A. D. 1391-1425

Manuele con prontezza avvertito della morte del padre, fuggì di soppiatto e affrettatamente dal palagio di Bursa per trasferirsi a Costantinopoli e impossessarsi del trono. Baiazetto ostentando non curanza sulla perdita di questo prezioso ostaggio, proseguì le sue conquiste in Asia e in Europa, intanto che il nuovo Imperator di Bisanzo guerreggiava il nipote Giovanni di Selimbria, che difese per otto continui anni i suoi diritti legittimi di successione a quel poco avanzo d'Impero. Il vittorioso Sultano volea finalmente compir le sue imprese colla conquista di Costantinopoli; ma arrendendosi alle rimostranze del Visir, che temea fosse conseguenza di tale impresa una nuova e più formidabile Crociata di tutti i Principi della Cristianità (A. D. 1395-1402), scrisse all'Imperator greco una lettera ne' seguenti termini concepita. «Per la grazia di Dio, la nostra invincibile scimitarra ha ridotte sotto la nostra obbedienza, pressochè l'intera Asia, e una parte considerabile dell'Europa. Ne manca tuttavia la città di Costantinopoli; chè già tu sei ridotto a non possederne fuorchè i recinti; escine dunque, e consegnandola nelle nostre mani, spiegati sul compenso che brami, o trema per te e pel tuo popolo sciagurato, se ardisci imprudentemente darmi un rifiuto.» Ma le instruzioni segrete di cui vennero incaricati gli Ambasciadori che tal messaggio arrecavano, erano di mitigare il rigor dell'inchiesta, e di proporre un Trattato, che i Greci accettarono con sommessione e gratitudine; e in contraccambio di una tregua conceduta loro per dieci anni, promisero un tributo annuale di trentamila scudi d'oro, oltre al dolore di tollerar pubblicamente fra loro il culto di Maometto; laonde Baiazetto ebbe la gloria di mettere un Cadì e di fondare una moschea nella Metropoli della Chiesa d'Oriente[388]. Ciò nullameno l'irrequieto Sultano non rispettò lungo tempo la tregua, e prendendo le parti del Principe di Selimbria, Sovrano legittimo, assediò con un esercito Costantinopoli. In tale stremo, Manuele implorò la protezione del Re di Francia, inviandogli una lamentevole ambasceria che ottenne molta compassione e il soccorso di alcuni soldati spediti sotto il comando del Maresciallo di Bucicault[389], al pio valore del quale erano sprone la ricordanza della sopportata cattività, e la brama di vendicarsene sugl'Infedeli. Scortato da quattro navi da guerra veleggiò ad Acquamorta verso l'Ellesponto, e superando il passaggio che diciassette turche galee difendevano, introdusse in Costantinopoli seicento armigeri e mille seicento arcieri che ei passò in rassegna nel vicino spianato, senza degnarsi di contare, o mettere in ordine di battaglia, comunque molti fossero, i Greci. Bastò il suo arrivo a liberare Costantinopoli dal blocco che dal lato di terra e di mare la rinserrava; perchè gli squadroni di Baiazetto furono presti a ritirarsi ad una riguardosa distanza; che anzi diverse Fortezze dell'Asia e dell'Europa vennero prese d'assalto dal Maresciallo e dall'Imperator Manuele che con eguale intrepidezza combattettero l'uno a fianco dell'altro; ma non tardarono a ricomparire in maggior numero gli Ottomani, onde il prode Bucicault, dopo esservisi sostenuto per un anno, risolvette di abbandonare un paese che non potea più somministrare nè stipendio, nè viveri a' suoi soldati. Prima d'ogni altra cosa però offerse a Manuele di condurlo alla Corte di Francia, ove avrebbe potuto sollecitare in persona soccorso d'uomini e di danari, ma nel tempo stesso gli consigliava a togliere i pretesti alla guerra civile, cedendo il trono al nipote. Accettata questa proposta da Manuele, il Principe di Selimbria fu introdotto nella città, e la sciagura pubblica era giunta a tanto, che la sorte di Manuele esule parve da preferirsi a quella del giovine Imperatore tornato ne' suoi diritti. Anzichè far plauso ai buoni successi del suo vassallo, il Sultano de' Turchi chiese Bisanzo come sua proprietà, e avutone rifiuto dall'Imperatore Giovanni, fece soffrire alla Capitale i congiunti flagelli della guerra e della carestia. Contra un nemico di tal natura non giovando omai nè il pregar, nè il resistere, il selvaggio conquistatore sarebbesi divorata la sua preda, se in questo mezzo, non fosse stato balzato dal trono da un altro Selvaggio più forte di lui. La vittoria di Timur, o Tamerlano allontanò di un mezzo secolo circa la caduta di Costantinopoli, servigio importante, benchè fortuito, che dà alla vita e al carattere del Tartaro conquistatore il diritto di aver luogo nella presente Storia.

CAPITOLO LXV.

Innalzamento di Timur, o Tamerlano al trono di Samarcanda. Sue conquiste nella Persia, nella Georgia, nella Tartaria, nella Russia, nell'India, nella Sorìa e nella Natolia. Sue guerre contra i Turchi. Sconfitta e cattività di Baiazetto. Morte di Timur. Guerra civile de' figli di Baiazetto. Restaurazione della Monarchia de' Turchi sotto Maometto I. Costantinopoli assediata da Amurat II.

Il primo voto dell'ambizioso Timur si fu quello di conquistare e domar l'Universo; l'altro, poichè aveva sortita un'anima generosa, di vivere nella ricordanza e nella stima de' posteri. I segretarj di questo Principe raccolsero accuratamente tutte le Transazioni civili e militari del suo regno[390]; racconto autentico che fu poi riveduto da uomini ottimamente istrutti di ciascuna particolarità. Si è creduto e si crede generalmente nella famiglia e nell'Impero di Timur che questo Monarca abbia composto egli stesso i Comentarj[391] della sua vita e le Instituzioni[392] del suo Governo[393]; ma non furono queste cure che contribuissero a tramandare sino a noi la rinomanza di Timur; perchè tai preziosi monumenti scritti in lingua mongulla o persiana, rimasero sconosciuti all'Universo, o almeno all'Europa. Ma le nazioni da lui soggiogate usarono contr'esso una impotente e spregevol vendetta, per cui l'ignoranza ha ripetute lungo tempo le invenzioni della calunnia[394] che ne adulterò i natali, il carattere, la persona, e fino il nome, trasformato in quello di Tamerlano[395]; benchè non sarebbe per esso che un diritto maggiore alla stima generale, se fosse in realtà passato dall'aratro al trono, e lo zoppicar di una gamba non avrebbe potuto apporsegli a taccia, a meno che non avesse avuta la debolezza di vergognarsi di una infermità naturale, o fors'anche onorevole.

I Mongulli religiosamente affezionati alla famiglia di Gengis, ravvisavano, senza dubbio, un suddito ribelle in Timur, benchè dalla nobile tribù di Berlass ei scendesse. Carasar Nevian, quinto nella linea ascendente di questo guerriero, era stato Visir nel nuovo regno della Transossiana acquistato da Zagatai, e risalendo per alcune altre generazioni il ramo di Timur, almeno per parte di donne[396], si congiunge al ceppo imperiale[397]. Egli ebbe vita nel villaggio di Sebsar, posto quaranta miglia ad ostro di Samarcanda, e parte del fertile territorio di Cas, antico dominio de' suoi maggiori; e comandava un Toman di diecimila uomini a cavallo[398]. Il caso lo fe' nascere[399] in uno di que' momenti di anarchia, che annunziano la caduta delle dinastie asiatiche, ed offrono novelli campi all'ardimentosa ambizione. Estinta essendo la famiglia de' Kan di Zagatai, gli Emiri aspiravano alla independenza, e le lor dissensioni vennero solamente sospese dalla conquista e dalla tirannide dei Kan di Kasgar, che, sostenuti da un esercito di Geti o di Calmucchi[400], avevano invasa la Transossiana. Toccava i dodici anni Timur quando incominciò la milizia (A. D. 1361-1370); di venticinque, imprese la liberazione della sua patria. Gli sguardi e i voti de' popoli si volsero verso un eroe che soffriva per la lor causa, e i primarj ufiziali civili e militari aveano giurato sulla salute delle loro anime, di sostenerlo a rischio delle proprie sostanze e vite; ma, giunto l'istante del pericolo, tremarono e si tennero silenziosi. Dopo averli aspettati invano per sette giorni sulle colline di Samarcanda, si ritrasse con sessanta uomini della sua cavalleria nel Deserto. Raggiunto nel fuggire da un corpo di mille Geti, si volse a respingerli, e fe' di essi inaudita strage, per cui dovettero esclamare: «Timur è un uomo maraviglioso; Dio e la fortuna sono con lui». Ma questa sanguinosa impresa ridusse il suo picciolo drappello a soli dieci uomini, sminuito ancora dalla fuga di tre Carizmj. Trascorse, con questi sette compagni, e soli quattro cavalli e colla moglie, il Deserto, indi, rinchiuso in tetro carcere, vi rimase sessantadue giorni, sintanto che il suo coraggio e i rimorsi del suo oppressore nel liberarono. Dopo avere attraversata a nuoto la larga e rapida corrente del Gihoon, o Osso, condusse per molti mesi, sulle frontiere dei vicini Stati, la vita errante di un esule e d'un proscritto; ma l'avversità gli contribuì al più grande splendore di fama; perchè egli apprese a discernere fra i compagni della sua fortuna coloro che per amore di lui gli erano affezionati, e a valersi dell'ingegno, o del carattere degli uomini in vantaggio loro e proprio soprattutto. Rientrato nella sua patria Timur, gli si unirono a mano a mano diverse fazioni di confederati che l'aveano cercato con ansietà nel Deserto. Non posso ristarmi dall'offerire in questo luogo, senza privarla della sua ingenua semplicità, la narrazione di uno di questi felici incontri, occorso a Timur, allorquando lo chiesero in loro Duce tre Capi seguìti da settanta uomini a cavallo. «Allorchè, egli dice, volsero gli occhi sopra di me, non potevano capire in sè medesimi dalla gioia, e scesero giù dai lor cavalli, e vennero e s'inginocchiarono dinanzi a me e baciarono le mie staffe. Smontai anch'io da cavallo e me li strinsi fra le braccia l'un dopo l'altro, e misi il mio turbante sulla testa del primo Capo, e passai attorno ai lombi del secondo un cinturino tempestato di gemme e lavorato in oro, e vestii del mio abito il terzo; ed essi piangevano e piangeva ancor io; e l'ora della preghiera era giunta, e pregammo insieme. E noi rimontammo sui nostri cavalli e venimmo alla mia abitazione; e adunai il mio popolo, e feci un convito». Le più valorose tribù non tardarono ad unirsi a queste fedeli bande, che Timur guidò contro un nemico superiore di numero. Varj furono gli avvenimenti di cotal guerra, ma finalmente dalla Transossiana respinti vennero i Geti. Molto già avea operato Timur per la sua gloria; ma molto ancora gli rimaneva a compire; di molta destrezza eragli d'uopo; molto sangue doveva esser versato prima ch'ei costringesse quei suoi eguali a considerarlo come padrone. Per riguardi alla nascita e al potere dell'emiro Hussein, della cui sorella inoltre era tenero consorte Timur, si vide questi costretto a riconoscerlo per collega, comunque fosse un uomo indegno e vizioso. Spesso turbata dalla gelosia questa Lega, ne' frequenti litigi che nacquero, Timur ebbe sempre l'accorgimento di far ricadere sul rivale i rimproveri di perfidia e di ingiustizia. Finalmente dopo una sconfitta, che fu l'ultima per Timur, alcuni amici del medesimo, la sagacità de' quali li trasse a disobbedire il lor Capo per non disobbedirlo più mai, uccisero Hussein. I suffragi unanimi di una Dieta (A. D. 1370), o Corultai, conferirono al vincitore, in età di trentaquattro anni[401], l'imperiale comando; ma ostentò rispetto verso la Casa di Gengis, e intanto che l'emiro Timur regnava sul Zagatai e l'Oriente, un Kan titolare serviva, come semplice ufiziale, negli eserciti del proprio servo. Un fertile reame, lungo e largo cinquecento miglia, avrebbe potuto soddisfare l'ambizione di un suddito: ma Timur aspirava al trono del Mondo, e prima della sua morte avea aggiunte ventisei corone a quella del Zagatai. Senza diffondermi sulle vittorie di trentacinque azioni campali, o seguitare Timur nelle sue continue corse sul continente dell'Asia, racconterò in succinto le sue conquiste. I, in Persia; II, in Tartaria; III, nell'India[402]; d'onde procederò al racconto più rilevante, della guerra che contro i Turchi sostenne.

I. La giurisprudenza de' conquistatori somministra abbondantemente motivi di sicurezza, d'indispensabil vendetta, di gloria, di zelo, di diritto e di convenienza a tutte le guerre che imprendono. Non appena Timur avea unito la Carizmia e il Candahar al suo patrimonio del Zagatai, volse i suoi pensieri ai regni dell'Yran, o della Persia. La vasta contrada che dall'Osso al Tigri si estende, non riconosceva più alcun Sovrano legittimo dopo la morte di Abusaid, ultimo discendente del grande Holagoù. Essendo da quarant'anni esuli da questo paese la giustizia e la pace, parea che Timur, coll'invaderlo, esaudisse i voti di un popolo oppresso. I piccioli tiranni che tribolavan la Persia, e che, collegati, avrebbero potuto difendersi, combattettero disgiuntamente, e soggiacquero tutti, senz'altra differenza ne' loro destini, fuor quella che potè derivare dalla prontezza loro nel sottomettersi, o dalla pertinacia nel resistere. Ibraim, Principe di Sirvan, o d'Albania, baciando i gradini del trono imperiale, offerse al Sovrano donativi di seta, di cavalli e di arredi, e secondo l'uso de' Tartari, erano nove capi di ciascun genere. Osservò uno spettatore non essere che otto gli schiavi. «Sono io il nono», rispose Ibraim che già erasi apparecchiato a siffatta censura; la quale adulazione Timur compensò d'un sorriso[403]. Sa-Mansur, Principe del Fars, o della Persia, così propriamente detta, il men potente fra i nemici di Timur, fu quegli che si mostrò il più formidabile, in una battaglia datasi sotto le mura di Siray; disordinò con tre o quattromila soldati il Cul, o corpo di battaglia, di trentamila uomini di cavalleria, in mezzo al quale Timur combatteva in persona. Ridotto Mansur a non avere attorno di sè che quattordici, o quindici guardie, rimanea fermo come scoglio, benchè ricevesse due colpi di scimitarra sull'elmo[404]. Riunitisi finalmente i Mongulli, fecero cadere ai lor piedi il capo del tremendo Mansur; e il vincitore die' a divedere quale spavento una popolazione sì intrepida gl'incutesse, col farne sterminar tutt'i maschi. Da Sirai innoltratesi fino al golfo Persico le truppe di Timur, la città di Ormuz[405] die' a divedere la sua opulenza e la sua debolezza ad un tempo, coll'obbligarsi a pagare un tributo annuale di seicentomila dinar d'oro. Bagdad non era più la città della pace e il soggiorno del Califfo; ma la più luminosa fra le conquiste operate da Holagoù, doveva eccitare l'ambizione del successore. Dalle foci dell'Eufrate e del Tigri fino alla loro sorgente, tutt'i paesi innaffiati da questi due fiumi si sottomisero al vincitore. Entrato in Edessa, punì i sacrileghi Turcomani per una pecora nera che alla carovana della Mecca avean tolta. I Cristiani dalla Georgia disfidavano ancora fra i lor dirupi le armi e la legge de' Maomettani. Ma ottenuto, con tre successive spedizioni, l'onor di Gazi, o Santo guerriero, si fece nel Principe di Teflis un amico e un proselito.

A. D. 1370-1383

II. L'invasione del Turkestan, o della Tartaria orientale potè riguardarsi come una vendetta legittima. L'impunità de' Geti trafiggea l'orgoglio di Timur, che varcato il Gihoon, soggiogò il regno di Kasgar e penetrò sette volte nel cuore del lor paese. Il campo più lontano di Timur, distò due mesi, ossia quattrocento ottanta leghe a greco da Samarcanda, e i suoi Emiri, dopo attraversato l'Irtis, scolpirono nelle foreste della Siberia un rozzo monumento delle loro imprese. La conquista del Kipsak[406], o della Tartaria occidentale, ebbe per duplice scopo il soccorso degli oppressi, e la punizione degl'ingrati. Toctamis, Principe esule dai suoi Stati, aveva ottenuto protezione e asilo nella Corte di Timur, il quale rimandò sdegnosamente gli Ambasciatori di Auruss-Kan, Principe nemico di Toctamis; e fattili inseguire in quel medesimo giorno dagli eserciti del Zagatai, e vittorioso, rimise il suo protetto nell'Impero settentrionale dei Mongulli; ma dopo dieci anni di regno, il nuovo Kan, dimentico dei servigi e della possanza del suo benefattore, non vide più in esso che l'usurpatore dei sacri diritti della Casa di Gengis. Penetrato in Persia per le gole di Derbent, e condottiero di novantamila uomini a cavallo e di tutte le forze del Kipzak, della Bulgaria, della Circassia o della Russia, passò il Gihoon, arse i palagi di Timur, e lo costrinse, in mezzo al verno, a difendere Samarcanda e sè stesso. Dopo alcuni mansueti rimproveri, cui venne appresso una luminosa vittoria, Timur si risolvè alla vendetta. Invase due volte il Kipzak a levante e a ponente del Caspio e del Volga, con forze sì sterminate, che il fronte del suo esercito occupava uno spazio di tredici miglia. Per cinque mesi di cammino, questo esercito trovò appena orme d'uomo lungo la strada, e dovette più volte dipendere dalle contingibilità della caccia per vivere. Finalmente questo, e l'esercito di Toctamis si scontrarono; il tradimento del portastendardi del Kipsak, che rovesciò la bandiera in mezzo all'azione, diede ai Zagatai la vittoria, e Toctamis (così si esprimono le Instituzioni) abbandonò la tribù di Tusi al vento della desolazione[407]. Rifuggitosi presso il Gran Duca di Lituania, ritornò ancora sulle rive del Volga, e dopo quindici battaglie date ad un rivale, che già la massima parte degli Stati aveagli presa, nei deserti della Siberia perì. Fin nelle province tributarie della Russia inseguillo Timur, e fece prigioniere un Duca della Casa regnante in mezzo alle rovine della sua Capitale; la vanità e l'ignoranza orientale possono aver di leggieri confusa Yeletz colla Capitale del russo Impero. L'avvicinar de' Tartari empiè di spavento la città di Mosca; nè questa avrebbe opposta vigorosa resistenza, poichè i Russi poneano tutte le loro speranze in una immagine miracolosa della Vergine, cui diedero merito della ritirata o volontaria, o accidentale del conquistatore. La prudenza e l'ambizione del pari lo richiamavano ad ostro; nulla eravi più che raccogliere in quello stremato paese, e già i soldati mongulli ivano carichi di preziose pellicce, di tele d'Antiochia[408], di verghe d'oro e d'argento[409]. Giunto allo rive del Don o Tanai, ricevè colà l'umile deputazione dei Consoli e dei mercatanti d'Egitto[410], di Venezia, di Genova, di Catalogna e di Biscaglia, che trafficavano con Tana, o Azoph, città situata alla foce del fiume; i quali gli offersero donativi, ne ammirarono la magnificenza, e nella parola di lui si affidarono. Ma un formidabile esercito venne dopo la pacifica visita di un Emiro, che aveva esaminato accuratamente la situazione e la ricchezza de' magazzini; indi i Tartari ridussero in cenere la città. Quanto ai Musulmani, si contentarono, dopo averli spogliati, di rimandarli; ma tutti que' Cristiani che nelle loro navi non si erano rifuggiti, vennero condannati a morte o schiavitù[411]. Un impeto di vendetta trasse Timur ad ardere la città di Astrakan e Siray, monumenti di una nascente civiltà. In questa spedizione si gloriò d'aver penetrato in un paese, ove regna il giorno perpetuo, straordinario fenomeno, in grazia del quale i dottori maomettani, crederono poterlo dispensare dalla preghiera vespertina[412].