STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO


CAPITOLO LX.

Scisma de' Greci e de' Latini. Stato di Costantinopoli. Ribellione de' Bulgari. Isacco l'Angelo scacciato dal trono per opera del suo fratello Alessio. Origine della quarta Crociata. I Francesi e i Veneziani collegati col figlio d'Isacco. Spedizione navale a Costantinopoli. I due assedj, e resa della città caduta in mano de' Latini.

Lo scisma delle Chiese greca e latina seguì d'appresso la restaurazione dell'Impero d'Occidente da Carlomagno operata[1]. Una nimistà nazionale e religiosa tiene tuttavia disgiunte le due più numerose comunioni del mondo Cristiano; e lo Scisma di Costantinopoli, inimicando i più utili confederati, irritando i più pericolosi nemici, l'invilimento e la caduta dell'Impero romano d'Oriente affrettò.

Più d'una volta, e manifestamente, è apparsa nel corso di questa Storia l'avversione de' Greci contra i Latini. Stata erane prima origine l'odio che i secondi portavano alla servitù, odio vie più acceso, dopo il regno di Costantino, dall'orgoglio della eguaglianza e dall'ambizione del dominio, e invelenito in appresso dalla preferenza che alcuni sudditi ribelli aveano data alla lega de' Franchi. In tutti i tempi, i Greci si mostrarono vanagloriosi di primeggiare per la loro erudizione religiosa e profana. Primi di fatto nel ricevere i lumi del Cristianesimo i Greci, nel seno di lor nazioni i decreti di sette Concilj generali vennero pronunziati[2]. La lingua de' medesimi era quella della Santa Scrittura e della filosofia; nei popoli barbari,[3] immersi nelle tenebre dell'Occidente[4], doveano a loro avviso, arrogarsi il diritto di discutere le quistioni misteriose della teologica scienza. Ma questi Barbari, a lor volta, l'incostanza e le sottigliezze degli Orientali, autori di tutte le eresie, disprezzavano; e benedivano la propria ignoranza che di seguire con docilità la tradizione della Chiesa Appostolica si appagava. Ciò nulla meno nel settimo secolo, i Sinodi di Spagna, e quelli indi di Francia, portarono a miglior perfezione, o corruppero[5] il Simbolo di Nicea intorno al mistero della terza persona della Trinità[6]. Nelle lunghe controversie dell'Oriente era stata scrupolosamente definita la natura e la generazione di Gesù Cristo; e i naturali modi per cui un figlio deriva dal padre sembravano offrire alla mente qualche debole immagine di un tale mistero. Ma l'idea di nascita parea men confacevole allo Spirito Santo, che invece di un dono o di un attributo divino, veniva considerato dai Cattolici come una sostanza, una persona, un Dio. Comunque non generato, secondo lo stile ortodosso però, procedea. Procedeva egli solo dal padre, o fors'anche dal figlio? Ovvero dal padre e dal figlio? I Greci la prima di queste opinioni ammettevano, i Latini si chiarirono per la seconda; e l'aggiunta della parola filioque[7] fatta al Simbolo di Nicea accese la discordia fra le Chiese Gallicana e Orientale. Nei principj di una tal controversia i Pontefici Romani fecero mostra di serbare la neutralità ed un animo moderato[8]. Condannavano la novità, e nondimeno all'opinione delle nazioni transalpine si mostraron propensi. Parea lor desiderio il coprire questa inutil ricerca col manto del silenzio e della carità; onde nella corrispondenza fra Carlomagno e Leone III, vediamo il Pontefice tener linguaggio di assennato politico, il Monarca abbandonarsi alle passioni e alle massime pregiudicate d'un prete[9]. Ma i principi ortodossi di Roma agl'impulsi della sua temporale politica naturalmente cedettero; e il filioque che Leone desiderava cancellato[10], venne aggiunto nel Simbolo e cantato nella Liturgia del Vaticano. I simboli di Nicea e di S. Atanasio furono d'allora in poi riguardati come parte della Fede cattolica, indispensabilmente necessaria all'eterna salute, e tutti i Cristiani d'Occidente, sieno Romani, sieno Protestanti, percossi dagli anatemi dei Greci, li restituiscono a chiunque ricusa credere che lo Spirito Santo procede, così dal padre come dal figlio. Tali articoli di fede non lasciano possibilità d'accomodamento; bensì le regole di disciplina, nelle chiese lontane e independenti, a variazioni debbono soggiacere: e perfin la ragion de' Teologi potrebbe confessare che tai differenze sono inevitabili e di poca entità. Sia effetto di politica o di superstizione, Roma ha imposto a' suoi preti e diaconi il rigoroso obbligo del celibato. Questo, appo i Greci, non si estende che ai Vescovi ai quali la lor dignità offre il compenso di una privazione, fatta anche men sensibile per essi dagli anni. Il Clero parrocchiale, i Papassi, godono del consorzio della moglie che prima di assumere gli Ordini Sacri sposarono. Nell'undicesimo secolo, fu agitata con calore una quistione che riferivasi agli Azzimi, pretendendosi che l'essenza della Eucaristia dependesse dall'uso del pane col lievito o senza lievito. Mi è egli lecito in una storia grave il narrare i rimproveri che venivano furiosamente scagliati contro i Latini, i quali lungo tempo rimasero sulla difensiva? — Essi trascuravano di osservare il decreto appostolico che proibisce il nudrirsi di sangue d'animali, o di questi animali stessi affogati o strozzati: praticavano ogni sabbato il digiuno mosaico; permetteano nella prima settimana di quaresima l'uso del formaggio e del latte[11]; si concedeva ai monaci infermi il mangiar carne; il grasso degli animali, talvolta alla mancanza d'olio suppliva; riserbavasi all'Ordine episcopale l'amministrazione della Santa Cresima, o dell'unzione battesimale. I Vescovi portavano al dito un anello, come sposi spirituali della loro Chiesa; i preti si radevano la barba, e battezzavano con una semplice immersione; tai sono i delitti che infiammarono lo zelo dei Patriarchi di Costantinopoli, e de' quali collo stesso fervore i dottori latini cercavano di scolparsi[12].

A. D. 857-886

La superstizione e l'odio nazionale contribuiscono in segnalata guisa ad invelenire i dispareri, anche sulle cose più indifferenti; ma lo scisma de' Greci ebbe per sua cagione immediata la gelosia de' due Pontefici. Il Romano, sostenendo la supremazia dell'antica Metropoli, pretendea non avere altro eguale nel mondo Cristiano; quello della Capitale regnante voleva essergli eguale e ricusava di riconoscere un superiore. Verso la metà del nono secolo, un laico, l'ambizioso Fozio[13], capitano delle guardie, e primo segretario dell'Imperatore, ottenne, o fosse merito di lui, o grazia del Principe, la molto più desiderabile dignità di Patriarca di Costantinopoli. Fornito di cognizioni superiori al rimanente del Clero, anche nella scienza ecclesiastica, immune da taccia per la purezza dei suoi costumi, solamente la fretta posta nell'assumere gli Ordini sacri, e l'irregolarità del suo innalzamento gli venivano rimproverati. Ignazio predecessore di lui che era stato costretto a rassegnare la cattedra, conservava tuttavia per sè la compassione pubblica e l'ostinatezza de' suoi partigiani. Costoro portarono appellazione a Nicolò I; uno de' più orgogliosi e ambiziosi Pontefici Romani, che mai fossero stati, il quale accolse avidamente questo motivo di giudicare e condannare il proprio rivale. Si arroge che la discordia de' due prelati fu ancora inacerbita da un conflitto di giurisdizione, perchè si disputavano entrambi il Re e la nazione dei Bulgari; e poco rilevante cosa pareva all'uno e all'altro, che questi popoli si fossero di recente al Cristianesimo convertiti, se non potevano fra i loro sudditi spirituali questi nuovi proseliti noverare. Sostenuto dalla sua Corte, il Patriarca Greco riportò la vittoria, ma in mezzo alla violenza della disputa, scomunicò a sua volta il successor di S. Pietro, avvolgendo tutta la Chiesa latina nel bando di scisma e d'eresia che egli avea fulminato; col quale atto ad un regno breve e precario la pace del mondo Fozio sagrificò. Il Cesare Bardas, protettore di Fozio, lo trascinò seco nella sua caduta; e Basilio il Macedone, si mostrò giusto nel restituire all'antica sede Ignazio, agli anni e alla dignità del quale non erasi avuto bastante riguardo. Dal fondo del suo convento, o del suo carcere, con patetiche lamentele, e con accorte adulazioni, Fozio sollecitava il favore del nuovo monarca; onde appena ne fu morto il rivale, risalì alla sedia patriarcale di Costantinopoli. Cessato di vivere Basilio, sperimentò le vicissitudini delle Corti, e l'ingratitudine del suo allievo asceso sul trono. Rimosso quindi una seconda volta, nella solitudine che gli estremi momenti della sua vita acerbò, dovette augurarsi le soavità dello studio e la libertà della vita secolare che all'ambizione aveva posposte. Ad ogni politico cambiamento, il clero cedea docilmente e senza perplessità al soffio dell'aura di Corte, e ad ogni cenno del nuovo principe; onde un Sinodo di trecento Vescovi teneasi sempre indifferentemente apparecchiato o a celebrare il trionfo del Santo, o ad imprecare l'esecrabile Fozio caduto dal seggio[14]; e i Papi, sedotti da promesse ingannevoli di soccorsi, o di ricompense, si lasciavano condurre ad approvare questi atti contraddittorj, e per via di lettere o di Legati, i Sinodi di Costantinopoli ratificarono. Ma la Corte ed il popolo, Ignazio e Fozio, in una cosa convenivano, nel non ammettere le pretensioni de' Papi. I ministri di questi vennero insultati, o posti in carcere: la processione dello Spirito Santo dimenticata, la Bulgaria unita per sempre al trono di Bisanzo; e lo scisma si fece più durevole per le censure rigorose emanate dagli stessi Papi contro le moltiplicate ordinanze che un Patriarca irregolare avea decretate. L'ignoranza e la corruttela del decimo secolo sospesero le contestazioni fra i due popoli, le nimistà loro non ammollì; ma allorchè, la spada de' Normanni fece ritornare le chiese della Puglia sotto la giurisdizione di Roma, il Patriarca nel congedarsi da questo perduto gregge, lo avvertì con una lettera piena di fiele di evitare e abborrire le eresie de' Latini. La nascente maestà del Romano Pontefice, non potè comportare questa insolenza d'un ribelle; onde Michele Cerulario pubblicamente, e in mezzo di Costantinopoli, si vide dai Legati Pontifizj scomunicato (A. D. 1054). Consegnarono questi sull'altare di S. Sofia il terribile anatema che chiarendo[15] le sette mortali eresie dei Greci, condannava all'eterna società del demonio, e degli angeli delle tenebre, i colpevoli predicatori di queste eresie e i loro sfortunati settarj. Sembrò talvolta che la concordia si rimettesse; perchè, giusta i bisogni della Chiesa o dello Stato greco, or da una banda, or dall'altra, al linguaggio della dolcezza e della carità si piegava; ma non mai i Greci abbiurarono i proprj errori, non mai i Papi ritrattarono le lor sentenze; talchè può quivi riguardarsi l'epoca del consumato scisma dell'Oriente. Ciascun nuovo atto ardimentoso de' Romani Pontefici lo ingrossò[16]. Le sventure, l'umiliazione de' Monarchi alemanni fecero arrossire e tremare gl'Imperatori di Costantinopoli, la possanza temporale e la vita militare del Clero latino il popolo Greco scandalezzarono[17].