CAPITOLO LXIV.
Conquiste di Gengis-kan e de' Mongulli dalla Cina sino alla Polonia. Pericolo in cui si trovano i Greci a Costantinopoli. Origine de' Turchi Ottomani in Bitinia. Regni e vittorie, di Otmano, Orcano, Amurat I, e Baiazetto I. Fondazione e progressi della monarchia de' Turchi, in Asia e in Europa. Situazione critica di Costantinopoli e del greco Impero.
Dai minuti litigi di una Capitale co' suoi sobborghi, dalle fazioni e dalla viltà de' tralignati Greci, passo a narrare le vittorie luminose de' Turchi, di quel popolo, la cui schiavitù civile nobilitavano disciplina militare, religioso entusiasmo e forza d'indole nazionale. L'origine e i progressi degli Ottomani, oggidì padroni di Costantinopoli, sono un argomento collegato colle più rilevanti scene della storia moderna; ma a ben comprenderlo fa mestieri innanzi tutto il conoscere la grande invasione e le rapide conquiste de' Mongulli e de' Tartari; genere di avvenimenti che può stare a petto di quelle prime convulsioni della natura che scossero e cambiarono la superficie del Globo; e poichè mi son fatto lecito di dar luogo in questa mia opera a tutte quelle particolarità, che, comunque ad altre nazioni spettassero, o più o meno immediatamente contribuirono alla caduta dell'Impero romano, io non poteva risolvermi a passar sotto silenzio que' fatti che per la non volgare loro grandezza, chiamano l'attenzione del filosofo anche sulla storia delle distruzioni e delle stragi[320].
A. D. 1206-1227
Tutte queste migrazioni, uscivano a mano a mano dalle vaste montagne situate fra la Cina, la Siberia e il mar Caspio. Que' paesi ove anticamente dimorarono gli Unni ed i Turchi, erano abitati nel duodecimo secolo da quelle orde o tribù di pastori, che discendendo dalla medesima origine, serbavano gli stessi costumi de' loro proavi; e le riunì e le condusse a vittoria il formidabile Gengis-kan. Questo Barbaro, conosciuto da prima col nome di Temugino, innalzatosi sulla rovina de' suoi eguali all'apice della grandezza, derivava da nobil prosapia: ma sol nell'ebbrezza de' trionfi, o egli, o i suoi popoli immaginarono di attribuire l'origine della sua famiglia ad una vergine immacolata, della quale ei sarebbe stato, di padre in figlio, il settimo discendente. Il padre di questo conquistatore avea regnato sopra tredici orde che formavano in circa trenta, o quarantamila famiglie: due terzi e più delle quali, ricusarono prestare obbedienza e tributo a Temugino, ancora fanciullo. Compiva questi il tredicesimo anno, quando si vide costretto a battaglia co' suoi sudditi ribelli, ed essendone stati infelici gli eventi, il futuro conquistatore dell'Asia dovette cedere alla necessità e darsi alla fuga. Ma mostratosi indi maggiore della fortuna, Temugino, giunto all'età di quarant'anni, facea rispettare il suo nome e la sua possanza a tutte le confinanti tribù. Nello stato nascente delle società, ove grossolana è la politica, generale il valore, uom non può fondare la sua prevalenza che sul potere e sulla volontà di gastigare i nemici, di premiare i partigiani. Allorchè Temugino la sua prima lega militare conchiuse, le cerimonie di questa si ridussero al sagrificio di un cavallo, e all'atto di attingere in comunione all'acqua di un ruscello. In quel momento il Capo promise ai compagni di star con essi a parte delle sciagure, come de' favori della fortuna, lor distribuendo in prova di ciò le sue suppellettili e i suoi cavalli, nè altra ricchezza serbandosi che la gratitudine e le speranze de' collegati. Dopo la prima vittoria ch'ei riportò, vennero per ordine del medesimo collocate sopra una fornace settanta caldaie, ed immersi nell'acqua bollente settanta ribelli riconosciuti per maggiormente colpevoli. Continuando di sì fatto tenore, la sua preponderanza aumentò sterminando chi resisteva, ricevendo gli omaggi di chi avea la prudenza di sottomettersi. Anco i più ardimentosi tremarono contemplando incastrato in argento il cranio del Kan de' Keraiti[321], che sotto nome di Pretejanni, avea mantenuta una corrispondenza col Pontefice e co' Principi dell'Europa. Però l'ambizioso Temugino il potere della superstizione non pose in non cale; laonde da un profeta di quelle selvagge orde, che sopra un cavallo bianco saliva in cielo, ricevè il titolo di Gengis[322] (il più grande), e il diritto venutogli da Dio di conquistare e governar l'Universo. In una curultai, o Dieta generale, si assise sopra uno strato di feltro che venne per lungo tempo venerato siccome reliquia; e da quel posto, solennemente acclamato gran Kan o Imperatore de' Mongulli[323] e de' Tartari[324]. Di questi nomi divenuti rivali, benchè da una stessa origine derivanti, il primo si è perpetuato nell'imperiale dinastia, il secondo, o per errore, o a caso, è divenuto comune a tutti gli abitanti dei deserti del Settentrione. Il codice di leggi dettato da Gengis ai suoi sudditi, proteggea la pace domestica, e incoraggiava la guerra cogli stranieri. L'adulterio, l'assassinio, lo spergiuro, il furto di un cavallo, o di un bue, venivano puniti di morte, onde, comunque ferocissimi quegli uomini, fra di loro si comportavano con moderazione ed equità. L'elezione del Gran Kan fu serbata per l'avvenire ai Principi di sua famiglia, e ai Capi delle tribù. In questo codice si trovavano regolamenti per la caccia, fonti di diletti e di esistenza ad un campo di Tartari. Una nazione vincitrice avrebbe avuto per obbrobrio il sommettersi a servili lavori, de' quali incaricati erano gli schiavi e gli stranieri; ed ogni lavoro, eccetto la professione dell'armi, a quelle genti pareva servile. Quanto alla disciplina e agli studj militari, vedeasi che l'esperienza di un provetto comandante ne avea instituite le regole. Armati d'archi, di scimitarre, e di mazze di ferro quelle milizie, venivano divise in corpi di cento, di mille, di diecimila. Ciascun ufiziale o soldato facea garante la propria vita della sicurezza, o dell'onore de' suoi compagni, e sembra suggerita dal genio della vittoria la legge che proibisce il far pace col nemico, o non vinto, o non ridotto all'atto di supplichevole. Ma soprattutto è meritevole de' nostri elogi e della nostra ammirazione la religione di Gengis. Intanto che gli inquisitori della Fede cristiana sostenevano colla ferocia l'assurdità, un Barbaro, prevenendo le lezioni della filosofia, poneva colle sue leggi le basi di un puro deismo e di una perfetta tolleranza[325]. Per Gengis ora primo e solo articolo di fede l'esistenza di un Dio, autor d'ogni bene, la cui presenza tiene tutto lo spazio della terra e de' cieli che la sua possanza ha creati. I Tartari e i Mongulli adoravano gl'idoli particolari di lor tribù; e missionarj stranieri aveano convertito un grande numero di questi alla legge di Cristo, o di Mosè, o di Maometto. Ma concedendosi a ciascuno di darsi liberamente e senza disputare, alle pratiche della propria religione entro il ricinto del medesimo campo, il Bonzo, l'Imano, il Rabbino, il Prete o nestoriano, o cattolico, godeano del pari l'onorevole immunità dal prestar servigio militare e dal pagare tributo. Laonde, se nella moschea di Boccara, l'impetuoso conquistatore, permise che i suoi cavalli calpestassero il Corano in tempo di pace, il saggio legislatore rispettò i Profeti e i Pontefici di tutte le Sette. La ragione di Gengis nulla doveva ai libri, perchè questo Kan non sapea nè leggere, nè scrivere; ed eccetto la tribù degl'Iguri, pressochè tutti i Mongulli o Tartari, pareggiavano in ignoranza il loro Sovrano; talchè la ricordanza delle loro geste si è conservata sol per via di tradizioni state raccolte e scritte sessant'otto anni dopo la morte di Gengis[326]. Alla insufficienza di questi annali possono supplire quelli de' Cinesi[327], de' Persiani[328], degli Armeni[329], dei Siriaci[330], degli Arabi[331], de' Greci[332], de' Russi[333], de' Polacchi[334], degli Ungaresi[335], e dei Latini[336]; ognuna delle quali nazioni è degna di fede allorchè racconta o sofferti svantaggi, o sconfitte[337].
A. D. 1210-1214
Le armi di Gengis e de' suoi capitani sottomisero a mano a mano tutte le orde del deserto, che stavano accampate tra il muraglione della Cina ed il Volga. L'Imperatore Mongul, divenuto Monarca del Mondo pastorale, comandava a più milioni di guerrieri pastori, superbi della loro lega, e impazienti di sperimentare le loro forze contro i ricchi e pacifici abitatori del Mezzogiorno. Già stati tributarj degli Imperatori cinesi, gli antenati di Temugino, egli stesso umiliato erasi a ricevere da essi un titolo d'onore e di servitù. Qual si fu la sorpresa della Corte di Pechino in veggendo venire a sè un'ambasceria dell'antico vassallo, che in tuono di Re pretendea imporle un tributo di sussidj e di obbedienza da lui prestato poc'anzi, e ostentare disprezzo verso il Monarca figlio del Cielo? I Cinesi sotto il velo di una orgogliosa risposta palliarono i proprj timori; timori avverati ben tosto dall'impeto di un grande esercito che ruppe per ogni banda la fragile sbarra del lor muraglione, Novanta delle loro città o per fame, o vinte in assalto si arrendettero ai Mongulli. Le dieci ultime di queste persistendo a difendersi con buon successo, Gengis che conoscea la pietà filiale de' Cinesi, mise al suo antiguardo i lor Maggiori presi in battaglia; indegno abuso della virtù de' nemici, che a poco a poco non rispose più al fine cui era inteso. Centomila Kitani posti alla custodia de' confini ribellarono unendosi ai Tartari. Nondimeno, il vincitore acconsentì di venire a patti, e furono prezzo della sua ritirata una Principessa cinese, tremila cavalli, cinquecento giovinetti, altrettante vergini, e un tributo d'oro e di drappi di seta. In una seconda spedizione, Gengis costrinse l'Imperatore della Cina a trasportarsi oltre al fiume Giallo in una delle sue residenze imperiali che più avvicinavansi ad ostro; ma lungo e difficile fu l'assedio di Pechino[338], perchè gli abitanti, benchè costretti dalla fame, consentirono piuttosto a decimarsi fra loro per divenirsi scambievol pastura, e giunti a non avere più sassi, lanciavano verghe d'oro e d'argento sull'inimico. Ma i Mongulli fecero saltare in mezzo della città una mina che pose in fiamme l'Imperiale palagio, incendio che per trenta giorni durò. Oltre alla distruzione che i Tartari portarono in quello sfortunato paese, le interne fazioni lo dilaceravano; laonde con minore difficoltà Gengis aggiunse al suo dominio cinque province settentrionali di quel reame.
A. D. 1218-1224
Verso ponente, i possedimenti di Gengis pervenivano ai confini degli Stati di Carizme, che si estendevano dal golfo Persico fino ai limiti dell'India e del Turkestan, e governavali il Sultano Mohammed, il quale ambizioso d'imitare Alessandro il Grande, avea dimenticato che i suoi Maggiori fossero stati sudditi, e dovessero gratitudine ai Selgiucidi. Gengis deliberato di mantenersi in lega di commercio e d'amistà col più poderoso fra i Principi musulmani, non diè ascolto alle segrete sollecitazioni del Califfo di Bagdad; che voleva sagrificare alla sua vendetta personale la religione e lo Stato; ma un atto di violenza e d'inumanità commesso da Mohammed, trasse con giustizia l'armi de' Tartari nell'Asia Meridionale. Costui fece arrestare e trucidare ad Otrar una carovana composta di tre ambasciatori e di cencinquanta mercatanti. Ciò nullameno, sol dopo avere chiesta soddisfazione e vedersela ricusata, sol dopo orato, e digiunato tre giorni sopra d'una montagna, l'Imperator de' Mongulli si appellò al giudizio di Dio e della sua spada. «Le nostre battaglie d'Europa, dice uno scrittore filosofo[339], non sono che deboli scaramucce, se poniam mente agli eserciti che combattettero e perirono nelle pianure dell'Asia». Settecentomila Mongulli, o Tartari mossi, dicesi, sotto il comando di Gengis e de' quattro suoi figli, incontrarono nelle vaste pianure poste a tramontana del Shion o dell'Jaxarte, il Sultano Mohammed a capo di quattrocentomila guerrieri; e nella prima battaglia, che durò fino a notte, censessantamila Carizmj rimasero morti sul campo. Mohammed, sorpreso dal numero e dal valore de' suoi nemici, fe' sonare a ritratta, distribuendo le sue truppe nelle città di frontiera, perchè persuadeasi che cotesti Barbari, invincibili sul campo di battaglia, non la durerebbero contro la lunghezza e la difficoltà de' tanti assedj regolari che per ridurlo era mestieri intraprendere; ma Gengis avea saggiamente instituito un corpo di meccanici e di ingegneri cinesi, instrutti forse del segreto della polvere, e capaci, sotto un tal condottiero, di assalire estranei paesi con quel vigore che nel difendere la loro patria non dimostrarono, e di ottenere miglior successo. Gli Storici persiani narrano gli assedj e le rese di Otrar, Cogenda, Boccara, Samarcanda, Carizme, Herat, Meroù, Nisabour, Balc, e Candahar, la conquista delle ricche e popolose contrade della Transossiana, di Carizme, e del Korazan. Ma poichè le devastazioni operate da Gengis e dai Mongulli vennero da noi descritte nel volere offrire un'idea de' tremendi effetti che dovettero conseguire dalle invasioni degli Unni e di Attila, mi limiterò in questo luogo ad osservare che dal mar Caspio insino all'Indo, i conquistatori trasformarono in deserto uno spazio di oltre a più centinaia di miglia, cui l'opera umana avea coltivato e adorno di numerose abitazioni; nè il volgere di cinque secoli successivi ha bastato a riparare quel guasto che durò quattro anni. L'Imperatore tartaro incoraggiava, o tollerava il furore dei suoi soldati, che sitibondi di strage e saccheggio, e pensando all'istante, dimenticavano ogni idea di futuro godimento; e fatti più feroci dalla natura di quella guerra che i pretesti di una giusta vendetta sancivano. La caduta e la morte del sultano Mohammed, che abbandonato da tutti e non compianto da alcuno, in una deserta isola del Caspio finì sua vita, sono una debole espiazione a fronte delle calamità di cui fu l'origine. Il figlio di lui, Gelaleddino, più d'una volta arrestò i Tartari in mezzo al corso della vittoria, ma il valore di un solo eroe per salvar l'impero de' Carizmj era poco. Oppresso dal numero nel ritirarsi verso le rive dell'Indo, Gelaleddino, spinse entro l'onde il cavallo, e intrepido attraversando il più rapido ed ampio fiume dell'Asia, costrinse il suo vincitore ad ammirarlo. Dopo una tale vittoria, l'Imperator tartaro, cedendo a stento alle importunità de' suoi soldati fatti ricchi e stanchi di battersi, consentì ricondurli nella nativa contrada. Onusto delle spoglie dell'Asia, tornò lentamente addietro, dando a divedere qualche lampo di compassione sulla sventura de' vinti, e mostrandosi deliberato a rifabbricare le città per la sua invasione distrutte. Raggiunsero il suo esercito i due Generali, che con trentamila uomini di cavalleria avea spediti oltre i fiumi Osso e Jassarte per ridurre le province australi della Persia. Così dopo avere atterrato tutto quanto gli si opponea nel cammino, superate le gole di Derbend, attraversato il Volga e il Deserto, compiuto l'intero giro del mar Caspio, questo esercito tornava trionfante da una spedizione di cui l'antichità non offre esempj, e che niuno più mai a rinnovellare si accinse. Gengis segnalò il suo ritorno debellando quanti ribelli, o popoli independenti erano rimasti fra i Tartari; indi, carico d'anni e di gloria, morì esortando i suoi figli a conquistare per intero la Cina.
A. D. 1227