A. D. 1341-1391
L'Imperatrice Anna di Savoia sopravvisse al marito. Giovanni Paleologo, erede del trono in età di nove anni, ebbe per protettore della sua infanzia il più illustre e il più virtuoso fra i Greci. La sincera e tenera amicizia che il padre del giovinetto conservò mai sempre a Cantacuzeno fa onore del pari al Principe ed al ministro. Erano presso che eguali per nobiltà di nascita il padrone ed il suddito[284]. Nato lo scambievole loro affetto fra' comuni passatempi della giovinezza, i pregi d'un animo ingentilito da colta educazione privata teneano nel suddito vece del nuovo lustro che dalla porpora il Principe ricevea. Noi abbiam veduto Cantacuzeno sottrare il giovine Imperatore alla vendetta dell'avo, e dopo sei anni di guerra civile, ricondurlo trionfante al palazzo imperiale di Costantinopoli. Sotto il regno d'Andronico il Giovane, il Gran Domestico governò l'Imperatore e l'Impero; ricuperò l'Isola di Lesbo, e il principato di Etolia; gli stessi nemici di Cantacuzeno son ridotti a confessare che in mezzo ai depredatori delle pubbliche sostanze, egli solo si conservò moderato e riguardoso. Osservando di fatto che egli spontaneo ne dà a conoscere lo stato di sue ricchezze,[285] vi è luogo a presumere che ei le abbia ricevute per eredità, non aumentate per via di rapine. Per vero dire, egli non ispecifica lo stato della sua cassa, il valore dei suoi vasellami ed arredi. Nondimeno dopo il dono volontario ch'ei fece di dugento vasi d'argento, dopo tutti quelli ch'ei mise in deposito presso gli amici, dopo quel molto che i nemici gli tolsero, i suoi tesori confiscati bastarono ad allestire una flotta di settanta galee. Cantacuzeno non ne offre una minuta descrizione de' suoi dominj; ma i granai del medesimo racchiudevano immensa copia di orzo e di frumento; e regolando i calcoli colla pratica dell'antica agricoltura, le mille paia di buoi adoperati alla coltivazione de' suoi terreni indicavano almeno sessantaduemila cinquecento acri di terreno dissodato[286]. I pascoli di Cantacuzeno manteneano mille cinquecento cavalli, dugento cammelli, trecento muli, cinquecento asini, cinquemila buoi, cinquantamila porci e settantamila pecore[287]. Una sì immensa ricchezza rurale dee parerne sorprendente ne' giorni dello scadimento dell'Impero, e massimamente nella Tracia, provincia devastata a mano a mano da tutte le fazioni. Il favore del Sovrano superò ancora la ricchezza del suddito, perchè in alcuni momenti di famigliarità, e durante la malattia di Andronico, questi mostrò il desiderio di toglier di mezzo la distanza che li separava, pregando il suo amico ad accettare il diadema e la porpora. Il Gran Domestico ebbe virtù bastante per resistere ad una offerta così seducente; almeno egli lo afferma nella sua Storia. L'ultimo testamento di Andronico il Giovane nominò Cantacuzeno tutore del figlio e Reggente dell'Impero.
A. D. 1341
Se in compenso de' prestati servigi, il Reggente avesse ottenuta una giusta retribuzione di gratitudine e di docilità, la purezza del suo zelo per gl'interessi del pupillo non si sarebbe forse smentita[288]. Cinquecento scelti soldati difendevano la persona del giovine Imperatore e la reggia; vennero celebrate con decoro le esequie del defunto Andronico; la tranquillità della Capitale ne annunciava la sommessione; cinquecento lettere inviate nelle province entro il primo mese che seguì la morte del Monarca, le fecero istrutte delle ultime volontà del medesimo. Ma questa felice prospettiva di una tranquilla minorità fu distrutta dall'ambizione del Gran Duca o ammiraglio Apocauco, la cui perfidia vien dipinta sotto le più odievoli forme dall'augusto Storico che confessa la propria imprudenza nell'avere innalzato Apocauco alla dignità di Gran Duca, a malgrado dell'opinione contraria del defunto Sovrano che avea più acume di lui. Audace e scaltro, prodigo e dominato dalla cupidigia, l'Ammiraglio faceva obbedire i proprj vizj alle mire della sua ambizione, il proprio ingegno alla rovina della sua patria. Fatto orgoglioso dal comando di una Fortezza, e dall'altro degli eserciti navali di tutto l'Impero, Apocauco congiurava contro il proprio benefattore, largheggiandogli nel medesimo tempo di assicurazioni di affetto e di fedeltà. Vendute a costui tutte le matrone della Corte dell'Imperatrice, ogni divisamento del medesimo secondavano. Essendo pertanto riescito far sì che Anna di Savoia ridomandasse la tutela del proprio figlio, quest'atto ebbe colore di materna sollecitudine; giacchè l'esempio del primo Paleologo ne instruiva i posteri a tutto paventare dalla perfidia di un tutore. Il patriarca Giovanni d'Apri, vecchio vanaglorioso, debole e attorniato da una turba di congiunti indigenti, mise in campo una antica lettera di Andronico, colla quale «l'Imperatore legava alle sue pietose cure il Principe e il popolo. Il destino del suo predecessore Arsenio lo persuadeva a prevenire il delitto di un usurpatore, anzichè vedersi alla necessità di punirlo». Lo stesso Apocauco non potè starsi dal sorridere sul buon successo delle proprie arti adulatrici in veggendo il Vescovo di Bisanzo sfoggiare con pompa eguale a quella del romano Pontefice, e gli stessi temporali diritti pretendere[289]. Fra questi tre personaggi, d'indole e stato così diversi, una segreta lega si strinse; e restituita al Senato un'ombra di autorità, col nome di libertà il popolo fu adescato. Questa possente confederazione assalì il Gran Domestico, per vie obblique da prima, indi con forza aperta. Si disputò sulle prerogative del medesimo; i consigli di lui venivano respinti, gli amici perseguitati, e più d'una volta corse rischio di vita in mezzo della Capitale, e a capo ancor degli eserciti. Mentre lo tenea lontano da Costantinopoli il servigio dello Stato fu accusato di tradimento, chiarito nemico dell'Impero e della Chiesa greca, egli e i suoi partigiani consagrati alla spada della giustizia, alla vendetta del popolo, alle potenze infernali. Confiscatine i beni, confinata in una prigione la madre di lui innoltrata negli anni, egli si vide dalla violenza e dalla ingiustizia costretto a commettere quel delitto di cui veniva accusato[290]. Nulla avvi nella precedente condotta di Cantacuzeno che ne dia motivo per giudicarlo reo di aver premeditato alcun disegno colpevole; e se qualche cosa potesse renderlo sospetto, sarebbe soltanto l'ostentazione da esso posta nel reiterare le proteste della sua innocenza, e gli encomj che egli non risparmiava alla sublime purezza di sua virtù. Sintanto che l'Imperatrice e il Patriarca serbarono seco lui le apparenze dell'amicizia, egli sollecitò per più riprese la permissione di abbandonare la reggenza e di ritirarsi in un monastero. Allorchè un bando lo promulgò pubblico nemico, la prima risoluzione di Cantacuzeno era stata quella di correre ai piedi del Principe, e offrire senza querelarsi, o resistere il suo capo alla scure; solamente con ripugnanza si fece infine ad ascoltare la voce della ragione, e a meditare che essendo proprio dovere il salvare la sua famiglia e gli amici, non potea riuscire in questo senza impugnar l'armi e assumere il titolo di Sovrano.
A. D. 1341
Nella Fortezza di Demotica, suo retaggio particolare, l'Imperatore Giovanni Cantacuzeno i purpurei coturni vestì; nella qual cerimonia i Nobili suoi congiunti gli calzarono la gamba destra, e la sinistra que' condottieri latini, ai quali lo stesso Giovanni avea conferito l'ordine della cavalleria. Ma sollecito, ancor ribellando, di serbare le forme della fedeltà, volle che prima del proprio nome e di quello d'Irene sua moglie, venissero acclamati quelli di Paleologo e di Anna di Savoia; e benchè una vana cerimonia mal giovi a palliare la ribellione, nè veruna ingiuria personale ricevuta divenga valevole scusa al suddito che brandisce l'armi contra il Sovrano, i pochi apparecchi che precedettero questa fazione, e il mal successo che la seguì, possono servir di conferma a quanto Cantacuzeno accerta, cioè essere egli stato condotto ad un passo così decisivo men dalla scelta che dalla necessità. Costantinopoli si mantenne fedele al giovine Imperatore; il Re de' Bulgari fu sollecitato a venire in soccorso della città di Andrinopoli. Le principali città della Tracia e della Macedonia, dopo avere esitato per qualche tempo, abbandonarono le parti del Gran Domestico; perchè i comandanti delle truppe e delle province giudicarono miglior interesse per loro il restar sottoposti al debole governo di una donna e d'un prete. L'esercito di Cantacuzeno, diviso in sedici squadre, accampò sulle rive del Melas, per tenere in freno di lì, o intimorire la Capitale. Ma il terrore, o il tradimento ne sbandarono le soldatesche, e gli uffiziali, principalmente i Latini mercenarj, adescati dai doni della Corte di Bisanzo, passarono ad essa. Dopo il quale avvenimento, l'Imperatore ribelle, poichè la fortuna di esso oscillava fra questi due titoli, coi soldati scelti che gli rimanevano, ver Tessalonica si ritrasse; tornati vani i suoi tentativi per impadronirsi di questa rilevante Fortezza, il nemico di lui Apocauco, condottiero di forze molto maggiori, per mare e per terra lo perseguì. Scacciato dalla costa, Cantacuzeno si ritirò, o piuttosto fuggì nelle montagne della Servia, ove adunò i suoi soldati, deliberato di non conservare in propria difesa, se non quelli che si offrirebbero volontarj a sostenere la sua pericolante fortuna. Ma sotto diversi pretesti, la maggior parte di costoro avendolo abbandonato, i fedeli alle sue bandiere si ridussero prima a duemila, poi a soli cinquecento. Il Cral, o despota dei Serviani[291], lo accolse con umanità; ma dal personaggio di confederato, Giovanni Cantacuzeno a mano a mano discese a quello di supplicante, di ostaggio e di prigioniero, ridotto a mendicare udienza da un Barbaro, arbitro in quel momento della vita e della libertà d'un Imperatore romano. Nondimeno, non vi furono seducenti offerte che potessero movere il Cral a violare le leggi dell'ospitalità; e solamente vedutosi costretto a seguir la parte di chi era più forte, rimandò, senza fargli verun insulto, l'amico suo Cantacuzeno, che si trasferì in altre bande a correre nuove vicissitudini di pericoli e di speranze. Le fazioni (A. D. 1341-1347) de' Cantacuzeni e de' Paleologhi, de' Nobili e de' plebei, infestavano le città delle loro dissensioni, e sollecitavano, or l'una, or l'altra, i Bulgari, i Serviani, i Turchi ad ultimare, chè fu questa la conclusione, l'esterminio di entrambe. Cantacuzeno intanto deplorava le calamità, delle quali fu autore e vittima in uno; e da una fatale esperienza di sè medesimo dedusse una giusta ed arguta osservazione intorno alla differenza che avvi tra le guerre civili e le guerre straniere; «le straniere, dic'egli, somigliano ai calori estivi dell'atmosfera, sempre tollerabili, talvolta utili; ma le civili non possono venir paragonate che ad una febbre ardente che i principj della vita diminuisce e distrugge[292]».
L'imprudenza commessa dalle nazioni venute a civiltà, allorchè hanno frammesse nelle proprie contese le popolazioni de' Barbari o de' Selvaggi, partorì mai sempre effetti non men funesti che obbrobriosi per esse; tristo espediente che può giovar talvolta all'interesse dell'istante, ma che ripugna del pari ai principj della umanità e della ragione. È uso prevalso fra le due parti belligeranti che l'una rampogni l'altra di essere stata la prima a contrarre una lega sì mostruosa; e d'ordinario la parte accusatrice è quella cui tornò male siffatta negoziazione, e pure si mostra inorridita di un cattivo esempio, che se essa non diede, fu solamente perchè l'esito ai suoi tentativi non corrispose. I Turchi dell'Asia erano forse men barbari de' pastori della Bulgaria e della Servia, ma la lor religione li facea nemici implacabili di Roma e de' Cristiani. Le due fazioni adoperarono or donativi, ora atti di avvilimento per cattivarsi l'amicizia degli Emiri. Cantacuzeno fu sì accorto, che ebbe in questo la preferenza; ma le nozze della figlia del medesimo con un Infedele, e la cattività di più migliaia di Cristiani, furono l'odioso guiderdone del soccorso degli Ottomani; e una vittoria riportata colle loro armi, avendo aperto ad essi il cammin dell'Europa, affrettò la rovina de' crollanti avanzi dell'Impero romano. Le cose presero più favorevole aspetto per Cantacuzeno, cui liberò da un implacabil nemico, la morte di Apocauco, ben da costui meritata e in singolar modo accaduta. Arrestati furono per suo ordine nella Capitale e nelle province molti Nobili e plebei che odiava, o temeva, e tenendoli rinchiusi nel vecchio palagio di Costantinopoli, stava solertemente adoprandosi a farne alzare le mura, ristringer le stanze, e a tutto quanto potea rendere più sicura e più aspra la lor prigionia. Un dì che avendo lasciato alla porta le proprie guardie, s'intertenea nel cortile interno per sollecitare colla sua presenza il lavoro degli architetti, due coraggiosi prigionieri della famiglia de' Paleologhi, armati di bastoni, e dalla disperazione animati, si scagliarono sull'Ammiraglio che stesero morto ai loro piedi[293]. Grida di vendetta e di libertà rintronarono d'ogn'intorno, tutti i prigionieri infransero le lor catene, e sbarrati gl'ingressi di quell'edifizio esposero sui merli la testa di Apocauco, sperando ottenere l'approvazione del popolo e la clemenza dell'Imperatrice, cui forse non dispiaceva tanto il vedersi sciolta d'un arrogante ed ambizioso ministro; ma mentre questa nelle sue deliberazioni esitava, la plebe, e soprattutto le ciurme de' marinai, eccitate dalla vedova dell'Ammiraglio, atterrarono gli ostacoli che ad entrar nella prigione opponeansi, facendo man bassa sui primi che lor si offerivano. Que' prigionieri, in gran numero innocenti della morte di Apocauco, o che piuttosto non parteciparono alla gloria di averlo punito, rifuggitisi in un tempio, vennero trucidati a piè degli altari; talchè la morte di questo scellerato non produsse effetti men sanguinosi della sua vita. Ciò nulla meno al solo ingegno di costui reggeasi la causa del giovine Imperatore, perchè i partigiani di Apocauco, gelosi gli uni degli altri, trasandavano le cose della guerra, e nel tempo stesso ricusavano ogni offerta di pace. Fin sul principio delle civili discordie, l'Imperatrice avea compreso e confessato ella stessa che i nemici di Cantacuzeno la ingannavano, ma il Patriarca, dopo avere predicato con forza contro il perdono delle offese, obbligò la Principessa con giuramento di eterno odio, minacciandola delle tremende folgori della scomunica se questo giuramento infrangea[294]. Anna di Savoia, confermatasi ne' sentimenti dell'odio per timore dell'anatema, nol paventò in appresso, quando sembrava che il Patriarca mutasse d'avviso; perchè all'odio si aggiunse la gelosia, mossa dal pensare che una riconciliazione con Cantacuzeno la esponeva a vedersi in competenza di un'altra Imperatrice. Un tal pensier tormentoso rendendola indifferente sulle calamità dell'Impero, ella minacciò a sua volta il Patriarca, mostratosi proclive alla pace, di radunare un Sinodo e rimoverlo dalla sua dignità. Di cotali dissensioni e di questa incapacità de' nemici avrebbe potuto in concludente modo vantaggiar Cantacuzeno; ma la debolezza delle due fazioni non valse che a protrarre la guerra civile, e a tal proposito la moderazione dello stesso Cantacuzeno fu qualificata d'indolenza e di timidezza. Ciò nonostante datogli tempo di occupare a mano a mano le città e le province, i dominj dell'Imperatore pupillo al solo recinto di Costantinopoli vedeansi ridotti. Ma in quello stato di cose, la sola Capitale contrabbilanciava il rimanente dell'Impero, e prima di accingersi a così rilevante conquista, l'Imperatore esterno volle procacciarsi e partigiani e segrete intelligenze al di dentro. Un Italiano, di cognome Facciolati[295] (A. D. 1347) succeduto alla dignità di Gran Duca comandava la flotta, le guardie e la Porta d'Oro; ma più perfido che ambizioso, non disdegnò i premj del tradimento, dal qual tradimento per altro derivò che lo stato politico delle cose cambiasse senza veruno spargimento di sangue. Sfornita d'ogni modo di resistenza e d'ogni speranza di soccorso l'inflessibile Anna di Savoia, volea tuttavia, difendendo la reggia, contrastare l'ingresso in Bisanzo alla rivale, dimostratasi pronta a veder in cenere la Capitale anzichè un'altra Imperatrice sul trono; ma tanto furore nè a una parte, nè all'altra piaceva, onde il vincitore dettò le condizioni del Trattato, in cui rinnovellò le sue proteste di zelo e di affetto verso il figliuolo del suo antico benefattore. In quella occasione seguirono le nozze della figlia di Cantacuzeno con Giovanni Paleologo, i cui diritti ereditarj vennero stipulati nel Trattato, con che l'amministrazione dell'Impero rimanesse per dieci anni all'Imperatore tutore; onde si videro ad un tempo due Imperatori e tre Imperatrici sedersi sul trono di Costantinopoli. Una generale amnistia avendo calmati i timori e assicurate le proprietà de' sudditi più colpevoli, vennero celebrate le nozze, e la coronazione, con una esteriorità di concordia e di magnificenza, poco reali ad una stessa maniera. Nel tempo delle ultime turbolenze, erano stati dissipati i tesori dello Stato, e fin guasti, o venduti gli arredi del palagio. Sulla mensa imperiale non vidersi che vasellami di terra e peltro, e la vanità sostituì alle gemme e all'oro il vetro e i rami dorati[296].
Or mi affretto a terminare la storia individuale di Giovanni Cantacuzeno[297], divenuto per la sua vittoria padron dell'Impero. Lo scontento di entrambe le fazioni ne turbò il regno, e i suoi trionfi oscurò. I partigiani di lui riguardarono nell'amnistia generale un atto di perdono ai nemici, di dimenticanza degli amici[298]. Laonde dopo aver veduto per la causa di Cantacuzeno confiscati o saccheggiati i proprj beni, o ridotti allora ad elemosinare per le strade di Costantinopoli, imprecavano l'interessata magnanimità del loro Capo, che salito al trono dell'Impero, del suo patrimonio particolare s'era spogliato. Intanto gli amici della Imperatrice arrossendo di dovere le sostanze e le vite al favor precario di un usurpatore, palliavano il desiderio della vendetta sotto maschera di tenera sollecitudine per gl'interessi e per la stessa conservazione del giovine Monarca. Diede un'arme a queste inquietudini la domanda fatta dai partigiani di Cantacuzeno per essere sciolti dal giuramento di fedeltà verso i Paleologhi, e posti in possesso di alcune piazze forti ove condur sicuri i lor giorni; al qual fine i faziosi perorarono con molta eloquenza, ma non ottennero dall'imperator Cantacuzeno, in questi termini ce lo narra egli stesso, che un rifiuto dalla mia virtù sublime e quasi incredibile. Per cotal guisa, continue sedizioni e congiure turbarono il suo governo e il ridussero a paventare ad ogni istante che un nemico straniero, o domestico si portasse via il Principe legittimo, e il nome di questo, e i torti che si asserivano ad esso arrecati, servissero di pretesto alla ribellione. Col crescer negli anni, incominciando il figlio di Andronico ad operare e a sentire da sè medesimo, i vizj che avea ereditati dal padre accelerarono, anzichè ritardare i progressi della sua nascente ambizione; benchè Cantacuzeno, se possiamo credere alle sue proteste, si adoperò con sincero zelo a liberarlo dall'obbrobrio delle sensuali inclinazioni che il dominavano, e a sollevarne l'animo all'altezza della regal dignità. Nella spedizione della Servia, i due Imperatori, ostentando entrambi di essere in ottimo accordo fra loro, si mostrarono congiuntamente agli eserciti e alle province, e Cantacuzeno ammaestrò il suo giovine collega nelle scienze della guerra e della amministrazione. Conchiusa la pace, lasciò il rivale in Tessalonica, residenza reale situata sulla frontiera, onde ritorlo in tal guisa alle seduzioni di una città voluttuosa, e far sicura colla sua lontananza la tranquillità della metropoli; ma per questa lontananza medesima, perdè molta parte di potere sul figlio di Andronico, che attorniato da cortigiani o inconsiderati, o maligni, prese scuola di abborrire il tutore, di riguardarsi come confinato in esilio, di tentar tutto per ricuperare i proprj diritti. Collegatosi di soppiatto col despota della Servia, non andò guari che col contegno di aperto nemico si palesò. Cantacuzeno, che stava sul trono d'Andronico il Vecchio, difese la causa dell'età e della preminenza, quella causa medesima, che essendo giovine, avea con tanto vigor combattuta. Le sollecitazioni da lui fattesi all'Imperatrice madre, poterono sì, che questa donna, promettendogli la sua mediazione, imprendesse un viaggio a Tessalonica; ma ne tornò addietro senza alcun frutto; e per vero dire, a meno che le avversità non avessero operato un gran cambiamento nell'animo di Anna di Savoia, è lecito il dubitare del fervore, e anche della sincerità con cui la sua commissione adempiè. Ben Cantacuzeno, però tenendo sempre con mano ferma e vigorosa lo scettro, aveva incaricato Anna di rimostrare al figlio suo che i dieci anni dell'amministrazione del suocero stavano per finire, essere egli già stanco de' vani onori del Mondo che avea posseduti assai lungo tempo, non sospirare oggi mai che il riposo del chiostro e la corona del Cielo. Ma se tali fossero state veramente le sue intenzioni, potea, rassegnando allora lo scettro, restituire la pace all'Impero, e con un atto di giustizia mettere in pace la propria coscienza. Così avrebbe lasciati al solo Paleologo o la lode, o il biasimo del suo governo; e quai che stati fossero i vizj del giovane, non si poteano mai temerne conseguenze tanto funeste quanto i flagelli di una guerra civile, nella quale le due fazioni si valsero nuovamente dei Barbari e degl'Infedeli che la distruzione dell'una e dell'altra affrettarono.
A. D. 1353