Il soccorso de' Turchi che allora si stanziarono in Europa per non più ripartirne, avendo fatto trionfante Cantacuzeno anche in questa terza contesa, Paleologo sconfitto e per terra e per mare dovette cercarsi un asilo presso i Latini dell'isola di Tenedo. L'ardire e la pertinacia del giovine spinsero il vincitore ad un atto che di sua natura rendea irreconciliabile la querela: quella cioè di vestir della porpora il proprio figlio Mattia, collegandolo all'Impero e trasportando così la successione del trono nella famiglia de' Cantacuzeni. Ma Costantinopoli serbando tuttavia affezione al sangue de' suoi antichi padroni, questo ultimo affronto affrettò il ritorno del legittimo erede. Un Nobile genovese, dopo avere ottenuta da Paleologo la promessa di sposarne la sorella, imprese di ritornarlo in trono, e due galee e duemila cinquecento ausiliari gli bastarono a mantener la promessa. Sotto pretesto di soccorrerle penurianti, queste galee vennero ricevute in rada, e apertasi una porta di Costantinopoli, i soldati latini sclamarono congiuntamente, «Vittoria e lunga vita all'imperatore Giovanni Paleologo» al qual grido corrispose la sollevazione degli abitanti. Rimanea tuttavia una copiosa mano di uomini fedeli a Cantacuzeno, ma questo principe afferma nella sua Storia (chi poi glielo crede?) che sicuro di ottener la vittoria, ne fece un sagrifizio agli scrupoli delicati di sua coscienza, e obbedendo alle voci della religione e della filosofia, scese dal trono per chiudersi con alacrità nel solitario recinto di un monastero[299]. Rassegnata che ebbe la corona, il successore gli lasciò godere in pace la fama di Santo cui aspirò consagrando il rimanente de' suoi giorni, o allo studio, o alle pratiche della pietà cenobitica. E a Costantinopoli, e nel monastero del monte Atos, Fra Giosafatte, fu sempre rispettato come il padre temporale e spirituale dell'Imperatore, nè uscì mai dal proprio ritiro, che col carattere di ministro di pace, e per vincere l'ostinazione del suo figlio ribelle, e per ottenergli perdono[300].

A. D. 1341-1351

Il nostro monaco nella sua solitudine del chiostro addestrò alle guerre teologiche la mente, aguzzando contra i Maomettani e gli Ebrei, gli strali della controversia[301] e difendendo la divina luce del monte Tabor, quistione memorabile, e sublime parto della follia religiosa de' Greci, che, in tutti gli stati della sua vita, avea tenuto l'animo di Cantacuzeno. I Fachiri dell'India[302] e i monaci della Chiesa orientale andavano parimente persuasi, che nell'astrazione assoluta dalle facoltà del corpo e della immaginazione, il puro spirito potesse sollevarsi al godimento o alla visione della divinità. Le espressioni dell'Abate che governava i monasteri del monte Atos[303] nel secolo XI ne additeranno in più sensibile guisa l'opinione e le pratiche di questi frati. «Quando sarete soli, dice il Dottore asiatico, chiudete la porta, e sedetevi in un angolo della vostra celletta; sollevate la vostra immaginazione al di sopra di tutte le cose vane e transitorie; appoggiate la barba e il mento sul vostro petto; volgete gli sguardi e i pensieri verso la metà del ventre, ove è posto il vostro ombelico, e cercate la parte del cuore, sede dell'anima. Tutto vi parrà sulle prime malinconico e cupo, ma se continuerete giorno e notte in questo esercizio, proverete una gioia ineffabile; perchè quando l'anima ha scoperto il posto del cuore, trovasi avvolta in una luce mistica ed eterea». Questa luce, produzione di una immagione inferma, di uno stomaco e d'un cervello vôto, veniva adorata dai Quietisti come l'essenza pura e perfetta del medesimo Dio. Sintanto che questo delirio rimase confinato ne' monasterj del monte Atos, que' Solitarj semplici nella lor credenza, non pensarono ad informarsi in qual modo l'essenza divina potesse farsi sostanza materiale, o una sostanza immateriale rendersi sensibile agli occhi del corpo. Ma sotto il regno d'Andronico il Giovane, si trasferì a visitare questi conventi Barlamo, frate della Calabria[305], egualmente istrutto nella Filosofia e nella Teologia, nelle lingue greca e latina, e d'ingegno sì pieghevole, che sapea, giusta l'interesse del momento, sostenere opinioni contraddittorie fra loro. Un imprudente Solitario rivelò al viaggiatore i misteri dell'orazione mentale, o contemplativa, occasione che Barlamo non si lasciò sfuggire per deridere i Quietisti, i quali metteano l'anima nell'ombelico, e per accusare di eresia e di bestemmia i monaci del monte Atos. Gli argomenti del Calabrese avendo costretti i più assennati ad abbiurare le mal fondate opinioni de' lor fratelli, o almeno a dissimularle, Gregorio Palamas mise in campo una distinzione scolastica fra l'essenza e gli atti di Dio. L'essenza divina, inaccessibile, giusta il dir di Gregorio, risiede in mezzo ad una luce increata ed eterna, visione beatifica de' Santi, che si era manifestata ai discepoli sul monte Tabor nella Trasfigurazione di Gesù Cristo. Ma una tal distinzione non potè sottrarsi alla taccia di Politeismo, e Barlamo con veemenza negò l'eternità della luce del monte Tabor, accusando i Palamiti di riconoscere due sostanze eterne, ossia due divinità, l'una visibile e l'altra invisibile. Dal monte Atos, ove il furore de' monaci gli minacciava la vita, il frate calabrese si rifuggì a Costantinopoli, e quivi con modi urbani e gradevoli si cattivò affezione dal Gran Domestico e dall'Imperatore. La Corte e la città presero parte a questa querela teologica, al cui progresso i disordini della guerra civile non furono inciampo. Ma Barlamo avendo colla fuga e coll'apostasia disonorata la propria dottrina, trionfarono i Palamiti; e il Patriarca Giovanni d'Apri loro avversario venne rimosso per consenso unanime delle due fazioni che dividean lo Stato. Cantacuzeno come Imperatore e teologo, presedè al Sinodo della Chiesa greca,[306] che pose articolo di fede la luce increata del monte Tabor; e veramente dopo tant'altre assurdità ammesse, la ragione umana non dovette sdegnarsi dell'aggiunta anche di questa. Cataste di carte e di pergamene vennero imbrattate per registrarvi coteste dispute, e i settarj impenitenti che ricusarono sottoscrivere il nuovo Simbolo, andarono privi degli onori della sepoltura cristiana; ma fin dal principio del secolo successivo cotal controversia andò in dimenticanza, nè trovo che il ferro o il fuoco sieno stati posti in opera per estirpar l'eresia di frate Barlamo[307].

A. D. 1291-1347

Ho riserbata alla fine di questo capitolo la guerra de' Genovesi, che scosse il trono di Cantacuzeno, e la debolezza dell'Impero fe' manifesta. I Genovesi che occupavano il sobborgo di Pera, o di Galata, dopo la espulsione de' Latini da Costantinopoli, riceveano questo onorevole feudo dalla bontà del Sovrano, il quale permettea loro regolarsi colle proprie leggi, e obbedire a Magistrati di lor gente, con che ai doveri di vassalli e di sudditi si sommettessero. Toltasi dai Latini la denominazione espressiva d'uomini ligi[308], il Podestà o Capo de' Genovesi, prima di prendere possesso del suo uffizio, prestava giuramento di fedeltà all'Imperatore. La repubblica di Genova intanto unitasi in salda lega coi Greci, si era obbligata, accadendo guerre difensive, a somministrare cento galee, e una metà di esse armate e istrutte di uomini a proprie spese, in soccorso del Governo confederato. Michele Paleologo che durante il suo regno pose le sue principali cure a ristorare la forza marinaresca de' Greci per non dover più dipendere da estranei aiuti, con un vigoroso reggimento contenne i Genovesi di Galata entro que' limiti che l'audacia prodotta dalla ricchezza, e lo spirito repubblicano gli avrebbe spesse volte indotti ad oltrepassare. Un marinaio di questa nazione avendo un dì millantato che i suoi compatrioti non tarderebbero ad essere padroni della Capitale, uccise indi un Greco che tale asserzione avea mosso a sdegno. Si arroge che un legno da guerra genovese, passando dinanzi al palagio, ricusò il saluto, e si fe' di poi leciti alcuni atti piratici sul mar Nero. E già i Genovesi si preparavano in difesa de' colpevoli; ma cinti da truppe imperiali per tutti i dintorni di Galata, aperta d'ogni banda, e sull'istante di vedersi assaliti, la clemenza del Sovrano umilmente implorarono. Lo stato indifeso di Galata, e per una parte tenea i Genovesi meglio soggetti, e gli esponea per l'altra agli assalti de' Veneziani, rivali del loro commercio, e che sotto il regno del vecchio Andronico osarono insultare la maestà del trono di Costantinopoli. Appena i Genovesi videro avvicinarsi la flotta di questi nemici, colle loro famiglie e sostanze si ripararono nella città. Essendo stato incenerito dalle truppe sbarcate il sobborgo, il Principe pusillanime, spettatore dell'incendio, si limitò a farne tranquillamente le rimostranze al Governo veneto, mandandogli un'ambasceria. Ma i Genovesi traendo da questa passeggiera calamità un vantaggio durevole, ottennero il concedimento di innalzar mura forti intorno a Galata, di cingerle di fossa e introdurvi l'acqua del mare, di guarnire i baloardi di torri e di macchine da difesa, concedimento di cui ben tosto abusarono. Gli stretti limiti delle antiche abitazioni non bastando a contenere l'aumentata loro colonia, nuovi terreni a mano a mano acquistarono, sicchè i vicini poggi apparvero coperti di case villerecce, ed ancor di castella che congiunsero all'antico soggiorno, munendole di fortificazioni comuni con esso[309]. Gl'Imperatori greci, padroni dello stretto canale che può dirsi porta del mar interno, riguardavano il commercio e la navigazione del Ponto Eussino siccome una parte di lor patrimonio; la qual prerogativa de' medesimi, sotto il regno di Michele Paleologo, fu riconosciuta dal Sultano d'Egitto, che sollecitò ed ottenne la permissione di spedire ogni anno un vascello nella Circassia e nella picciola Tartaria per l'acquisto di schiavi, acquisto perniciosissimo ai Cristiani, perchè questi schiavi veniano educati all'uopo di rinforzare il formidabile esercito de' Mammalucchi[310]. La colonia genovese di Pera datasi con vantaggio ad un commercio lucroso sul mar Nero, somministrava ai Greci e grani e pesci, derrate quasi egualmente indispensabili ad un popolo superstizioso. Sembra che la natura faccia crescere da sè medesima le copiose messi dell'Ucrania; chè, certo la coltivazione di quel territorio è trascurata oltre ogni dire e selvaggia; e gli enormi storioni pescati verso la foce del Don e Tanai, allorchè si conducono nelle acque grasse e profonde delle Paludi Meotidi, offrono una sorgente inesausta al commercio del caviale e del pesce salato[311]. Le acque dell'Osso, del mar Caspio, del Volga e del Don aprivano un passaggio faticoso e pieno di rischi alle droghe e alle gemme dell'India che condotte dalle carovane di Carizmia, trovavano dopo un cammino di tre mesi i navigli italiani nei porti della Crimea[312]. Di tutti questi rami di commercio impadronitisi i Genovesi, costrinsero i Veneziani e i Pisani ad abbandonarli. Colle città e colle Fortezze che di soppiatto innalzavano dalle fondamenta delle modeste lor fattorie, teneano in rispetto i nativi, e vani furono gli sforzi de' Tartari nell'assediar Caffa[313], principale possedimento de' Genovesi nella Crimea. I Greci sforniti affatto di navilio, dipendeano in tutto da questi arditi mercatanti, che a seconda del loro capriccio o interesse, or provvedevano, or affamavano Costantinopoli. Appropriatisi questi la pesca e le dogane, poser mano fin sui regali diritti del Bosforo, d'onde traevano una rendita di dugentomila piastre d'oro, lasciandone a fatica all'Imperatore sol trentamila[314]. Fosse tempo di pace o di guerra, Galata, ossia la colonia di Pera, come Stato independente si comportava, a talchè spesse volte il Podestà genovese dimenticavasi della sua repubblica, sventura che accadrà sempre alle madri patrie di colonie lontane.

A. D. 1348

La tracotanza de' Genovesi animarono e la debolezza di Andronico il Vecchio e le guerre civili che negli ultimi anni della sua vita lo travagliarono, e la minorità del suo pronipote. L'ingegno di Cantacuzeno alla rovina anzichè alla difesa dell'Impero fu adoperato; e dopo avere compiuta vittoriosamente la guerra civile, videsi ridotto all'obbrobrio di sottomettere ad un giudizio la quistione, se i Greci, o i Genovesi dovessero regnare in Bisanzo. Per un rifiuto di alcune terre vicine, di alcune eminenze, su di cui voleano innalzare nuove fortificazioni, sdegnatisi i mercatanti di Pera, presero il destro della lontananza dell'Imperatore, trattenuto a Demotica da una infermità, per affrontare il debole governo della Imperatrice. Questi audaci repubblicani, dopo assalito e mandato a fondo un naviglio di Costantinopoli che si era fatto lecito di pescare all'ingresso del porto, dopo averne trucidate le ciurme, anzichè sollecitare il perdono, osarono chiederne risarcimento; e pretendendo che i Greci rinunziassero ad ogni specie di navigazione, respinsero con truppe assoldate i primi moti dello sdegno di quella nazione. Tutti i Genovesi della Colonia, senza distinzione di sesso o di età, si diedero con incredibile diligenza ad occupare il terreno che loro veniva ricusato, ad innalzare un saldo muro, a circondarlo di profondissima fossa. Nel tempo stesso, assalirono ed arsero due galee di Bisanzo, e tre altre, in cui stavansi i resti dell'imperiale marineria, per evitare la medesima sorte, dovettero darsi alla fuga. Saccheggiate e distrutte tutte le abitazioni che si trovavano fuori del porto, o lungo la riva, il Reggente e l'Imperatrice non trovarono il tempo che per pensare a difendere la Capitale. Il ritorno di Cantacuzeno sedò il pubblico spavento; ma egli inclinava a pacifici temperamenti, intanto che la fazione ad essi opposta, non voleva ascoltare partiti ragionevoli; onde si vide costretto a cedere all'ardore de' suoi sudditi, che valendosi dello stile della Scrittura, minacciavano i Genovesi di metterli in polve, come vasi d'argilla, e intanto pagavano a stento le tasse imposte per la costruzione delle navi e per l'altre spese di guerra. Le due nazioni essendo padrone l'una della terra, l'altra del mare, Costantinopoli e Pera soffrivano egualmente tutti gl'incomodi di un assedio; i mercatanti coloniarj che aveano sperato vedere in pochi giorni definita questa contesa, incominciavano a lagnarsi delle loro perdite; la repubblica di Genova, straziata dalle fazioni, tardava ad inviare soccorsi; e i più antiveggenti abbracciarono l'opportunità di un vascello di Rodi per allontanare dal teatro della guerra le sostanze loro e le loro famiglie. All'aprirsi di primavera, la flotta di Bisanzo, composta di sette galee e d'alcuni piccioli navigli, mossa dal porto, si condusse tutta in una linea verso la riva di Pera, presentando incautamente il fianco alla prora degli avversarj. Non erano in quelle ciurme che contadini e operai, ignoranti delle cose di mare, e che nè manco aveano in compenso il coraggio naturale de' Barbari. Spirava gagliardo il vento, grosso mostravasi il fiotto; per cui costoro appena videro la squadra nemica, immobile tuttavia, si precipitarono in mare, commettendosi ad un pericolo certo per evitarne un dubbioso. Nel tempo medesimo un terror panico invase le truppe di terra che marciavano ad assalire i trinceamenti di Pera, onde i Genovesi stupirono e vergognarono quasi di una doppia vittoria che sì poco ad essi era costata: le loro navi, coronate di fiori, provvidero di marinai le galee abbandonate dai Greci, conducendole per più riprese in trionfo dinanzi alle mura dell'imperiale palagio. Sola virtù di cui potesse in tale istante pompeggiar Cantacuzeno era la rassegnazione, sol conforto la speranza di vendicarsi. Ciò nulla meno lo sfinimento cui trovavansi ridotte entrambe le parti, le obbligò ad un momentaneo accomodamento, e l'Imperatore cercò palliare l'obbrobrio dell'Impero sotto alcune lievi apparenze di dignità e di possanza. Convocati i Capi della Colonia, mostrò non curare come degno di sprezzo l'argomento della contesa, e fatti alcuni blandi rimproveri ai Genovesi, concedè loro generosamente le terre che già aveano occupate, e che per formalità solamente volle, o parve volere venissero consegnate dai suoi ufiziali[315].

A. D. 1352

Non andò guari che l'Imperatore venne sollecitato a rompere l'accordo e a collegar le sue armi con quelle de' Veneziani, perpetui nemici de' Genovesi e delle loro colonie. Mentre egli stava così titubando tra la pace e la guerra, gli abitanti di Pera, ne riacceser lo sdegno col lanciare da lor baloardi un masso, che nel mezzo di Costantinopoli venne a cadere. Mossene doglianze dall'Imperatore, si scusarono senza scompigliarsi col rinversarne la colpa sopra un dei loro ingegneri. Ma alla domane ricominciarono questa prova, manifestandosi ben contenti di avere imparato che Costantinopoli non era fuor di gittata per la loro artiglieria. Allora Cantacuzeno sottoscrisse il Trattato propostogli dai Veneziani; ma la potenza dell'Impero romano poco aggiunse, o levò nella querela di queste due ricche e potenti repubbliche[316]. Dallo stretto di Gibilterra sino alle foci del Tanai, le loro flotte si combattettero per più riprese senza conseguenze decisive per nessuna delle due parti, finchè venisse il momento della memoranda battaglia datasi nell'angusto braccio di mare che bagna le mura di Costantinopoli. Non sarebbe sì agevol cosa il conciliare insieme i racconti de' Greci, de' Veneziani e de' Genovesi.[317] Tenendomi sulle tracce d'uno Storico imparziale[318], desumerò da ciascuna di queste nazioni i fatti che i loro scrittori narrano, o a svantaggio della lor parte, o ad onore della parte avversaria. I Veneziani, fiancheggiati dai Catalani loro collegati, aveano il vantaggio del numero, perchè la loro flotta, compresovi il debole soccorso di otto galee di Bisanzo, andava composta di settantacinque vele, mentre i Genovesi non ne contavano più di sessantaquattro. Ma i vascelli da guerra di questi oltrapassavano, in quel secolo, di forza e grandezza le navi di tutte le altre Potenze marittime. Comandava la flotta de' primi il Pisani, quella de' secondi il Doria, uomini, le famiglie e i nomi de' quali tengono onorevole sede ne' fasti della lor patria; ma l'ingegno e la fama del Doria oscuravano i meriti del suo rivale. Incominciò la pugna nel momento di una tempesta, e durò tumultuosamente dall'aurora sino alla notte. I nemici de' Genovesi dan lode al valore di questi; ma la condotta de' Veneziani nè manco ottenne l'approvazione de' loro amici; entrambe le parti furono unanimi negli encomj tributati alla maestria e al valore de' Catalani, che coperti di ferite sostennero il maggior impeto della zuffa. Al separarsi delle due flotte potea dubitarsi, qual fosse la vincitrice. Benchè se i Genovesi perdettero tredici galee, prese o mandate a fondo, per parte loro ne distrussero ventisei, due de' Greci, dieci de' Catalani, e quattordici de' Veneziani. Il mal umore dei vincitori, diè a divedere uomini avvezzi a contare sopra vittorie più luminose: ma il Pisani venne a confessare la propria sconfitta col riparare ad un porto affortificato, d'onde, col pretesto di obbedire agli ordini della sua repubblica, veleggiò cogli avanzi di una flotta fuggitiva e posta in disordine, all'isola di Candia, lasciando il mare libero ai suoi nemici. Il Petrarca[319] in una lettera pubblicamente indiritta al Doge e al Senato, adopera la sua eloquenza a riconciliare le due Potenze marittime, da lui chiamate fiaccole dell'Italia. Celebra il valore e la vittoria de' Genovesi, ch'ei riguarda siccome i più abili marinai dell'Universo, deplorando la sventura de' Veneziani lor confratelli, li stimola ad inseguire col ferro e col fuoco i vili e perfidi Greci, e far monda la capitale dell'Oriente dall'eresia di cui la aveano infestata. Lasciati in abbandono dai loro confederati, aveano anche perduta ogni speranza di poter resistere i Greci, onde tre mesi dopo questa battaglia navale, l'Imperatore Cantacuzeno sollecitò, e pervenne a sottoscrivere un Trattato coi Genovesi, i cui patti erano un perpetuo bando de' Catalani e de' Veneziani, e il concedimento ai primi di tutti i diritti del commercio e poco meno che della sovranità. L'Impero romano (chi può non sorridere nel chiamarlo ancora con questo nome?) sarebbe divenuto ben presto una pertenenza di Genova, se alla ambizione di questa repubblica non avessero tarpate l'ali la perdita della libertà e la distruzione della sua flotta. Una lunga contesa di cento trent'anni, fu conchiusa dal trionfo della Repubblica di Venezia: e le fazioni intestine che dilaceravano i Genovesi, li costrinsero a cercar la pace domestica sotto il dominio di un padrone straniero, fosse il Duca di Milano, o il Re di Francia. Nondimeno, sbandita l'idea delle conquiste, i Genovesi serbarono l'antico genio al commercio: la colonia di Pera continuò a signoreggiare la Capitale e la navigazione del mar Nero, fino all'istante che la conquista de' Turchi nel disastro di Bisanzo l'avvolse.