Lo Harem di Gengis contenea cinquecento donne o concubine, e nella numerosa sua posterità avea scelti quattro de' suoi figli, chiari per merito come lo erano per natali, affinchè sotto i comandi del padre sostenessero i primarj impieghi militari e civili dello Stato. Tusi era il Gran Cacciatore, Zagatai[340] il Giudice, Octai il Ministro, Tuli il Generale. I loro nomi e le geste si fanno scorgere di frequente nella storia delle conquiste di Gengis. Costantemente collegati e dal proprio e dal pubblico interesse, tre di questi fratelli si contentarono unanimemente per sè e per le loro famiglie, di un retaggio di regni dipendenti dal Capo supremo dello Stato. Octai venne acclamato Gran-Kan, o Imperatore de' Mongulli, o dei Tartari. Gli succedè Gayuk, per la cui morte lo scettro dell'Impero passò nelle mani de' cugini di lui, Mangoù e Cublay, figli di Tuli e pronipoti di Gengis. Ne' sessant'anni che seguirono la morte di questo conquistatore, i quattro primi Principi che gli succedettero, sottomisero quasi tutta l'Asia e una gran parte dell'Europa. Senza farmi ligio all'ordine de' tempi, o estendermi sulla descrizione degli avvenimenti, offrirò, come in un quadro generale, il progresso delle loro armi, primo ad oriente, secondo ad ostro, terzo a ponente ad e settentrione.

A. D. 1234

I. Prima dell'invasione di Gengis, la Cina dividevasi in due Imperi o dinastie, una del Nort, l'altra del Mezzogiorno[341], e la conformità delle leggi, del linguaggio e de' costumi temperava gli inconvenienti che venivano dalla differenza di origine e d'interessi. La conquista dell'impero settentrionale, già smembrato da Gengis, fu, sette anni dopo la morte del medesimo, affatto compiuta. Costretto ad abbandonare Pechino, l'Imperatore avea posta la sua residenza a Laifiong; città il cui recinto formava una circonferenza di molte leghe, e che, volendo credere agli Annali cinesi, contenea un milione e quattrocentomila famiglie, tra antichi abitanti e fuggitivi che vi ripararono. Ma fu mestieri a questo Sovrano il darsi nuovamente alla fuga; onde seguito da sette cavalieri si rifuggì ad una terza capitale, ove in veggendo perduta ogni speranza di salvare la vita, salì sopra un rogo, attestando la propria innocenza, imprecando il destino che lo perseguiva, e dando ordine che appena si fosse trafitto, venisse incenerita la pira. La dinastia dei Song, antichi Sovrani nativi di tutto l'Impero, sopravvisse circa quarantacinque anni alla caduta degli usurpatori del Nort, nè l'assoluta conquista della Cina accadde che sotto il regno di Cublai. In questo intervallo, i Tartari, oltrechè ebbero divagamenti di estranie guerre, non sì facilmente vinsero la resistenza dei Cinesi, i quali, se nella pianura non osavano far fronte ai lor vincitori, trincerati ne' monti, li costrinsero ad una innumerabile sequela d'assalti, e porsero milioni di vittime ai loro ferri. Così per gli assalti, come per le difese adoperavansi a vicenda le macchine da guerra degli antichi, e il fuoco greco; e a quanto sembra non era peregrino a queste genti l'uso della polvere, delle bombe, e de' cannoni[342]. Regolati venivan gli assedj dai Maomettani e dai Franchi che Cublai colle sue larghezze allettava a prender servigio sotto di lui. Dopo avere valicato il gran fiume, le truppe e l'artiglieria furono per lunghi e diversi canali trasportate fino alla residenza reale di Hamchen, o Quisnay, paese famoso pei suoi lavori di seta, e per essere sotto il clima più delizioso di tutta la Cina. L'Imperatore, principe giovine e pauroso, si arrendè senza oppor resistenza, e prima di trasferirsi al luogo del suo esilio, in fondo della Tartaria, toccò nove volte il suolo col fronte, fosse per implorare la clemenza del Gran Kan, o per rendergli grazie. Ciò nullameno la guerra (A. D. 1279), che d'allora in poi prese il nome di ribellione, durava nelle province meridionali di Quisnay fino a Canton, e coloro che più coraggiosamente si ostinarono nel difendere la libertà della patria, scacciati da ogni punto del territorio, si rifuggirono entro le navi; ma poichè i Song si videro avvolti e ridotti all'ultime estremità da una flotta di gran lunga superiore, il più prode di quei campioni, tenendosi fra le braccia l'Imperatore ancora fanciullo, esclamò: «è maggior gloria per un Monarca il morir libero, che il vivere schiavo,» e così gridando, si precipitò col regale infante nel mare. Imitato un simile esempio da centomila Cinesi, tutto l'Impero da Tunkin sino al gran muro, riconobbe Cublai per Sovrano. Non mai sazia l'ambizione di questo Principe, egli meditò allora la conquista del Giappone; ma distrutta per due volte la sua flotta dalla tempesta, tale spedizione malaugurosa costò inutilmente la vita a centomila Mongulli o Cinesi: nondimeno colla forza e col terrore delle sue armi ridusse a varj gradi di soggezione e tributo i vicini reami della Corea, del Tonkin, della Cocincina, di Pegù, del Bengala, e del Tibet. Trascorrendo poscia con una flotta di mille vele l'Oceano indiano, una navigazione di sessant'otto giorni il condusse, siccome sembra, all'isola di Borneo, situata sotto a Linea equinoziale; d'onde, benchè non tornasse privo di gloria e di prede, non potè consolarsi di aver lasciato fuggire il selvaggio Sovrano di quella contrada.

A. D. 1258

II. Più tardi, e condotti dai Principi della Casa di Timur, i Tartari conquistarono l'Indostan; ma Holagoù-Kan, pronipote di Gengis, fratello e luogotenente de' due Imperatori Mangoù e Cublai, terminò la conquista dell'Iran o della Persia. Senza imprendere una enumerazione monotona de' tanti Sultani, Emiri, o Atabecchi che questo Principe soggiogò, farò unicamente cenno della sconfitta e della distruzione degli Assassini, o Ismaeliti[343] della Persia, perchè tale impresa può riguardarsi, come un servigio prestato all'umanità. Il regno di questi odiosi settarj da oltre cento sessant'anni impunemente durava nelle montagne poste ad ostro del mar Caspio, e il loro Principe, o imano inviava un governatore alla colonia del monte Libano, tanto formidabile e famosa nella Storia delle Crociate[344]. Al fanatismo del Corano gl'Ismaeliti aggiugnevano le opinioni indiane sulla trasmigrazione dell'anime e le visioni de' loro profeti. Primo dovere per essi era il consagrare ciecamente l'anima e il corpo agli ordini dei Vicario di Dio. I pugnali de' missionarj di questa setta si fecero sentire nell'Oriente e nell'Occidente; onde i Cristiani e i Musulmani contano un grande numero d'illustri vittime immolate allo zelo, alla avarizia, o all'astio del Vecchio della Montagna, che così in linguaggio corrotto venne nomato. La spada di Holagoù infranse i costui pugnali, sole armi nelle quali valesse, nè di questi nemici dell'uman genere rimane oggidì altro vestigio che la denominazione Assassino, volta a significato parimente odiosissimo dalle lingue europee. Il leggitore che ha considerati successivamente l'ingrandirsi e il declinare della Casa degli Abbassidi, non la vedrà con occhio d'indifferenza perire. Dopo la caduta dei discendenti dell'usurpatore Selgiuk, i Califfi aveano ricuperati i loro Stati ereditarj di Bagdad e dell'Yrak dell'Arabia, ma data in preda a fazioni teologiche la città, il Comandante de' Credenti vivea oscuramente entro il suo Harem, composto di settecento concubine. Questi all'avvicinar de' Mongulli, oppose loro deboli eserciti e ambasciatori superbi. «Per volere di Dio, dicea il Califfo Mostasem, i figli di Abbas comandano sulla terra. Ei li sostiene sul trono, e i loro nemici in questo Mondo e nell'altro verran castigati. E chi è dunque cotesto Holagoù che ardisce sollevarsi contro di noi? Se egli vuole la pace, sgombri immantinente il territorio sacro de' prediletti del Signore, e otterrà forse dalla nostra clemenza il perdono delle sue colpe». Un perfido Visir mantenea in così cieca presunzione il Califfo assicurandolo, che, quand'anche i Barbari fossero penetrati nella città, le donne e i fanciulli avrebbero bastato per opprimerli dall'alto dei terrazzi di Bagdad. Ma appena Holagoù ebbe avvicinata la mano al fantasma, questo in fumo si dissipò; dopo due mesi d'assedio, presa d'assalto, e saccheggiata dai Mongulli la città di Bagdad, il feroce lor comandante pronunziò la sentenza del Califfo Mostasem, ultimo successore temporale di Maometto, e la cui famiglia discesa da Abbas, avea tenuti per più di cinque secoli i troni dell'Asia. Comunque vaste fossero le mire del conquistatore, il deserto dell'Arabia protesse contro la sua ambizione le città sante della Mecca e di Medina[345]. Ma i Mongulli spargendosi al di là del Tigri e dell'Eufrate, saccheggiarono Aleppo e Damasco, e minacciarono unirsi ai Franchi per liberare Gerusalemme. L'ultima ora dell'Egitto sarebbe sonata, se questa contrada non avesse avuti migliori difensori degl'inviliti suoi figli; ma i Mammalucchi che respirata aveano, durante la giovinezza, l'aria vivifica della Scizia, pareggiavano i Mongulli in valore, in disciplina li superavano; assalito per più riprese in regolare battaglia il nemico (A. D. 1242-1272), volsero il corso di questo impetuoso torrente al levante dell'Eufrate e sui regni dall'Armenia e della Natolia, che all'impeto di questa invasione non avean riparo da opporre. Il primo dei due regni ai Cristiani, ai Turchi perteneva il secondo. Ben qualche tempo resistettero i Sultani d'Iconium; ma finalmente un d'essi, Azzadino, si vide costretto a cercar ricovero fra i Greci di Bisanzo, e i suoi deboli successori, ultimi Selgiucidi, dai Kan di Persia furono sterminati.

A. D. 1235-1245

III. Soggiogato appena l'Impero settentrionale della Cina, Octai risolvè portar le sue armi fin nelle contrade più remote dell'Occidente. Un milione e mezzo di Mongulli, o di Tartari avendo portati i lor nomi per essere ascritti ne' registri militari, il Gran Kan, scelse una terza parte di questa moltitudine, e ne affidò il comando al nipote Batù, figlio di Tuli, che regnava sulle paterne conquiste al nort del mar Caspio. Dopo le feste di allegrezza che durarono quaranta giorni, partì per questa clamorosa spedizione, e tal si furono l'ardore e la sollecitudine delle sue innumerabili soldatesche, che in men di sei anni, novanta Gradi di longitudine, ossia un quarto della circonferenza terrestre, per esse vennero trascorse. Attraversarono i grandi fiumi dell'Asia e dell'Europa, il Volga e il Kama, il Don e il Boristene, la Vistola e il Danubio, ora a nuoto da starsi a cavallo, or sul diaccio, durante il verno, ora entro battelli di cuoio, che seguivano sempre l'esercito, servendo al trasporto dell'artiglieria e delle bagaglie. Le prime vittorie di Batù annichilarono ogni avanzo di libertà patria, nelle immense pianure del Kipsak[346] e del Turkestan. In questa rapida corsa, passò per mezzo ai regni conosciuti oggidì sotto i nomi di Kasan, e di Astrakan, intanto che le truppe da lui mosse verso il monte Caucaso penetrarono nel cuore della Circassia e della Georgia. La discordia civile de' gran Duchi o Principi della Russia, abbandonò il loro paese in preda ai Tartari che coprirono il territorio russo dalla Livonia infino al mar Nero. Chiovia e Mosca, le due capitali antica e moderna, furono incenerite; calamità passeggera, e probabilmente men funesta ai Russi della profonda e forse indelebile traccia che una schiavitù di due secoli sul loro carattere ha impressa. I Tartari con egual furore devastavano e i paesi che divisavano conservare, e i paesi d'onde erano frettolosi d'uscire. Dalla Russia, ove aveano posta dimora, fecero una scorreria passeggiera, ma non meno struggitrice, sino ai confini dell'Alemagna; e le città di Lublino e di Cracovia disparvero. Avvicinatisi alle coste del Baltico, sconfissero nella battaglia di Lignitz i Duchi di Slesia, i Palatini polacchi e il Gran Mastro dell'Ordine teutonico, empiendo nove sacca delle orecchie destre di coloro che avevano uccisi. Da Lignitz, temine occidentale della loro corsa, si volsero all'Ungheria, in numero di cinquecentomila, incoraggiati dalla presenza del proprio Sovrano e condottiero Batù, e, a quanto diedero a divedere, animati dal suo medesimo spirito. Scompartitisi in varj corpi di truppa, superarono i monti Carpazj, e dubitavasi tuttavia sulla possibilità del loro arrivo, quando sui popoli perplessi i primi atti del lor furore operarono. Il Re Bela IV adunò affrettatamente le forze militari delle sue contee e de' suoi vescovadi, ma egli avea già venduta la sua nazione col dar ricetto ad una banda errante di Comani, composta di quarantamila famiglie. Un sospetto di tradimento e l'uccisione del loro Capo avendo eccitati questi selvaggi ospiti alla sommossa, tutta la parte di Ungheria, posta a settentrione del Danubio, fu perduta in un giorno, spopolata nel volgere di una state, e le rovine de' tempj e delle città vidersi seminate d'ossa di cittadini che espiarono le colpe de' Turchi loro antenati. Le calamità di que' tempi ci vengono descritte da un Ecclesiastico ungarese, che spettatore del saccheggio di Varadino, ebbe la ventura di sottrarsi alla morte, e ne danno a divedere come le stragi operate dal furore de' Barbari in mezzo agli assedj e alle battaglie, fossero anche meno atroci del destino che la perfidia serbò ai fuggitivi. Lusingati prima questi meschini con promesse di perdono e di pace ad uscire delle foreste, i Tartari aspettarono che avessero terminati i lavori della mess e della vendemmia, poi tutti, a sangue freddo, li trucidarono. Nel vegnente verno i Mongulli, valicato sul diaccio il Danubio, s'innoltrarono verso Gran o Strigonium, colonia germanica e Capitale del regno, e contro le mura della medesima addirizzarono trenta macchine, colmando le fosse di sacchi di terra e cadaveri; indi quando fu presa, dopo una strage alla cieca, il truce Kan ordinò alla sua presenza la morte di trecento nobili matrone. Fra le diverse città e Fortezze dell'Ungheria, tre sole ne rimasero dopo l'invasione, e il misero Bela corse a nascondersi nelle Isole dell'Adriatico.

Un subitaneo terrore tutto il latino Mondo comprese fin dall'istante che un Russo fuggitivo arrecò tra gli Svedesi le prime notizie di questo flagello; le nazioni del Baltico e dell'Oceano tremarono all'avvicinare de' Tartari[347], che il timore e l'ignoranza dipigneano siccome enti di una natura diversa dagli uomini. Dopo la invasione degli Arabi accaduta nell'ottavo secolo, l'Europa non era mai stata esposta a pericolo di più grave calamità; e se i discepoli di Maometto opprimeano le coscienze e la libertà, qui v'era luogo a temersi che i truci pastori della Scizia annichilassero città, arti e tutte le istituzioni della civile società. Il Pontefice romano tentò una prova per ammansare e convertire questi indomabili Pagani, inviando loro alcuni frati dell'Ordine di S. Domenico e di S. Francesco. Ma a questi rispose il Gran Kan, che i figli di Dio e di Gengis erano muniti di potestà divina per sottomettere e sterminar le nazioni, e che nè anco il Papa sarebbe stato eccettuato dalla distruzion generale, a meno di portarsi in persona ad implorar supplichevole la clemenza dell'Orda Reale. Più coraggiose vie di salvezza immaginò l'Imperator Federico, che scrivendo ai Principi di Alemagna, al Re di Francia e di Inghilterra, e dipingendo con forti colori il comune pericolo, li sollecitò a mettere in armi tutti i lor vassalli per correre ad una giusta e ragionevol crociata[348]. Il valore e la rinomanza de' Franchi posero in riguardo gli stessi Tartari; laonde intanto che cinquanta soli uomini a cavallo e venti balestrieri difendeano con buon successo il castello di Newstadt, nell'Austria, coloro, al solo avviso di un esercito alemanno che avvicinava, tolser l'assedio. Contento di avere devastati i vicini regni di Servia, di Bosnia e di Bulgaria, Batù si ritirò lentamente dal Danubio al Volga, per vedere i frutti delle sue vittorie nella città, ossia nel palagio di Serai, che ad un suo comando sorse dal mezzo del deserto.

A. D. 1242

IV. Le stesse regioni più povere e più addiacciate del Settentrione non vennero risparmiate dall'armi de' Mongulli; e Seibani-Kan, fratello del gran Batù, avendo condotta un'orda di quindicimila famiglie ne' deserti della Siberia, i discendenti del medesimo regnarono a Tobolsk per più di tre secoli, e sino al momento della conquista de' Russi. Seguendo il corso dell'Obi e dello Genisei, lo spirito loro intraprendente debbe averli condotti alla scoperta del mar Glaciale; e se dagli antichi monumenti che ci sono rimasti vengano tolte le mostruose favole d'uomini colle teste di cane e co' piè biforcuti, troveremo, che quindici anni dopo la morte di Gengis, i Mongulli conosceano il nome e le costumanze dei Samoiedi, abitanti quasi sotto il Cerchio polare, entro casupole sotterranee, non usi ad altra fatica fuor della caccia, che somministra ai medesimi e il nudrimento e le pellicce di cui si vestono[349].