A. D. 1422

Il religioso disegno di sottomettere la città de' Cesari trasse dall'Asia una folla di volontarj che alla corona del martirio aspiravano, e il cui militare ardore non era meno infiammato dalla speranza di possedere ricca preda e belle schiave; oltrechè l'Imperatore ottomano vedea consagrati i suoi ambiziosi disegni dalle predizioni e dalla presenza di Seid-Besciar discendente del Profeta[473], che giunse al campo cavalcando una mula, e seguìto da una rispettabile comitiva di cinquecento discepoli; ma dovette arrossire, se d'arrossire è capace un fanatico, della mentita che l'esito diede alle sue profezie. La saldezza delle mura di Costantinopoli resistette ad un esercito di dugentomila Turchi; ed ogni assalto veniva rispinto da felici sortite de' Greci e de' mercenarj stranieri; alle nuove arti di guerreggiare le antiche di difendersi vennero opposte; e l'entusiasmo del Dervis[474], innalzato miracolosamente al Cielo per conversare con Maometto, fu contrabbilanciato dalla credulità de' Cristiani, che videro la Vergine Maria vestita di color paonazzo trascorrendo i baloardi e incoraggiando i suoi fedeli alla pugna[475]. Dopo due mesi d'assedio, una ribellione eccitata dai Greci, costrinse il Sultano a ritornare affrettatamente a Bursa, ove estinse la sommossa, versando il sangue di suo fratello che ne era colpevole. Intanto che Amurat conduceva i suoi giannizzeri a nuove conquiste (A. D. 1425-1448) nell'Europa e nell'Asia, Bisanzo godè per trent'anni il riposo precario della servitù. Dopo la morte di Manuele, Giovanni Paleologo ottenne la permissione di regnare, mediante un tributo di trecentomila aspri, e la cessione di quasi tutto il territorio che oltrepassava i sobborghi di Costantinopoli.

Chiunque considera che i principali avvenimenti della vita dipendono spesse volte dal carattere di un sol personaggio, vedesi costretto ad attribuire alle qualità personali de' Sultani il primo merito della fondazione e della restaurazione dell'Impero ottomano. Possono osservarsi fra essi diversi gradi di saggezza e virtù; ma dall'innalzamento di Otmano fino alla morte di Solimano, vale a dire in un periodo di nove regni e di dugento sessantacinque anni, il trono, fatta una sola eccezione, fu occupato da una sequela di Principi prodi e operosi, rispettati dai sudditi e temuti dagl'inimici. Invece di trascorrere la giovinezza in mezzo alla fastosa indolenza di un Serraglio, gli eredi dell'Impero, ne' campi e ne' consigli educavansi. Per tempo i lor padri fidavano ad essi il comando degli eserciti e delle province; nobile istituzione che, comunque stata origine d'infinite guerre civili, la disciplina e il vigore dell'Impero francò. Certamente gli Ottomani non possono, come gli antichi Califfi dell'Arabia, intitolarsi i discendenti, o i successori dell'Appostolo di Dio; e il parentado che reclamavano coi Principi tartari della Casa di Gengis, sembra fondato meno sulla verità che sull'adulazione[476]. Oscura è la loro origine; ma ben presto acquistarono nella opinione de' sudditi quel sacro e incontrastabile diritto, che il tempo non può cancellare, nè la violenza distruggere. Accade che un Sultano debole o vizioso venga rimosso o strozzato, ma il figlio di lui, sia pur fanciullo o imbecille, succede all'Impero, nè il più audace fra i ribelli ha per anco osato assidersi sul trono del suo Monarca[477]. Intanto che Visiri perfidi, o Generali vittoriosi atterravano le vacillanti dinastie dell'Asia, un possedimento di cinque secoli confermava la successione ottomana, e la stabilità in essa della corona entra ora fra i principj fondamentali cui l'esistenza della nazione turca va collegata.

Il vigore e la costituzione di questo popolo sono in gran parte dovuti ad una assai straordinaria cagione. I primi sudditi di Otmano stavansi in quelle quattrocento famiglie erranti di Turcomani che ne aveano seguiti gli antenati dall'Osso al Sangario; onde le pianure della Natolia vedonsi tuttavia coperte di loro compatriotti, che sotto tende, o bianche, o nere, ne' campi dimorano; ma il primo numero di que' pochi si mescolò ben presto colla popolazione de' popoli vinti, e assunto il nome di Turchi, coi comuni vincoli di costumanze, di lingua e di religione, e quelli e questi si collegarono. Perciò in tutte le città, da Erzerum fino a Belgrado, con tal denominazione si appellano tutti que' Musulmani che come primi e più spettabili fra i cittadini vengono considerati: ma hanno abbandonato, almeno nella Romania, i villaggi e la coltivazione dei terreni ai contadini cristiani. Che anzi nel vigor primo dell'Impero ottomano, i medesimi Turchi erano esclusi dagli onori militari e civili; e la disciplina della educazione avea creato da una classe di schiavi un popolo fattizio, atto ad obbedire, a combattere e a comandare[478]. Da Orcano fino al primo Amurat, i Sultani ebbero per massima che un governo militare debbe a ciascuna generazione rinnovellare i suoi soldati, nè far di mestieri il cercar questi fra gli effeminati abitatori dell'Asia, poichè le sole bellicose nazioni europee li potevano somministrare. Le province della Tracia, della Macedonia, dell'Albania, e della Servia divennero vivai degli eserciti ottomani; e allorchè le conquiste ebbero diminuito la quinta parte che apparteneva al Sultano sul numero de' prigionieri, i Cristiani vennero sottomessi ad una barbara tassa che si riscoteva ogni cinque anni, e li privava del quinto de' loro figli. Giunti all'età di dodici, o quattordici anni i giovinetti più vigorosi erano staccati dalle braccia paterne, ascritti ai registri militari, e da quell'istante vestiti, nudriti, educati a spese del Pubblico, cui doveano prestare servigio. Quelli di essi che davano di sè migliori speranze, venivano con adeguata proporzione scelti per le scuole reali di Bursa, di Pera e d'Andrinopoli, o affidati alla custodia dei Pascià; gli altri confusi nelle famiglie dei contadini della Natolia. I lor padroni aveano per prima cura l'ammaestrarli nel turco idioma, e l'addestrarne i corpi a tutte le fatiche che giovavano a renderli più robusti; alla lotta, al salto, alla corsa, al maneggio dell'arco e al tiro dell'archibuso; nelle quali cose doveano essere istrutti quando entravano nelle compagnie e nelle camerate de' giannizzeri, per fare ivi severo noviziato della vita monastica, o militare dell'Ordine. I più distinti per ingegno, per forme o per nascita passavano nella classe degli Agiamoglani, o venivano promossi al grado maggiore d'Iconoglani; i primi prestavano servigio nel palagio, i secondi immediatamente alla persona del Sovrano. Sotto la sferza degli eunuchi bianchi, si avvezzavano in quattro successive scuole a cavalcare e a lanciare il giavellotto. Quelli che si mostravano d'indole più propensa agli studj, doveano applicare la mente loro al Corano e alla lingua araba e persiana. A proporzione di merito e di età otteneano impieghi militari, civili, o ecclesiastici. Quanto più lunga la loro educazione, tanto era maggiore la speranza di un grado distinto. In età matura, vedeansi ammessi nel numero dei quaranta Agà che accompagnavano l'Imperatore; da quel grado promossi, secondo la scelta dell'Imperatore, al governo delle province e ai primi onori dello Stato[479]. Cotale instituzione ammirabilmente addiceasi alla forma e ai principj di una dispotica Monarchia. I Ministri e i Generali, schiavi a tutto rigor di termine del Monarca, riconosceano dalla bontà di lui la loro esistenza e istruzione. Giunti all'istante di abbandonare il Serraglio e di lasciarsi crescere la barba, come simbolo di affrancamento, si trovavano insigniti di una carica rilevante, scevri d'amor di parte e di vincoli d'amicizia, privi di parenti e d'eredi; soggetti in tutto e per tutto alla mano che gli avea tolti dalla polvere, e che potea, giusta il detto di un turco proverbio, infrangere queste statue di vetro a suo grado[480]. Durante il corso di una educazione lenta e penosa, non era difficile alla sagacità lo scorgere la loro indole; perchè vedeasi in ciascun d'essi l'uomo isolato, privo d'ogni proprietà, e ridotto al solo suo merito personale, e se il Principe avea l'accortezza necessaria a scegliere rettamente, niun riguardo gl'impacciava la libertà della scelta. Le privazioni preparavano i candidati all'amore della fatica, la consuetudine dell'obbedire al comando. D'onde addivenne che gli eserciti erano tutti animali da un medesimo spirito, e gli stessi Cristiani che fecero la guerra ai Turchi, non poterono defraudar di lodi la sobrietà, la pazienza, la silenziosa modestia de' giannizzeri[481]. La vittoria non doveva sembrare dubbiosa, ponendo in confronto la disciplina e l'educazione de' Turchi coll'indocilità de' cavalieri, coll'orgoglio inspirato lor dalla nascita, coll'ignoranza delle reclute, coll'indole sediziose de' veterani, colla intemperanza e co' disordini che hanno regnato per sì lungo tempo negli eserciti dell'Europa.

L'impero greco e i vicini non avrebbero potuto difendersi se non se col soccorso di qualche nuova arme, di qualche trovato nell'arte della guerra che desse loro una preminenza decisiva sui Turchi; e di quest'arme divennero possessori per una scoperta fattasi nel momento che dovea risolvere sul loro destino. I Chimici dell'Europa, o della Cina, fosse caso, o effetto d'indagini, si erano avveduti che una mescolanza di nitro, di zolfo e di carbone, coll'apprestarle una sola scintilla di fuoco, producea un formidabile scoppio. Nè tardarono indi ad accorgersi che questa forza espansiva compressa entro un tubo di salda materia, potea lanciare una palla di terra, o di ferro con violenza e rapidità impareggiabili. La vera epoca in cui venne adattata la polvere all'uso dell'armi[482], si è perduta in mezzo ad incerte tradizioni e ad equivoche dilucidazioni, ma sembra bastantemente provato che l'uso della medesima si conoscea verso la metà del secolo XIV, e che prima del finir del medesimo, l'artiglieria veniva continuamente adoperata nelle battaglie e negli assedj, per terra e per mare, dai popoli dell'Alemagna, dell'Italia, della Spagna, della Francia e dell'Inghilterra[483]. È cosa affatto indifferente qual di queste nazioni se ne giovasse la prima, perchè tutte ben presto possedettero tale vantaggio in comune, ed essendo stato ridotto ad una perfezione eguale pei diversi popoli, la bilancia del potere e della scienza militare rimase nello stato in cui era prima. Tale scoperta non poteva a lungo essere la privilegiata proprietà dei Cristiani; la perfidia degli apostati, e l'imprudente politica della rivalità, la portarono ben tosto fra i Turchi, i cui Sovrani ebbero bastante ingegno per adottarla, e bastanti ricchezze per prendere al loro servigio ingegneri cristiani. Grande taccia si meritarono i Genovesi, che, trasportando Amurat in Europa, gl'insegnarono questo segreto, ed avvi molta probabilità che essi fondassero e regolassero i cannoni di cui si valsero per assediare Costantinopoli[484]. Benchè mal tornasse ai Turchi tal prima impresa, nel progresso delle guerre di questo secolo, ebbero necessariamente il vantaggio, perchè furono sempre essi gli assalitori. Non appena il primo ardore dell'assalto e della difesa si rallentavano, le fulminanti batterie venivano appuntate contro torri e mura, non fabbricate che per resistere alle men possenti macchine da guerra, cui gli Antichi aveano inventate. I Veneziani insegnarono, nè può farsene ad essi un rimprovero, l'uso della polvere ai Sultani dell'Egitto, loro collegati contro la Potenza ottomana. Divenuto indi comune agli estremi abitatori dell'Asia questo formidabil soccorso, il vantaggio degli Europei si trovò ben tosto limitato a facili vittorie riportate sui Selvaggi del Nuovo Mondo. Paragonando i rapidi progressi di questa infausta scoperta co' lenti e penosi delle scienze, della ragione e dell'arti della pace, un filosofo non potrà starsi dal ridere, o dal piangere sulle follie del Genere umano.

CAPITOLO LXVI.

Sollecitazioni degl'Imperatori d'Oriente appo i Pontefici. Viaggi di Giovanni Paleologo I, di Manuele e di Giovanni II alle Corti dell'Occidente. Unione delle Chiese greca e latina proposta nel Concilio di Basilea, ed eseguita a Ferrara e a Firenze. Stato della letteratura a Costantinopoli. Suo rinascimento in Italia, ove i Greci fuggiaschi la trasportarono. Curiosità ed emulazione de' Latini.

A. D. 1339