. Invano la Regina, le donne[602] e i frati co' piè scalzi e processionalmente, si portarono a supplicare il figliuol di Dio, perchè volesse salvar la sua tomba dalle mani sacrileghe degl'Infedeli. Fece mestieri il ricorrere alla clemenza del vincitore, che la prima deputazione severamente ricusò, facendo noto il suo giuramento di vendicare le lunghe angosce con tanta pazienza sofferte dai Musulmani; essere trascorsa l'ora del perdono, giunto il momento di espiare il sangue innocente versato per opera di Goffredo e de' Crociati. Ma spinti a tal disperazione i Cristiani, con un coraggioso sforzo fecero comprendere al Sultano, ch'ei non era per anche sicuro affatto della vittoria, e la loro appellazione al padrone comune di tutti gli uomini, fu ascoltata con rispetto dall'Aiubita. Un sentimento di umanità ammollì il rigore del fanatismo e della conquista; accettata la sommessione della città, condiscese Saladino a risparmiare il sangue degli abitanti; i Cristiani greci e orientali ottennero permissione di vivere sotto il governo del vincitore; non così i Franchi e Latini, pei quali fu decretato, che entro quaranta giorni sgombrassero Gerusalemme, con promessa di essere condotti sani e salvi ne' porti dell'Egitto e della Sorìa. I riscatti vennero poi così regolati; dieci piastre d'oro per ogni uomo, cinque per ogni donna, una per ciascun fanciullo; chi non aveva modo di pagare un tale riscatto in perpetua cattività rimanea. Alcuni Storici, con malignità, anzichè no, sonosi compiaciuti nel raffrontare la clemenza di Saladino e la strage della prima Crociata: differenza che sarebbe da attribuirsi unicamente al carattere personale del conquistatore: nè per altra parte dobbiamo dimenticarci l'offerta di capitolare fatta dai Cristiani, l'ostinatezza de' Maomettani nel sostenere l'assedio insino all'ultimo, la presa della città seguìta per assalto. Fa d'uopo, per vero dire, dar merito all'esattezza onde il Sultano le condizioni del Trattato adempì, e al guardo di compassione ch'ei volse sulla sventura de' vinti. In vece di pretendere a tutto rigore il pagamento del riscatto, liberò settemila indigenti, contentandosi della somma di trentamila bisantini, e altri due o tremila, immuni da qualunque sborso. Il numero degli schiavi rimasti, si ridusse ad undici o al più quattordicimila persone. Nell'abboccamento che ebbe colla Regina, Saladino cercò raddolcirne l'afflizione co' discorsi e persin colle lagrime. Distribuì con larga mano elemosine alle vedove e agli orfani che a tale stato avea ridotti la guerra, e mentre gli Ospitalieri combatteano tuttavia contro di lui, l'umano vincitore permetteva ad alcuni loro fratelli, che mossi da più vorace pietà al servigio degl'infermi adoperavano le proprie cure, il continuare un intero anno in sì caritatevole ufizio. Cotali atti di clemenza e di virtù, l'amore e l'ammirazione degli uomini gli han meritati. Nè vi era cosa che costringesse a fingere Saladino; poichè anzi, il fanatismo in lui eccessivo, dovea indurlo piuttosto a dissimulare che ostentare verso i nemici del Corano una colpevole compassione. Quando Gerusalemme fu libera dalla presenza degli stranieri, il Sultano al suono di una musica guerriera, e cogli stendardi spiegati dinanzi a sè, vi fece il suo ingresso trionfale. La grande moschea di Omar, che in una chiesa aveano convertita i Cristiani, fu di nuovo consacrata a un solo Dio, e al Profeta di lui Maometto. Con acqua di rosa ne vennero purificati i pavimenti e le mura, e collocata nel Santuario una cattedra fatta dalle stesse mani di Noraddino. Ma allorchè fu veduta atterrata e trascinata per le strade la Croce d'oro che splendea sulla cupola, i Cristiani di tutte Sette misero un lamentevole gemito, cui risposero le acclamazioni di giubilo de' Musulmani. Il Patriarca aveva in quattro cofani d'avorio raccolto le Croci; le immagini, i vasellami, e le reliquie della Santa Città. Di questi s'impadronì il Sultano che avea divisato, siccome trofei della cristiana idolatria[603], portarli in dono al Califfo. Ma poi si piegò a confidarli nelle mani del Patriarca e del Principe d'Antiochia, sacrati pegni, che di poi a prezzo di cinquantaduemila bisantini d'oro Riccardo d'Inghilterra ricuperò[604].
A. D. 1188
Eravi luogo a temere, o sperare, giusta gl'interessi diversi delle nazioni che, fra brevissimo tempo, i Cristiani da tutta quanta la Sorìa verrebber cacciati. La cosa nondimeno non si avverò, che un secolo dopo la morte di Saladino[605]; la resistenza opposta dalla città di Tiro, in mezzo al corso delle vittorie, il fermò. Erano state imprudentemente condotte in questo porto tutte le truppe delle guernigioni che aveano capitolato, le quali trovandosi in numero forte a bastanza per difendere quella piazza, riacquistarono fiducia e coraggio per l'arrivo di Corrado di Monferrato, che fra quelle mal disciplinate torme l'ordine restituì. Il padre del ridetto Corrado, venerabile pellegrino, era caduto, nella battaglia di Tiberiade, prigioniero: ma il disastro di tale giornata tuttavia in Grecia e in Italia ignoravasi, allorchè l'ambizione e la pietà condussero questo nuovo Crociato a visitare gli Stati del proprio nipote, il giovine Baldovino. La vista degli stendardi di Maometto avendolo avvertito di evitare le coste di Giaffa, venne unanimamente accolto, qual Principe e difensore di Tiro che già Saladino assediava. Fermezza di zelo, e forse fiducia nella generosità del nemico, gl'inspiravano l'ardimento di affrontarne le minacce, e di protestare che, quand'anche avesse veduto il vecchio padre suo in pericolo sulla breccia, avrebbe egli lanciato il primo dardo, e procacciata a sè medesimo la gloria d'essere figlio di un martire[606]. Apertosi il porto di Tiro alla flotta degli Egiziani, fu d'improvviso tesa di nuovo la catena che lo chiudeva, onde cinque galee maomettane rimasero prese, o mandate a fondo; in una sortita di Cristiani perirono mille Turchi; e tal si fu la difesa, che Saladino, dopo avere arse le sue macchine, tornò a Damasco, compiendo con una vergognosa ritirata una serie di azioni campali che gli partorirono tanta gloria. Nè andò guari ch'ei dovette sostenere una più formidabil procella. Narrazioni patetiche, ed anche tele effigiate, che in commovente modo offrivano allo sguardo la schiavitù di Gerusalemme e la profanazione del tempio, ridestarono lo assopito zelo dell'Europa; l'Imperatore Federico Barbarossa e i Re di Francia e d'Inghilterra preser la Croce; ma la lentezza degl'immensi apparecchi di queste grandi Potenze i deboli Stati marittimi e dell'Oceano e del Mediterraneo provennero. Gl'Italiani più abili ed antiveggenti, sopra legni pisani, genovesi, veneti, primi di tutti veleggiarono a Tiro: li seguirono indi i pellegrini più zelanti della Francia, della Normandia e delle isole dell'Occidente. Un navilio circa di cento legni portò a quelle spiagge i poderosi soccorsi mandati dalla Fiandra, dalla Frisia e dalla Danimarca; e i nortici guerrieri si faceano in mezzo agli spianati discernere, per l'alta statura, e per le pesanti loro azze da guerra[607]; nè la voce stessa di Corrado tener lontana, nè poterono le mura di Tiro capire più a lungo tanta moltitudine di guerrieri ogni giorno crescente. Deploravano la sventura, e riverivano le dignità di Lusignano che i Turchi aveano lasciato in libertà, forse mossi dalla speranza di mettere fra gli eserciti latini discordia. Avendo questi proposto l'assedio di Tolomaide, ossia Acri, che situata ad ostro di Tiro, trenta miglia ne era distante, videsi immantinente circondata la piazza da trentamila fanti, e da duemila uomini a cavallo, de' quali venne a quanto sembra, affidato allo stesso Lusignano il comando. Non mi diffonderò intorno alla storia di questo memorabile assedio (A. D. 1189-1191) che, durato circa due anni, entro angusto spazio di terreno, tante forze di Europa e di Asia stremò. Non mai il fuoco dell'entusiasmo erasi manifestato con impeto più violento e struggitore; e i Fedeli (entrambe le parti di questo nome gloriavansi) nell'onorare i lor martiri, non poteano negare un tributo di lodi allo sfrenato zelo e al valore de' loro avversarj. Al primo squillare della sacra tromba, i Musulmani dell'Egitto, dell'Arabia, della Sorìa, e di tutte le province dell'Oriente sotto le bandiere del servo di Maometto si raunarono[608]. Il campo di lui, o avanzasse, o indietreggiasse, poche miglia sempre si discostava da Acri, tanto il pungea notte e giorno la brama di liberare i proprj fratelli, e di portare ultimo sterminio ai Cristiani. Nove battaglie, che ben tutte di battaglie meritavano il nome, si diedero nelle vicinanze del monte Carmelo; e tai furono le vicissitudini della fortuna, che il Sultano si aperse una volta la via persino alla città; altra volta i Cristiani si spinsero entro la tenda di Saladino. Col ministero di palombai e di colombi, il Sultano teneasi in continua corrispondenza cogli assediati, e profittava d'ogni istante in cui fosse libero il mare, per dar rinforzo di nuovi soldati a quell'estenuato presidio. Intanto la fame, le pugne, i mali influssi di un clima straniero, ogni dì il latino esercito diminuivano; ma ogni dì le tende de' morti bastavano appena agli uomini sopraggiunti, che esageravano il numero e la sollecitudine degli ausiliari postisi sulle lor tracce. Il volgo stupefatto giunse perfino a credere che il Pontefice, Capo di un esercito numeroso, fosse nelle vicinanze di Costantinopoli pervenuto. Più giusti soggetti di ansietà all'Oriente la venuta dell'alemanno Imperatore somministrava; e la politica di Saladino nel moltiplicargli ostacoli nell'Asia, e probabilmente ancor nella Grecia, soprattutto si contraddistinguea; laonde la gioia inspiratagli dalla notizia della morte di Barbarossa, pareggiò la stima che il Musulmano avea concepita di un tanto guerriero. Più sconforto che fiducia trassero i Cristiani dall'arrivo del Duca di Svevia, e di cinquemila Alemanni, avanzo dell'esercito imperiale, ridotto a stremo dal lungo cammino. Finalmente nella primavera del successivo anno, le flotte di Francia e d'Inghilterra gettarono l'ancora nella baia di Tolomaide; e l'emulazione de' due giovani re Filippo Augusto e Riccardo Plantageneto, le fazioni dell'assedio rinvigorì. Dopo avere tentata indarno ogni via di salvezza, e privi già d'ogni speranza, i difensori di Acri, sottomettendosi per ultimo al proprio destino, una capitolazione, ma a patti durissimi, ottennero[609]. Dugentomila piastre d'oro furono il prezzo posto alla loro vita e alla lor libertà; e dovettero promettere di far liberi cento prigionieri della classe nobile e millecinquecento d'ordine inferiore, e di restituire il legno della vera Croce. Alcuni dubbj in ordine alla convenzione, alcuni indugi nell'adempirla, avendo ridestata la furibonda rabbia de' Franchi, il truce Riccardo fe' decollare quasi a veggente del Sultano tremila Musulmani. Certamente la conquista di Acri mise in poter de' Latini una ragguardevole Fortezza e un ottimo porto; ma a caro prezzo un tal vantaggio scontarono. Lo Storico, ministro di Saladino, fondandosi sulle asserzioni stesse degli avversarj, calcola a cinque, o seicentomila uomini il numero de' Cristiani successivamente approdati, e a centomila quello de' morti coll'armi alla mano. Molto maggior numero ne tolser di vita i naufragi e le infermità; e d'un esercito sì sterminato, una piccolissima parte potè, immune da disastri, rivedere la patria[610].
A. D. 1191-1192