Era fra i dispersi partigiani della Casa di Svevia Giovanni di Procida, scacciato da un'isoletta di questo nome, situata nella baia di Napoli, suo retaggio domestico. Discendente da nobil famiglia, e avendo sortita una colta educazione, potè sottrarsi all'indigenza che insieme all'esilio avrebbe sofferta, professando la medicina, già da lui appresa a Salerno. Sprezzatore oltre ogni credere della vita, come è proprio di chi congiura, non rimanendogli fuor d'essa altra cosa da perdere, possedeva inoltre l'arte di negoziare, di far valer le sue ragioni e di nascondere i proprj fini; per le qual cosa ne' diversi parlamenti che ebbe e con nazioni, e con privati, qualunque parte questi tenessero, sol de' loro interessi sapea mostrarsi studioso. Intanto non eravi genere d'angheria o fiscale, o militare, di cui non avessero a dolersi i novelli Stati dell'Angioino[243], che sagrificava gli averi e le vite de' suoi sudditi dell'Italia alla propria ambizione e alla licenza dei cortigiani. Ben la sua presenza era valevole freno all'odio che gli portavano i cittadini di Napoli; ma la debole amministrazione, e i vizj de' suoi capitani, o governatori si erano fatti scopo al disprezzo e all'indignazione ad un tempo de' Siciliani. Procida pervenuto colla sua eloquenza a ridestare ne' popoli il sentimento di libertà, persuase inoltre ai Baroni che l'interesse di ciascuno di loro stavasi nel difendere la causa comune. Colla speranza di stranieri soccorsi, Giovanni visitò a mano a mano le Corti dell'Imperatore greco, e di Pietro Re d'Aragona[244], che possedeva i paesi marittimi di Valenza e della Catalogna. All'ambizioso Pietro offerse una corona, che questi potea giustamente pretendere, fondandosi sui diritti già acquistati nello sposarsi alla sorella di Manfredi, e sugli estremi voti di Corradino; che dal ferale talamo disegnò, gettando il proprio anello, l'erede dei suoi diritti e il vendicatore della sua morte. Quanto a Paleologo era facile l'indurlo a favorire una impresa che interrompendo al suo nemico il divisamento di portar la guerra fra gli stranieri, gli dava inoltre la briga di difendersi ne' proprj Stati da una congiura: laonde somministrò mille once d'oro, divenute opportunissime ad armare una flotta di Catalani, che sotto bandiera sacra, e col pretesto di mover guerra ai Saracini dell'Affrica, spiegaron le vele. Travestito or da frate, or da mendicante, l'instancabile ministro della congiura corse da Costantinopoli a Roma, e dalla Sicilia a Saragossa. Nel medesimo tempo, Papa Nicolò, nemico personale di Carlo, sottoscrisse un Trattato e un atto di donazione, che trasportava i feudi di S. Pietro dagli Angioini agli Aragonesi. Il segreto di una tanta cospirazione, benchè diffuso in sì grande numero di paesi, e liberamente comunicato a tanta moltitudine di persone che ad essa partecipavano, fu conservato oltre a due anni con una gelosia senza esempio; perchè ciascun cospiratore imbevuto erasi della massima di Procida, il quale avea protestato, che s'ei sospettasse la sua mano sinistra consapevole delle intenzioni della sua destra, non indugierebbe a reciderla. Con tale artifizio profondo e terribile apparecchiava la mina, benchè non potrebbe accertarsi, se la sedizione di Palermo, da cui lo scoppio ne derivò, fosse accidentale o premeditata.
Nel giorno della vigilia di Pasqua, intanto che una processione di cittadini, allor disarmati visitava, una chiesa fuor di città, una donzella d'illustre nascita fu villanamente insultata da un soldato francese[245], la cui audacia venne punita subito colla morte. I colleghi dell'ucciso che sopravvennero, dispersero per un momento la calca; ma il numero e il furor prevalendo, i cospiratori afferrarono l'occasione, onde dilatatosi l'incendio per tutta l'isola, ottomila Francesi rimasero indistintamente trucidati in questa catastrofe cui fu dato il nome di Vespero Siciliano[246]. Dispiegata in tutta la città la bandiera della libertà e della Chiesa, per ogni dove o la presenza, o lo spirito di Procida incoraggiava la sommossa, intantochè Pietro d'Aragona, veleggiando dalla costa d'Affrica a Palermo, entrò nella città fra i plausi de' cittadini che Monarca e liberatore della Sicilia il nomavano. Eguali furono la costernazione e lo stupore di Carlo in udendo la ribellione di un popolo, cui per sì lungo tempo e impunemente avea calpestato; per lo che nel primo impeto di dolore e di divozione fu udito esclamare: «Gran Dio, se hai risoluto umiliarmi, fa che almeno io non discenda con tanto precipizio dal sommo della grandezza.» Richiamata dalla guerra di Grecia la sua armata navale con tanta rapidità che già i porti dell'Italia ne erano pieni, Messina per sua giacitura, si trovò esposta ai primi colpi della regale vendetta. Privi di fiducia nelle proprie forze, e di speranze di soccorso dagli stranieri, i cittadini avrebbero aperte le porte, se il Monarca avesse voluto assicurarli del perdono, e del mantenimento degli antichi lor privilegi; ma questi avea già riassunto l'orgoglio primiero; e le supplichevoli istanze, fattegli dal Legato pontifizio, non valsero ad ottenere da lui che la promessa di risparmiare la città, a patto che gli venissero consegnati ottocento ribelli, de' quali avrebbe egli somministrato il catalogo, e la cui sorte sarebbe intieramente dall'arbitrio suo dipenduta. Mentre la disperazione de' Messinesi riaccendeva il loro coraggio, Pietro d'Aragona in lor soccorso accorrea[247], e la scarsezza de' viveri, e i pericoli dell'equinozio costrinsero l'Angioino a ripararsi alle coste della Calabria. Nel medesimo tempo, l'ammiraglio de' Catalani, il celebre Ruggero da Loria conducendo la sua invincibile squadra a sgomberare il canale, la flotta francese, più abbondante di navigli da trasporto che di galee, rimase, in parte arsa, in parte calata a fondo; il quale avvenimento assicurò l'independenza alla Sicilia, e a Paleologo il trono. Ma questo principe trovavasi agli estremi del viver suo, ed ebbe solamente prima di morire il conforto di sapere la sciagura d'un nemico da lui abborrito quanto apprezzato, perchè si era forse lasciato convincere dall'opinione allor generale, che se Carlo non avesse avuto Paleologo per avversario, era venuto l'istante in cui Costantinopoli e l'Italia obbedissero ad un sol padrone[248]. Da quel punto in appresso, la vita di Carlo non fu che una sequela continua di infortunj. Minacciata dai nemici la sua Capitale, fattogli prigioniero il figlio, Carlo morì senza avere ricuperata la Sicilia; che dopo una guerra di venti anni, venne per Trattato disgiunta dal regno di Napoli, e come regno independente, in un ramo secondogenito della Casa d'Aragona fu trasferita[249].
A. D. 1303-1307
Uom non mi taccierà, almeno lo spero, di superstizione: ma non posso starmi dall'osservare che anche su questa terra, l'ordine naturale degli avvenimenti offre talvolta apparenze fortissime di una retribuzione morale. Il primo Paleologo avea salvato il suo Impero ingombrando i regni dell'Occidente di ribellioni e di stragi; e da questi germi di discordia nacque una generazione d'uomini formidabili che assalirono e crollarono il trono del successore di Paleologo. Ne' secoli più moderni, i debiti e le tasse sono il segreto veleno che rodono gli Stati in seno alla pace; ma ne' governi deboli e irregolari del Medio Evo, questa pace veniva turbata continuamente dalle calamità istantanee che derivavano dall'avere licenziati gli eserciti. Troppo amici dell'ozio per darsi al lavoro, troppo superbi per mendicare la sussistenza, i mercenarj vivevano di ladronecci, e millantando il nome di qualche Capo, la cui bandiera spiegavano per apparir meno spregevoli, si rendevano più molesti; il Sovrano che non abbisognava più del loro braccio, e dalla presenza de' medesimi incomodato, cercava spacciarsene col regalarli agli Stati vicini. Dopo la pace della Sicilia, migliaia di Genovesi, Catalani e d'altre patrie[250], che aveano combattuto per terra e per mare in difesa degli Aragonesi e degli Angioini, si radunarono formando un corpo di nazione per costumanze ed interessi eguali congiunta. Appena seppero l'invasione fattasi dai Turchi nelle province asiatiche dell'Impero d'Oriente, deliberarono procacciarsi, combattendo contr'essi, stipendj e prede; nel qual disegno, Federico Re di Sicilia di tutto buon grado li secondò, largheggiando loro di soccorsi che alla presta gli allontanassero. Dopo venti anni che una cotal gente facea la guerra, non conoscea per sua patria che i campi o le navi; istrutta sol nel combattere, non aveva altra proprietà fuor dell'armi; non sapea ravvisare altra virtù fuor del valore. Le donne che seguivano cotali bande, erano divenute non meno intrepide de' lor mariti od amanti; ed immaginandosi le popolazioni che i Catalani con un sol colpo di sciabola avessero la virtù di spaccare in due parti il cavaliere e il cavallo, questa opinione era già di per se stessa un'arma di più in loro soccorso. Ruggero di Flor, sopra ogni altro Capo di simil genìa, acquistatosi fama, offuscava per merito personale i suoi rivali, i feroci Aragonesi. Figlio di un Gentiluomo alemanno della Corte di Federico II, che avea sposata una nobile donzella di Brindisi, Ruggero fu a mano a mano Templario, apostata, pirata, e per ultimo il più ricco e possente ammiraglio del Mediterraneo. Da Messina a Costantinopoli indirisse il suo corso, seguendolo diciotto galee, quattro più grossi navigli e ottomila venturieri. Andronico il Vecchio, che avea sottoscritto con questo generale un Trattato, prima che ei salpasse dalla Sicilia, tenne la data fede, ed accolse questo formidabile soccorso con un sentimento misto di terrore e di gioia. Assegnate stanze nella sua reggia al valoroso straniero, gli diede in isposa la propria nipote, conferendogli il titolo di Gran Duca, o Ammiraglio della Romania. Dopo qualche tempo di riposo, varcato l'Ellesponto colle sue truppe, Ruggero assalì arditamente i Turchi, e periti per le sue armi trentamila Musulmani in due sanguinose battaglie, liberò dall'assedio che la strignea Filadelfia, e meritossi il nome di liberatore dell'Asia. Ma non andò guari che la schiavitù e la rovina di quelle misere popolazioni venne dietro ad un lampo brevissimo di prosperità. Quegli abitanti, dice uno Storico, fuggirono dal fumo per cader nelle fiamme, e la nimistà de' Turchi era men funesta dell'amicizia dei Catalani. Questi consideravano come loro proprietà le vite e le sostanze di coloro che aveano salvati; le giovani donzelle non si erano sottratte alle persecuzioni di amanti circoncisi che per venire, o di lor grado, o dalla forza costrette, fra le braccia di scorridori cristiani. Ogni riscossione di ammende, o sussidj andava congiunta a sfrenate rapine e ad esecuzioni arbitrarie, dalle quali avendo voluto liberarsi coll'oppor resistenza Magnesia, città dell'Impero, il Gran Duca per gastigarla vi pose l'assedio[251]. Di cotale violenza si scusò in appresso allegando il risentimento di un esercito vittorioso e irritato, capace di non rispettare l'autorità stessa del comandante, e forse anche di minacciarne la vita, se si fosse accinto a punir l'impeto di una fedele soldatesca, provocata a giusto sdegno dal rifiuto con cui la popolazione si sottraeva dal concederle il prezzo pattuito agli ottenuti servigi. Le minacce e le querele di Andronico non giovavano che a far vie più palese la debolezza e lo stato deplorabile dell'Impero. Comunque la Bolla d'Oro imperiale non chiedesse a Ruggero di Flor che cinquecento uomini a cavallo e mille fanti, nonostante il Monarca avea presa al servigio e nodrita tutta la ciurma de' volontarj accorsa ne' suoi Stati sotto le bandiere del condottier catalano. Mentre le più prodi milizie collegatesi coll'Impero si contentavano di uno stipendio di tre bisantini d'oro al mese, ognuno di tai fuorusciti riceveva una, o due once d'oro, il che formava un soldo annuale di cento lire sterline. Uno de' costoro Capi avea modestamente attribuito un valore di trecentomila scudi ai suoi servigi avvenire. Laonde pel mantenimento di questi dispendiosi mercenarj, era già uscito più di un milione fuor dell'erario imperiale. Percossi con disastrosissime tasse i ricolti degli agricoltori, tolto un terzo de' loro salarj agli uffiziali pubblici, il titolo della moneta avea sofferta una sì obbrobriosa alterazione che in ventiquattro parti di essa più di cinque d'oro non se ne trovavano[252]. Avendo l'Imperatore intimato a Ruggero di sgomberar la provincia, questi obbedì di buon grado, perchè non vi restava più cosa da saccheggiare; ma ricusò di licenziare le truppe, e comunque fosse annunziato in termini rispettosi un simil rifiuto, non dimostrava meno independenza e ribellione; perchè protestò che, se l'Imperatore avesse mosso contro di lui, ei sarebbe andato quaranta passi verso il medesimo per baciare la terra prostratoglisi innanzi; ma che poi nel rialzarsi da quell'umil postura, non avrebbe potuto dimenticare che sacre erano ai proprj fratelli d'armi la sua sciabola e la sua vita. Egli si degnò accettare il titolo di Cesare e le insegne di tal dignità; ma propostogli il Governo dell'Asia, e un sussidio in biade e danari col patto di ridurre le sue truppe al picciol numero di tremila uomini, ricusò tale offerta. Essendo l'assassinio il provvedimento cui per ultimo i codardi soglion ricorrere, e la curiosità avendo condotto il nuovo Cesare alla reggia di Andrinopoli, ove risedeva allora la Corte, gli Alani della guardia imperiale lo trafissero negli appartamenti e alla presenza della medesima Imperatrice; nè v'è troppo luogo a dire che ei cadesse vittima di una vendetta particolare di costoro, come si pretese far credere, perchè gli altri compatriotti di Ruggero, mentre se ne stavano tranquillamente, e riposando sulla fede de' Trattati, in Bisanzo, vennero nel medesimo tempo compresi in una proscrizione generale che il Principe e il Popolo profferirono congiuntamente. La maggior parte di questi venturieri, sbigottiti per la perdita del loro Capo, e rifuggiti ai propri navigli, salparono per cercarsi dimora in varie parti della costa mediterranea. Però una vecchia banda composta di mille cinquecento Catalani, o Francesi, mantenutasi sulla Fortezza di Gallipoli nell'Ellesponto, ivi spiegò la bandiera aragonese, offrendosi a giustificare e vendicare il suo Generale, mercè un combattimento di dieci, o cento guerrieri contra un egual numero di nemici. Anzichè accettare l'ardimentosa disfida, l'Imperatore Michele, figliuolo e collega di Andronico, venne in sentenza di opprimerli colla superiorità del numero. Senza badare che ei riducea con ciò ad ultimo impoverimento l'Impero, raccolse un esercito di tredicimila uomini a cavallo, e di trentamila fanti, coprendo la Propontide di greci e genovesi navigli. Ma di queste sì ragguardevoli forze, e per terra e per mare, trionfarono i Catalani, animati dalla disperazione, e superiori ai Greci per disciplina. Il giovine Imperatore, riparatosi al suo palagio, lasciò un corpo di cavalleria leggiera, che difendeva il paese. Per cotali vittorie rialzatesi le speranze de' venturieri, ben tosto crebbero anche di numero, perchè guerrieri di tutte le nazioni, si unirono sotto lo stendardo e il nome della Grande Compagnia; alla qual congrega militare si aggiunsero tremila Maomettani convertiti che abbandonarono le bandiere imperiali. Il possedimento di Gallipoli dava abilità ai Catalani d'impacciare il commercio di Costantinopoli e del mar Nero, intanto che i lor compagni da' due lati dell'Ellesponto disastravano le frontiere dell'Europa e dell'Asia. Non trovando miglior modo di tenerseli lontani, i Greci, diedero eglino stessi il guasto a tutti i dintorni di Bisanzo: i contadini si ritrassero entro le mura della città colle loro mandrie, uccidendo in un sol giorno tutta quella parte di esse che non poteano nè rinchiudere, nè nudrire. Per quattro volte Andronico rinovò proposte di pace che sempre furono inflessibilmente respinte; se non che la scarsezza de' viveri e le discordie de' Capi, costrinsero finalmente i Catalani a sottrarsi dalle rive dell'Ellesponto e dalle vicinanze della Capitale. Gli avanzi della Grande Compagnia, dopo essersi divisi dai Turchi, continuarono le loro corse per traverso alla Macedonia e alla Tessaglia, cercandosi nuove stanze nel cuor della Grecia[253].
A. D. 1204-1458
Dopo alcuni secoli che i Greci erano stati dimenticati, l'invasione dei Latini non li ridestò che per sottometterli a nuovi disastri. Durante due secoli e mezzo che trascorsero fra la prima e l'ultima conquista di Costantinopoli, una moltitudine di tirannetti si disputò la venerabile greca contrada. Le sue antiche città erano in preda a tutti i mali delle guerre civili e straniere, senza che i vantaggi almeno del genio e della libertà li confortasse; a tal che, se la servitù è da preferirsi all'anarchia, la Grecia non dee dolersi di riposare sotto il giogo degli Ottomani. Non mi accingerò presentemente a tessere l'oscura storia delle diverse dinastie che successivamente sorsero e caddero sul continente e nell'isola, ma un senso di gratitudine verso il primitivo soggiorno delle Muse e della filosofia dee far sì che ciascun istrutto leggitore prenda parte al destino di Atene[254]. Nel parteggiamento dell'Impero, il principato di Atene e di Tebe era stato dato in ricompensa ad Ottone De la Roche, nobile guerriero della Borgogna[255], che governò col titolo di Gran Duca[256], al qual titolo i Latini attribuivano un particolare significato, e i Greci una ridicola origine che fino ai giorni di Costantino ascendea[257]. Il ridetto Ottone seguiva gli stendardi del Marchese di Monferrato; e il figlio e due pronipoti del medesimo conservarono tranquillamente il vasto patrimonio, che o per un miracolo di buona condotta, o per fortuna era stato acquistato dal Capo di lor famiglia[258], sino al momento in cui l'erede di tale famiglia contrasse tai nozze, che senza distoglierlo dalle mani de' Francesi lo trasportarono nel ramo primogenito della Casa di Brienne. Gualtieri di Brienne, nato da questo maritaggio, e succeduto alla madre nel ducato d'Atene, prese al suo servigio alcuni mercenarj Catalani, che presentati di feudi dal Gran Duca, lo fecero padrone di più di trenta castelli, spettanti dianzi a diversi Nobili, o vassalli del principato d'Atene, o che solamente vi confinavano. Avvertito Gualtieri dell'avvicinamento e delle intenzioni della Grande Compagnia adunò settecento cavalieri, seimila sergenti, e circa ottomila uomini di fanteria, a capo delle quali truppe corse incontro al nemico sino alle rive del Cefiso in Beozia. Comunque le forze dei Catalani non sommassero che a tremila cinquecento uomini a cavallo, e a quattromila fanti, la buona disciplina e l'astuzia lor tenea luogo di numero; laonde avendo essi innondati artifizialmente i dintorni del proprio campo, e il Gran Duca, seguìto dai suoi cavalieri essendosi innoltrato senza timore, nè cautela nel mezzo di quella valle, i cavalli affondarono nella melma, e la maggior parte della francese cavalleria fu tagliata a pezzi. Scacciati della Grecia i Francesi, e la famiglia di Gualtieri, il figlio di lui, di nome parimente Gualtieri, Duca titolare d'Atene, tiranno di Firenze e Contestabile di Francia, ne' campi di Poitiers perdè la vita. I vittoriosi Catalani, scompartitisi fra loro l'Attica e la Beozia, sposaron le vedove e le figlie de' vinti, e per quattordici anni la Grande Compagnia fece tremare tutta la Grecia. Ma dilacerata da intestine discordie, si vide alla necessità di riconoscere un Sovrano nel Capo della famiglia di Aragona; per lo che sino alla fine del secolo XIV, i Re di Sicilia arbitrarono sopra Atene, siccome governo, o appannaggio spettante ai loro dominj. Dopo de' Francesi e de' Catalani, la famiglia Acciaiuoli, plebea a Firenze, possente a Napoli, sovrana in Grecia, fondò la terza dinastia e abbellì di nuovi edifizj Atene, divenuta capitale d'un regno, che comprendeva Tebe, Argo, Corinto, Delfo e una porzione della Tessaglia. Ma questo governo disparve per l'armi vincitrici di Maometto II, che fece strozzare l'ultimo Gran Duca, e allevarne i figli nella disciplina e religione del Serraglio.
Benchè oggidì non rimanga che l'ombra di Atene[259], cotesta città contiene tuttavia otto o diecimila abitanti. I tre quarti son Greci di lingua e di religione; il rimanente Turchi, che contraendo vincoli di consuetudine co' primi hanno alquanto mansuefatto l'orgoglio e la gravità nazionale. L'olivo, dono di Minerva, verdeggia tuttavia nelle campagne dell'Attica, e il mele del monte Imeto, nulla ha perduto del suo squisito profumo[260]. Ma il commercio ivi languisce, e sta affatto nelle mani degli stranieri: la coltura di quello sterile territorio è abbandonata agli erranti Valacchi. Ciò nullameno gli Ateniesi si contraddistinguono tuttavia per acume e vivacità d'ingegno, ma son tai vantaggi, che, se non li regola, o coltiva lo studio, se il sentimento della libertà non li nobilita, tralignano in una vil propensione all'inganno; quindi è che gli abitanti di que' dintorni hanno adottato il proverbio. «Dio ne liberi dagli Ebrei di Tessalonica, dai Turchi di Negroponte, dai Greci di Atene.» Di fatto questo scaltrito popolo ha evitata la tirannide dei Pascià, mediante un espediente, che mitigandone la schiavitù, ha fatto maggiore l'obbrobrio della nazione. Verso la metà dello scorso secolo, gli Ateniesi scelsero per loro protettore il Kislar-Agà, ossia Capo degli eunuchi negri del Serraglio; e a questo schiavo di Etiopia, che gode di molta confidenza presso il Gran Signore, porgono un annuale tributo di trentamila scudi. Il Vevoda, luogotenente del Kislar-Agà, che per mantenersi nella sua carica, debbe esservi confermato ogni anno dal suo superiore, ha il diritto di gettare un'imposta d'altri cinque, o seimila scudi che sono per lui; e tale è l'accorta politica degli Ateniesi, che arrivano quasi sempre a far punire, o rimovere un Governatore contro del quale abbiano motivi di querelarsi. Nelle particolari loro contese prendono per giudice l'Arcivescovo, il più ricco di tutti i prelati della Chiesa greca, che gode una rendita di circa mille lire sterline. Evvi inoltre un tribunale di otto geronti, ossia vecchi scelti negli otto rioni della città. Le famiglie nobili non possono provare autenticamente una nobiltà più antica di tre secoli, ma i primarj fra essi distinguonsi ostentando portamento grave, la lor berretta foderata di pellicia, e il pomposo nome di Arconti. Coloro che si dilettano di trovare per ogni dove le antitesi, ne vogliono dar a credere che l'odierno gergo degli Ateniesi sia il più barbaro di tutti i settanta dialetti greci corrotti[261]. Avvi per vero dire esagerazione in ciò; ma non sarebbe cosa sì facile, nella patria di Platone e di Demostene, il trovare un leggitore degli ammirabili componimenti di questi sommi uomini, o forse neppure una copia di questi scritti medesimi. Gli Ateniesi calpestano con insultante indifferenza le gloriose rovine dell'Antichità, giunti a tal grado d'invilimento che li rende perfino incapaci di ammirare la sublimità delle menti de' loro predecessori[262].