A. D. 1398-1399

Allorchè Timur propose ai suoi Principi ed Emiri la conquista dell'India, o dell'Indostan[413], un bisbiglio di scontento si udì; «e i fiumi! sclamarono; e le montagne! e i deserti! e i soldati armati di tutto punto! e gli elefanti che distruggono gli uomini!». Ma la collera dell'Imperatore era cosa da temersi più di tutti questi pericoli; e la sua mente di una natura superiore gli facea comprendere la facilità di una spedizione che ad essi parea sì tremenda. I suoi messi segreti lo aveano ragguagliato della debolezza e dell'anarchia dell'Indostan, della ribellione dei Subà nelle province, e dell'infanzia perpetua del Sultano Mamud, da tutti sprezzato fin entro il suo Harem di Dely. L'esercito dei Mongulli marciò in tre ordini, al qual proposito Timur si compiace, osservando che i suoi novantadue squadroni, ciascun composto di mille uomini a cavallo, corrispondevano ai novantadue nomi, o attributi del Profeta Maometto. Fra il Gihoon e l'Indo, varcarono una di quelle catene di monti che i Geografi arabi chiamano le Cinture di pietra della Terra. I masnadieri che le abitavano furono vinti e sterminati, ma molto numero d'uomini e di cavalli perì in mezzo alle nevi; e l'Imperatore stesso dovè farsi calare in un precipizio sopra un sedile pensile, raccomandato a corde che aveano cento cinquanta cubiti di lunghezza, e prima ch'ei fosse al fondo, dovette per cinque volte ripetersi una così rischiosa fazione. Varcato l'Indo ad Attok, attraversò successivamente e seguendo l'orme di Alessandro il Pungiab, ossia le Cinque Riviere[414] che mettono foce nella primaria corrente. Da Attok a Dely non si contano che cinquecento miglia per la via ordinaria; ma i due conquistatori se ne distolsero verso scilocco, e Timur il fece per raggiugnere il suo pronipote che tornava dopo avere, per ordine di lui, conquistata Multan. L'Eroe macedone, arrestatosi sulla riva orientale dell'Ifasi all'ingresso del Deserto, versò qualche lagrima, ma il Mongul procedendo innanzi, ridusse la Fortezza di Batnir, e a capo del suo esercito si mostrò alle porte di Dely, città vasta e fiorente, e da re maomettani, volgean tre secoli, posseduta. L'assedio di questa e soprattutto della Rocca un lungo indugio avrebbe portato; ma Timur, nascondendo le sue forze, adescò a scendere nella pianura il sultano Mamud, cui seguivano il suo Visir, diecimila corazzieri, quarantamila guardie e centoventi elefanti, le cui difese erano, si dice, armate di lame taglienti e venefiche. Timur si abbassò a munirsi di alcune cautele contro cotesti mostri, o piuttosto contro il terrore che inspiravano alle sue truppe. Fatti accendere diversi fuochi e scavare una fossa, ordinò si ergesse una trincea di scudi e punte di ferro; ma l'evento dimostrò ai Mongulli quanto risibile fosse la loro tema; e appena questi mal destri animali furon fugati, la specie inferiore, gl'Indiani, sparve senza combattere. Timur fece il suo trionfale ingresso nella Capitale dell'Indostan, ove ammirata l'architettura della grande moschea, manifestò il disegno di fabbricarne una simile; ma l'ordine, o la permissione di un saccheggio e di una strage generale contaminò le feste della vittoria. Risolvè poscia di purificare i suoi soldati nel sangue degl'idolatri, o gentili, che superavano di numero i Musulmani nella proporzione di dieci a uno; e per mandare ad effetto questa pia brama, portatosi a greco di Dely, passò il Gange, diede molte battaglie per terra e per mare, innoltrandosi fino alla famosa roccia di Cupela, che sotto forma di giovenca, sembra vomitare quel fiume, la cui sorgente scaturisce dalle montagne del Tibet[415]. Indi tornò addietro costeggiando i monti a tramontana; la qual rapida corsa di un solo anno non potea giustificare la tema stravagante mostratasi dagli Emiri che i climi australi facessero tralignare i lor figli sino a divenire una schiatta d'Indù.

A. D. 1400

Standosi sulle rive del Gange, Timur seppe dai suoi celeri messaggeri le turbolenze insorte sui confini della Georgia e della Natolia, la ribellione dei Cristiani, gli ambiziosi disegni del Sultano Baiazetto. Nè una età di sessantatre anni, nè innumerabili fatiche, aveano alterato in esso il vigor del corpo, o dell'animo; tornato a Samarcanda, e goduti alcuni mesi di riposo nel suo palagio, annunziò una nuova spedizione di sette anni ne' paesi occidentali dell'Asia[416]. I soldati che fecero seco lui le guerre dell'India ebbero la scelta di rimanersi alle proprie case o di seguire il lor Principe. Ma tutte le truppe delle province e de' regni della Persia ricevettero l'ordine di unirsi ad Ispahan, e di aspettare ivi l'arrivo dell'Imperatore. Si fece primieramente ad assalire i Cristiani della Georgia, difesi dalle loro rupi, dalle loro Fortezze, e dal rigore del verno; ma la perseveranza di Timur superando tutti gli ostacoli, i ribelli si sottomisero al tributo, ovvero alle leggi del Corano. Entrambe le religioni poterono inorgoglirsi di proprj martiri; ma meglio s'addicea questo titolo ai prigionieri cristiani, perchè fra il morire e l'abbiurare avevano scelta. Scendendo dalle montagne, l'Imperatore diede udienza ai primi Ambasciadori di Baiazetto, e incominciò quella vicenda di rimproveri e minacce, che a mano a mano s'inasprì per due anni, sinchè in aperta guerra scoppiasse. Due confinanti ambiziosi e rivali mancano rade volte di pretesto per venire all'armi un contro l'altro. Le conquiste de' Mongulli e degli Ottomani, si toccano nelle vicinanze di Erzerum e dell'Eufrate; nè Trattati, nè un lungo possedimento aveano determinati quegli incerti confini. Ognuno de' due Sovrani potea rampognar l'altro, averne invaso il territorio, o minacciati i vassalli, o protetti i ribelli; e ribelli in loro sentenza erano tutti que' Principi fuggitivi, de' quali usurpavano i regni, perseguendone inoltre accanitamente la vita e la libertà. Però l'opposizione d'interessi fra questi due Principi era anche meno malaugurosa dell'eguaglianza delle loro indoli. Nel corso della vittoria, Timur non voleva soffrire eguali; Baiazetto non voleva riconoscere alcun superiore. La prima lettera scritta dall'Imperatore Mongul[417] al Sultano de' Turchi, tutt'altro che conciliatrice, dovea moverlo a furore, perchè ostentava in essa disprezzo e per la famiglia, e per la nazione di Baiazetto[418]. «Non sai tu che la maggior parte dell'Asia conquistata dalle nostre armi obbedisce alle nostre leggi? che si stendono da un mare all'altro le nostre invincibili forze? che i potentati della terra stanno rispettosamente schierati dinanzi alla nostra Porta, e che noi abbiamo costretta la stessa fortuna a vegliare alla prosperità del nostro Impero? Sopra di che fondi la tua insolenza e il tuo delirio? Tu hai vinte alcune battaglie nelle foreste della Natolia; meschini trofei! Hai riportata qualche vittoria sui Cristiani d'Europa, perchè la tua spada era benedetta dall'Appostolo di Dio; e ringrazia l'obbedienza che hai mostrata ai precetti del Corano guerreggiando gl'Infedeli, se non ci siamo portati a distruggere il tuo paese, frontiera e baloardo del Mondo musulmano. Fa senno fin che ne hai tempo; medita, pentiti, e allontana il fulmine della nostra vendetta che ti sta ancora sospeso sul capo. Non sei che una formica; perchè ti avvisi di provocar gli elefanti? Infelice! li schiacceranno sotto i lor piedi». La risposta di Baiazetto spirava l'indignazione d'un uomo profondamente trafitto da uno sprezzo al quale non poteva mai essere stato avvezzo. Dopo avere chiamato Timur masnadiero, ladrone del Deserto, viene recapitolando le vittorie di lui cotanto vantate nell'Iran, nel Turan, nell'Indie; poi s'adopera a provargli che solo per l'arti della perfidia, o per la dappocaggine de' suoi avversarj, ha trionfato. «I tuoi eserciti sono innumerabili; voglio crederlo; ma osi tu mettere a confronto le frecce de' tuoi Tartari che non sanno se non fuggire, colle sciabole de' miei intrepidi e non mai vinti giannizzeri? Sì, difenderò sempre i Principi che hanno implorata la mia protezione, vienli a cercare sotto le mie tende. Le città di Erzerum e di Arzingano mi appartengono; e se non mi pagano esattamente il tributo, verrò a farmi scontare il mio credito sotto le mura di Tauride e di Sultania». L'eccesso della collera trasportò Baiazetto a dettare un'ingiuria che feriva più di fronte Timur. «S'io fuggo dinanzi a te, possano le mie mogli venire allontanate dal mio letto con tre divorzj! Ma se tu non hai il coraggio di aspettarmi sullo spianato, che tu non riveda le tue mogli, se non se dopo che avranno per tre volte soddisfatte le brame di uno straniero»[419]. Presso i Turchi, una ingiuria di fatto, o di parole, diviene offesa imperdonabile, se ai misteri dello Harem si riferisce[420]; quindi il risentimento personale invelenì la querela politica dei due Monarchi. Ciò nullameno, la prima spedizione di Timur si limitò a distruggere la Fortezza di Sivas, o di Sebaste, situata sulla frontiera della Natolia; e quattromila Armeni sepolti vivi per avere adempiuto con valore e fedeltà il proprio dovere l'imprudenza del Principe ottomano espiarono. Sembrava che Timur, come buon Musulmano, usasse tuttavia un tal quale rispetto alla pia impresa di Baiazetto, il quale in allora interteneasi bloccando Costantinopoli: onde pago d'avergli dato un primo saggio, contro l'Egitto e la Sorìa volgea l'armi. Narrasi che gli Orientali e lo stesso Timur chiamassero Baiazetto Kaissar di Rum ossia Cesare dei Romani, titolo che si potea quasi legittimamente, o in via di breve anticipazione attribuire ad un Principe il quale possedea le province de' successori di Costantino e minacciava la lor Capitale[421].

La repubblica militare dei Mammalucchi regnava tuttavia nell'Egitto e nella Sorìa; ma la dinastia de' Turchi era stata scacciata dalla dinastia de' Circassi[422]; e Barkok lor favorito, passò una prima volta dalla schiavitù, una seconda volta dal carcere, al trono. In mezzo alla ribellione e alla discordia sfidò le minacce del Sovrano Mongul, mantenne una corrispondenza co' suoi nemici, e fece arrestarne gli ambasciatori. L'altro aspettò pazientemente la morte di Barkok, per vendicarsi poi sul debole Faragio che ne era figlio e successore. A respingere questa invasione si assembrarono in Aleppo gli Emiri della Sorìa[423], che ogni loro fiducia fondavano sulla disciplina e la rinomanza de' Mammalucchi, sulla buona tempera delle loro lancie e delle loro spade fabbricate coll'acciaio miglior di Damasco, sulla forza delle loro città cinte di muri, sulla popolazione composta di sessantamila villaggi. Anzichè sostenere un assedio, credettero miglior partito aprire le porte e distendersi sulla pianura. Ma la forza di queste genti non era corroborata dall'unione e dalle virtù, sicchè alcuni de' più potenti Emiri sedotti da Timur aveano abbandonati, o traditi i più fedeli de' lor compagni. Il fronte dell'esercito di Timur vedeasi munito da una linea di elefanti, che portavano torri piene d'arcieri e di fuoco greco. Le rapide fazioni della cavalleria di Timur avendo accresciuto oltre ogni dire lo scompiglio e il terrore de' suoi nemici, questi si addossavano gli uni agli altri, a talchè vennero affogati o trucidati a migliaia sull'ingresso della maggiore strada di Aleppo; ed i Mongulli entrando nella città mescolati coi fuggitivi, i vili, o corrotti difensori di quella insuperabile Rocca, la rendettero dopo avere opposta una debolissima resistenza. Fra i supplichevoli e i prigionieri, i Dottori della Legge ottennero un maggior riguardo da Timur che gli ammise al pericoloso onore di un parlamento[424]. Benchè zelante musulmano, il Principe de' Mongulli avea imparato nelle scuole della Persia a rispettare la memoria di Alì e di Hosein, e a riguardare i popoli della Sorìa, siccome nemici giurati del pronipote di Maometto. A questi Dottori egli fece una interrogazione capziosa, che i casisti di Bocara, di Samarcanda e di Herat non erano buoni a risolvere. Chi sono, lor chiese egli, i veri martiri? «I soldati uccisi dalla mia banda, o quelli che muoiono nelle file dei miei nemici?» Ma uno di que' Cadì seppe accortamente sciogliere la quistione, o per meglio dire chiuder la bocca all'interrogatore, col rispondere valendosi delle espressioni di Maometto medesimo: «essere l'intenzione che forma i martiri, e i Musulmani d'entrambe le parti potersi del pari meritar questo, se per la gloria di Dio hanno combattuto». La successione legittima del Califfo sembrava un punto più difficile da decidersi, e Timur irritato dalla franchezza di un dottore che, atteso il suo stato attuale, si mostrava troppo sincero, esclamò: «Tu non sei men falso di quelli di Damasco: Moavìa non era che un usurpatore, Yesid un tiranno; Alì solo è il vero successore di Maometto». Una prudente interpretazione, avendone calmato lo sdegno, passò ad argomenti di conversazione più famigliari: «Quanti anni avete voi?» diss'egli al Cadì — «Cinquant'anni.» — «Il mio primogenito sarebbe della vostra età. Voi mi vedete, continuò Timur; io non sono che un misero mortale, zoppo e decrepito; nondimeno ha piaciuto all'Altissimo di scegliermi per soggiogare i regni d'Iran, di Turan, e delle Indie. Non son già io un uomo feroce. Iddio m'è testimonio che nelle mie differenti guerre, io non sono mai stato l'aggressore; e che i miei nemici sono eglino stessi gli autori delle loro calamità». Ma durante questo tranquillo colloquio, il sangue scorreva a fiumi per le strade di Aleppo, e si udivano da ogni banda grida di madri, di fanciulli, e di vergini che veniano prostituite. Certamente il ricco bottino abbandonato ai soldati era un grande incentivo alla loro avidità; ma la crudeltà de' medesimi, avea un fondamento nel comando assoluto, che ricevettero dall'Imperatore, di presentargli un certo numero di teste, le quali, giusta il solito, fece accuratamente disporre in colonne e piramidi. I Mongulli trascorsero la notte celebrando con allegrezza la riportata vittoria, mentre que' Musulmani che rimaneano, la passarono nelle catene e fra i pianti. Io non seguirò ora il cammino del devastatore di Aleppo fino a Damasco, ove gli eserciti di Egitto vigorosamente lo assalirono, e pressochè affatto lo misero in rotta. L'atto ch'ei fece di ritirarsi, fu attribuito ad angustia estrema cui fosse pervenuto, e giudicato effetto della disperazione; già un nipote di Timur era passato nelle file nemiche; già i popoli della Sorìa si allegravano della vittoria, allorchè una ribellione de' Mammalucchi costrinse il Sultano di Damasco a rifuggirsi precipitosamente; e con obbrobrio, nel suo palagio del Cairo. Benchè abbandonati dal loro Sovrano, gli abitanti di Damasco sì valorosamente difesero le proprie mura, che Timur offeriva di liberare questa città dall'assedio, purchè i cittadini acconsentissero a pagare un riscatto con varj donativi, tutti regolati colla proporzione del numero nove che già si additò. Ma appena, sotto la fede di una tregua, gli fu permesso introdursi nella città, violò perfidamente il Trattato, esigendo una contribuzione di dieci milioni in oro, ed incoraggiando i suoi soldati a castigare i popoli della Sorìa come discendenti di coloro che aveano eseguita, o approvata la morte del pronipote del Profeta; nè eccettuò dall'eccidio generale fuorchè una famiglia che avea data onorevole sepoltura alla testa di Hosein, e una colonia di operai, o artigiani che trasportò a Samarcanda (A. D. 1279). Dopo un'esistenza di sette secoli, la città di Damasco fu ridotta in cenere per lo zelo religioso di un Tartaro che davasi vanto di vendicare il sangue di un Arabo. Le perdite e i disagi di questa guerra costrinsero Timur ad abbandonare l'idea di conquistare l'Egitto e la Palestina; ma rivolgendosi all'Eufrate, consegnò alle fiamme la città di Aleppo, e autenticò la pietà de' motivi che a tale atto il condussero col concedere libertà e ricompensa a duemila Alìdi che divisavano di visitare la tomba del figlio suo. Mi sono diffuso su queste particolarità che giovano a far conoscere il carattere personale di cotesto Eroe de' Mongulli; ma racconterò brevemente[425] che egli innalzò una piramide di novantamila teste sulle rovine di Bagdad, e che dopo avere devastata nuovamente la Georgia (A. D. 1401), sulle rive dell'Arasse accampò, facendo ivi nota la sua risoluzione di movere l'armi contra l'Imperatore ottomano. Conoscendo egli di quanto momento una tal guerra si fosse, radunò per essa le forze di tutte le sue province; onde ottocentomila uomini diedero ai registri militari il lor nome[426]; e l'ordine dato per cinque o diecimila cavalli, indica piuttosto il grado e gli attributi dei Capi che il numero effettivo de' soldati[427]. I Mongulli aveano acquistate immense ricchezze nel saccheggio della Sorìa, ma la distribuzione de' loro stipendj arretrati di sette anni, gli affezionò con più certezza ai loro stendardi.

A. D. 1402

Intanto che il Principe Mongul si era intertenuto nelle spedizioni dianzi descritte, Baiazetto aveva avuti due interi anni per raccogliere le sue forze che stavansi in quattrocentomila combattenti così di cavalleria come di fanteria[428]; ma tutti questi diversi corpi, per lor fedeltà e valore non meritavano la medesima confidenza. Ne conviene primieramente far menzione de' giannizzeri che furono successivamente portati al numero di quarantamila uomini; viene indi una cavalleria nazionale, conosciuta ne' moderni tempi col nome di spai; ventimila corazzieri europei, coperti di negre e impenetrabili armadure; le truppe della Natolia, i cui Principi nel campo di Timur si erano rifuggiti; e una colonia di Tartari che lo stesso Timur scacciò dal Kipzak, e ai quali Baiazetto avea conceduto, per abitarvi, un terreno nelle pianure di Andrinopoli. L'intrepido Sultano marciava all'incontro del suo rivale; dispiegò le sue tende presso le rovine della sfortunata città di Sivas, il qual campo pareva avesse scelto a bella posta a teatro di sua vendetta. In questo mezzo, Timur, varcato l'Arasse, attraversava tutta l'Armenia e la Natolia, non omettendo veruna delle cautele suggerite dalla prudenza. Rapida, quanto ordinata, e retta da un'esatta disciplina fu la sua corsa. Era antiguardo la cavalleria leggiera, che oltre all'additare il cammino, esplorava accuratamente le montagne, ogni foresta, ogni fiume. Deliberato di combattere gli Ottomani nel centro del loro Impero, il Principe de' Mongulli evitò destramente il lor campo, tenendosi alla sinistra; ed occupata Cesarea, e passato il deserto Salè, e il fiume Haly, la città di Angora strinse d'assedio. Intanto il Sultano, immobile nel suo campo, e ignaro di quanto accadeva, credea ragionar giusto nel paragonare il marciare, che è sì rapido, de' Tartari a quello delle lumache[429]. Ma l'indegnazione il fornì ben tosto di ali per correre in soccorso di Angora; essendo impazienti di combattere così l'uno come l'altro Generale, le pianure di que' dintorni divennero scena della memoranda battaglia che l'obbrobrio di Baiazetto e la gloria di Timur fece immortali.

L'Imperatore de' Mongulli dovette questa vittoria a sè medesimo, alla prontezza e alla sicurezza del suo vedere, a una pratica di trent'anni. Egli aveva ridotto a perfezione l'arte militare fra i suoi, senza andar contro alle antiche costumanze della nazione[430], le cui forze stavansi tuttavia nella destrezza degli arcieri, e nelle rapide fazioni di una numerosa cavalleria. O guidasse alla pugna una picciola truppa, o un copioso esercito, il modo dell'assalto era sempre il medesimo. La prima linea, facendo immantinente impeto, la sosteneano ordinatamente gli squadroni dell'antiguardo. Il Generale tenea d'occhio la mischia, e seguendone gli ordini, le due ale si avanzavano successivamente in più divisioni, collocandosi in linea diritta od obbliqua, secondo che l'Imperatore giudicava più, o meno necessario il lor soccorso. Incalzava così il nemico con diciotto, o venti assalti, ognun de' quali una speranza di vittoria offeriva; e ove tutti avessero mancato di buon successo, l'Imperatore credendo quell'opportunità degna di lui, metteva innanzi il suo stendardo e il corpo di battaglia, da lui condotto in persona[431]. Però nella giornata di Angora anche questo corpo di battaglia fu retto ai fianchi e alle spalle dalle migliori truppe di riserva, comandate dai figli e dai nipoti di Timur. Il distruttore dell'Indostan dispiegava in orgogliosa foggia una linea di elefanti, trofeo anzichè strumento delle sue vittorie. L'uso del fuoco greco ai Mongulli e agli Ottomani era comune. Ma se l'una delle due nazioni avesse adottata dagli Europei la recente invenzione della polvere e de' cannoni, questo fulmine artifiziale avrebbe forse accertata la vittoria a quella delle due parti che ne avesse fatto uso[432]. In quest'azione, Baiazetto, e come Generale e come soldato, si segnalò: ma alla prevalenza del rivale gli fu forza di cedere, soprattutto perchè la maggior parte delle sue truppe, cedendo a diversi motivi, in quel rilevante momento lo abbandonò. Per rigore ed avarizia egli avea eccitate sedizioni, in mezzo ai Turchi, e troppo presto ritirato erasi dal campo lo stesso figlio di Baiazetto, Solimano. Le milizie della Natolia, fedeli nel ribellarsi, sotto le bandiere de' lor Principi legittimi ritornarono. Que' Tartari che si erano collegati coi Turchi, si lasciarono sedurre dalle lettere e dai messi di Timur[433], il quale rimprocciando ad essi l'obbrobrio di servire sotto gli schiavi de' loro antenati, li confortava colla speranza o di liberare l'antica loro patria, o fors'anche di regnar nella nuova. All'ala destra di Baiazetto, i corazzieri europei, fedeli alle proprie bandiere, fecero valorosamente impeto sui Tartari; ma la simulata e rapida fuga di costoro mise in iscompiglio questi uomini gravati dalle loro armadure di ferro, che si diedero ad inseguirli imprudentemente, lasciando intanto i giannizzeri, soli, privi di cavalleria e di frecce, esposti ai dardi di uno sciame di cacciatori mongulli. Abbattuto finalmente il loro coraggio dalla sete, dal caldo, e dalla moltitudine de' nemici, il misero Baiazetto, al quale un assalto di gotta toglieva il libero uso delle mani e delle gambe, venne trasportato fuori del campo da uno de' suoi più rapidi corridori, ma il Kan titolare del Zagatai, corsogli dietro, il fermò. Disfatti i Turchi e prigioniero il Sultano, tutta la Natolia si sottomise al vincitore, che piantato il suo stendardo a Kiotaia, mandò per ogni banda i suoi ministri di rapina e di strage. Mirza, Mehemmed, Sultano primogenito, e il più favorito tra i nipoti di Timur, corse a Bursa seguìto da trentamila uomini a cavallo, e aggiugnendosi in lui l'ardore della giovinezza, in cinque giorni di cammino, sol però con quattromila di coloro che seco partirono, giunse alle porte dalla Capitale, distante dugentotrenta miglia dal campo di Angora; ma più rapide ancora sono le corse suggerite dallo spavento, onde Solimano figlio di Baiazetto, erasi già rifuggito in Europa col tesoro di suo padre. Ciò nullameno Mirza trovò immense spoglie nel palagio e nella città, che prima era rimasta vota d'abitanti. La maggior parte delle case, fabbricate di legno, vennero incenerite. Da Bursa, Mehemmed s'inoltrò fino a Nicea, città tuttavia ricca e fiorente, nè le truppe de' Mongulli arrestaronsi prima di essere in riva alla Propontide. Così agli Emiri, come a Mirza tutte queste scorrerie ben tornarono. La sola Smirne, difesa dallo zelo e dal valore de' cavalieri di Rodi, meritò la presenza degli Imperatori. Dopo avere ostinatissimamente resistito, i Mongulli la preser d'assalto passando a fil di spada indistintamente tutti gli abitanti, e valendosi delle macchine d'assedio per lanciar le teste degli eroi cristiani sopra due caracche europee che in quel porto aveano gettate le ancore. I Musulmani dell'Asia si allegrarono nel vedersi liberi da un pericoloso nemico domestico; nella quale occasione, instituendo parallelo fra i due rivali, osservato venne come Timur in quattordici giorni riducesse una Fortezza che avea sostenuto per sette anni l'assedio, o almeno il blocco degli eserciti di Baiazetto[434].

I moderni scrittori escludono, qual favola adottata dalla credulità[435], la storia, per sì lungo tempo ripetuta come una lezion di morale, la storia della gabbia di ferro, entro cui, diceasi, Tamerlano fece rinchiudere Baiazetto; e fondano con fiducia la loro opinione sulla Storia persiana di Serefeddino Alì, della quale abbiamo oggi giorno una traduzione francese, e da cui ho tolta e compilata la più verosimile relazione di questo memorabile avvenimento. Timur avvertito che il Sultano prigioniero stavasi all'ingresso della sua tenda, uscì per riceverlo, e fattolo sedere a sè vicino, nel volgergli giusti rimproveri, usò un tuono riguardoso, addicevole al grado e alla commiserazione che i disastri del vinto si meritavano: «Oimè! diceagli Timur; per colpa vostra i decreti del destino furono compiuti; è quella stessa rete che avete ordita; son le spine dell'albero che avete piantato. Io desiderava risparmiare, ed anche soccorrere il campione de' Musulmani; voi avete sfidate le nostre minacce, sdegnata la nostra amicizia, costretto noi ad entrare ne' vostri Stati a capo de' nostri invincibili eserciti. Consideratene le conseguenze. Non ignoro la sorte che avevate riserbata a me e a' miei soldati, se foste stato voi vincitore. Ma disdegno la vendetta; la vostra vita e il vostro onore sono sicuri; dimostrerò la mia gratitudine a Dio, usando clemenza all'uomo.» Il Sultano prigioniero manifestò alcuni segni di pentimento, si sommise all'umiliante dono d'una veste d'onore, e abbracciò colle lagrime agli occhi il figlio suo Musa che, cedendo alle preghiere di Baiazetto, Timur avea fatto ricercare; e trovato erasi sul campo di battaglia fra i prigionieri. I Principi ottomani vennero alloggiati in un magnifico padiglione, e il rispetto che lor tributavasi pareggiava la vigilanza con cui erano custoditi. Giunto lo harem di Bursa, Timur restituì al Monarca prigioniero la moglie Despina e la figlia; pretese però piamente che questa Principessa serviana, la quale fino allora avea professata la fede di Cristo, abbracciasse tosto la religione maomettana. In mezzo alle feste della vittoria, cui Baiazetto veniva invitato, l'Imperatore Mongul concedè al suo prigioniero i distintivi di uno scettro e di una corona, aggiugnendo la promessa di condurlo sul trono dei suoi antenati, più splendente di gloria che mai stato nol fosse; ma l'immatura morte di Baiazetto prevenne l'adempimento di tali promesse. Tornarono vane le cure de' più abili medici per riaverlo da un colpo di apoplesia per cui morì in Akser, l'Antiochia di Pisidia, nove anni circa dopo la sua sconfitta. Il vincitore versò alcune lagrime sulla tomba del vinto. Il corpo di Baiazetto venne pomposamente trasportato nel mausoleo ch'egli si era fatto innalzare a Bursa; e Musa, figlio di lui, oltre a molti preziosi donativi di ornamenti d'oro, d'armi e cavalli, ottenne, con patente scritta in rosso, dal vincitore la sovranità della Natolia.

Tal ritratto di un vincitor generoso, è stato tolto dalle sue stesse Memorie, che gli si fanno dedicare al figlio e al nipote diciannove anni dopo la sua morte[436]. In tale epoca, mentre migliaia di testimonj conoscevano perfettamente la verità, una manifesta menzogna sarebbe stata una satira della effettiva condotta dell'encomiato; laonde le prove dedotte da simile manoscritto, e da tutti gli Storici persiani adottate, parrebbero d'un gran peso[437]; ma vuolsi anche considerare che l'adulazione, massime fra gli Orientali, è vile ed impudente oltre ogni credere, e che in vece Baiazetto abbia sofferto un trattamento ignominioso e crudele, è cosa attestata da una lunga serie di testimonj, de' quali ne citeremo alcuni seguendo l'ordine de' tempi e de' paesi. I. Il leggitore non ha certamente dimenticata la guernigione di Francesi che il Maresciallo Boucicault lasciò in difesa di Costantinopoli quand'ei ne partì. Essi erano in istato di saper per li primi, e in modo esattissimo, la sorte del formidabile loro avversario, ed è assai probabile che alcuni di essi accompagnassero gli Ambasciatori greci al campo di Tamerlano. Si fonda pertanto sui racconti di questi Francesi l'uom del seguito del Maresciallo che ne ha scritta la Storia, e attesta i rigori della prigionia e l'aspro tenore della morte di Baiazetto, sette anni circa dopo i fatti accaduti[438]. II. Il nome dell'Italiano Poggi[439] viene giustamente collocato fra quelli de' restauratori dell'erudizione nel secolo decimoquinto. Egli compose il suo elegante dialogo sulle vicende della fortuna[440] in età di cinquant'anni, e vent'otto anni dopo la vittoria di Tamerlano[441], paragonato da questo scrittore ai più illustri Barbari dell'antichità; e molti testimonj di vista aveano istrutto il Poggi sulle imprese e il saper militare di questo guerriero. Ora ei non omette di citare in prova del suo assunto l'esempio dell'ottomano Monarca, che il Tartaro racchiuse in una gabbia di ferro a guisa di belva, offrendolo siccome spettacolo a tutta l'Asia. Potrei aggiungere l'autorità di due Cronache italiane, di data più moderna, ma atte forse a provare che cotesta Storia, o vera o falsa, si era diffusa per tutta l'Europa colla prima notizia del grande cambiamento politico avvenuto nell'Asia[442]. III. Intanto che il Poggi fioriva a Roma, Amed-Ebn Arabshà, componeva a Damasco la sua elegante e maligna Storia di Timur, i cui materiali avea raccolti ne' suoi viaggi in Turchia e in Tartaria[443]. Lo Scrittore latino e l'arabo, fra i quali sembra impossibile sia stata corrispondenza, concordano entrambi sul fatto della gabbia di ferro, il quale accordo mostra evidentemente la loro veracità. Arabshà racconta ancora che Baiazetto sofferse un oltraggio d'altra natura e moralmente più doloroso. Le espressioni incaute di una lettera di Baiazetto intorno alle mogli e ai divorzj, avendo grandemente offeso il geloso Tartaro, volle questi, dice lo Storico arabo, che in un banchetto, ove la sua vittoria si festeggiava, le donne mescessero ai convitati, e il Sultano ebbe il cordoglio di vedere e le sue concubine e le sue mogli legittime confuse fra le schiave, ed esposte senza velo alla licenza de' pubblici sguardi. Pretendesi che per evitare in avvenire un'umiliazione tanto crudele, i successori di Baiazetto, eccetto un solo, si siano astenuti dal matrimonio; e Busbek[444] nel secolo XVI Ambasciatore di Vienna alla Porta, e attentissimo osservatore, assicura, che una tale pratica ed opinione durava tuttavia presso gli Ottomani. IV. La differenza d'idioma rende la testimonianza d'un Greco independente al pari di quella di un Arabo e di un Latino. Volendosi anche rifiutare le testimonianze di Calcocondila e di Duca che viveano in tempi meno lontani da noi, e che con tuono meno affermativo raccontano un tale fatto, non vi sarebbe alcuna buona ragione per negare ogni fiducia allo Storico Giorgio Franza[445], Proto-vestiario degli ultimi Imperatori, e nato un anno prima della battaglia di Angora. Ventidue anni dopo di questa, venne spedito Ambasciatore alla Corte di Amurat II, ed ebbe campo di conversare con diversi giannizzeri che aveano partecipato alla schiavitù di Baiazetto e veduto il Sultano nella sua gabbia di ferro. V. L'ultima e migliore di tutte le autorità si è quella degli Annali turchi, consultati e copiati da Leunclavio, Pococke e Cantemiro[446]. Essi deplorano unanimemente la cattività della gabbia di ferro; e vuolsi in ordine a ciò concedere qualche fiducia a questi Storici nazionali, che non poteano incolpare il Tartaro senza scoprire ad un tempo l'obbrobrio del loro Principe e della loro patria.