In tempo delle Crociate i Greci aveano considerato con terrore e sorpresa eguali il corso delle migrazioni che continue erano dai paesi per loro incogniti dell'Occidente. Le peregrinazioni degli ultimi Imperatori, avendo squarciato questo velo di separazione, impararono a conoscere meglio le poderose nazioni dell'Europa, nè più osarono insultarle colla denominazione di barbare. Uno Storico greco di quel secolo[508] ha conservate le considerazioni fatte dal Principe Manuele, e dai più curiosi osservatori che lo accompagnarono. Ho raccolte queste sparse idee per offrirle in compendio ai miei leggitori, ai quali forse non dispiacerà il vedere questo grossolano abbozzo di pittura dell'Alemagna, della Francia e dell'Inghilterra, lo stato antico e moderno de' quali paesi è a noi così noto. «1. L'Alemagna, dice Calcocondila, è un vasto paese, che si estende da Vienna fino all'Oceano, da Praga in Boemia sino al fiume Tartesso e ai Pirenei[509]. (Non dubito che questa geografia ne parrà alquanto strana). Il suolo è assai fertile, benchè non produca nè fichi, nè olive: sano l'aere, gli uomini ben complessi e di vigorosa salute. Rare volte si provano in queste settentrionali contrade i flagelli della peste e del tremuoto. Dopo gli Sciti, o i Tartari, gli Alemanni, o Germani possono venir riguardati come le più numerose delle nazioni. Valorosi e pazienti, se tutte le loro forze obbedissero ad un solo Capo, non vi sarebbe popolo che ai medesimi potesse resistere. Hanno ottenuto dal Papa il privilegio di eleggere l'Imperator de' Romani[510]; e il Patriarca latino, non ha sudditi più zelanti o sottomessi degli Alemanni. La maggior parte di questi paesi è divisa fra Principi e Prelati. Ma Strasburgo, Colonia, Amburgo, e più di dugento città libere, formano altrettante Repubbliche confederate, rette da leggi giuste e sagge, e conformi all'interesse e alla volontà generale. I duelli, o singolari certami a piedi, vi sono in grande uso così in tempo di pace come di guerra. Eccellenti in tutte l'arti meccaniche i Germani, dobbiamo alla loro industria il trovato della polvere e de' cannoni, conosciuti oggidì dalla maggior parte de' popoli. 2. Il regno di Francia si estende all'incirca quindici, o venti giorni di cammino dall'Alemagna alla Spagna, e dalle Alpi sino al mare che separa la Francia dall'Inghilterra. Vi si trova grande copia di fiorenti città. Parigi, residenza dei Re, supera tutte le altre città in lusso e ricchezze. Molta mano di Principi e Signori si conducono alternativamente al palagio del Monarca, e lo riconoscono per loro Sovrano. I più potenti sono i Duchi di Brettagna e di Borgogna; il secondo di questi possede le ricche province della Fiandra, i cui porti veggonsi frequentati dai nostri trafficanti e da quelli de' più remoti paesi. La Nazione francese è antica ed opulenta; la sua lingua e le sue costumanze, benchè con qualche differenza, non si allontanano del tutto da quelle degl'Italiani. La dignità imperiale di Carlomagno, le vittorie riportate dai Francesi sui Saracini, le imprese de' loro eroi Olivieri ed Orlando[511] li fanno tanto superbi, che si credono il primo popolo dell'Occidente, ma tale insensata vanità è stata di recente umiliata dal sinistro esito della loro guerra contro gli Inglesi, abitatori dell'isola della Brettagna. 3. La Brettagna di rincontro alle coste di Fiandra, in mezzo all'Oceano, può considerarsi come una o tre isole congiunte per uniformità di costumi e di lingua sotto uno stesso Governo. La sua circonferenza è di cinquemila stadj; coperto il paese di un gran numero di città e di villaggi, produce poche frutta, e privo di viti, abbonda di orzo, di frumento, di mele e di lana. Vi si fabbricano da quegli abitanti molti tessuti di panni e di drappi. Londra[512] capitale, per lusso, ricchezza e popolazioni, vince tutte le altre città di Occidente. È situata sul Tamigi, fiume largo e rapido, che dopo trenta miglia sbocca nel mar della Gallia. Il flusso e il riflusso offrono ogni dì ai navigli di commercio la facilità di entrare in quel porto, e di uscirne senza pericolo. Il Re è Capo di una possente e torbida aristocrazia. I primarj vassalli possedono i loro feudi come franchi allodj ereditarj; le leggi determinano per essi i limiti dell'autorità e della obbedienza. Cotesto reame fu spesse volte lacerato dalle fazioni e conquistato dagli stranieri; pur gli abitanti ne sono coraggiosi, robusti, famosi in armi e vittoriosi alla guerra. I loro scudi somigliano a quelli degl'Italiani; le loro spade alle greche; il nerbo delle forze è posto nella molta abilità degli arcieri. Il loro linguaggio non ha veruna affinità cogli altri del Continente; ma nelle consuetudini del vivere, poco dai Francesi diversano. La principale singolarità delle lor costumanze, è il disprezzo della castità delle donne e dell'onor coniugale. Nelle visite scambievoli che si fanno, il primo atto di ospitalità è permettere agli ospiti gli amplessi delle mogli e delle figlie. Fra amici, si veggono chieste e date ad imprestito senza vergogna, e senza che siavi chi si formalizzi di questo stravagante commercio, e delle conseguenze inevitabili che ne derivano[513]». Istrutti siccome lo siamo noi degli usi dell'antica Inghilterra e certi della virtù delle nostre matrone, non possiamo starci dal sorridere sulla credulità, o dallo sdegnarci dell'ingiustizia dello Storico greco, che ha confuso, non v'ha dubbio, un decente amplesso di cerimonia[514] colle colpevoli dimestichezze, ma questa medesima ingiustizia, o credulità possono esserne utili coll'insegnarci ad aver per dubbie le descrizioni che, sui paesi stranieri e lontani da lor visitati, i viaggiatori ne offrono, e a non credere sì di leggieri que' fatti che ripugnano all'indole dell'uomo e ai sentimenti della natura[515].
A. D. 1402-1417
Dopo la vittoria riportata da Timur, Manuele, tornato in Bisanzo, vi regnò diversi anni felicemente ed in pace; e finchè i figli di Baiazetto lo cercarono in amicizia e ne rispettarono i piccioli Stati, si tenne alla vecchia religione de' Greci, componendo ne' suoi ozj venti dialoghi teologici in difesa del suo passato contegno. Ma miglioratosi lo stato de' suoi vicini, gli Ambasciatori greci portarono al Concilio di Costanza[516] la contemporanea notizia del risorgimento della Potenza ottomana e della Chiesa latina in Costantinopoli. Le conquiste di Amurat e di Maometto aveano tornato ad avvicinare l'Imperatore al Vaticano; l'assedio di Costantinopoli lo fe' quasi convenire sulla duplice processione dello Spirito Santo; talchè appena Martino V spacciatosi da' suoi rivali, occupò solo la Cattedra Pontificia, tornò ad esservi fra l'Oriente e l'Occidente un'amichevole corrispondenza di lettere e di ambascerie (A. D. 1417-1425). L'ambizione da una banda, la sfortuna dall'altra, dettavano accenti di pace e di carità. Manuele ostentando la brama di maritare i sei Principi suoi figli con altrettante Principesse italiane, il Pontefice, non meno accorto di lui, s'adoprò tanto di far giungere a Costantinopoli la figlia del marchese di Monferrato, seguìta da un seducente corteggio di donzelle d'alto legnaggio, i cui vezzi pareano fatti per vincere la scismatica ostinatezza; sotto apparenze esterne di zelo era però facile accorgersi che non regnava se non se la falsità e alla Corte e presso la Chiesa di Costantinopoli. Secondo che più, o meno premeva il pericolo, l'Imperatore affrettava, o prolungava le sue negoziazioni; allargava, o restrigneva la facoltà dei suoi Ministri; si sottraeva da' Latini, se gli sembravano troppo incalzanti, coll'allegare il bisogno di consultare i Patriarchi e i Prelati, e l'impossibilità di adunarli in tempo che i Turchi teneano stretta la Capitale. Dall'esame degli atti pubblici, apparisce che i Greci insistessero su questi tre punti successivi, un soccorso, un Concilio, poi l'unione delle due Chiese; e che i Latini intanto, scansando il secondo, non volessero obbligarsi al primo, limitandosi a riguardarlo come conseguenza, e premio volontario del terzo; ma la relazione di un intertenimento privato di Manuele, ne spiegherà con maggior chiarezza l'enigma della condotta da esso tenuta, e le sue vere intenzioni. Verso il finir de' suoi giorni, l'Imperatore avea vestito della porpora Giovanni Paleologo II, figlio suo primogenito, nel quale fidavasi per la maggior parte delle cose spettanti al Governo. Trovandosi a colloquio col figlio collega (era sol presente lo storico Franza, ciamberlano favorito di Manuele[517]), lo stesso Manuele dilucidò al successore i veri motivi delle negoziazioni intavolate col Pontefice di Roma[518]. «Non ci rimane, egli dicea, altro salvamento contra i Turchi, fuor del timore che essi hanno di vederci uniti coi Latini, con quelle bellicose nazioni dell'Occidente, che al credere de' Maomettani, potrebbero collegarsi per la nostra liberazione. Tutte le volte, pertanto, che vi vedrete posto alle strette dagl'Infedeli, mostrate loro lo spauracchio di questa unione, proponete un Concilio, entrate in negoziazioni col Papa di Roma, ma traetele sempre in lungo, e tenete lontana la convocazione di quest'Assemblea, che non vi porterebbe alcuno vantaggio nè spirituale, nè temporale. Già nessuna delle due fazioni vorrebbe rimoversi addietro d'un passo, o ritrattarsi; superbi i Latini, ed ostinati i Greci. Volendo voi avverare l'unione delle due Chiese, non fareste che confermare lo scisma, inimicarle, ed esporci, senza rimedio, o speranza, alla discrezione de' Barbari». Poco soddisfatto di questa lezione, in cui però molto avvedimento scorgeasi, il giovine Principe si alzò, e, senza profferir parola, partì. — Il prudente Monarca, continua il Franza, si pose a guardarmi, ripigliando indi così il suo discorso: — «Mio figlio si crede una grande cosa, ed ha le idee vestite all'eroica; e, meschino! non sa che in questo sfortunato secolo niuna cosa offre campo nè all'eroismo, nè alla grandezza. Il suo animo audace potea giovare ne' tempi migliori de' nostri antenati. Lo stato presente ha men bisogno di un Imperatore, che d'un massaio ben attento a tener conto degli avanzi di questo nostro povero patrimonio. Non ho già dimenticate le vaste speranze ch'egli fondava sulla lega con Mustafà, e temo che l'imprudente ardimento di questo giovine, e, per dir tutto, anche la pietosa sua buona fede, affrettino il precipizio della nostra Casa e della nostra Monarchia». Intanto l'esperienza e l'autorità di Manuele valsero a scansare il Concilio, e a conservar la pace fino al settantottesimo anno della sua età, nel quale anno ci morì vestito d'abito monastico, dopo avere distribuite le sue preziose suppellettili ai figli, ai poveri, ai suoi medici e servi più favoriti. Andronico[519], secondogenito di Manuele, che aveva avuto per sua parte il principato di Tessalonica, morì di lebbra, poco dopo aver venduta questa città ai Veneziani, che ne furono con altrettanta prestezza spogliati dai Turchi. Per alcuni buoni successi de' Greci, accaduti ne' giorni più felici di Manuele, essendo tornato all'Impero il Peloponneso, ossia la Morea, quell'Imperatore avea fortificato l'Istmo per una estensione di sei miglia[520], circondandolo di una salda muraglia, fiancheggiata da cencinquantatre torri, che all'atto della prima invasione ottomana disparve. La fertile penisola avrebbe potuto bastare ai quattro giovani principi, Teodoro, Costantino, Demetrio e Tommaso; ma avendo questi estenuati gli avanzi delle loro forze in guerre civili, i vinti si rifuggirono nel palagio di Costantinopoli, ove vissero sotto la protezione e la dependenza del loro fratello Giovanni Paleologo II.
A. D. 1425-1437
Questo Principe, primogenito de' figli di Manuele, riconosciuto dopo la morte del padre solo Imperatore de' Greci, pensò per prima cosa a ripudiare la moglie, e a contrar nuove nozze colla Principessa di Trebisonda. La bellezza, agli occhi di questo Principe, era la più essenziale prerogativa che ornar dovesse una Imperatrice. Per ottenere il consenso del suo Clero, lo minacciò, se gli veniva negato il divorzio, di ritirarsi in un chiostro, e di rassegnare il trono al fratello suo Costantino. La prima, o per meglio dire la sola vittoria riportata da Paleologo, fu sopra un Ebreo[521], cui dopo una lunga e dotta disputa, convertì alla fede cristiana; rilevante conquista che venne accuratamente registrata nella Storia di que' tempi; ma tornò ben tosto nel disegno di unire le due Chiese, e senza riguardo ai suggerimenti lasciatigli dal padre, porse orecchio, a quanto apparve, di buona fede, alla proposta di venire a parlamento col Pontefice in un Concilio generale, da tenersi al di là del mare Adriatico. Martino V incoraggiava questo pericoloso divisamento; Eugenio, successor di Martino, diede freddamente opera a tale bisogna, sintanto che dopo una languida negoziazione, l'Imperatore ricevè una intimazione per parte di un'Assemblea che assumeva diverso carattere, l'Assemblea de' Prelati independenti di Basilea[522], intitolatisi i giudici e i rappresentanti della Chiesa cattolica.
Il Pontefice romano avea difesa e guadagnata la causa della ecclesiastica libertà; ma il Clero vittorioso, si trovò ben tosto esposto alla tirannide del suo liberatore, che dalla dignità del suo carattere era posto in sicurezza contro quell'armi che sì efficacemente adoperava a danno delle civili magistrature. Le appellazioni annichilavano la Grande Carta, ossia il diritto di elezione del Pontefice; diritto cui le commende, e le sopravvivenze, toglievano forza; onde il clero si trovava obbligato a cedere a clausole arbitrarie[523] le proprie prerogative. La Corte di Roma instituì una vendita pubblica, intesa ad arricchire i Cardinali e i favoriti del Pontefice delle spoglie di tutte le nazioni, che vedeano i principali benefizj de' lor territorj accumularsi su persone straniere e lontane. Intantochè dimorarono ad Avignone, l'ambizione de' Papi in avarizia e dissolutezza si trasformò[524]. Rigidi nell'imporre sul Clero il tributo delle decime e de' primi frutti, tolleravano poi apertamente l'impunità dei vizj, dei disordini, della corruttela; i quali scandali, il grande scisma di Occidente (A. D. 1377-1429), durante oltre un mezzo secolo, moltiplicò. Ne' violenti loro litigi, i Pontefici di Roma e di Avignone pubblicavano scambievolmente i vizj del loro rivale, e intantochè il precario stato loro inviliva l'autorità, allentava il freno della disciplina, i lor bisogni e le loro vessazioni aumentava. A guarire i mali della Chiesa e a rialzarne la dignità, vennero tenuti successivamente i Sinodi di Pisa e di Costanza[525], le quali grandi Assemblee (A. D. 1414-1418), sentendo la propria forza, deliberarono restituire alla cristiana Aristocrazia i suoi privilegi. Laonde i Padri di Costanza, pronunciata una personale sentenza contra due Pontefici cui non vollero riconoscere, rimossero, con una nuova sentenza, quel medesimo, che aveano chiarito loro Sovrano. Proceduti indi a limitare l'autorità del Pontefice, non si separarono prima di aver sottomesso il Capo della Chiesa alla supremazia di un Concilio generale. Venne sancito che a fine di riformare e mantenere la Chiesa, si convocherebbero regolarmente queste Assemblee ad un tempo prefisso, e che ciascun Sinodo prima di sciogliersi, additerebbe il tempo e il luogo dell'adunata futura. Non riuscì difficile alla Corte romana lo scansarsi dal convocare il Concilio di Siena, ma la vigorosa fermezza (A. D. 1431-1443) del Concilio di Basilea[526], non fu per poco fatale ad Eugenio IV, Pontefice regnante. I Padri che i disegni di lui aveano presentiti, si affrettarono a pubblicare con un primo decreto, che i rappresentanti della Chiesa militante, aveano giurisdizione spirituale, o divina su tutti i Cristiani, non eccettuato da questi il Pontefice, chiarendo inoltre non potersi sciogliere, protrarre, o trasferire da un luogo ad un altro un Concilio, se non se dopo una discussione libera e il consenso degli adunati. Non essendosi perciò Papa Eugenio ristato dal fulminare la sua Bolla di scioglimento, osarono indirigere intimazioni, rimproveri e minacce al ribelle successor di S. Pietro[527]; e poichè gli ebbero dato con lunghe dilazioni il tempo a pentirsi, gli notificarono che se prima di un termine perentorio di sessanta giorni non si sommettea, intendeano interrotta ogni autorità temporale ed ecclesiastica del medesimo; e affinchè la loro giurisdizione comprendesse il Sovrano ed il Sacerdote, impadronitisi del governo di Avignone, promulgarono invalida l'alienazione del patrimonio sacro, e proibirono il farsi in Roma qualunque riscossione d'imposte a nome del Papa; ardimento che ebbe per se non solo l'opinione generale del Clero, ma l'approvazione e la protezione de' primarj fra i Monarchi della Cristianità. L'Imperatore Sigismondo si professò servo e difensore del Sinodo; l'esempio di lui l'Alemagna e la Francia seguirono; il Duca di Milano era personale nemico di Eugenio; una sommossa del popolo di Roma costrinse il Pontefice a fuggire dal Vaticano. Ributtato ad un tempo da' suoi sudditi spirituali e temporali, nè rimastogli altro partito, fuor quello della sommessione, si ritrattò mercè d'una umiliante Bolla, che confermava tutti gli atti del Concilio, incorporava a questa Assemblea venerabile i Cardinali e Legati pontifizj, e pareva annunziasse la rassegnazione del Papa ai decreti di una suprema legislatura. La rinomanza di cotali fatti si diffuse per l'Oriente; e come altrimenti sarebbe accaduto? Alla presenza dei Padri del Concilio, Sigismondo ricevè gli Ambasciatori ottomani[528], che posarono a' pie del medesimo il donativo di dodici grandi casse piene di drappi di seta e di piastre d'oro. Aspirando i Padri di Basilea alla gloria di ricondurre nel grembo della Chiesa i Greci e i Boemi, sollecitarono per via di deputati (A. D. 1434-1437) l'Imperatore e il Patriarca di Costantinopoli, a congiungersi ad un'Assemblea onorata dalla confidenza delle nazioni dell'Occidente; proposta, dall'accettar la quale lontano non mostravasi Paleologo, i cui Ambasciatori vennero onorevolmente accolti dal Senato cattolico. Sol la scelta del luogo sembrò ostacolo insuperabile per ostinazione de' Greci, i quali ricusando di attraversare le Alpi, o il mar di Sicilia, fermi mostravansi nel pretendere che il Concilio si adunasse in qualche città dell'Italia, o posta nelle vicinanze del Danubio. Minori difficoltà s'incontravano su gli altri punti di una tale negoziazione: già erasi d'accordo su quello di pagare le spese del viaggio all'Imperatore greco, che sarebbesi trasferito, accompagnato da settecento persone[529], al luogo del Concilio, di sborsargli, all'atto dell'arrivo, una somma di ottomila ducati[530] da poter egli impiegare in soccorso del suo Clero, e di concedergli in oltre, intantochè si allontanava dalla sua Capitale, un sussidio di diecimila ducati, di trecento arcieri e di alcune galee per difenderla dal nemico. Sborsate avendo le prime somme la città di Avignone, fu allestito, benchè non senza qualche lentezza e difficoltà, il navilo a Marsiglia.
A. D. 1437
In mezzo alle angustie che lo incalzavano, Paleologo aveva almeno la soddisfazione di vedere le potenze alleate dell'Occidente gareggianti nel chiederlo in amicizia. Ma l'artificiosa solerzia d'un Sovrano prevalse sopra la lentezza e la inflessibilità che per solito dagli atti delle repubbliche non si dipartono. I decreti di Basilea, intendendo continuamente a limitare il dispotismo del Papa e ad innalzare in guisa stabile un tribunale supremo ed ecclesiastico, Eugenio portava il giogo con impazienza, intanto che l'unione de' Greci gli somministrava un decoroso pretesto per trasportare un Sinodo fazioso ed indocile dalle rive del Reno a quelle del Po. Al di là dell'Alpi, i Padri non isperavano più di conservare la loro independenza. La Savoia, o Avignone, cui accettarono con ripugnanza per sede dell'adunata, venivano riguardate a Costantinopoli come luoghi posti oltre le colonne d'Ercole[531]. L'Imperator greco e il suo Clero paventavano i pericoli di una lunga navigazione, e soprappiù gli offendeva l'orgoglio manifestato dal Concilio, annunziando che dopo avere annichilata la nuova eresia de' Boemi, non tarderebbe a sradicare l'antica de' Greci[532]. Eugenio intanto non respirava che mansuetudine, compiacenza e rispetto. Le sue sollecitazioni erano allettamenti al Sovrano di Costantinopoli, affinchè la sua presenza imponesse termine allo scisma de' Latini come a quello de' Greci. Gli proponea per luogo di amichevole parlamento Ferrara, situata sulle sponde dell'Adriatico, nel qual tempo, fosse per sorpresa od altro artifizio, si procurò un falso decreto del Concilio[533] che condiscendea trasferirsi in codesta città dell'Italia. A tal fine furono allestite nuove galee in Venezia e nell'isola di Candia, le quali misero in mare prima del navilio di Basilea. L'Ammiraglio del Pontefice ricevè il comando di mandarlo a fondo, arderlo, distruggerlo[534], e poco mancò che queste ecclesiastiche squadre non s'incontrassero in quelle medesime acque, ove sulla gloria della lor preminenza Atene e Sparta contesero. Sollecitato alternativamente dalle due fazioni, che sembravano prontissime a venire alle mani per contendersi fra loro il possedimento della imperiale persona, Paleologo tornò a meditare ancora, se fosse un buon espediente l'abbandonare il palagio e la patria per avventurarsi ad una così pericolosa spedizione. Tornandogli allora a mente i paterni consigli, anche ogni ragione dettata dal senno dovea mostrargli che i Latini divisi fra loro, non si accorderebbero per virtù di una estranea causa. Aggiungasi che lo dissuase dall'imprendere un tale viaggio Sigismondo, in cui non poteano supporsi motivi di parzialità, perchè il Concilio era di suo consenso; e un suggerimento di questo Imperatore, veniva tanto più valutato dai Greci, per aver questi adottata la stravagante opinione che Sigismondo si cercherebbe fra essi un successore all'Impero[535]. Veniva in campo un altro consigliere, comunque non troppo, per vero dire, meritevole della confidenza de' Greci, che Paleologo temea d'irritare, il Sultano de' Turchi; non che Amurat intendesse nulla sulle contestazioni che teneano in discordia i Cristiani; ma ad ogni modo non gli piaceva vederli uniti; onde offeriva di aprire il suo erario ai bisogni di Paleologo, assicurando ciò nullameno con un'apparenza di generosità, che Costantinopoli sarebbe stata inviolabilmente rispettata, ancorchè se ne fosse allontanato il Sovrano[536]. Ma chi gli fece più ricchi donativi, e diede più belle parole, vinse l'animo del Principe greco, che provava anche desiderio di allontanarsi per qualche tempo da un teatro di disgrazie e pericoli. Dopo essersi spacciato con un'equivoca risposta dai deputati del Concilio, fe' nota la sua deliberazione d'imbarcarsi sulle galee pontifizie. Era vecchio assai il Patriarca Giuseppe, onde più fatto alle impressioni del timore che a quelle della speranza, e atterrito da' pericoli che gli sovrastavano sull'Oceano, rimostrò come in un estraneo paese, la sua debole voce e quella di una trentina de' suoi Prelati, correvano rischio di trovarsi affogate in mezzo alle più numerose e potenti de' Vescovi, di cui il Sinodo latino andava composto. Nondimeno cedè ai voleri di Paleologo, alla lusinga datagli che sarebbe ascoltato come l'Oracolo delle nazioni, e alla segreta brama d'imparare dal suo fratello d'Occidente il modo di rendere affatto independente dai Sovrani la Chiesa[537]. Entrarono nel suo corteggio i cinque Crociferi, ossia dignitarj di S. Sofia, e un d'essi, il grande Ecclesiarca, o predicatore Silvestre Siropolo[538], ha composta[539] una Storia dilettevole e sincera della Falsa Unione[540]. Il Clero obbedì, suo malgrado, agli ordini dell'Imperatore e del Patriarca; ma la sommessione era il suo primo dovere, la pazienza la più utile delle sue virtù. Trovansi in una scelta di venti Prelati, i nomi de' metropolitani d'Eraclea, Cizico, Nicea, Nicomedia, Efeso e Trebisonda, e due nuovi Vescovi, Marco e Bessarione, innalzati a tale dignità per la fiducia che il loro sapere e la loro eloquenza inspiravano. Vennero parimente nominati a questa spedizione alcuni monaci e filosofi, perchè accrescessero splendore alla dottrina e alla santità della greca Chiesa, e molti cantori e musici al servizio della Cappella imperiale. I Patriarchi d'Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, spedirono deputati, o si suppone almeno che gli avessero spediti; il Primate di Russia rappresentava una Chiesa nazionale, perchè quanto ad estensione di potere spirituale, i Greci poteano stare a petto de' Latini. I preziosi vasi di S. Sofia furono commessi ai rischi del mare, affinchè il Patriarca potesse coll'ordinaria sua pompa uffiziare; e l'Imperatore adoperò quant'oro gli fu dato raccogliere per fregiare d'ornamenti massicci il suo carro e il suo letto[541]. Ma mentre i Greci metteano tanto studio a sostenere le esterne apparenze dell'antica grandezza, contendean fra loro pel riparto di quindicimila ducati, che, a titolo di anticipata elemosina, aveva ad essi somministrato il Pontefice. Appena tutti gli apparecchi furon compiuti, Paleologo, seguìto da numeroso corteggio, accompagnato dal suo fratello Demetrio e dai primi personaggi dello Stato e della Chiesa, s'imbarcò sopra otto navigli instrutti di vele e remi, che governarono verso lo stretto di Gallipoli nell'Arcipelago, passando poscia nel golfo Adriatico[542].
A. D. 1438
Dopo una lunga e molesta navigazione di settantasette giorni, questa religiosa squadra avendo gettata l'áncora innanzi Venezia, trovò tale accoglienza, che la gioia e lo splendore di questa repubblica fe' manifesti. Sovrano del Mondo, il modesto Augusto non avea mai richiesti ai suoi sudditi gli onori di cui gl'independenti Veneti largheggiarono a questo debole successore d'Augusto. Dall'alto di un trono collocato sulla poppa della sua nave, Paleologo ricevè la visita, o per parlare alla greca, le adorazioni del Doge e de' Senatori[543], che vennero entro il Bucintoro, seguìto da dodici ben fornite galee. Vedeasi coperto il mare d'innumerabili gondole, quali d'esse per servire alla pompa dello spettacolo, quali al piacere de' circostanti; di musicali suoni, e dello strepito delle acclamazioni l'aere rintronava: splendeano di seta e d'oro le vesti de' marinai e gli stessi navigli; ogni emblema, mostrava le Aquile romane ai lioni di S. Marco accoppiate; insigne corteggio, che mosse dal principio del Canal Grande, e sotto il ponte di Rialto passò. Gli Orientali contemplavano ammirati i palagi, i tempj e l'immensa popolazione di una città, che galleggiar sembrava sull'onde[544]; ma sospirarono alla vista delle spoglie e de' trofei dal saccheggio di Costantinopoli riportati. Dopo una dimora di quindici giorni a Venezia, Paleologo continuò il suo cammino or per terra, or per acqua sino a Ferrara. In tal momento, la politica del Vaticano avendone vinto l'orgoglio, il Principe greco ricevè tutti gli antichi onori sòliti a concedersi all'Imperatore di Oriente. Entrò in Ferrara cavalcando un cavallo nero, intanto che veniva condotto dinanzi a lui un bel palafreno bianco, i cui bardamenti vedeansi fregiati di aquile ricamate in oro. Camminava sotto di un baldachino che sosteneano i Principi della Casa d'Este, figli o parenti di Nicolò, Marchese della città, e sovrano più potente che Paleologo nol fosse[545]. Il Principe greco non ismontò da cavallo che giunto a piedi dello scalone; venutogli incontro sino alle porte del proprio appartamento il Pontefice, rialzò il Principe, che fece l'atto di prostrarsegli innanzi, e dopo averlo paternamente abbracciato, gli additò una sedia posta alla sua sinistra. Il Patriarca greco ricusò di scendere dalla sua galea sintanto che non si fosse d'accordo sui modi del cerimoniale, regolati finalmente sì che fosse mantenuta un'apparente eguaglianza fra il Vescovo di Roma e quello di Costantinopoli. Questi ricevè un fraterno amplesso dal primo, e tutti gli ecclesiastici greci rifiutarono di baciare il piede al romano Pontefice. All'aprirsi del Sinodo, i Capi ecclesiastici e temporali si disputarono il centro, ossia il posto d'onore; ma Eugenio trovò un pretesto per non seguire l'antico cerimoniale di Costantino e di Marciano, allegando che i suoi predecessori non si erano trovati in persona nè a Nicea, nè a Calcedonia. Dopo lunghe discussioni, fu risoluto, che le due nazioni occuperebbero a destra e a sinistra i due lati della Chiesa; che la Cattedra di S. Pietro terrebbe il primo posto nella fila de' Latini; e che il trono dell'Imperator greco, a capo del suo Clero, si troverebbe alla medesima altezza di rincontro al secondo posto, sede vacante dell'Imperator d'Occidente[546].