Fin nel Trattato che Orcano avea conchiuso colla Imperatrice Anna, egli avea introdotto questo singolare patto, di potere cioè a proprio arbitrio o trasportare in Asia i suoi prigionieri, o venderli a Costantinopoli. Fu quindi veduta una moltitudine di Cristiani d'entrambi i sessi, di tutte le età, di preti e di frati, di vergini e di matrone esposti nudi nei pubblici mercati, e spesse volte maltrattati a colpi di staffile per meglio eccitare la carità de' loro concittadini a riscattarli più presto; ma l'indignazione de' Greci, si limitò a deplorare la sorte dei proprj concittadini che vedeano condur lontani in una schiavitù fatale alle loro anime e ai loro corpi[371]. Cantacuzeno fu costretto sottomettersi alle medesime condizioni, il cui adempimento accrebbe sempre più le calamità dell'Impero. Nello stesso Trattato, l'Imperatrice Anna aveva ottenuto un soccorso di diecimila Turchi, che poi da Orcano vennero adoperati in difesa del proprio suocero. Nondimeno tali disastri non erano che passeggieri; perchè terminata la stagione campale, i prigionieri fuggivano tornando alle proprie case; i Musulmani, sgombrando l'Europa, si ritiravano nuovamente nell'Asia. Sol nell'ultima contesa avuta col suo pupillo, Cantacuzeno rendè permanente nel sen dell'Impero il germe della distruzione, germe che i successori di lui si sforzarono indarno a sterpare, nè questo irreparabile fallo del Principe greco emendarono i dialoghi che contra il profeta Maometto ei compose. I moderni Turchi, ignari sin della propria Storia, e confondendo il primo tragetto dell'Ellesponto[372] coll'ultimo, ne mostrano nel figlio di Orcano un oscuro scorridore che, seguìto da ottanta venturieri, si valse di uno stratagemma per invadere una terra nemica ed incognita. Solimano, a capo di diecimila uomini di cavalleria turca, venne trasportato dalle navi dell'Imperator greco e riguardatone confederato. Le milizie maomettane rendettero alcuni servigi e commisero molti disordini nelle guerre civili della Romania. Ma il Chersoneso si trovò a poco a poco popolato da una colonia di Turchi; e la Corte di Bisanzo sollecitò indarno la restituzione delle Fortezze della Tracia. Dopo alcuni indugi, ad arte fatti maggiori da Orcano e da Solimano, venne pattuito il riscatto di tali Fortezze a prezzo di sessantamila scudi, la prima parte de' quali era già stata pagata, allorchè un tremuoto atterrò le mura di molte fra esse. Queste diroccate piazze i Turchi occuparono; e rifabbricata Gallipoli, chiave dell'Ellesponto, Solimano ebbe cura di empirla di Maomettani. Col trono rinunziato da Cantacuzeno, furono rotti anche que' deboli vincoli di domestica lega che univano i principi Greci ai principi Turchi. Gli ultimi consigli che l'Imperatore, rassegnando lo scettro, ai suoi concittadini volgea, erano di evitare una guerra imprudente, di confrontare il numero, la disciplina e l'entusiasmo de' Turchi colla loro debolezza e pusillanimità: savj suggerimenti che vennero sprezzati dall'ostinata vanità di un giovane Principe, e giustificati dalle vittorie de' Musulmani. In mezzo ai suoi buoni successi, Solimano, caduto da cavallo nell'esercizio militare del Gerid, perdè la vita, nè il vecchio Orcano sopravvisse lungo tempo al dolore che la morte del figlio a lui cagionò.
A. D. 1360-1389
Ma i Greci nè manco ebbero il tempo per allegrarsi della morte de' lor nemici; la spada de' Turchi non si mostrò men formidabile fra le mani di Amurat I, figlio di Orcano e fratello di Solimano, impadronitosi quasi senza ostacoli, come per mezzo alla nebbia degli Annali di Bisanzo si scorge[373], di tutta la Romania e della Tracia, dall'Ellesponto la monte Emo, e che giunto pressochè alle porte della Capitale, scelse Andrinopoli qual sede del suo Governo e della sua religione in Europa. Costantinopoli, il cui scadimento quasi incomincia dall'epoca della sua fondazione, nel corso di dieci secoli si vide successivamente assalita dai Barbari dell'Oriente e dell'Occidente; ma sino a questo fatale istante non s'era per anco trovata cinta e dal lato d'Asia e da quel d'Europa, dalle forze di una stessa potenza nemica. Nondimeno Amurat, fosse per prudenza, o per generosità, sospese ancora per qualche tempo questa facil conquista, bastando al suo orgoglio di farsi comparire innanzi per più riprese l'imperatore Giovanni Paleologo e i quattro figli del medesimo, i quali appena ricevutone il comando, alla Corte, o al campo del Principe ottomano si trasferivano. Portate successivamente l'armi contra gli Schiavoni che abitavano tra il Danubio e il mare Adriatico, contra i Bulgari, i Serviani, e i popoli della Bosnia e della Albania, debellò con ripetute scorrerie queste bellicose tribù, rinomate per avere sì di frequente insultato l'Impero romano. Il lor territorio, nè d'oro, nè d'argento abbondava: quei rustici abituri non erano arricchiti dal commercio, o abbelliti dall'arti del lusso; ma i nativi di queste contrade si segnalarono in tutte le età per vigore di corpo e forza di coraggio; onde poi, una saggia istituzione, li guidò ad essere i più fermi e fedeli sostegni della grandezza Ottomana[374]. Il Visir di Amurat, ricordò al suo Sovrano che le leggi di Maometto gli concedeano la quinta parte delle prede e de' prigionieri fatti sugl'Infedeli, aggiugnendo che col mettere vigilanti ufiziali a Gallipoli, questi avrebbero facilmente riscosso a quel passo un tale tributo, e avuta ivi maggiore agevolezza di scegliere i meglio formati e più vigorosi fanciulli de' Cristiani. Approvato il suggerimento, e pubblicato l'editto, migliaia di prigionieri europei vennero educati nel culto di Maometto e nella scuola dell'armi. Un celebre Dervis compiè la cerimonia di consagrare la nuova milizia e di darle un nome. Postosi a capo delle file de' soldati, stese la manica della sua veste sul fronte di quello che stavagli più vicino, e tutti li benedì, pronunziando le seguenti parole: «Sieno chiamati Giannizzeri (Yengi sceri), ossia nuovi soldati; possa sempre essere il lor valor luminoso, tagliente la loro spada, vittorioso il lor braccio! Possane la lancia star sempre sospesa sul capo de' loro nemici, e ovunque essi vadano, possano tornare addietro col volto bianco[375]!» Tale si fu l'origine di questa formidabile truppa, terrore delle nazioni, e qualche volta ancor de' Sultani. Declinato oggidì il loro valore, ammollitane la disciplina, le tumultuose file di questa guardia non possono resistere all'artiglieria e al saper militare delle moderne nazioni; ma quando furono instituiti, aveano un'assoluta preminenza, perchè non eravi potentato della cristianità che mantenesse continuamente in armi un corpo regolare di fanteria. I Giannizzeri combatteano contro gl'idolatri, loro compatriotti, collo zelo e coll'impeto del fanatismo, e la battaglia di Cossova annichilò la lega e l'independenza della tribù della Schiavonia. Un giorno, in cui il vittorioso Amurat trascorrendo i campi per lui coperti di stragi, maravigliò nell'accorgersi che la maggior parte de' morti era composta di giovinetti, il cortigiano Visir gli rispose: che uomini adulti negli anni come nella ragione, non si sarebbero cimentati a resistere alle invincibili armi del sultano Amurat. Ma la spada de' suoi Giannizzeri non potè salvarlo dal pugnale della disperazione, perchè un soldato serviano, sorto dal mezzo di que' morti, lo ferì mortalmente nel ventre. Questo Principe, pronipote di Otmano, fu di semplici costumi e d'indole mansueta. Amò le scienze e la virtù, ma diede motivo di scandalo ai Musulmani per la sua poca cura d'intervenire alle pubbliche preghiere; del qual fallo ebbe coraggio di rampognarlo un Muftì, ricusando di ammetterlo per testimonio in una causa civile. Non sono rari nella Storia orientale simili tratti che offrono una mescolanza di servitù e di libertà[376].
A. D. 1389-1403
Il carattere di Baiazetto, figlio e successore di Amurat, viene espresso con forza dal soprannome che gli fu dato di Ilderim, ossia il lampo; e potè inorgoglirsi questo Sultano di un epiteto che indicava l'ardente energia dell'animo suo e la rapidità delle sue corse distruggitrici. Ne' quattordici anni che il suo regno durò[377], Baiazetto sempre a capo dei suoi eserciti, trascorse continuamente da Bursa ad Andrinopoli, dal Danubio all'Eufrate, e benchè zelantissimo di propagare il culto maomettano, assalì indistintamente in Europa e in Asia i Principi cristiani e maomettani, e ridusse in soggezione tutta la parte settentrionale della Natolia da Angora sino ad Amasia ed Erzerum. Spogliati de' loro Stati ereditarj gli Emiri di Ghermian, di Caramania, di Aidino e di Sarukan, e finalmente conquistata Iconium, la dinastia ottomana si trovò padrona dell'antico reame de' Selgiucidi. Nè meno rapide ed importanti furono le conquiste di Baiazetto in Europa. Ridotti ad obbedienza i Serviani e i Bulgari, corse al di là del Danubio a cercare nuovi nemici e nuovi sudditi nel cuore della Moldavia[378]. Tutti que' paesi che riconoscevano ancora l'Impero greco nella Tracia, nella Macedonia e nella Tessaglia vennero sotto il dominio del vittorioso Ottomano. Un compiacente Vescovo lo condusse in Grecia, attraversando le Termopile; e qui osserveremo come singolare avvenimento, che la vedova di un Capo spagnuolo, cui pertenea il paese, ove un tempo i famosi oracoli di Delfo si pronunziarono, comperò la protezione del Sultano col sagrifizio di una figlia, rinomata per sua avvenenza. Ad assicurare ai Turchi il passaggio fin allora pericoloso e precario d'Asia in Europa, Baiazetto mise a Gallipoli una flotta d'incrociatori che, signoreggiando l'Ellesponto, impediva la via a quanti soccorsi si spedivano a Costantinopoli dai Latini. Intanto che questo Principe sagrificava senza scrupolo alle sue passioni l'umanità e la giustizia, costringeva i suoi soldati ad osservare rigorosamente le regole della sobrietà e della decenza; si raccoglieano, e si vendeano tranquillamente le messi ne' campi occupati da' suoi eserciti. Sdegnato della negligenza e della corruttela che si erano introdotte nell'amministrazione della giustizia, adunò in una casa tutti i Giudici e Giureconsulti de' suoi Stati, i quali non men paventavano che d'esservi bruciati vivi. Silenziosi tremavano que' ministri; ma un buffone etiope osò far manifesta al Sovrano la cagion vera di un tale disordine; onde questi per togliere in avvenire alla venalità tutte le scuse, unì all'uffizio di Cadì una convenevole rendita[379]. Inorgoglito per sì fausti successi, e venutogli a schifo l'antico titolo di Emiro, ricevè la patente di Sultano dal Califfo, schiavo in Egitto sotto gli ordini de' Mammalucchi[380]. Dominati dalla forza dell'opinione, i Turchi vincitori rendettero quest'ultimo e tenue omaggio alla prosapia Abbasside e ai successori di Maometto. Il nuovo Sultano, geloso di meritarsi questo titolo, portò la guerra nell'Ungheria, teatro perpetuo e de' trionfi, e delle sconfitte de' Turchi. Sigismondo, re di questa contrada, essendo figlio e fratello degl'Imperatori d'Occidente, la causa di lui, quella della Chiesa e dell'Europa divenne. Alla prima voce del pericolo in cui si trovava, i più valorosi tra i Cavalieri franchi e alemanni si affrettarono a combattere santamente sotto le bandiere del Monarca chiamato a disfida. Ma Baiazetto nella giornata di Nicopoli, sconfisse un esercito di cenmila Cristiani, datisi orgogliosamente il vanto di poter sostenere sulle punte delle loro lancie il cielo, se questo fosse venuto a cadere. Perito il maggior numero d'essi sul campo, e molti annegatisi nel Danubio, Sigismondo dopo essersi rifuggito a Costantinopoli per la via del mar Nero, fu obbligato ad un lungo giro per ritornare nell'estenuato suo regno[381]. In mezzo all'orgoglio della vittoria, Baiazetto minacciò di assediar Buda, d'invadere l'Alemagna e l'Italia, di dar la biada al suo cavallo sull'altar maggiore di S. Pietro a Roma. Ma questi divisamenti impacciati vennero, non dalla miracolosa intercessione dell'Apostolo, non da una crociata delle potenze cristiane, ma da un lungo e violento assalto di gotta. Talvolta gl'inconvenienti del Mondo fisico hanno portato rimedio ai disordini del morale; e una stilla di umore acre che affligga una sola fibra di un solo uomo, può sospendere le sciagure e la rovina delle nazioni.
A. D. 1396-1398
Tal è l'aspetto generale delle guerra ungarese; ma ai disastri che vi soffersero i Francesi, siamo debitori di alcuni scritti che ne danno meglio a conoscere il carattere di Baiazetto, e le circostanze che gli fruttarono la vittoria[382]. Il Duca di Borgogna, sovrano della Fiandra, e zio di Carlo VI, non valse a frenare l'ardore intrepido del figlio Giovanni, Conte di Nevers, che partì accompagnato da quattro Principi, cugini di lui e del Monarca francese. Il Sere di Couci, uno de' migliori e più antichi Capitani della Cristianità, serviva di guida alla inesperienza di questi giovani[383]; ma l'esercito comandato da un Contestabile, da un Ammiraglio, e da un Maresciallo di Francia[384] non era composto che di mille Cavalieri e de' loro sergenti: lo splendore de' nomi era ai nobili guerrieri un'esca alla presunzione, alla disciplina un ostacolo. Ognun d'essi credendosi degno di comandare, nessuno volendo obbedire, i Francesi guardavano con eguale disprezzo i confederati e i nemici. Tenendosi certi che Baiazetto o perirebbe inevitabilmente in quella impresa, o si sarebbe dato alla fuga, già calcolavano quanto tempo abbisognerebbe loro per trasferirsi a Costantinopoli, e di lì a liberare il Santo Sepolcro. Quando le grida de' Turchi ne annunziarono l'avvicinare, i giovani francesi stavano a mensa, abbandonandosi alla gioia e alla inconsideratezza; e già riscaldati dal vino, addossarono precipitosamente le loro armadure, e montati sui lor cavalli, corsero all'antiguardo, reputandosi ingiuriati dai motivi che avea Sigismondo per non concedere ad essi l'onore del primo assalto. I Cristiani non perdevano la battaglia di Nicopoli, se i Francesi condiscendevano ai prudenti consigli degli Ungaresi; ma forse ottenevano una gloriosa vittoria, se gli Ungaresi imitavano il valor de' Francesi. Perchè questi avendo rapidamente disperse le truppe d'Asia che formavano il primo fronte dell'inimico, e rotti i palizzati posti per trattenere la cavalleria, misero in disordine, dopo un sanguinoso combattimento, gli stessi giannizzeri; ma vennero finalmente oppressi dal grande numero di squadroni che, sbucati dai boschi, assalirono d'ogni banda questo drappello d'intrepidi cavalieri. In tal giornata funesta ai Cristiani, i nemici medesimi di Baiazetto dovettero ammirare il segreto e la rapidità delle sue corse, l'ordine serbato nella battaglia, la dottrina delle militari fazioni: ma non gli viene risparmiata la taccia di avere inumanamente abusato della vittoria. Rispettando unicamente le vite del Conte di Nevers e di ventiquattro Principi, o Signori, il grado e l'opulenza de' quali attestati gli furono da' suoi interpreti, fece condursi dinanzi a mano a mano tutti gli altri prigionieri francesi, i quali, ricusando di abbiurare la propria religione, vennero per ordine del Sultano, e alla presenza di lui, decollati. A sì atroce vendetta lo spinse la perdita de' suoi valorosi giannizzeri; e se fosse vero che nel giorno precedente alla battaglia, i Francesi avessero trucidati i prigionieri fatti ai Turchi[385], i primi non avrebbero dovuto imputar che a sè stessi gli effetti di una giusta rappresaglia. Uno fra' cavalieri de' quali Baiazetto avea salvata la vita, ottenne la permissione di trasferirsi a Parigi, per raccontare colà questa lamentevole storia, e sollecitare il riscatto de' Principi prigionieri. In questo mezzo, l'esercito turco trasportavasi seco dovunque andava il Conte di Nevers e i Baroni francesi, additati a mano a mano come trofeo a tutti i Musulmani dell'Europa e dell'Asia; e giunti a Bursa, veniano custoditi in rigoroso carcere tutte le volte che il Sultano in questa Capitale facea residenza. Faceansi intanto giornaliere istanze a Baiazetto affinchè sul sangue di questi vendicasse il sangue de' martiri Musulmani. Ma il Sultano avea promessa loro la vita, e la parola di lui, o perdonasse, o condannasse, era inviolabile. Al ritorno del messaggiero, i donativi e l'intercessione de' Re di Francia e di Cipro, non lasciarono più dubbj nel vincitore sul grado e sulla dignità de' suoi prigionieri. Lusignano gl'inviò una saliera d'oro di squisito lavoro, e valutata diecimila ducati, e Carlo VI gli fe' pervenire per la strada dell'Ungheria una brigata di falconi norvegesi, sei bardamenti del panno scarlatto, che a quei giorni fabbricavasi a Reims, e diversi tappeti di Arras, ove le battaglie di Alessandro stavano delineate. Dopo alcuni indugi prodotti piuttosto dalla lontananza che da divisamento veruno, Baiazetto accettò dugentomila ducati pel riscatto del Conte di Nevers e de' Baroni che viveano tuttavia. Il maresciallo di Bucicault, rinomato guerriero, in questo picciolo numero d'eletti trovavasi; ma periti erano nella pugna l'ammiraglio di Francia, e nelle prigioni di Bursa il Contestabile e il Sere di Couci. Tale riscatto, di cui le male spese raddoppiarono la somma, cadde principalmente sul Duca di Borgogna, o piuttosto sopra i suoi sudditi fiamminghi, cui le leggi feudali metteano a contribuzione, e quando il primogenito del lor Sovrano veniva armato cavaliere, e quando facea mestieri liberarlo dalla cattività. Alcuni mercatanti genovesi si offersero mallevadori per un quintuplo di tale somma; d'onde quel secolo guerriero potè avvedersi che il commercio e il credito sono i vincoli della società a delle nazioni. Fra le condizioni del Trattato, vi aveva quella che i prigionieri francesi giurassero di non portare mai l'armi contra il lor vincitore; ma Baiazetto medesimo li sciolse da questo patto men generoso. «Io sprezzo, egli dicea all'erede della Borgogna, le tue armi, siccome i tuoi giuramenti. Sei giovine, e avrai forse l'ambizione di cancellare la macchia, o la sventura della tua prima impresa. Aduna le tue forze militari, fa noto il tuo divisamento, e sta certo che Baiazetto si allegrerà di scontrarsi teco una seconda volta sul campo della battaglia». Innanzi partire vennero ammessi alla Corte di Bursa, ove i Principi francesi poterono ammirare la magnificenza del Sultano, il cui treno di caccia e di falconeria andava composto di settemila cacciatori e di altrettanti falconieri[386]. Gli stessi Principi furono presenti, allorchè Baiazetto fece sventrare uno dei suoi ciamberlani, accusato da una donnicciuola di averle bevuto il latte delle sue capre. Gli stranieri rimasero attoniti di un tale atto di giustizia, ma era l'atto di giustizia di un Sultano, che sdegna esaminare il grado delle colpe e il valor delle prove.
A. D. 1355-1391
Dopo essersi liberato da un imperioso tutore, Giovanni Paleologo rimase per trentasei anni ozioso spettatore e, a quanto sembra, indifferente della rovina del proprio Impero[387]; dedito affatto all'amore, o piuttosto alla dissolutezza, sola passione forte che fosse in lui, lo schiavo de' Turchi dimenticava l'obbrobrio dell'Imperatore romano fra le braccia delle femmine di Costantinopoli. Andronico, figlio primogenito di Giovanni, nel tempo che soggiornò ad Andrinopoli, si strinse in lega di amistà e di delitti con Sauzes, figlio di Amurat, e insieme concertarono il divisamento di privar di trono e di vita i lor padri. Amurat, corso in Europa, scoperse ben presto e dissipò la congiura, e dopo avere fatto cavar gli occhi a Sauzes, minacciò il suo vassallo Giovanni di riguardarlo come complice del figlio, se nello stesso modo Andronico non gastigava. Obbedì Paleologo, e per una cautela da barbaro e da insensato, avvolse nel suo decreto l'innocente fanciullezza del principe Giovanni, figliuol del colpevole; ma l'imperiale comando fu eseguito sì mitemente, o con sì poca destrezza, che all'uno de' condannati rimase l'uso d'un occhio, l'altro non divenne che losco. Per tal modo privati della successione i due Principi, vennero rinchiusi nella torre di Anema; e l'Imperatore premiò la fedeltà del suo secondogenito Manuele col farlo partecipe della porpora imperiale; ma in termine a due anni le fazioni de' Latini e l'incostanza de' Greci diedero luogo ad una catastrofe, per cui i principi prigionieri saliron sul trono, e i due Imperatori presero il loro posto entro la torre. Non erano ancora scorsi due successivi anni, quando Paleologo e Manuele poterono fuggire col soccorso di un frate, accusato di poi di magia, e indicato a vicenda dalle due parti coi predicati di angelo e di demonio. Riparati a Scutari i due fuggiaschi, i lor partigiani presero l'armi, e i Greci delle due fazioni ostentavano l'ambiziosa nimistà di Cesare e di Pompeo, allorchè questi due campioni contendeano per l'Impero dell'Universo. Ma il Mondo romano allor tutto stavasi in un angolo della Tracia fra la Propontide e il mar Nero, il cui spazio, lungo cinquanta miglia e largo trenta all'incirca, avrebbe potuto paragonarsi ad uno dei piccoli principati della Germania e dell'Italia, se gli avanzi di Costantinopoli non avessero tuttavia mostrata la ricchezza e la popolazione della Capitale di un regno. Per rimettere la pace, fu d'uopo dividere ancora questo rimasuglio d'Impero. Giovanni Paleologo e Manuele conservarono per sè la Capitale; Andronico e il figlio posero la residenza a Rodosto e Selimbria, governando quasi tutto quel poco che fra i ricinti di Bisanzo non si contenea. Nel tranquillo sogno della sua monarchia, le passioni del vecchio Giovanni sopravviveano alla sua ragione e alle sue forze; onde privò il suo amatissimo figlio Manuele, suo collega e successore al trono, di una giovine ed avvenente principessa di Trebisonda, che si prese egli stesso per moglie. Intanto che il rifinito vegliardo sforzavasi in Bisanzo a consumare il suo matrimonio, il giovine Manuele seguìto da cento giovani greci delle più illustri famiglie, si trasferiva a militare sotto gli ordini della Porta Ottomana. Questi si distinsero nell'armi fra gli eserciti di Baiazetto; ma l'impresa di riedificare le fortificazioni di Costantinopoli irritò il Principe ottomano, che minacciò i suoi ostaggi di morte. Vennero tostamente demoliti i nuovi lavori, e faremmo troppo onore alla memoria di Giovanni Paleologo, che poco dopo morì, coll'attribuire la sua morte al dolore di quest'ultima umiliazione.