Guerre civili e rovine dell'Impero greco. Regni di Andronico il Vecchio, di Andronico il Giovane, e di Giovanni Paleologo. Reggenza, sommossa, regno e rinunzia di Giovanni Cantacuzeno. Fondazione di una colonia genovese a Pera e a Galata. Guerre de' Coloni contro l'Impero e la città di Costantinopoli.

A. D. 1282-1320

Il lungo regno di Andronico il Vecchio[263] non è memorabile che per le dispute della Chiesa greca, per l'invasione de' Catalani, per l'aumento della grandezza ottomana. Benchè questo Principe sia stato celebrato come il sovrano più dotto e virtuoso del proprio secolo, la sua scienza e virtù non contribuirono nè a far lui più perfetto, nè a rendere più felice la società. Schiavo di assurdissime superstizioni, sempre trovandosi in mezzo a nemici, or reali, or fantastici, la sua immaginazione non era meno ferita dal timore delle fiamme dell'inferno,[264] che da quello de' Turchi o de' Catalani. Fu sotto il regno di Paleologo che la elezione di un patriarca riguardavasi come il più serio affar dello Stato. I Capi della Chiesa greca erano frati ambiziosi e fanatici, spregevoli e funesti egualmente pei lor vizj e per le loro virtù, per la loro ignoranza e per la loro dottrina. I rigorosi precetti del Patriarca Atanasio[265] mossero a sdegno il popolo e il clero, perchè fu udito intimare ai peccatori la necessità di bere sino al fondo il calice della penitenza, e sopra di lui spargeasi la ridicola novelletta dell'asino sacrilego, che egli punì per averlo trovato mangiando una lattuga nell'orto d'un chiostro. Scacciato il Patriarca dalla sua cattedra per calmare le pubbliche grida, compose prima di ritirarsi due scritti di un tenore affatto contraddittorio, perchè l'un d'essi, che era il suo testamento pubblico, spirava soltanto rassegnazione e carità: l'altro, codicillo particolare, lanciava tremendi anatemi sugli autori della sua disgrazia, escludendoli per sempre dalla comunione della Santissima Trinità, de' Santi e degli Angeli; il quale ultimo scritto, rinchiuso entro una pentola di terra, egli fece depositare sull'alto di un pilastro della cupola di S. Sofia, sperando che tal suo decreto, venendo un giorno alla luce, lo vendicasse. Di fatto, dopo quattro anni, alcuni fanciulli arrampicandosi sopra scale da architetti per cercar nidi di colombi, il fatale segreto scopersero; onde Andronico che si trovava compreso nella scomunica, tremò sull'orlo dell'abisso perfidamente scavato sotto i suoi passi. Fatto immediatamente assembrare un sinodo di vescovi a fine di discutere questo punto importante, venne unanimemente riprovato quell'impeto di stizza che avea suggerito il clandestino anatema al Prelato; ma poichè la forza di un anatema non poteva essere sciolta che da chi l'avea pronunziato, e un Patriarca rimosso dalla sua sede non godea la facoltà di concedere una tale assoluzione, si giudicò non esservi potenza sulla terra che potesse togliere il suo valore a quella sentenza. Venne costretto l'autor del disordine a manifestare qualche debole contrassegno di aver perdonato, e di essere pentito di quell'atto del proprio sdegno; ma non quindi tranquilla la coscienza dell'Imperatore, il debole principe non desiderava, men d'Atanasio medesimo, di veder riascendere il soglio patriarcale a quel solo Prelato che gli poteva restituire la pace. Nel mezzo di una notte, un frate dopo avere urtato aspramente contro la porta della stanza ove l'Imperatore dormiva, gli annunziò una rivelazione di peste, fame, tremuoto e innondazione. Atterrito Andronico, balza dal letto, passa il rimanente della notte in preghiere, e intanto sentì o gli parve sentir tremare la terra. Immantinente, seguìto da un corteggio di Vescovi, si trasferì alla celletta di Atanasio, e questo Santo, per opera di cui era il messaggio che aveva empiuto di spavento l'Imperatore, dopo essersi fatto convenevolmente pregare, acconsentì di assolvere il Principe e di ritornare al governo della Chiesa di Costantinopoli; ma invece che le passate disgrazie ne avessero ammollito l'animo, l'indole sua era divenuta ancor più aspra nella solitudine, onde il pastore si fece nuovamente abborrire dalla sua greggia. I nemici di lui idearono e misero ad effetto un metodo singolar di vendetta. Levato di notte tempo lo strato che stava a piedi della sua cattedra, tornarono indi a metterlo a suo luogo, coll'aggiunta di un disegno in caricatura che rappresentava il Sovrano colla briglia in bocca, e Atanasio che tenendo le redini, conducea la docile bestia a' piè dell'altare. Scoperti gli autori dell'insulto vennero puniti, ma non colla morte; laonde il Patriarca sdegnato perchè gli parea troppo mite la pena, cercò una seconda volta la sua celletta, e Andronico aperse gli occhi per un istante, ma tornò poi a chiuderli sotto il successor di Atanasio.

Se nel durare d'un regno di cinquant'anni non sono accadute bisogne più rilevanti di questa or raccontata, non posso almeno dolermi della scarsezza di materiali, allorchè riduco in poche pagine gli enormi volumi in foglio di Pachimero[266], di Cantacuzeno[267] e di Niceforo Gregoras[268], autori della prolissa e languida Storia di que' giorni. Il nome di Giovanni Cantacuzeno, e le circostanze, fra le quali questo Principe si trovò, son fatte certamente per chiamare sugli scritti del medesimo una viva curiosità. Ma ne' suoi Comentarj che comprendono un intervallo di quarant'anni dalla ribellione d'Andronico il Giovine, fino al momento in cui rassegnò egli stesso l'impero, si è dovuto osservare essere egli, non men di Cesare e di Mosè, l'attor principale delle scene che imprende a descrivere; e per altra parte nella sua eloquente opera cercheremmo invano la sincerità d'un eroe, o d'un penitente. Benchè ritirato in un chiostro, e lontano dai vizj e dalle passioni del secolo, egli ne ha offerto meno una confessione che una apologia della vita di un ambizioso politico. Anzichè dipingere i caratteri e i divisamenti de' suoi personaggi, ne presenta soltanto agli sguardi, una superficie speciosa e sfumata degli avvenimenti, colorita dalle lodi che dispensa a sè medesimo e a suoi partigiani. I motivi di questa gente son sempre puri, i fini, legittimi; se cospirano, se ribellano, nol fanno mai con mire di interesse, le violenze o commesse, o tollerate da essi sono atti lodevoli, son naturali conseguenze della ragione e della virtù.

A. D. 1320

Ad imitazione del primo fra i Paleologhi, Andronico il Vecchio collegò agli onori della porpora il proprio figlio Michele; riguardato, dalla età di diciotto anni fino alla sua morte immatura (intervallo di cinque lustri) come secondo Imperatore de' Greci[269]. Condottiero degli eserciti nè diede ai nemici inquietudine, nè gelosie alla Corte: incapace di colpevoli desiderj, non calcolò mai gli anni della vita del padre, nè questo padre o ne' vizj, o nelle virtù del figlio trovò motivi di pentirsi d'averlo innalzato. Il figlio di Michele portava il nome dell'avolo Andronico, che per questa circostanza lo avea preso di buon'ora in grandissimo affetto; e lo spirito e l'avvenenza del giovinetto accrebbero la tenerezza del vecchio, venuto nella speranza che i suoi voti delusi nel primo suo discendente, sarebbero nel secondo compiuti. Questo nipote adunque fu educato nella reggia, come erede dell'Impero e favorito dell'Imperatore, e ne' giuramenti e nelle acclamazioni del popolo, i nomi del padre e del figlio e del pronipote formavano un'augusta Trinità. Ma tale immatura grandezza ben presto corruppe Andronico, il quale con puerile impazienza considerava il doppio ostacolo che poneasi, e potea opporsi per lungo tempo, agli slanci della sua ambizione. Non che la sete di ottenere gloria, o di potere adoperarsi alla felicità de' suoi popoli, questa sua impazienza movesse; perchè la ricchezza e l'impunità delle azioni erano agli occhi di lui le più preziose prerogative di cui godesse un Monarca. Laonde incominciò a farsi conoscere qual era colla domanda di alcune fertili e ricche isole, ove poter condurre la sua vita in seno alla independenza e ai piaceri; diede indi motivi di scontento all'Imperatore pe' clamorosi disordini che, grazie alle sregolatezze del medesimo, turbavano la Capitale. Avendo egli preso ad imprestito dai Genovesi di Pera quelle somme di danaro che la parsimonia dell'avo gli ricusava, intantochè questi debiti gli avean giovato ad assicurarsi una fazione di partigiani, erano cresciuti a tale che solamente una rivoluzione pagar li poteva. Una donna avvenente e di chiari natali, ma pe' suoi costumi vera cortigiana, avea fornite le prime lezioni d'amore al giovine Andronico, e venuto questi in sospetto che ella ricevesse di notte tempo un rivale, pose in agguato dinanzi alla casa della medesima le proprie guardie, che trapassarono colle lor frecce un estranio mentre passava per quella strada; estranio che fu riconosciuto da lì a poco essere il principe Manuele, il quale più non si riebbe, ed infine morì per gli effetti di quella ferita. Otto giorni dopo tal morte, Michele la cui salute era andata declinando continuamente, morì deplorando la perdita d'un figlio, il traviamento dell'altro[270]. Benchè l'intenzione del giovine Andronico nella morte del fratello non fosse concorsa, ei non dovea riguardar meno, e in questa e in quella del padre gli effetti della sua viziosa condotta; onde gli uomini capaci di meditare e sentire videro con profondo dolore come il ridetto Principe, anzichè manifestare tristezza o rimorsi, dissimulava a fatica la gioia per trovarsi libero da due competitori. Tai funesti avvenimenti, e altri disordini che accaddero ancora, distolsero a grado a grado dal nipote l'animo dell'avolo che dopo avere sperimentati vani i consigli e i rimproveri, trasportò sopra un terzo figlio del defunto Michele le sue speranze ed affezioni[271]; cambiamento politico che venne annunziato col chiamare il popolo a dar nuovo giuramento di fedeltà al Sovrano, ed al successore al trono che questi disegnerebbe. Al mal umore manifestato dall'escluso si unirono nuove colpe, per le quali, tornando sempre indarno i rimproveri, all'ignominia di un processo pubblico si vide esposto. Ma quando stava per profferirsi la sentenza, che forse avrebbe condannato il colpevole a condurre il rimanente de' suoi giorni rinchiuso in un carcere, o in un monastero, l'Imperatore ricevè la notizia che i partigiani armati del nipote, tutti i cortili del palagio tenevano. Allora acconsentì a cambiare il solenne giudizio in un Trattato di riconciliazione, la qual vittoria incoraggiò a nuove colpe il giovane Andronico e i suoi amici.

Ciò nullostante la Capitale, il Clero e il Senato parteggiando tuttavia pel vecchio Imperatore o almeno pel suo governo, i turbolenti non poteano fondare le loro speranze di trionfare e di rovesciare il trono che sopra la fuga e il soccorso degli stranieri. Il Gran Domestico, Giovanni Cantacuzeno era l'anima della colpevole impresa. Dal punto che egli abbandonò fuggendo Costantinopoli, incominciano i suoi Comentarj e gli atti che lo danno a conoscere. Il suo amore verso la patria, è egli solo che il lodi; quanto poi allo zelo e alla destrezza di cui diè prova a favore del suo protetto, anche uno Storico della parte contraria gli rende giustizia. Il giovine Andronico adunque fuggito dalla Capitale col pretesto di andare alla caccia, spiegò, giunto ad Andrinopoli lo stendardo della ribellione, ed ebbe in breve sotto di sè un esercito di cinquantamila uomini, che, per sentimento di dovere o di onore, contra i Barbari non avrebbero prese l'armi. Una forza sì ragguardevole era quanto bastava per salvar l'Impero, o per imporgli la legge; ma dominando la discordia ne' consigli de' ribellanti, procedeano lenti ed incerti, intanto che la Corte di Costantinopoli con sorde pratiche e negoziati le costoro fazioni impacciava. Laonde avvenne che i due Andronici durarono sette anni protraendo, sospendendo, rinovando le disastrose loro contestazioni. Con un primo Trattato si spartirono fra loro gli avanzi dell'impero, rimanendo Costantinopoli, Tessalonica e le isole al vecchio Andronico, e divenendo il Giovine indipendente Sovrano di quasi tutta la Tracia, da Filippi fino alle pertenenze di Bisanzo. Mediante un secondo Trattato (A. D. 1325) il giovine Andronico si assicurò l'immediata incoronazione, il pagamento di quanto era dovuto al suo esercito, un parteggiamento eguale di rendite e di potere coll'avo. Colla sorpresa di Costantinopoli e colla ritirata definitiva del vecchio Andronico terminando la terza guerra civile, il giovine vincitore tenne solo l'Impero. La ragione di tali lentezze può trovarsi esaminando il carattere degli uomini e l'indole del secolo. Allorchè l'erede del trono fe' palesi i primi torti che avea ricevuti e i timori concetti, i popoli lo ascoltarono con sollecitudine e gli fecero plauso. I messi del giovine ribelle notificarono per ogni dove che il nuovo Sovrano avrebbe aumentati gli stipendj delle milizie e alleggeriti di una parte di tasse i suoi sudditi; nè si badò, come queste due promesse si distruggessero l'una coll'altra. Tutti gli abbagli commessi durante un regno di quarant'anni apparvero buone ragioni per una sommossa: e la nuova generazione vedea con dispetto protraersi all'infinito il regno d'un Principe, le cui massime e i favoriti a un altro secolo apparteneano, e la vecchiezza del quale non inspirava rispetto, perchè mancò d'energia la sua gioventù. Di fatto le pubbliche tasse fruttandogli una rendita di cinquecentomila libbre d'oro, e facendolo il più ricco di tutti i Principi cristiani, egli non era stato capace di mettere in armi tremila uomini a cavallo e trenta galee per impedire i progressi e i devastamenti de' Turchi; laonde il suo nipote Andronico soleva esclamare[272]. «Oh! come è diversa la mia condizione da quella del figlio di Filippo! Alessandro si dolea che suo padre non gli lascerebbe nulla da conquistare; quanto a me, il mio avo non mi lascerà nulla da perdere.» Ma i Greci ben tosto s'avvidero non essere la guerra civile un buon rimedio ai mali che li premevano, nè trovarsi nel giovane da lor prediletto le qualità necessarie a divenire il salvatore di un Impero che declinava. Alla prima sconfitta che questi soffersero, la fazione de' suoi incominciò a sciogliersi per la spensieratezza del condottiero, per le discordie che insorsero fra i partigiani, e per le pratiche della vecchia Corte che seppe indurre i mal contenti a far diffalte o a tradire la causa de' ribelli. Andronico il Giovane lasciatosi vincere dai rimorsi, già stanco degli affari, ingannato fors'anche dalle negoziazioni, o più avido di piaceri che di possanza, calò a patti sì fattamente che l'ottenuta facoltà di mantenere mille cani da caccia, mille falchi, e mille cacciatori, bastò a disarmare la sua ambizione, come a coprir d'obbrobrio il suo nome.

Consideriamo ora la catastrofe di questo intreccio sì avviluppato, e lo stato definitivo de' principali personaggi[273]. Andronico l'avo trascorse tutta la vecchiezza in mezzo alle civili discordie; i variati eventi della guerra, o de' Trattati lo diminuirono a mano a mano e di potere e di fama, sino alla fatal notte in cui il giovine Andronico s'impadronì, senza trovar resistenza, della città e della reggia. Il Comandante in capo disdegnando gli avvisi che sull'imminente pericolo gli venivano dati, dormiva tranquillamente sul proprio letto abbandonandosi ad una sicurezza figlia dell'ignoranza, intanto che il debol Monarca, non mai sgombro l'animo d'inquietudini, stavasi in mezzo alle sue turbe di paggi e d'ecclesiastici. Non andò guari che i suoi terrori prendendo un fondamento reale, si udirono per ogni intorno le acclamazioni che gridavano il nome e la vittoria dal giovine Andronico. Prostrato a' piedi di una immagine della Madonna, inviò umilmente messi per consegnare lo scettro al vincitore e chiedergli in dono la vita. Convenevole e rispettosa fu la risposta di questo: egli s'incaricava, dicea, del governo per arrendersi ai voti del popolo; ma non quindi il suo avo rimarrebbe privo della propria dignità e supremazia. Il vincitore gli lasciava il suo palagio, assegnandogli ventiquattromila piastre d'oro, la metà della qual somma l'imperiale erario avrebbe fornita, l'altra metà si leverebbe dalle pesche di Costantinopoli. Ma spogliato Andronico del potere, cadde ben presto in dimenticanza e in dispregio. Il silenzio del suo palagio non era più interrotto che dalle bestie domestiche e dai polli del vicinato che i cortili solitarj ne ingombravano impunemente. Il suo assegnamento fu ridotto a diecimila piastre d'oro[274] che a stento gli venivan pagate. Ad aggravarne i patimenti si aggiunse l'indebolimento della vista. Ciascun giorno, diveniva più rigorosa la sua prigionia; e nel tempo di un'assenza e di una infermità del suo nipote, i barbari carcerieri con minaccia di morte il costrinsero a dimettere la porpora per abbracciare l'abito e la professione monastica. Il frate Antonio (che l'infelice assunse un tal nome) avea bensì rinunziato alle vanità del Mondo, ma si trovò alla necessità di chiedere che la sua rozza lana da frate fosse foderata di pelliccia per difendersi dai rigori del verno: il vino gli era proibito dal confessore, l'acqua dal medico; onde fu obbligato a non usar d'altra bevanda fuor del sorbetto d'Egitto; e l'antico Imperator de' Romani, non senza fatica giunse a procurarsi tre o quattro piastre d'oro per provvedere a sì modesti bisogni. Se poi è vero che di questo poco danaro egli si valse ad alleviare i mali d'un amico che si trovava in angustie anche maggiori, un tal sagrifizio non è privo di merito agli occhi della religione e della umanità. Quattro anni dopo la sua rinunzia, Andronico, ossia frate Antonio, spirò nella sua celletta in età di settantaquattro anni, e quanto gli poterono promettere gli ultimi discorsi dell'adulazione si stette in una corona più splendida di quella che in questo corrotto Mondo aveva portata[275].

A. D. 1332

Il regno di Andronico il Giovane non fu nè più glorioso, nè più fortunato di quello dell'avo[276]. Non godè che per pochi istanti, e misti di amarezza, i frutti della sua ambizione. Spogliatosi nell'ascendere il trono, di quanto dell'antica popolarità rimanevagli, allora i difetti dell'indole sua si scorsero più chiaramente. I lamenti del pubblico contro di lui lo costrinsero a guerreggiare in persona i Turchi; nè nell'istante del pericolo difettava già di coraggio; ma dalla sua spedizione non riportò miglior trofeo di una ferita, e gli Ottomani vincitori consolidarono vie più la loro monarchia. Giunti all'estremo i disordini della amministrazione civile, la sprezzante negligenza con cui Andronico riguardava le consuetudini della nazione, lo trasse ad introdurre riforme nel modo di vestire del paese, cosa che i Greci deplorarono, come funesto sintomo dello scadimento dell'Impero. Gli stravizj della gioventù gli avevano affrettata l'età de' malori; onde riavutosi appena, fosse per opera della natura, o de' medici, o d'un miracolo della Beata Vergine, da una pericolosissima infermità, morì quasi d'improvviso giunto al quarantacinquesimo anno della sua vita. Ebbe due mogli, alemanna l'una, italiana l'altra, perchè i progressi de' Latini, così nell'arti come nella guerra, aveano mitigati i pregiudizj della Corte di Bisanzo. La prima di queste, conosciuta nella sua patria col nome d'Agnese, e con quello d'Irene in Grecia, era figlia del Duca di Brunswick. Il padre della medesima,[277] picciolo Sovrano[278] d'un paese povero e selvaggio del Nort dell'Alemagna[279], traeva qualche rendita dalla sue mine d'argento[280], benchè i Greci ne abbiano esaltata la famiglia, come la più antica e la più nobile fra le schiatte teutoniche[281]. Morta Irene non lasciando prole, Andronico sposò Giovanna sorella del Conte di Savoia[282], negata, per maritarla ad un Imperator greco, al Re di Francia[283]. Il Conte, onorando in sua sorella il titolo d'Imperatrice, la fe' accompagnare da numeroso seguito di nobili donzelle e di cavalieri: fu rigenerata e coronata nella chiesa di S. Sofia col nome più ortodosso di Anna. In occasione di tali nozze, i Greci e gl'Italiani si disputarono ne' tornei, e con giostre militari, il premio della destrezza e del valore.