A. D. 1227-1259

Intanto che i Mongulli e i Tartari invadeano ad un tempo la Cina, la Sorìa e la Polonia, gli autori di cotanti flagelli si compiaceano nel risapere e nell'udirsi raccontare che le loro parole erano strumento di morte. Pari ai primi Califfi, i primi successori di Gengis comparivano di rado in persona a capo dei loro eserciti vittoriosi, sulle rive dell'Onone e del Selinga; l'orda dorata, o reale offeriva l'antitesi della semplicità e della grandezza, di una mensa solo imbandita di pecora arrostita e di latte di cavalla, e di cinquecento carra d'oro e d'argento in un sol giorno distribuite. I Principi europei ed asiatici si videro costretti ad inviare ambasciadori al Gran Kan, o ad imprendere eglino stessi a tal fine lunghi e penosissimi viaggi. Il trono e la vita de' Gran Duchi di Russia, dei Re di Georgia e d'Armenia, de' Sultani d'Iconium, e degli Emiri della Persia dependeano da un gesto del Gran Kan de' Tartari. Benchè i figli e i pronipoti di Gengis fossero stati avvezzi alla vita pastorale, videsi a poco a poco ingrandire il villaggio di Caracora[350], ove si eleggevano i Kan, e ove questi posero la lor residenza. Octai e Mangoù avendo abbandonate le loro tende per abitare una casa, il che indicava già un cambiamento di costumi, i Principi di lor famiglia e i grandi ufiziali dell'Impero imitarono questo esempio. In vece delle immense foreste state un dì teatro delle lor caccie, vennero i parchi, ne' cui recinti con risparmio di fatica si diportavano: vennero ad abbellire le nuove lor case la pittura e la scultura; i tesori superflui si convertirono in bacini, in fontane e statue d'argento massiccio. Gli artisti cinesi e parigini impiegarono al servigio del Gran Kan il loro ingegno[351]. Eranvi a Caracora due strade occupate, l'una da operai cinesi, l'altra da mercatanti maomettani: vi si vedeano una chiesa nestoriana, due moschee, e dodici templi consagrati al culto di diversi idoli, d'onde può concepirsi presso a poco un'idea del numero degli abitanti di Caracora, e di quali nazioni diverse quella popolazione fosse composta. Ciò nullameno un missionario francese afferma, che la capitale de' Tartari non pareggiava nemmeno la piccola città di S. Dionisio presso Parigi, e che il Palagio di Mongul non valeva il decimo dell'Abbazia de' Benedettini posta nella ridetta città. Comunque la vanità dei Gran Kan fosse lusingata dalle conquiste della Russia e della Sorìa (A. D. 1259-1368), non dipartivano mai dalle frontiere della Cina il loro soggiorno. Il possedimento dell'Impero cinese essendo primario soggetto di loro ambizione, non dimenticavano, rispetto agli abitanti di questa contrada, una massima, di cui certamente s'erano imbevuti colla consuetudine della vita pastorale; che al pastore cioè torna a conto il proteggere e moltiplicar le sue greggie. Ho già altrove encomiata la saggezza e la virtù di un mandarino che sottrasse alla distruzione cinque province fertili e popolose. Durante un'amministrazione di trent'anni, in cui immune da ogni censura si conservò, questo benefico amico della patria e della umanità pose ogni studio ad allontanare, o mitigare le calamità della guerra, a ridestare l'amor delle scienze, a salvare i monumenti dell'antichità, a por limiti al dispotismo de' comandanti militari, coll'ottenere che le magistrature civili venissero nuovamente instituite; per ultimo ad inspirare sentimenti di pace e giustizia nell'animo dei Mongulli. Lottando coraggiosamente contro la rabbia de' primi conquistatori, le salutari lezioni di cotest'uomo, abbondante messe fruttarono alla successiva generazione. Perchè l'Impero settentrionale, e a poco a poco il meridionale, essendosi assoggettati al governo di Cublai, luogo-tenente, indi successore di Mangoù, la nazione si adattò facilmente alla fedeltà verso un Principe nelle cinesi costumanze allevato. Per voler di questo, restituite alla costituzione del paese le antiche forme, i vincitori abbracciarono le leggi, gli usi, e fino i pregiudizj del popolo conquistato: pacifico trionfo de' vinti, non privo d'esempli nella Storia, e che i Cinesi dovettero al loro numero ad anche al loro stato abituale di servitù. Gl'Imperatori de' Mongulli vedendo i loro eserciti pressochè confusi coll'immensa popolazione di un così vasto reame, si conformarono di buon grado ad un sistema politico, che offrendo ai Principi i godimenti reali del potere dispotico, lasciava ai sudditi l'esca dei vani nomi di filosofia, di libertà e di filiale obbedienza. Fiorirono sotto il regno di Cublai il commercio e le Lettere; i popoli godettero le beneficenze della giustizia e le soavità della pace. Allora il gran canale di cinquecento miglia che conduce da Nankin alla capitale, fu aperto. Posta la sua residenza a Pechino, il Monarca e la sua Corte vi sfoggiarono della magnificenza de' più ricchi Sovrani dell'Asia. Nondimeno questo saggio Principe si allontanò dalla purezza e dalla semplicità della religione che l'avo suo aveva abbracciata; onde coll'offrire sagrifizj all'idolo di Fò, e col sommettersi ciecamente ai Lama e ai Bonzi, si meritò le censure de' discepoli di Confucio[352]. I successori di lui imbrattarono la Reggia, empiendola di una folla di eunuchi, di empirici e di astrologhi, non si curando della penuria della provincia e di tredici milioni di sudditi che vi morivan di fame. Finalmente, cento quarant'anni dopo la morte di Gengis, i Cinesi, stanchi dal sofferire, avendo scacciata dal trono la dinastia de' Yuen, stirpe tralignata di quel famoso conquistatore, il nome degl'Imperatori Mongulli tornò a dileguarsi in mezzo ai deserti (A. D. 1259-1300). Anche prima di questo definitivo cambiamento politico, aveano perduta la loro supremazia sopra diversi rami di loro famiglia, perchè i Kan del Kipsak o della Russia, del Zagatai o della Transossiana, dell'Iran o della Persia, solo in origine luogo-tenenti del Gran Kan, forniti di molto potere, e in tanta lontananza dal loro Capo supremo, non trovarono cosa difficile lo sciogliersi dai doveri dell'obbedienza, e dopo la morte di Cublai disdegnarono accettare uno scettro, o un titolo dagli spregevoli Principi che gli succedettero. Giusta le circostanze in cui si trovarono, alcuni di essi mantennero la semplicità primitiva de' costumi pastorali, altri al lusso delle città asiatiche dieder ricetto; ma così i Principi come i popoli si mostrarono ad abbracciare un nuovo culto disposti. Dopo avere esitato tra l'Evangelio e il Corano, preferirono la religione di Maometto, riguardando siccome fratelli gli Arabi ed i Persiani, e rompendo ogni corrispondenza co' Mongulli, o idolatri della Cina.

A. D. 1240-1304

Può essere giusto soggetto di maraviglia come in un così generale sconvolgimento l'Impero romano, smembrato dai Greci e dai Latini, abbia potuto salvarsi dall'invasione de' Tartari. Immensamente lontani dal poter d'Alessandro, i Greci gli si rassomigliavano nel vedersi e in Asia e in Europa incalzati dai pastori della Scizia, nè v'ha dubbio che Costantinopoli avrebbe sofferta la sorte di Bagdad, di Pechino, di Samarcanda, se i Tartari ne avessero intrapreso l'assedio. E veramente allorchè i vanagloriosi Greci e Franchi derisero per la sua ritirata Batù, che lieto di tante vittorie volontario rivalicava il Danubio[353], questo conquistatore si mise una seconda volta in cammino deliberato di assalire la Capitale de' Cesari; ma la morte il sorprese, e fu salvo Bisanzo. Borga fratello di Batù condusse bensì i Tartari nella Tracia e nella Bulgaria, ma dalla conquista di Costantinopoli lo distolse un viaggio a Novogorod, posta al cinquantasettesimo Grado di latitudine, ove fe' il censo de' Russi e regolò i tributi di quella popolazione. Collegatosi indi coi Mammalucchi contra i suoi compatriotti della Persia, trecentomila uomini a cavallo superarono le gole di Derbend, incominciamento di guerra civile, che fu la ventura dei Greci. Vero è che dopo avere ricuperata Costantinopoli, Michele Paleologo[354] allontanatosi dalla sua Corte e dal suo esercito, venne sorpreso e attorniato da ventimila Tartari in un castello della Tracia; ma l'impresa di questi non avendo altro scopo che la liberazione del sultano turco Azzadino, si contentarono di condur seco l'Imperatore e i suoi tesori. Noga, lor generale, il cui nome si è perpetuato fra le orde di Astracan, eccitò una formidabile sommossa contro Mengo-Timur, terzo Kan del Kipsak; ed ottenuta in maritaggio Maria figlia naturale di Paleologo, difese gli Stati del suocero e dell'amico. Quanto alle successive invasioni, queste non furono operate che dagli scorridori fuggiaschi, e da alcune migliaia di Alani e Comani, che, scacciati dalle loro patrie, e stanchi del vivere errante, al servigio dello stesso Imperator greco si posero. Tal fu per l'Impero greco l'invasione de' Tartari nell'Europa: lungi dal turbare la pace dell'Asia romana, il primo terrore inspirato dall'armi loro contribuì ad assicurarne la tranquillità. Avvenne poi che il sultano d'Iconium sollecitò un parlamento con Giovanni Vatace, la cui artificiosa politica, avea persuaso ai Turchi il consiglio di difendere i lor confini contra il comune inimico[355]; confini che per vero dire non durarono lungo tempo, attesa la sconfitta e la cattività de' Selgiucidi, che lasciò poi scorgere apertamente quanto deboli fossero i Greci. Perchè allor quando il formidabile Holagoù minacciò movere contro Costantinopoli a capo di un esercito di quattrocentomila uomini, il terror panico che si impadronì degli abitanti di Nicea, mostrò qual fosse lo spavento generale di tutta la Grecia. La cerimonia occidentale di una processione, in mezzo a cui ripeteasi la lugubre litania: mio Dio salvateci dal furor de' Tartari, sparse tanto terrore nella città, che diede luogo alla falsa vociferazione di un assalto e di una strage fin d'allora accaduti. Vidersi coperte le strade di abitanti d'entrambi i sessi, accecati dallo spavento e che fuggivano senza saper dove; o perchè, essendovi volute molte ore, prima che l'intrepidezza degli ufiziali della guarnigione, giugnesse a liberare da questa sventura immaginaria la costernata città. Ma la conquista di Bagdad portò altrove le ambiziose armi di Holagoù e de' suoi successori, i quali sostennero una lunga guerra nella Sorìa, ove sempre non trionfarono; che anzi le loro contese coi Musulmani li fecero proclivi a collegarsi co' Greci e co' Franchi[356]; e fosse per generosità o disprezzo, offersero il regno di Natolia in compenso ad uno de' loro vassalli armeni. Gli Emiri, che mantenutisi in alcune città e paesi montuosi si disputavano gli avanzi della monarchia de' Selgiucidi, riconobbero tutti la supremazia del Kan della Persia, il quale frammise sovente la propria autorità, e qualche volta ancora le sue armi, per porre un argine alle costoro depredazioni, e mantenere l'equilibrio e la pace della frontiera de' suoi turchi dominj. Ma per la morte di Kasan[357], uno de' più illustri discendenti di Gengis, disparendo questa salutevole preminenza, il declinar de' Mongulli (A. D. 1304) lasciò il campo libero all'innalzamento e ai progressi dell'Impero ottomano[358].

A. D. 1240

Dopo la ritirata di Gengis, Gelaleddino sultano di Carizme tornato era dall'India per governare e difendere i suoi Stati persiani. Nello spazio di undici anni, questo eroe diede in persona quattordici regolari battaglie, e tal ne fu la solerzia, che in settanta giorni, a capo della sua cavalleria, trascorse un cammino di mille miglia da Teflis a Kerman; ma costretto a soggiacere così per la gelosia de' Principi musulmani, come per lo sterminato numero delle tartare soldatesche, dopo un'ultima rotta, terminò, privi di gloria, i suoi giorni nelle montagne del Curdistan. Si disperse per la morte del Capo la truppa dei coraggiosi suoi veterani, che sotto nome di Carizmj, o Corasmini, comprendea la massima parte di quelle bande di Turcomani, che consagrati eransi a seguir la fortuna del loro Sultano. I più arditi e più poderosi fra questi, operata una invasione nella Sorìa, saccheggiarono il Santo Sepolcro di Gerusalemme: gli altri prestarono il servigio delle loro armi ad Aladino sultano d'Iconium, fra i quali trovavansi gli oscuri antenati dell'ottomana dinastia. Aveano questi in origine posto campo sulla riva australe dell'Osso nelle pianure di Mahan e di Neza; al qual proposito è cosa straordinaria e meritevole di osservazione esser venuti da quel sito medesimo e i Parti, e i Turchi, fondatori di due potentissimi Imperi. Solimano-Sà, che conduceva l'antiguardo o il retroguardo dell'esercito de' Carizmj, al passaggio dell'Eufrate annegò. Il figlio di lui Ortogrul, divenuto suddito e soldato di Aladino, pose a Surgut in riva al Sangario un campo di quattrocento tende, o famiglie, delle quali assunse il governo civile e militare, che gli durò cinquantadue anni. Da Ortogrul nacque Tamano o Atmano (A. D. 1299-1326), il cui nome è stato cambiato in quello del Califfo Otmano, dal qual personaggio, per ben apprezzarlo, è d'uopo separare coll'animo tutte le idee di abbiezione e d'ignominia che allo stato di pastore e scorridore vanno congiunte. Otmano dotato in eminente grado di tutte le virtù di un soldato, profittò maestrevolmente delle circostanze di tempo e di luogo che la sua independenza e i successi delle sue imprese favoreggiavano. Estinta era la stirpe de' Selgiucidi, la spirante podestà de' principi Mongulli, e la lor lontananza lo scioglieano d'ogni soggezione; trovavasi posto sui confini del greco Impero; il Corano raccomandava il Gazi, ossia la guerra santa contro degl'Infedeli, intanto che la falsa politica di questi avendo aperti i passi del monte Olimpo, lo allettava a discendere nelle pianure della Bitinia. Perchè, fino all'epoca del regno de' Paleologhi, i ridetti passi erano validamente custoditi dalla milizia del paese, che per un guiderdone di tal servigio godea la sicurezza dei suoi possedimenti e l'immunità da ogni tassa. L'Imperatore greco, abolendo i privilegi di queste genti, e costringendole a pagare rigorosamente il tributo, si assunse la cura di far custodire quelle gole di monti, che vennero ben presto dimenticate, e in questo mezzo que' montanari, dianzi sì valorosi, si trasformarono in una timida ciurma priva di forza e di disciplina. Nel giorno 27 luglio dell'anno 1299 dell'Era cristiana, Otmano entrò per la prima volta nelle campagne che circondano Nicomedia[359]. L'esattezza singolare con cui si tenne conto del giorno di un tale arrivo, indicherebbe quasi che si prevedea qual fosse per essere l'aumento rapido e fatalissimo del nascente mostro che minacciava l'Impero. I ventisette anni che durò il regno di Otmano non offrirebbero fuorchè una ripetizione delle medesime scorrerie. Ad ognuna di esse facendo nuove reclute, ingrossava di prigionieri e volontarj il suo esercito. In vece di ritirarsi nelle montagne, d'onde era uscito, Otmano conservava tutti i posti utili ed atti a difesa, pronto a riparare le fortificazioni delle piazze e delle castella che avea saccheggiate. Già preferiva alle abitazioni ambulanti delle nazioni pastorali i bagni e i palagi delle città che per lui già sorgevano. Però solamente sul terminar de' suoi giorni, e mentre gli anni e le infermità lo premeano, Otmano ebbe il contento di sapere la conquista di Prusa fatta dal suo figlio Orcano, cui la fama o il tradimento apersero le porte di questa città. La gloria di Otmano su quella de' suoi discendenti è soprattutto fondata; ma i Turchi hanno conservato, o fosse di lui, o ne fossero eglino stessi a suo nome gli autori, un testamento memorabile per le massime di giustizia e di moderazione che in esso abbondano[360].

La conquista di Prusa può riguardarsi come la vera data della fondazione dell'Impero ottomano. I sudditi cristiani si assicurarono le loro vite e sostanze mercè un tributo, o riscatto di trentamila scudi d'oro, ma non andò guari che per le cure di Orcano, questa città una Capitale maomettana divenne. Una moschea, un collegio, un ospitale l'ornarono. Rifuse le monete de' Selgiucidi, quelle di nuovo conio portarono il nome e l'impronta della sopravvenuta dinastia, e i più abili maestri delle cose umane e divine allettarono gli studenti persiani ed arabi a qui trasferirsi, abbandonando le scuole dell'Oriente. Aladino fu il primo a nomarsi visir, carica che a favore di lui il suo fratello Orcano instituì; mise leggi affinchè un vestir diverso distinguesse i cittadini dai campagnuoli, i Musulmani dagli Infedeli. La forza militare di Otmano stavasi unicamente in indocili squadroni di cavalleria turcomana, privi di stipendio, come di disciplina; ma Orcano avvisò saggiamente ad instituire e addestrare un corpo di fanteria, arrolando un grande numero di volontarj, contenti di tenue paga, e liberi di rimanersi alle proprie case ogni qualvolta i lor servigi non erano necessarj. Pure la rozzezza dei lor costumi e l'indole sediziosa, persuasero Orcano ad educarsi una truppa scelta, trasformando i suoi giovani prigionieri in soldati del Profeta, e ai contadini turchi rimase il privilegio di seguire l'esercito del Sultano, ordinati in corpo di cavalleria, col nome di partigiani; per le quali sollecitudini e per sua accortezza pervenne a crearsi un esercito di venticinquemila Musulmani. Fece inoltre fabbricar macchine necessarie agli assedj, o agli assalti delle città, delle quali macchine provò per la prima volta il buon successo contro Nicomedia e Nicea (A. D. 1326-1339). Condiscendente nel munire di salvocondotti tutti coloro che voleano ritirarsi colle loro famiglie e suppellettili, si riserbò l'arbitrio delle vedove de' vinti a favore de' conquistatori, che le desideravano in ispose; i libri, i vasi e le immagini de' Santi vennero comprate o riscattate dagli abitanti di Costantinopoli. Vinto e ferito in battaglia Andronico il Giovane[361], Orcano sottomise tutte le province, o il regno di Bitinia sino alle rive del Bosforo, o dell'Ellesponto; e la giustizia e la clemenza di un Principe che si era conciliata affezione e volontaria sommessione dai Turchi dell'Asia, dai medesimi Cristiani venne riconosciuta. Orcano modestamente del titolo d'Emiro si contentò, e per dir vero, fra i principi di Rum e della Natolia[362] ve ne erano alcuni (A. D. 1300 ec.) che in militari forze lo superavano. Gli Emiri di Ghermian e di Caramania, aveano ciascuno sotto di sè un esercito di quarantamila uomini, ma situati nella parte interna delle terre ove regnarono i Selgiucidi, levarono nella storia men grido de' santi guerrieri, che inferiori di possanza a questi Emiri, si fecero maggiormente conoscere per nuovi principati instituiti nel greco Impero. I paesi marittimi, dalla Propontide fino al Meandro e all'isola di Rodi, minacciati per tanto tempo, e sottoposti a sì frequenti devastazioni, vennero tolti per sempre al dominio greco sotto il regno del vecchio Andronico[363]. Due Capi turchi, Aidino e Sarukan, s'impossessarono di più province (A. D. 1312 ec.), che chiamate co' nomi dei loro conquistatori, passarono alla posterità, soggiogate, o rovinate. Le Sette Chiese dell'Asia, sui territorj della Lidia e della Sorìa veggonsi tuttavia calpestate da barbari padroni degli antichi monumenti del Cristianesimo. Perduta Efeso, i Cristiani dolendosi della caduta del primo angelo, deplorarono spenta[364] la prima face delle rivelazioni[365]. La distruzione è stata compiuta, e le orme del tempio di Diana e della chiesa di S. Maria, nello stesso tempo disparvero. Il circo e i tre teatri di Laodicea son covacci delle volpi e de' lupi; Sardi non è più che un miserabil villaggio. Il Dio di Maometto, questo Dio che non ha nè figli nè rivali[366], viene invocato a Pergamo e a Tiatira entro i recinti di numerose moschee, Smirne dee la sua popolazione soltanto al commercio degli Armeni e de' Franchi. L'unica Filadelfia è stata salvata da una profezia, o dal suo coraggio. Lontani dal mare, dimenticati dagl'Imperatori, attorniati per ogni parte dai Turchi, gl'intrepidi cittadini di Filadelfia difesero per più di ottant'anni la lor religione e la lor libertà, ottenendo un'onorevole capitolazione dal più feroce degli Ottomani. Le colonie greche, le Chiese dell'Asia furon distrutte (A. D. 1310-1523); scorgesi tuttavia Filadelfia come colonna fra le rovine; confortante esempio che dà a divedere come la condotta più onorevole sia talvolta la più sicura. I Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme difesero la libertà di Rodi[367] per oltre a due secoli, e cotesta isola, sotto il chiaro lor reggimento, acquistò splendore di ricchezza e di fama: nobili e valorosi monaci guerrieri che si meritavano gloria eguale e per mare, e per terra, onde la loro isola, lungo tempo baluardo della Cristianità, e allettò a conquistarla più volte, e più volte respinse i numerosi eserciti de' Turchi e dei Saracini.

A. D. 1341-1347

Le discordie de' Greci furono la prima origine di lor rovina. Durante le guerre civili del primo e del secondo Andronico, il figlio di Otmano terminò, quasi senza trovar resistenza, la conquista della Bitinia; le stesse divisioni de' Greci incoraggiarono gli Emiri turcomani della Lidia e della Jonia ad allestire una flotta, con cui devastarono le vicine isole della costa d'Europa. Ridotto a difendere l'onore e la vita, Cantacuzeno, o volesse prevenire, o imitare i suoi avversarj, ricorse ai nemici del suo paese e della sua religione. Amiro, figlio di Aidino, sotto vesti maomettane ascondea la cortesia e la gentilezza che ad un Greco sarebbersi addette; vincoli di mutua stima e di servigi scambievoli, lo univano al Gran Domestico, onde l'amicizia di questi due personaggi, giusta il linguaggio de' tempi, a quella di Oreste e Pilade venne paragonata[368]. Uditi dal Principe di Jonia i pericoli fra i quali avvolgeasi l'amico suo, da un'ingrata Corte perseguitato, allestì una flotta di trecento vele e un'armata di ventinovemila uomini, con cui salpando nel cuor del verno, venne a gettar l'áncora alla foce dell'Ebro. Seguìto da una scelta truppa di duemila Turchi, Amiro s'innoltrò lungo le rive del fiume, e pervenne a liberare l'Imperatrice, che i selvaggi Bulgari teneano assediata entro la città di Demotica. In questo tempo il caro amico di lui Cantacuzeno rifuggitosi nella Servia, lasciava ignorare il proprio destino. Irene, impaziente di vedere in volto il suo liberatore, lo invitò ad entrare nella città, accompagnando l'invito con un donativo di cento cavalli e di preziosi ornamenti; ma per un riguardo singolare di delicatezza, il Barbaro che nudriva sensi tutt'altro che barbari, ricusò di vedere la moglie dell'amico infelice, e di godere, mentre questi stava lontano, le delizie del suo palagio; sopportando entro la propria tenda l'inclemenza della stagione, rifiutò i favori offertigli dall'ospitalità per sofferire in comune co' suoi duemila compagni ben degni, siccome il Duce, degli onori che lor venivano tributati. La brama che lo ardea di vendicar Cantacuzeno, e il bisogno di vivere, sono la scusa delle scorrerie che sulla terra e sull'acque in questo mezzo si fece lecite. Lasciati novemila cinquecento uomini in guardia della sua flotta, vagò indarno per tutta la provincia a fine di rinvenire l'amico. Ma alcune false lettere, i rigori del verno, il mal umore de' suoi volontarj, la ricchezza delle fatte prede e la moltitudine de' prigionieri, finalmente lo persuasero a rimbarcarsi. Nel corso della guerra civile, il Principe della Jonia tornò per due volte in Europa, e unite le sue truppe a quelle di Cantacuzeno, assediò Tessalonica, e Costantinopoli minacciò. La calunnia ha tratti motivi di censurarlo dalla poca bastevolezza de' soccorsi che egli aveva arrecati, dalla sua affrettata partenza, e da un dono di diecimila scudi che dalla Corte di Bisanzo accettò; ma l'amico si mostrò contento di lui, e per altra parte la condotta di Amiro veniva assai giustificata dalla necessità di difendere i suoi Stati ereditarj contro i Latini. Il Papa, il Re di Cipro, la Repubblica di Venezia e l'Ordine di S. Giovanni si erano collegati alla lodevole impresa di liberare i mari dal predominio che i Turchi vi avevano acquistato. Approdate alla costa jonica le galee de' Confederati, Amiro cadde trafitto da un dardo, mentre assediava la rocca di Smirne che difendeano i Cavalieri di Rodi[369]. Innanzi morire, procacciò generosamente all'amico un altro Confederato maomettano, non più sincero e premuroso che egli nol fosse, ma più abile, per la vicinanza de' suoi Stati colla Propontide e con Costantinopoli, a prestargli solleciti e poderosi soccorsi. La prospettiva di un più vantaggioso Trattato, indusse il Principe di Bitinia ad infrangere i patti (A. D. 1346) che ad Anna di Savoia avea giurati, e un maritaggio colla figlia di un Imperator greco, accordandosi colle ambiziose mire di Orcano, questi promise solennemente che se Cantacuzeno acconsentiva ad accettarlo per genero, egli avrebbe inviolabilmente usati verso di lui tutti i riguardi di vassallo e di figlio. Dall'ambizione la paterna tenerezza fu vinta; il Clero greco approvò le nozze di una Principessa cristiana con un discepolo di Maometto; e il padre di Teodora ci descrive egli stesso, mostrandone obbrobriosa soddisfazione, il disdoro del suo diadema[370]. I turchi ambasciatori, seguìti da un corpo di cavalleria e scortati da trenta navi, giunsero innanzi al campo di Selimbria, ove stavasi Cantacuzeno. Venne innalzato un sontuoso padiglione, sotto del quale l'imperatrice Irene trascorse la notte in compagnia della figlia. Allo schiarir del mattino, Teodora si assise sopra un trono velato da cortine di seta ricamate in oro. Tutte le truppe stavano in armi e l'Imperatore a cavallo. Ad un cenno si levarono le cortine, lasciando vedere la sposa, o la vittima, in mezzo a torcie nuziali e ad eunuchi prosternati ai suoi piedi. Rintronò l'aere dello squillar delle trombe, nè mancarono poeti, quali quel secolo somministrar li poteva, che celebrassero con epitalamj le felicità pretese di Teodora. Fu consegnata al Barbaro che ne diveniva il padrone, senza alcuna cerimonia di Culto cristiano. Erasi però stipulato nel Trattato, che ella avrebbe seguìto liberamente a professare il suo Culto nello Harem di Bursa, onde il padre della medesima fa encomj alla pia e caritatevole condotta tenutasi dalla figlia, posta in una tanto difficile condizione. Poichè l'Imperator greco si vide tranquillo possessore del trono di Costantinopoli, si portò a visitare il genero, che, accompagnato da quattro figli avuti da diverse spose, venne ad aspettarlo a Scutari sulla costa dell'Asia. I due Principi godettero congiuntamente, e con apparenza di scambievole cordialità, i piaceri della caccia e dei banchetti; che anzi Teodora ottenne la permissione di trasferirsi al di là del Bosforo per passare alcuni giorni insiem colla madre. Ma Orcano, la cui amistà ai riguardi della sua ambizione e della sua religione stava soggetta, non esitò, nella guerra de' Genovesi, a collegarsi co' nemici di Cantacuzeno.

A. D. 1353