Da queste discordanti premesse può trarsi una conclusione probabile, e che sta di mezzo fra l'una e l'altra opinione. Mi piace supporre che Serefeddino Alì abbia fedelmente raccontato il primo colloquio di formalità, durante il quale, il vincitore, cui i buoni successi suggerivano di assumere più nobil contegno, avrà ostentati sentimenti di generosità. Ma l'arroganza mostrata fuor di proposito da Baiazetto lo inacerbì; i Principi della Natolia detestavano questo Sultano, e giuste erano le loro lagnanze. Si seppe che Timur avea divisato di condursi dietro in trionfo il suo prigioniero in Samarcanda, intanto che una buca, scavata sotto la tenda di Baiazetto per agevolargli la fuga, mise in riguardo l'Imperatore, e a meglio cautelarsi il costrinse. La gabbia di ferro portata in quelle continue corse sopra di un carro, forse era fatta meno per insultar Baiazetto che per assicurarsene. Timur avea forse letto in qualche storia favolosa un simile trattamento usato contra un Re di Persia suo predecessore. Condannò Baiazetto a rappresentare comicamente la parte d'Imperatore romano e ad espiare in tal guisa gl'insulti che ne avea ricevuti[447]. Ma il coraggio e le forze del Sultano a così dura prova non resistettero, e si può senza ingiustizia attribuire alla severità di Timur la morte immatura di Baiazetto (A. D. 1403). Timur non faceva la guerra ai morti; e alcune lagrime e un sepolcro erano il meno ch'ei potesse concedere ad un prigioniere, sciolto per sempre dalla podestà del vincitore: e se Musa, figlio di Baiazetto, ottenne la permissione di regnare sulle rovine di Bursa, la maggior parte però della Natolia fu ai suoi Sovrani legittimi restituita.
Timur possedeva in Asia tutto il paese che dall'Irtis e dal Volga fino al golfo Persico, dal Gange fino all'Arcipelago e a Damasco si estende. Invincibile ne era l'esercito, illimitata l'ambizione. Il suo zelo lo faceva aspirare a render soggetti e convertire i regni cristiani dell'Oriente che il suo nome solo empiea di spavento. Ei già toccava i limiti del Continente; ma uno stretto braccio di mare, disgiungeva l'Asia dall'Europa[448], ostacolo per lui insuperabile, perchè il padrone di tanti toman, o miriadi di soldati a cavallo non possedeva una sola galea. I due passaggi del Bosforo e dell'Ellesponto, di Costantinopoli e di Gallipoli, stavano l'uno in poter dei Cristiani, l'altro in poter de' Turchi, che in sì imminente pericolo dimenticarono la differenza delle religioni per riunirsi di mutuo accordo, e con fermezza, in difesa della causa comune. E vascelli, e fortificazioni guernirono i due stretti; entrambi i popoli ricusarono a Timur i navigli che ad essi chiedè successivamente, col pretesto di valersene a far guerra ai loro nemici. Nel medesimo tempo l'orgoglio del Tartaro lusingavano, or per via di tributi, or per via di supplichevoli ambascerie, che gli concedeano anticipatamente il merito della vittoria, ma tutte intese con prudenza ad indurlo ad una ritirata. Solimano, figlio di Baiazetto, che implorò la clemenza del vincitore pel proprio padre e per sè medesimo, e mostrò opportunamente ardente desiderio di prostrarsi in persona ai piedi del Monarca dell'Universo, ne ottenne, con patente scritta in rosso, l'investitura del regno di Romania già da lui posseduto per diritto di conquista. Anche l'Imperatore greco, fosse Giovanni, o Manuele[449], si sottomise a pagargli il tributo precedentemente pattuito col Sultano de' Turchi; il qual Trattato confermò con giuramento d'obbedienza, da cui potè credersi sciolto, appena il Tartaro ebbe fatta sgombera la Natolia. Alterate da quel terrore che invase avea le nazioni le fantasie degli uomini, attribuirono all'ambizioso Timur il romanzesco disegno di conquistare l'Egitto e l'Affrica, dal Nilo all'Oceano Atlantico, poi di entrare in Europa per lo stretto di Gibilterra, tornando pei deserti della Russia e della Tartaria nei suoi Stati, dopo avere soggiogate tutte le potenze della Cristianità. La cura di ridurre in soggezione l'Egitto, distolse dall'Europa questo pericolo lontano, o immaginario fors'anche. Al Cairo, le commemorazioni nelle pubbliche preci e i conj delle monete attestarono la supremazia del Principe de' Mongulli: e Samarcanda pose il suggello alla sommessione dell'Affrica coll'assicurargli il tributo di nove struzzi e di una giraffa, o cammeleopardo, raro dono e prezioso. La nostra immaginazione non rimane meno sorpresa in pensando che un conquistatore mongul abbia potuto meditare ed eseguire, quasi senza moversi dal suo campo, dinanzi a Smirne, l'invasione dell'Impero cinese[450]. Lo zelo religioso e l'onore del nome maomettano lo allettavano a questa impresa; e pareagli non si potesse espiare il sangue versato di tanti Ottomani che con una proporzionata strage d'Infedeli: giunto alle soglie del paradiso, voleva assicurarsi un ingresso più trionfale coll'aver prima distrutti gl'idoli della Cina, fondate moschee in ogni città, e fatto sì che tutta quella vasta Monarchia credesse ad un solo Dio e al suo Profeta. Si arroge che il disastro dei discendenti di Gengis, scacciati di recente della Cina, offendeva l'orgoglio dei Mongulli, e che le turbolenze di quell'Impero, una opportunità offerivano alla vendetta. Quattro anni prima della battaglia di Angora, essendo morto l'illustre Hongvu, fondatore della dinastia dei Ming, il pronipote di lui, debole e misero giovinetto, fu bruciato nel suo palagio, dopo una guerra civile che avea costato la vita ad un milione di Cinesi[451]. Non aveva anche sgombrata la Natolia, quando Timur inviò oltre al Gihoon un esercito, o piuttosto una colonia de' suoi antichi e nuovi sudditi per agevolarsi l'ingresso nel paese de' Calmucchi, e de' Mongulli idolatri, ch'egli divisava soggiogare, e per fabbricare magazzini e città nel deserto; nè andò guari che per le cure del suo luogo-tenente ottenne una Carta e una descrizione esatta de' paesi sconosciuti che si estendono dalle sorgenti dell'Irtis fino al muraglione della Cina. Nel durare di tali apparecchi, l'Imperatore compiè la conquista della Georgia, passò il verno sulle rive dell'Arasse, sedò le turbolenze della Persia, e tornò lentamente nella sua Capitale dopo una guerra di quattro anni e nove mesi.
A. D. 1404-1405
In un breve intervallo di pace, Timur die' a divedere sul trono di Samarcanda[452] tutta la magnificenza e l'autorità di un ricco e poderoso Monarca. Ascoltò le istanze de' popoli, distribuì con giuste proporzioni i premj o i gastighi, innalzò templi e palagi, diede udienza agli Ambasciatori dell'Egitto, dell'Arabia, dell'India, della Tartaria, della Russia e della Spagna; presentato da quest'ultimo Ambasciatore di tappezzerie, che per disegno e colori superavano le più belle de' manifattori dell'Oriente. Celebrò le nozze di sei nipoti, la qual cosa venne riguardata, siccome atto di religione e tenerezza paterna ad un tempo. Queste feste, nelle quali si ammirò tutta la pompa di cui sfoggiarono gli antichi Califfi, accaddero nei giardini di Canigul, decorati d'un gran numero di tende e di padiglioni, ove si alternavano e gli arredi del lusso di una grande Capitale, e i trofei di un esercito vittorioso. Intere foreste furono atterrate per uso delle cucine; coperti vedeansi gli spianati di piramidi di vivande, e di vasi colmi di varj liquori; le persone venivano convitate a migliaia, e con cortesi modi, ai banchetti. Schierati vidersi intorno alla mensa reale i diversi Ordini dello Stato, i rappresentanti delle diverse nazioni del Globo, senza escluderne, osserva il superbissimo Storico persiano, gli Ambasciatori di Europa. «Nella stessa guisa, soggiunge costui, le casse, i più piccioli di tutti i pesci, trovano posto nel grande Oceano[453]». Il popolo manifestò il suo giubilo con illuminazioni e mascherate. Tutti gli operai di Samarcanda contribuirono col loro ingegno alle feste, nè vi fa maestranza che non procurasse di segnalarsi con qualche nuovo trovato, o singolare spettacolo suggerito dalla natura dell'arte professata. Poichè i Cadì ebbero ratificati i contratti delle nozze, i Principi si ritirarono colle loro spose nelle stanze nuziali, ove, giusta la costumanza degli Asiatici, cambiarono nove volte di vesti. Ad ogni nuovo abbigliamento, le perle e le gemme, di cui s'erano fregiata la testa, venivano disdegnosamente gettate alle persone del seguito. Fu pubblicato un editto di generale perdono, sospesa in quel tempo la forza delle leggi, permesso ogni genere di piaceri; il popolo si trovò libero, e in ozio il Sovrano; e sia pur lecito allo Storico di Timur l'aggiungere, che dopo aver questi consagrati cinquant'anni della sua vita ad ampliare i limiti dell'Impero, non conobbe vera felicità, fuorchè nei due mesi ne' quali interruppe l'uso del suo potere. La verità si è, che non tardò lungo tempo a riprenderlo, e a pensare agli apparecchi di una nuova guerra. L'imperiale stendardo fu dispiegato, e gridata la spedizione contro la Cina. Gli Emiri apersero i registri per mettere in campo un esercito di dugentomila uomini, tutti soldati scelti, e di quelli che aveano fatte le guerre di Iran e di Turan. Cinquecento capacissimi carriaggi, e un immenso traino di cavalli e di cammelli, vennero allestiti per trasportare i viveri e le bagaglie; le truppe comandate a questo tragetto, che le carovane più felici non compievano in men di sei mesi, a star lungo tempo lontane dalla patria si preparavano. Non rattenuto nè dagli anni, nè dal rigore del verno, Timur montò a cavallo (A. D. 1405), e attraversato il Gihoon sul diaccio, si era già scostato settanta parasanghe, ossia trecento miglia dalla Capitale, e avea posto campo nei dintorni di Otrar, ove lo aspettava l'Angelo della morte. Le fatiche, e l'imprudente uso dell'acqua gelata avendo accresciuta la febbre da cui era stato assalito, il conquistatore dell'Asia spirò nel settantesimo anno dell'età sua, trentacinque anni dopo essere stato innalzato al trono del Zagatai. Con esso i suoi disegni disparvero, i suoi eserciti si sbandarono, la Cina fu salva, e quattordici anni dopo, il più potente dei figli di Timur, sollecitò per via di Ambasciatori, un Trattato di commercio e di lega colla Corte di Pechino[454].
Per l'Oriente e per l'Occidente il nome di Timur risonò. I discendenti di lui portano tuttavia il nome d'Imperatori; e l'ammirazione de' suoi sudditi che quasi eguale a una divinità il riguardarono, è in qualche modo giustificata dalle lodi, o dalla confessione de' suoi più accaniti nemici[455]. Benchè difettoso ad una gamba e ad un braccio, nulla d'ignobile presentavano la sua statura e il suo portamento. La sobrietà e l'esercizio gli mantennero lungamente il vigore della salute, così necessaria a lui come alle sue soldatesche; grave e riservato nelle conversazioni famigliari, parlava con facilità ed eleganza gl'idiomi turchi e persiani; l'arabo non conosceva; assai lo dilettava l'intertenersi con uomini dotti sopra argomenti di scienza, o di storia, e dava molte ore di passatempo al giuoco degli scacchi, da lui perfezionato con un'aggiunta di pezzi, e per conseguenza di combinazioni[456]. Mostratosi zelante musulmano, benchè forse poco ortodosso[457], la profondità del suo ingegno ne dà diritto a credere, che la superstiziosa venerazione da lui prestata agli astrologi, ai Santi, e alle profezie della religione maomettana, fosse unicamente un giuoco di sua politica[458]. Governò solo e dispoticamente un Impero vastissimo. Finchè regnò, non si videro nè ribelli che contro l'autorità di lui attentassero, nè favoriti che seducessero gli affetti, nè Ministri che ne ingannassero la giustizia. Tenea per massima invariabile, che a qual si sia costo, un Principe nè dee ritrattare i comandi dati, nè permettere che altri sovr'essi discutano. Ma i nemici di lui osservavano venir più esattamente adempiuti gli ordini di distruzione da lui messi nell'impeto della collera, che non i comandi di beneficenza. I suoi figli e nipoti, che dopo la sua morte si trovavano in numero di trentasei, erano stati, finchè egli visse, i primi e i più subordinati suoi sudditi. Mancando questi al loro dovere, giusta le leggi di Gengis, venivano corretti con bastone, indi restituiti ai primi onori e al loro comando rimessi. Forse il cuore di Timur alle virtù sociali non era chiuso, forse non era incapace di amare i suoi amici, e di perdonare ai suoi nemici; ma le regole della morale sull'interesse pubblico sono fondate, e basterebbe forse all'encomio della saggezza di un Principe il poter dire di lui, che le liberalità non lo impoverirono, e la giustizia ne aumentò le ricchezze e il potere. Certamente è debito d'un Sovrano il mantenere l'accordo fra l'ubbidienza e l'autorità, il punire l'orgoglio, il soccorrere la debolezza, il dar premio al merito, il bandire l'ozio e il vizio da' suoi dominj, l'essere largo di protezione al viaggiatore e al mercatante, il frenare la licenza militare, favoreggiando le fatiche del coltivatore, l'incoraggiare le scienze e l'industria, e mercè una moderata ripartizione, aumentare le rendite senza crescere le tasse, i quali doveri ampio e pronto guiderdone retribuiscono al Principe che gli adempie; allorchè Timur ascese il trono, le fazioni, il ladroneccio e l'anarchia straziavano l'Asia. Sotto al governo di lui, un fanciullo avrebbe potuto, senza timore o pericolo, portare una borsa d'oro dall'oriente all'occidente del fortunato reame. Timur credeva che il merito di una tale riforma bastasse a giustificarne le conquiste e il diritto alla sovranità dell'Universo. Ma le quattro seguenti osservazioni ne gioveranno a calcolare quanto ei potesse pretendere la gratitudine de' popoli, e forse a concludere che l'Imperatore Mongul fu il flagello, anzichè il benefattore, del Genere umano, 1. Allorchè la spada di Timur correggeva alcuni abusi, o alcune particolari tirannidi distruggea, il rimedio era infinitamente più funesto del male. Certamente la discordia, l'avarizia e la crudeltà de' piccioli tiranni della Persia, opprimevano i loro sudditi; ma il riformatore schiacciò sotto i suoi passi intere nazioni. Per lui sparvero fiorenti città, e spesso il luogo ove furono, venne contrassegnato da colonne, o piramidi di umani cranj, trofei abominevoli della sua vittoria. Astrakan, Carizme, Dely, Ispahan, Bagdad, Aleppo, Damasco, Bursa, Smirne, e mille altre città vennero saccheggiate, o arse, o affatto distrutte, alla presenza di lui, dalle sue soldatesche. Il restauratore dell'ordine e della pace avrebbe forse fremuto, se un sacerdote o un filosofo avesse osato calcolare, dinanzi a lui, i milioni di vittime che a quest'uopo egli avea sagrificate[459]. 2. Le più sanguinose guerre di Timur, furono piuttosto scorrerie che conquiste. Dopo avere successivamente invaso il Turkestan, il Kipzak, la Russia, l'Indostan, la Sorìa, la Natolia, l'Armenia e la Georgia, senza avere la speranza, o il desiderio di conservare queste rimote province, ne usciva carico di spoglie, non lasciando dietro a sè nè soldati per tenere in freno i ribelli, nè magistrati per proteggere i sudditi sottomessi e fedeli. Rovesciava l'edifizio del loro antico governo, abbandonandoli poscia alle calamità o prodotte, o fatte più gravi dalla sua invasione, calamità non compensate da alcun vantaggio presente, o possibile. 3. Le sue cure principali intendeano alla prosperità e all'interno splendore de' regni della Transossiana e della Persia, da lui riguardati come gli Stati ereditarj di sua famiglia. Ma le sue frequenti e lunghe lontananze, interrompevano e spesse volte struggevano l'effetto dei lavori da esso operati in tempo di pace; e intanto che trionfava sulle rive del Volga, o del Gange, i suoi servi ed anche i suoi figli, il lor padrone e i proprj doveri dimenticavano. Il tardo rigore de' processi e delle punizioni, sol riparava imperfettamente i disordini particolari e pubblici; onde siam costretti a non ravvisare nelle Instituzioni di Timur, che il seducente disegno di una perfetta Monarchia. 4. Quali che possano essere state le beneficenze dell'amministrazione di Timur, colla morte del medesimo si dileguarono. I figli e nipoti di lui, più ambiziosi di regnare che di governare[460], furono nemici gli uni degli altri, e nemici del popolo. Sarok, il più giovine di questi, sostenne con qualche gloria un fragmento dell'Impero; ma dopo la morte di lui, il paese ove regnò, fattosi prima teatro di stragi, cadde indi nella oscurità e nell'avvilimento; nè vôlto era un secolo, che gli Usbek del Settentrione e i Turcomani dalla Pecora bianca, e i Turcomani dalla Pecora nera aveano invasa la Persia e la Transossiana. La stirpe di Timur più non sarebbe, se un eroe, discendente della medesima al quinto grado, scacciato dagli Usbek, non avesse intrapresa la conquista dell'Indostan[461]. I Gran Mogol, successori di questo, dilatarono il loro Impero dai monti di Casmir al capo Comorin, e dal Candahar fino al golfo del Bengala. Dopo il regno di Aurengzeb, scioltosi quest'Impero, uno scorridore persiano ha saccheggiato il territorio di Dely, e una compagnia di mercatanti cristiani, nati in un'isola dell'Oceano settentrionale, possede oggidì il più ricco fra i reami del Gran Mogol.
A. D. 1403-1421
Non così accadde all'Impero ottomano; simile ad albero vigoroso, curvato dalla tempesta, si rialzò al dissiparsi del nembo, e vigor nuovo e vegetazione riprese. Sgombrando la Natolia, Timur avea lasciate le città vôte di palagi, spogliate di ricchezze, prive del loro Sovrano; i pastori e i masnadieri tartari, o turcomani occuparono le campagne. Gli Emiri tornarono ne' lor Cantoni, di recente usurpati da Baiazetto, e un d'essi usò la vile vendetta di demolirne il sepolcro; le discordie de' cinque figli del Sultano, rapidamente spersero gli avanzi del loro patrimonio. Citerò i nomi di questi giusta l'ordine dell'età e delle cose da essi operate[462]. 1. È cosa incerta, se l'uomo, del quale in primo luogo accennerò rapidamente la storia, fosse il vero Mustafà, o un impostore che ne avesse assunto il nome. Il Mustafà, indubitatamente vero, combattè a fianco del padre alla battaglia di Angora; ma allorchè il Sultano prigioniero ottenne dal vincitore la permissione di mandare in traccia dei figli, il solo Musa fu ritrovato, e gli Storici turchi, schiavi della fazion trionfante, assicurano che il fratello di Musa fu rinvenuto tra i morti. Ammettendolo fuggito, sarebbe rimasto per dodici anni nascosto agli amici e ai nemici, perchè sol dopo questo tempo comparve in Tessaglia, ove una numerosa fazione riconobbe in lui il figlio e il successore di Baiazetto. Sofferse una sconfitta, per cui avrebbe terminati i suoi giorni, se non fosse stato salvato per opera de' Greci, che dopo la morte di Maometto, altro figlio di Baiazetto, gli restituirono la libertà e l'Impero. L'abbiezione de' costui sentimenti confermava l'opinione di chi un impostore il credeva. Dopo avere sul trono di Andrinopoli ricevuti gli onori di Sultano legittimo degli Ottomani, un'obbrobriosa fuga, e prigionia, e infame supplizio, allo sprezzo pubblico lo abbandonarono. Trenta successivi impostori sostennero la medesima parte, e fecero lo stesso fine; la quale ripetizione di avvenimenti potrebbe forse servir di prova che la morte del vero Mustafà non era bene avverata. 2. Isa[463], altro figlio di Baiazetto, allorchè questi cadea prigioniero, regnava in Sinope e sulle coste del mar Nero in vicinanza di Angora; e Timur ne accolse favorevolmente gli Ambasciatori, rimandandoli con molti donativi e lusinghevoli promesse: ma vittima della gelosia del fratello Sovrano di Amasia, Isa perdè le province e la vita. La conclusione della querela stata fra questi due fratelli, diede luogo ad osservare con pia allusione, che la legge di Mosè e di Gesù, Isa e Musa era stata abolita dall'autorità suprema di Maometto. 3. Solimano (altro fratello) non vien posto nel novero degl'Imperatori turchi (A. D. 1403-1410); cionnullameno arrestò i progressi de' Mongulli, e dopo la loro ritirata, unì per alcuni istanti i troni di Andrinopoli e di Bursa. Coraggioso, solerte e fortunato in guerra, univa la clemenza alla intrepidezza; ma lasciatosi dominare dalla presunzione, e corrompere dalla intemperanza e dall'ozio, allentò la disciplina in un governo, ove, se il suddito non trema, fa tremare il Sovrano. Si inimicò i Capi dell'esercito e della legge co' suoi sregolamenti, e soprattutto coll'ubbriachezza, divenutagli abituale; vizio turpe in ogni uomo, più in un Sovrano; doppiamente odievole in un discepolo di Maometto. Il fratello di lui Musa, sorprese Andrinopoli mentre il Principe avvinazzato stava immerso nel sonno; e datosi questo alla fuga, non fu difficile all'altro il raggiugnerlo sulla strada di Bisanzo, ove lo fece morire entro un bagno. Sette anni e dieci mesi durato erane il regno (A. D. 1410). 4. Ma Musa, possessore di una picciola parte della Natolia, vile apparve agli occhi de' sudditi sin d'allora che accettò dai Mongulli, l'investitura di questo regno; oltrechè le sue timide soldatesche e un erario estenuato, non gli bastavano a respingere i veterani cui comandava il Sovrano della Romania. Egli abbandonò, travestito, il palagio di Bursa, e attraversata la Propontide in uno schifo scoperto, pervenne con alcuni sforzi a salire sul trono di Andrinopoli, che avea recentemente lordato del sangue di suo fratello Solimano. Durante un regno di tre anni e mezzo, riportò alcune vittorie sui Cristiani dell'Ungheria e della Morea; ma la sua timidezza, e la clemenza usata fuor di proposito, lo perdettero. Dopo avere rinunziato alla Sovranità della Natolia, fu vittima della perfidia de' suoi Ministri, e della prevalenza che il fratello di lui Maometto si era acquistata. 5. Quest'ultimo dalla prudenza e dalla moderazione, una concludente vittoria si meritò (A. D. 1413-1421). Prima di rimaner prigioniero, Baiazetto gli avea confidato il governo di Amasia, propugnacolo de' Turchi contra i Cristiani di Trebisonda e della Georgia, e circa trenta giornate lontana da Costantinopoli. Questa città egualmente bipartita dal fiume Iride, sorge dai suoi due lati a guisa di anfiteatro[464], somministrando nella sua picciolezza un'idea di Bagdad, e difesa da una Rocca che aveasi per insuperabile dagli Asiatici. Parea che Timur, nel corso delle sue rapide spedizioni, avesse dimenticato quest'angolo oscuro e ribelle della Natolia. Maometto, ben astenendosi dal provocare il vincitore, conservò in silenzio la sua independenza, nè ebbe altra briga fuor quella di scacciare dalle sue province alcuni sbandati scorridori tartari che non avean seguito l'esercito di Timur. Scioltosi dall'incomoda vicinanza di Isa, gli altri fratelli di lui più potenti, rispettarono in mezzo alle loro contese la neutralità, ch'ei parimente serbò per riguardo loro fino al momento del trionfo di Musa; e allora si chiarì il vendicatore ed erede di Solimano. Acquistò, per via d'un Trattato, la Natolia, coll'armi la Romania. Guiderdonò, qual benefattore della corona e de' popoli, il soldato che gli presentò il reciso capo di Musa. Negli otto anni che regnò solo e pacifico, pensò a ristorare i danni derivati dalle civili discordie, e a dar più solida base alla ottomana Monarchia. Sul finir de' suoi giorni, scelse due Ministri fidati, che incaricò di soccorrere alla inesperienza del suo giovine figlio Amurat. Tal fu la prudenza e l'accordo de' due Visiri Ibraim e Baiazetto, che tennero nascosta per più di quaranta giorni la morte dell'Imperatore, fino all'arrivo del figlio di lui che accolsero entro al palagio di Bursa. Il Principe Mustafà, o un impostore che si era dato un tal nome, riaccese in Europa una nuova guerra, che costò la vita sul campo di battaglia al primo de' due Visiri. Fu più fortunato[465] Ibraim, e i Turchi riveriscono tuttavia il nome e la famiglia di quell'uomo che terminò le guerre civili colla morte dell'ultimo pretendente al trono di Baiazetto.
Durante le accennate discordie, i più saggi fra i Turchi, e in generale la nazione, desideravano con ardore veder congiunte le smembrate parti di quell'Impero. La Romania e la Natolia sì frequentemente dilacerate dall'ambizione de' privati, a questa unione grandemente agognavano, e gli sforzi che fecero a tal uopo, offerivano una lezione alle Potenze cristiane. Se le flotte di queste si fossero unite per occupare lo stretto di Gallipoli, ben presto gli Ottomani sarebbero stati annichilati, almeno in Europa; ma lo scisma dell'Occidente, le fazioni e le guerre della Francia e dell'Inghilterra, da sì generosa impresa stoglieano i Latini. Contenti di una passeggiera tranquillità, neghittosi sull'avvenire, l'interesse del momento li spinse più d'una volta a servire il nemico della lor religione. Una colonia di Genovesi[466] dimorante a Focea[467], sulla costa del mar Ionio, arricchendosi col commercio privilegiato dell'allume[468], pagava la sua tranquillità con un tributo annuale agli Ottomani. Nell'ultima guerra civile, il giovine e ambizioso Adorno, governatore de' Genovesi, avendo abbracciata la causa di Amurat, armò sette galee per trasportarlo d'Asia in Europa; onde il Sultano, accompagnato da cinquecento guardie, entrò a bordo della nave ammiraglia, guernita da ottocento valorosissimi Franchi, nelle cui mani era la vita e la libertà dell'Ottomano; nè senza ripugnanza facciamo plauso alla fedeltà di Adorno, che in mezzo al tragetto, gli si prostrò innanzi, manifestandogli gratitudine perchè un debito arretrato dei tributi perdonò ai Genovesi. Sbarcati tutti a veggente di Mustafà e di Gallipoli, duemila Italiani, armati di lancie e di azze da guerra, accompagnarono Amurat alla conquista di Andrinopoli, venale servigio, di cui fu ben tosto guiderdone la rovina del commercio e della colonia della Focide.
A. D. 1402-1425
Se la guerra che Timur fece a Baiazetto fosse stata mossa dalla generosa intenzione di soccorrere l'Imperator greco, ei si sarebbe meritata la gratitudine e gli encomj de' Cristiani[469]; ma un Musulmano che portava morte e distruzione nella Georgia, rispettando ad un tempo la santa guerra di Baiazetto, non poteva essere propenso a compiangere, o a proteggere gl'idolatri europei. Non ascoltando il Tartaro che le voci della propria ambizione, la liberazione di Costantinopoli fu sol conseguenza indiretta delle sue imprese. Allorchè Manuele rassegnò il governo, chiedea, senza sperarlo, al Cielo, fosse differita sin dopo il termine de' suoi miseri giorni la rovina della Chiesa e dell'Impero. Mentre di ritorno dall'Occidente, ei s'aspettava ogni dì la notizia di tale catastrofe, udì con sorpresa eguale alla gioia la partenza, la sconfitta e la cattività dell'Imperatore ottomano. Partitosi tosto da Modone nella Morea[470], rivide Costantinopoli, ove risalì il suo trono, assegnando al Principe di Selimbria un temperato esilio nell'isola di Lesbo. Vennero ammessi alla sua presenza gli ambasciatori del figlio di Baiazetto che assunsero modesto tuono, quale al fiaccato loro orgoglio addiceasi; oltrechè li tenea in giusto riguardo il timore che i Greci agevolassero ai Mongulli l'ingresso in Europa. Solimano salutò l'Imperatore col nome di Padre, e sollecitando da lui l'investitura del governo della Romania, promettea meritarsi un tale favore, con essergli inviolabilmente collegato, e col restituirgli Tessalonica, e le piazze più rilevanti situate sulle rive dello Strimone, della Propontide e del mar Nero: ma questa alleanza con Solimano, espose Manuele al risentimento e alla vendetta di Musa. Comparve alle porte di Costantinopoli un nuovo esercito di Turchi, che però vennero e per terra, e per mare respinti; e certamente, a meno che truppe straniere non difendessero la Capitale, i Greci dovettero maravigliare della riportata vittoria. Cionnullameno anzichè tenere in bilancio le discordie delle Potenze ottomane, Manuele credè secondar meglio o la sua politica, o le inclinazioni dell'animo suo, col mettersi dalla banda di quello tra i figli di Baiazetto che era il più formidabile. Conchiuse quindi un Trattato con Maometto, i cui progressi erano impacciati dall'antemurale insuperabile di Gallipoli. Navi greche trasportarono il Sultano e le sue truppe di qua dal Bosforo; ricevuto amichevolmente in Andrinopoli, la vittoria da lui riportata contro il rivale Musa, gli fu primo gradino a conquistare la Romania. Dopo la morte di Musa, la rovina di Costantinopoli venne ancor differita per la prudenza e la moderazione del vincitore. Fedele Maometto ai proprj obblighi e a quelli contratti da Solimano, rispettò la pace e le leggi della gratitudine; e all'atto della sua morte confidò la tutela di due de' suoi figli all'Imperatore greco, mosso da vana speranza di assicurare ad essi un protettore contro la crudeltà del lor fratello Amurat; ma l'esecuzione di un simile testamento avrebbe offeso l'onore e la religione de' Maomettani. Il Divano sentenziò unanimemente non potersi abbandonare la cura e l'educazione de' reali giovanetti ad un cane di Cristiano. Udito il rifiuto, Manuele adunò i suoi Consigli; divisi furono i pareri; ma la prudenza del vecchio Manuele dovette cedere alla presunzione di Giovanni figlio del medesimo, e adoperando un'arme pericolosissima alla vendetta, restituì la libertà al vero o falso Mustafà, ch'ei tenea da lungo tempo o ostaggio, o prigioniero, e per cui la Porta Ottomana gli pagava ogni anno trecentomila aspri[471]. Per uscir di schiavitù, Mustafà acconsentì a qualunque patto, e la restituzione delle Fortezze di Gallipoli, vale a dire delle chiavi d'Europa, fu il prezzo posto alla sua liberazione. Ma appena sedutosi sul trono della Romania, rimandò con disdegnoso sorriso gli Ambasciatori greci, piamente chiarendo loro, che preferiva la necessità di render conto d'un giuramento falso nel dì del giudizio, all'indegno atto di consegnare una città musulmana fra le mani degl'Infedeli. Così Manuele divenne il nemico d'entrambi gli emuli, all'un de' quali avea fatto ingiuria, dall'altro l'avea ricevuta. Vincitore Amurat, imprese nella seguente primavera l'assedio di Costantinopoli[472].