Il delitto di Paleologo, non avendo avuto altro motivo, o almen pretesto che l'innalzamento della sua famiglia, egli fu sollecito di assicurarne la successione al trono, col far partecipe degli onori della porpora il suo primogenito. Andronico (A. D. 1273-1332), soprannominato indi il Vecchio, venne coronato e acclamato Imperator de' Romani, nel sedicesimo anno dell'età sua, titolo augusto che ei portò durante un regno, lungo quanto povero di gloria, nove anni, come collega del padre, cinquanta come successor del medesimo. Lo stesso Michele sarebbe stato creduto più meritevole del trono se asceso mai non vi fosse; perchè le fazioni de' nemici spirituali e domestici breve tempo gli concedettero, onde adoperarsi alla propria gloria o alla felicità de' suoi sudditi. Nondimeno tolse ai Franchi diverse isole delle più importanti che questi possedevano sull'Arcipelago, Lesbo, Chio e Rodi; e l'armi del fratello di lui Costantino, governatore di Sparta e della Malvasia, ricuperarono tutta la parte orientale della Morea da Argo e Napoli insino al Capo di Tenaro. Il Patriarca censurando agramente lo spargimento del sangue cristiano, ebbe l'audacia di opporre all'armi de' Principi i suoi scrupoli timorosi; e per vero dire, mentre questi intendevano a far conquiste nell'Occidente, i Turchi devastavano le contrade poste al di là dell'Ellesponto, e con immense depredazioni giustificavano il parere di un Senatore greco; il quale morendo predisse che il nuovo conquisto di Costantinopoli avrebbe costato ai suoi concittadini la perdita di tutta l'Asia. Vincitore, col solo braccio de' suoi capitani, Michele, la spada di lui irrugginì nell'imperiale palagio, e le negoziazioni che egli ebbe coi Pontefici, e col Re di Napoli, sol per tratti di una politica perfida e sanguinaria lo han segnalato[230].

A. D. 1274-1277

1. Il Vaticano era l'asilo più naturale cui potesse riparare un Imperatore latino scacciato dal trono, e il Pontefice Urbano IV si mostrò commosso dalle sciagure del principe fuggitivo, e deliberato a sostenerne i diritti. Bandite una Crociata contra i Greci scismatici, la scomunica contro i loro confederati ed amici, un'indulgenza plenaria a chi li guerreggiava, sollecitò i soccorsi di Luigi IX a favore dell'infelice congiunto di questo Monarca, chiedendo pel servigio della guerra santa la decima parte delle rendite ecclesiastiche della Francia e dell'Inghilterra[231]. Lo scaltro Michele, che spiava attentamente i progressi della nascente procella, si adoperò a sospendere gli atti nimichevoli del Pontefice, e a calmarne lo sdegno per via di supplichevoli ambascierie, e di lettere rispettose, nelle quali però destramente insinuava che un saldo Trattato di pace sarebbe stato il primo passo verso la riconciliazione delle due Chiese. Ma un sì patente artifizio, non potea far breccia negli animi della Corte di Roma, la quale rispose a Michele essere d'uopo che la penitenza del figlio precedesse il perdono del padre, e spettar solo alla Fede il preparar le basi della lega e dell'amicizia. Dopo molti indugi e politici andirivieni, la vicinanza del pericolo e lo stile incalzante di Gregorio X, costrinsero Paleologo ad imprendere una seria negoziazione: egli allegò l'esempio del gran Vatace al clero greco, il quale credendo leggere nell'animo del principe, non mostrò rifuggire dalle prime vie rispettose e conciliatorie propostegli; ma allor quando vide imminente la conclusione di un definitivo Trattato, i prelati in chiare note si espressero, che essendo i Latini, non solo di nome, ma di fatto, eretici, ogni Greco si trovava nell'obbligo di disprezzarli come la più vil feccia del genere umano[232]. Paleologo studiò tutti gli espedienti atti a persuadere, ad intimorire, a corrompere gli ecclesiastici più apprezzati dal popolo, e ad ottenerne partitamente i suffragi, or motivi di pubblica sicurezza, ora argomenti di carità cristiana adducendo. Pesati nella bilancia della politica e della teologia, il testo de' Santi Padri e l'armi de' Franchi, i più moderati senza però approvare il supplimento[233] aggiunto al Simbolo di Nicea, s'indussero a confessare che credeano non impossibile l'accordo delle due proposizioni dalle quali derivava lo scisma, riducendo ad un senso cattolico ed ortodosso la processione dello Spirito Santo del Padre per il Figlio, o del Padre e del Figlio[234]. Quanto poi alla supremazia del Papa, benchè fosse una materia men ardua dell'altre a comprendersi, era più difficile il trovar sovra essa i prelati e i monaci greci d'accordo. Nondimeno, Michele non si stancava di rimostrar loro che poteano, senza pericolo, considerare il Vescovo di Roma come il primo fra i patriarchi, trovandosi in tale distanza da lui, che dipendea dalla loro prudenza il salvare dai perniciosi effetti del diritto di appellazione la libertà della Chiesa orientale; egli poi, per parte sua, assicuravali che avrebbe sagrificato l'impero e la vita, anzichè cedere nel menomo articolo di Fede ortodossa, o di independenza della sua patria: la quale protesta del sovrano venne suggellata e autenticata da una Bolla d'Oro. Il Patriarca Giuseppe si ritrasse nel suo monastero per prender tempo a risolvere, giusta le conseguenze del Trattato, se abbandonerebbe la cattedra patriarcale, o se gli tornerebbe il risalirvi; intanto l'Imperatore, il figlio del medesimo, Andronico, trentacinque Arcivescovi, e Vescovi metropolitani e i loro sinodi sottoscrissero le lettere di unione e di obbedienza, alle quali sottoscrizioni furono aggiunti i nomi de' Vescovi di molte diocesi distrutte dalla invasione degl'Infedeli. Poi un'ambasceria composta di ministri e di prelati di confidenza del principe, da esso istrutta segretamente e con gran calore di non serbar limiti nel mostrarsi condiscendenti al sommo Pontefice, mosse verso l'Italia portando seco profumi e preziosi ornamenti da offerirsi all'altar di San Pietro. Papa Gregorio X, che a capo di cinquecento Vescovi nel Concilio di Lione li ricevè[235], versava lagrime d'allegrezza su questi suoi figli smarriti per sì lungo tempo, e finalmente venuti a penitenza, e ricevuto il giuramento dalle mani degli ambasciatori, che a nome de' due sovrani lo scisma abbiurarono, e insigniti i Prelati dell'anello e della mitra, cantò in greco e in latino il simbolo di Nicea coll'aggiunta del filioque, ringraziando Dio che lo avea predestinato alla gloria di riconciliar le due Chiese. Indi i Nunzj del Papa accompagnarono i deputati nel lor ritorno a Bisanzo, a fine di dar compimento a questa rigenerazione dei Greci; e ben apparisce dalle istruzioni che questi ebbero, come la politica del Vaticano di uno specioso titolo di supremazia non fosse contenta. Secondo queste, doveano indagare accuratamente l'animo del sovrano e del popolo; assolvere que' membri del Clero scismatico, che, abbiurati i loro errori, presterebbero giuramento di obbedienza alla Sede Appostolica; mettere in uso per tutte le Chiese il simbolo ortodosso; preparar le cose al ricevimento di un Cardinale Legato munito dei poteri alla sua dignità e all'uffizio suo pertenenti; imprimere nell'animo dell'Imperator greco il sentimento de' vantaggi che la protezione temporale del romano Pontefice poteva fruttargli[236].

A. D. 1277-1282

Ma questi deputati non trovarono un sol partigiano presso una nazione che profferiva con orrore i nomi di Roma e di riconciliazione con essa. Per vero dire non tenea più il Patriarcato Giuseppe, in luogo del quale stavasi allora Vecco, ecclesiastico ornato di dottrina come di moderati sentimenti. Gli stessi motivi obbligavano tuttavia l'Imperatore nelle sue proteste pubbliche di riconciliazione colla Chiesa romana: ma in privato, ostentando disapprovazione dell'orgoglio de' Latini e delle cose nuove che andavansi introducendo, oltre che inviliva con questa duplice ipocrisia la sua dignità, incoraggiava e puniva nel medesimo tempo la disobbedienza de' proprj sudditi. Col consenso di entrambe le Chiese, essendosi pronunziata sentenza di anatema contro tutti gli scismatici pertinaci, non arrossì Paleologo di farsi egli medesimo delle censure ecclesiastiche esecutore, e di adoperare, quando le vie della persuasione tornavano inutili, le minacce, le prigionie, gli esigli, i flagelli, le amputazioni di membra, le quali provvisioni, dice uno Storico, sono la pietra di paragone del coraggio e della viltà. Due principi greci, i quali regnavano tuttavia con titolo di despoti sull'Italia, sull'Epiro e sulla Tessaglia, benchè si fossero sottomessi al sovrano di Costantinopoli, ricusarono le catene del Pontefice di Roma; e armata mano, e con buon successo, il loro rifiuto sostennero. Protetti da essi, i vescovi e i monaci fuggitivi adunarono sinodi d'opposizione, che rinversavano i nomi d'eretici e per giunta i più ingiuriosi di apostati, sui loro persecutori. Il principe di Trebisonda avendo assunto il titolo imperiale, di cui veniva divulgato indegno il vil Paleologo, gli stessi Latini di Negroponte, di Tebe, di Atene e della Morea, perdettero il merito della conversione, collegandosi, quali apertamente, quali in segreto coi nemici dell'Imperator di Bisanzo. I generali più prediletti da esso, e che faceano parte di sua famiglia, disertavano, tradivano un dopo l'altro una causa cui riguardavano come sacrilega. Contro di lui cospirarono e la sorella Eulogia e la nipote, e due cugine, Maria, regina de' Bulgari, altra nipote di Paleologo, che negoziò col sultano d'Egitto la perdita dello zio, e tali atti di perfidia, siccome prove di virtù sublimissime dall'opinione pubblica venian divulgate[237]. Intanto le insistenze de' Nunzj pontifizj per veder mandata a termine la santa opera, facendosi vie più forti presso Michele, questi si vide ridotto ad una sincera narrazione di quanto avea fatto e sofferto per essi. Non poteano revocare in dubbio che i settarj d'entrambi i sessi e di tutti i gradi, non fossero stati per opera di lui spogliati e d'onori, e di beni, e di libertà. Il registro delle confiscazioni e de' gastighi contenea inoltre personaggi fra i più cari all'Imperatore, e che maggiormente ne aveano meritati i favori. I medesimi Nunzj vennero condotti nelle carceri, ove furono mostrati loro incatenati a quattro angoli d'una prigione quattro principi di sangue imperiale, che si divincolavano, e scoteano con impeto di rabbia i lor ferri. Due di questi uscirono, l'uno sottomettendosi, l'altro andando alla morte; i due rimanenti, in pena di lor pertinacia, perdettero gli occhi; per la qual crudele e funesta tragedia, dolenti apparvero que' pochi Greci medesimi che propensi all'unione con Roma si erano manifestati[238]. Non v'ha tra i persecutori chi non debba aspettarsi di essere scopo all'odio delle sue vittime. Ma hanno la maggior parte un qualche compenso, se non nella testimonianza della propria coscienza, almeno negli encomj de' lor partigiani, e fors'anche nel buon successo de' feroci atti operati. Michele, l'ipocrisia del quale non avea impulso che dai fini di una crudele politica, era costretto ad odiare sè medesimo, a disprezzare i suoi complici, a stimare ed invidiare quei coraggiosi ribelli, che lo aveano a vile ed abborrivano nel tempo stesso. Intanto che gli abitanti di Costantinopoli per la sua barbarie lo detestavano, i Romani lo accusavano di lentezza e di doppia fede, talchè finalmente il Pontefice Martino escluse dalla comunion de' fedeli cotesto uomo adoperatosi con tanto entusiasmo a restituire al suo pastore un ovile scismatico.

A. D. 1283

Dopo la morte del tiranno, abbiurata per consenso unanime di tutti i Greci l'unione delle due Chiese, vennero purificati i templi, ribenedetti i penitenti, e Andronico, versando copiose lagrime sui falli della sua gioventù, negò pietosamente alle ceneri del padre le esequie solite tributarsi ad un Principe e ad un Cristiano[239].

A. D. 1266

Il Paleologo ordinò si riedificassero e munissero le torri di Costantinopoli; che i Latini in mezzo alle sofferte calamità aveano lasciato cadere in rovina, e le fece copiosamente provvedere di grani e carni salate, per timor d'un assedio che per parte delle potenze occidentali si vedea minacciato. Il più formidabile fra i vicini dell'Imperator greco era il Monarca delle due Sicilie, ma sintanto che Manfredi, figlio naturale di Federico II, stava in quel trono, gli Stati di questo principe divenivano baluardo, anzi che oggetto d'inquietudine ai principi d'Oriente. Benchè industre e valoroso l'usurpatore Manfredi, separato dalla causa de' Latini, e percosso dai successivi anatemi di molti Papi, avea bastanti brighe per difendere sè medesimo, intantochè la Crociata bandita contro di questo immediato nemico di Roma, tenea in faccende gli eserciti che avrebbero potuto assediare Costantinopoli. Il fratello di S. Luigi, Carlo Conte di Angiò e di Provenza, che condusse a tale santa spedizione (A. D. 1270) la cavalleria della Francia[240] fattosi vendicatore di Roma, la corona delle due Sicilie in premio ne riportò. Venuto Manfredi in odio ai suoi sudditi cristiani, si vide costretto a chiamare sotto i proprj stendardi una colonia di Saracini che, sotto la protezione del padre di lui Federico, stanziata erasi nella Puglia; odioso espediente, che rende ragione della diffidenza con cui il guerriero cattolico rifiutò ogni proposta di accomodamento speditagli da Manfredi. «Portate, dicea Carlo d'Angiò, questa risposta al Sultano di Nocera; ditegli che Dio e le nostre spade decideranno fra noi, e che se egli non mi manda in paradiso, io lo manderò sicuramente all'inferno». Gli eserciti vennero a scontro; non so in qual parte dell'altro Mondo andasse Manfredi, ma in questo perdè presso Benevento la battaglia, gli amici, la corona e la vita. Napoli e la Sicilia furono immantinente popolate da una schiatta bellicosa di Nobili francesi, l'ambizioso Duce de' quali si riprometteva la conquista dell'Affrica, della Grecia e della Palestina. Non mancando speciosi motivi che lo potevano indurre a sperimentare primieramente le sue armi contro Costantinopoli, Paleologo, che poco fidavasi sulle proprie forze, portò per più riprese appellazione dalle ambiziose mire di Carlo ai sensi umani di S. Luigi, che sul feroce animo del fratello una giusta prevalenza serbava. Indugiò qualche tempo di più ne' novelli Stati il fratello del Re di Francia per l'invasione di Corradino, ultimo erede della Casa imperiale di Svevia; ma soggiaciuto questo giovine Principe ad una impresa maggiore delle sue forze, la testa di lui cadendo pubblicamente sopra di un palco, indicò ai rivali di Carlo che non solo per gli Stati, ma per le proprie vite dovean paventare. Portò nuova tregua alle inquietudini dell'Imperatore di Bisanzo l'ultima Crociata che San Luigi imprese sulla costa dell'Affrica; perchè era cosa naturale che il Re di Napoli, mosso parimente da riguardi di dovere e d'interesse avrebbe coi soldati suoi e colla persona secondate le sante armi del proprio fratello; ma la morte di S. Luigi spacciò Carlo dall'importuna soggezione di un censore virtuoso; ed inoltre il Re di Tunisi essendosi riconosciuto vassallo e tributario della corona di Sicilia, rimaneva agl'intrepidi cavalieri francesi piena libertà di movere sotto lo stendardo di un vittorioso capitano le loro armi contro l'Imperatore della Grecia. Un maritaggio e un Trattato strinsero maggiormente gl'interessi della Casa di Courtenai a quelli di Carlo, che promise la propria figlia Beatrice a Filippo figlio ed erede dell'Imperator Baldovino, concedendogli un assegnamento annuale di seicento once d'oro per sostenere la sua dignità; ed intanto il padre dello sposo distribuiva generosamente ai suoi confederati i regni e le province dell'Oriente, non riserbando per sè che la città di Costantinopoli e i suoi contorni fino alla distanza di una giornata di cammino[241]. In sì imminente pericolo, Paleologo si affrettò a sottoscrivere il Simbolo, e ad implorare la protezione del Papa, che in quel momento, vero angelo di pace e padre comune de' Fedeli si dimostrò; e negando di benedire le armi e consagrare l'impresa meditata contro Costantinopoli, oppose colla sua voce un ritegno al valore e alla spada di Carlo d'Angiò, che fu veduto dagli ambasciatori greci, allorchè, nell'anticamera pontifizia, irritato dal rifiuto, il suo scettro d'avorio per rabbia mordea. Cotesto principe, nondimeno, portò, giusta quanto apparve, rispetto alla disinteressata mediazione di Gregorio X; ma in appresso i modi orgogliosi di Nicolò III della famiglia degli Orsini, la parzialità di questo pontefice verso i congiunti, offendendo il Franco, alienarono dagl'interessi della Chiesa uno de' suoi più valevoli difensori. Finalmente asceso al soglio pontifizio Martino IV, di nazione francese, approvò, e stava per sortire il suo effetto la Lega instituita contra i Greci, Lega alla quale partecipavano, Filippo, Imperatore latino, il Re delle due Sicilie, la repubblica di Venezia, il primo prestandole il proprio nome, il Papa una Bolla di scomunica, Carlo il Formidabile un rinforzo di quaranta Conti, di diecimila sergenti, di un numeroso corpo d'infanteria e di un navilio di trecento legni da trasporto, i Veneti una squadra di quaranta galee. Il giorno dato al ritrovo di questa numerosa armata nel porto di Brindisi non era ancora giunto, che già trecento cavalieri, impadronitisi dell'Albania, aveano tentato, ma indarno, d'intraprendere la Fortezza di Belgrado. La sconfitta di questi allettò per pochi momenti la vanità della Corte di Costantinopoli; ma Paleologo, assai accorto per vedere l'inferiorità delle sue forze contro tanta oste, affidò la propria sicurezza agli effetti di una congiura, e se è lecito esprimersi in cotal guisa, alla segreta opera di un sorcio che rodea la corda all'arco del tiranno della Sicilia[242].

A. D. 1280