Ma non appena le allegrezze e le formalità fecero luogo alle gravi discussioni, malcontenti del Papa e di sè medesimi, i Greci, ebbero a pentirsi dell'imprudente lor viaggio. Gli Ambasciatori d'Eugenio a Costantinopoli lo aveano dipinto come uomo giunto all'apice della prosperità, Capo de' Principi e de' Prelati europei, tutti pronti ad un suo accento a prestargli fede, e impugnar l'armi; inganno che la poco numerosa Assemblea del Concilio di Ferrara in un subito dissipò. I Latini apersero l'adunata con cinque Arcivescovi, diciotto Vescovi e dieci Abati, la maggior parte de' quali sudditi, o concittadini dell'italiano Pontefice. Eccetto il Duca di Borgogna, niun Sovrano dell'Occidente si degnò comparire, o inviare ambasciatori; nè modo eravi di abolire gli atti giudiziarj di Basilea contro la persona e la dignità d'Eugenio, atti che dalla elezione di un nuovo Pontefice venner conchiusi. In tal frangente, Paleologo chiese ed ottenne una dilazione per procacciarsi dai Latini alcuni vantaggi temporali, qual prezzo di un'unione che i suoi sudditi riprovavano; dopo la prima adunanza, le discussioni pubbliche furono differite di lì a sei mesi. L'Imperatore, accompagnato da una truppa di favoriti e di giannizzeri, trascorse la state in un vasto monastero, situato gradevolmente sei miglia fuor di Ferrara; e dimenticando fra i piaceri della caccia le dispute della Chiesa e la calamità dello Stato, non pensò che a distruggere il salvaggiume, senza darsi per inteso delle giuste querele del Marchese e de' coltivatori della campagna[547]. Intanto i suoi miseri Greci soffrivano tutte le molestie dell'esilio e della povertà; erano stati assegnati per la sua spesa a ciascuno straniero tre, o quattro fiorini d'oro al mese, e benchè l'intera somma arrivasse a più di settecento fiorini, l'indigenza, o la politica del Vaticano, facea sempre rimanere addietro buona parte di tale assegnamento[548]. Sospiravano essi di vedersi liberati da quel confino, ma un triplice ostacolo impediva loro il fuggirne. Non poteano uscire di Ferrara, senza un passaporto de' lor superiori; i Veneziani aveano promesso di arrestare e rimandare i fuggitivi: giungendo anche a Costantinopoli, non avrebbero potuto sottrarsi alla scomunica, alle ammende, ad una sentenza che condannava persino gli ecclesiastici ad essere posti ignudi e pubblicamente flagellati[549]. La sola fame potè far risolvere i Greci ad aprire il primo parlamento; ma con estrema ripugnanza acconsentirono a seguire a Firenze il Sinodo fuggitivo; espediente però inevitabile, perchè e la peste dominava in Ferrara, e la fedeltà del Marchese era divenuta sospetta, e le truppe del Duca di Milano si avvicinavano alla città. Che anzi tenendo queste la Romagna, sol con molta fatica e pericoli, il Papa, l'Imperatore e i Prelati si apersero un varco per mezzo ai men frequentati sentieri dell'Apennino[550].
A. D. 1438-1439
Ma la politica e il tempo avendo superati tutti gli ostacoli, la violenza stessa de' Padri di Basilea giovò ai buoni successi di Eugenio. Le nazioni dell'Europa essendo venute a detestare lo scisma, rifiutarono l'elezione di Felice V, successivamente Duca di Savoia, eremita, e Papa. I più poderosi Principi si avvicinarono al rivale dell'escluso Pontefice, passando a grado dalla neutralità ad una sincera affezione. I Legati, seguìti da alcuni spettabili membri, si volsero ai Padri romani, che vedeano tuttodì crescere il proprio numero, e l'opinione del Pubblico in loro favore. Il Concilio di Basilea trovavasi ridotto a trentanove Vescovi e trecento membri del clero inferiore[551], intanto che i Latini di Firenze univano alla persona del Pontefice otto Cardinali, due Patriarchi, otto Arcivescovi, cinquantadue Vescovi, e quarantacinque Abati, o Capi d'Ordini religiosi. Il lavoro di nove mesi e le discussioni di venticinque adunanze, operarono finalmente l'unione de' Greci. Quattro quistioni principali eransi agitate dalle due Chiese, e riguardavano I. L'uso del pane azzimo nella Comunione. II. La natura del Purgatorio. III. La supremazia del Papa. IV. La processione, semplice o duplice, dello Spirito Santo. La causa di entrambe le nazioni da dieci abili Teologhi venne discussa. Il Cardinale Giuliano adoperò l'ineffabile sua eloquenza a favor de' Latini; i Greci ebbero Marco d'Efeso e Bessarione di Nicea per lor primarj campioni. Non ometteremo a tale proposito una osservazione che onora i progressi della ragione umana. La prima di tali quistioni fu discussa siccome punto poco rilevante, che potea variare, senza portar seco gravi conseguenze, giusta l'opinione de' tempi e delle nazioni; quanto alla seconda le due parti convennero dovervi essere uno stato intermedio di purificazione per li peccati veniali. Se poi una siffatta purificazione venisse operata dal fuoco elementare, era un tale articolo, che per avere maggiore agio di definirlo in quel medesimo luogo, i disputanti si presero il tempo d'alcuni anni. La supremazia del Papa parea un punto più importante e più litigioso: cionnullameno gli Orientali che aveano sempre riconosciuto il Vescovo di Roma pel primo fra i cinque Patriarchi, non fecero difficoltà ad ammettere che egli usasse della sua giurisdizione in conformità de' santi canoni, condiscendenza vaga che poteva essere determinata, o priva d'effetto secondo le circostanze. La processione dello Spirito Santo, o dal solo Padre, o dal Padre e dal Figlio era articolo di Fede più profondamente radicato nell'opinione degli uomini. Nell'Assemblea di Ferrara e di Firenze, l'addizione Latina del Filioque diede motivo a due quistioni, l'una che riguardava la legalità, l'altra l'ortodossia. Gli è inutile che sopra un tale argomento io mi diffonda in proteste d'imparziale indifferenza per parte mia; pur sembrami che i Greci avessero per sè un vittorioso argomento nella decisione del Concilio di Calcedonia, col quale si proibiva l'aggiungere alcun articolo, qualunque fosse, al Simbolo di Nicea, o piuttosto di Costantinopoli[552]. Negli affari di questo Mondo non è sì facile il comprendere come un'Assemblea di legislatori, possa impor vincoli ai suoi successori, forniti della medesima autorità; ma una decisione dettata dall'inspirazione divina, debbe essere vera ed immutabile. L'avviso di un Vescovo o di un Sinodo di provincia non può prevalere contra il giudizio universale della Chiesa cattolica. Quanto al dottrinale, gli argomenti erano eguali da tutte due le bande, e questa disputa parea volgere all'infinito, perchè la processione di un Dio è cosa che confonde l'umana intelligenza. L'Evangelio collocato sull'altare, nulla offeriva che potesse risolvere la quistione. I testi de' santi Padri potevano essere stati sagrificati dalla soperchieria, o da capziose argomentazioni oscurati: i Greci non conoscevano nè gli scritti de' Santi latini, nè i loro caratteri[553]. Noi possiamo per lo meno essere sicuri che gli argomenti di ciascuna fazione parvero impotenti contro quelli dell'altra. La ragione può rischiarare gli errori di una mente pregiudicata; una continua attenzione corregger le sviste, se l'oggetto può essere presentato ai nostri sensi: ma i Vescovi e i frati aveano imparato sin dall'infanzia a ripetere una formola di misteriose parole; alla ripetizione di queste parole medesime aveano congiunto il loro onore nazionale e personale, e l'acredine di una disputa pubblica li rendè del tutto intrattabili.
Intanto che questi si perdevano in un labirinto d'argomenti oscuri, il Papa e l'Imperatore bramavano un'apparenza di unione, che sola potea raggiugnere lo scopo del loro abboccamento; laonde l'ostinazione non resistè all'influsso di personali e segrete negoziazioni. Il Patriarca Giuseppe era soggiaciuto al peso degli anni e dell'infermità, e le parole ch'ei pronunziò spirando, furono di pace e d'unione. La speranza di ottenerne la carica, tentava l'ambizione del Clero greco; e la pronta sommessione di Bessarione e d'Isidoro, Arcivescovi, un di Nicea, l'altro di Russia, fu comperata e guiderdonata col promoverli immantinente alla dignità cardinalizia. Nelle prime discussioni, Bessarione erasi mostrato il più fermo ed eloquente campione della Chiesa greca; e se la patria lo ributtò come apostata e figlio spurio[554], egli diè a divedere, se prestiamo fede alla storia ecclesiastica, il raro esempio di un cittadino che sa rendersi commendabile alla Corte con una resistenza segnalata, e con una rassegnazione adoperata a proposito. Soccorso da' suoi due Coadjutori spirituali, l'Imperatore usò, rispetto a ciascuno de' due Vescovi, gli argomenti più confacevoli allo stato loro in generale e alla loro indole in particolare; sicchè tutti a mano a mano cedettero all'esempio, o all'autorità. Prigionieri presso i Latini, spogliati delle loro rendite dai Turchi, tre vesti e quaranta ducati, faceano tutto il loro tesoro, che ben presto si trovò rifinito[555]. Per poter tornare alla lor patria, doveano raccomandarsi alle navi di Venezia e alla generosità del Pontefice; in somma vedeansi ridotti a tale indigenza che bastò per guadagnarli offrir loro il pagamento degli assegnamenti arretrati, ai quali avevano diritto[556]. I soccorsi de' quali abbisognava la pericolante Costantinopoli poteano scusare una prudente e pia dissimulazione: ma a questi riguardi si aggiunsero forti inquietudini sulla personale loro sicurezza, perchè fu fatto ad essi comprendere che sarebbero abbandonati in Italia alla giustizia, o alla vendetta del romano Pontefice[557]. Nell'Assemblea particolare dei Greci, ventiquattro membri di questa Chiesa approvarono la formula d'unione, sol dodici recalcitrarono. Ma i cinque Crociferi di S. Sofia che aspiravano alla vacante carica del Patriarca, furono respinti per essersi tenuti alle regole dell'antica disciplina, e videro il lor diritto di suffragio trasmesso a Monaci, a Gramatici, a Laici, dai quali si aspettava una maggior compiacenza: sicchè la volontà del Monarca produsse finalmente una fallace e codarda unanimità. Sol due uomini zelanti d'amor di patria osarono far palesi pubblicamente i loro sentimenti e quelli della nazione; Demetrio fratello dell'Imperatore ritiratosi a Venezia per non essere spettatore di questa unione, e Marco d'Efeso, che credendo forse stimolo di coscienza il suo orgoglio, gridò eretici tutti i Latini, rifiutò la loro comunione, e si chiarì solennemente il difensore della Chiesa greca e ortodossa[558]. Fu fatta prova di mettere in iscritto il Trattato di unione con que' termini che potessero soddisfare i Latini, nè soverchiamente umiliare i Greci; ma comunque si pesassero le parole e le sillabe, la bilancia inclinò qualche poco in favore del Vaticano. Si stabilì (e qui domando attenzione dal leggitore) che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, come da un stesso principio o da una stessa sostanza; che procede dal Figlio essendo della stessa natura e della stessa sostanza, e che procede dal Padre e dal Figlio per una spirazione e per una produzione. Gli articoli de' preliminari di questo Trattato saranno stati intesi più facilmente. Eugenio si obbligava coi Greci a pagare tutte le spese del loro ritorno, a mantenere sempre due galee e trecento soldati in difesa di Costantinopoli, a mandar loro dieci galee per un anno o venti per sei mesi, qualunque volta ne venisse richiesto, a sollecitare in un momento di grave pericolo i soccorsi de' Principi dell'Europa, e a mandare all'áncora nel porto di Bisanzo tutt'i vascelli che trasporterebbero pellegrini a Gerusalemme.
A. D. 1438
Nello stesso anno, e quasi nel medesimo giorno, a Basilea[560] si toglieva il Pontificato ad Eugenio che stava a Firenze terminando l'unione de' Greci coi Latini. Il Sinodo di Basilea, che per vero dire il Pontefice romano chiamava un'Assemblea di demonj, lo pronunziò colpevole di simonia, di spergiuro, di tirannide, d'eresia e di scisma[561]; incorreggibile ne' suoi vizj, e indegno di sostenere verun uffizio ecclesiastico. Il Sinodo di Firenze intanto (A. D. 1438) lo riveriva come Vicario legittimo e sacro di Gesù Cristo, come l'uomo di cui la pietà e la virtù, dopo una separazione di sei secoli, aveano riuniti i Cattolici dell'Oriente e dell'Occidente in un sol gregge, e sotto un solo Pastore. L'atto di Unione venne sottoscritto dal Papa, dall'Imperatore e dai primarj membri delle due Chiese, non eccetto que' medesimi, i quali, come Siropolo, erano stati privi del diritto di dar voto[562]. Sembrava che due copie di simile atto, una per l'Oriente, l'altra per l'Occidente bastassero. Ma Eugenio ne fece copiare e sottoscrivere quattro, onde moltiplicare i monumenti della riportata vittoria[563]. Ai sei di luglio, giornata memorabile, i successori di S. Pietro e di Costantino salirono sui loro troni alla presenza di due nazioni adunate nella Cattedrale di Firenze. I rappresentanti di queste nazioni, il Cardinale Giuliano e Bessarione, Arcivescovo di Nicea, si mostrarono sulla cattedra, ove dopo aver letto ad alta voce, ciascuno in sua lingua, l'Atto di unione, si diedero pubblicamente il bacio di pace e di riconciliazione, a nome dei loro compatriotti, e fra gli applausi di quelli d'essi che erano presenti. Il Papa e il suo Clero uffiziarono secondo i riti della romana Liturgia, e venne cantato il simbolo coll'aggiunta del Filioque. I Greci che diedero in ordine a ciò la loro approvazione, si scusarono assai goffamente, adducendo a motivo del proprio contegno, l'ignoranza del significato di queste parole, che furono mal articolate, e che per altro erano assai armoniose[564]. Più scrupolosi i Latini, ricusarono fermamente di ammettere veruna cerimonia della Chiesa d'Oriente. Cionnullameno l'Imperatore e il suo Clero non dimenticarono l'onore della propria nazione, e ratificando volontariamente il Trattato, sottintesero la clausola tacita che non si farebbe veruna innovazione nel loro Simbolo, o nelle loro cerimonie. Risparmiarono e rispettarono la generosa fermezza di Mario d'Efeso, nè vollero dopo la morte di Giuseppe, procedere all'elezione di un nuovo Patriarca, in tutt'altro luogo fuorchè nella Cattedrale di Santa Sofia. Eugenio superò le sue promesse e le loro speranze nelle liberalità usate, in generale e in particolare, verso de' Greci. Con minor pompa e più umili se ne tornarono questi per la via di Ferrara e Venezia. Nel successivo capitolo sapranno i miei leggitori quale accoglienza trovarono a Costantinopoli[565] (A. D. 1440). Il buon successo di questa prima impresa incoraggiò Eugenio a rinovare una scena così edificante; i deputati degli Armeni e de' Maroniti, i Giacobiti dell'Egitto e della Sorìa, i Nestoriani e gli Etiopi, ammessi successivamente a baciare il piede del Santo Padre, annunziarono l'obbedienza e l'ortodossia dell'Oriente. Questi Ambasciatori, sconosciuti presso alle nazioni che si arrogavano di rappresentare[566], giovarono a divulgare per l'Occidente la fama della pietà di Eugenio; e gridori ad arte sparsi, accusarono gli scismatici della Svizzera e della Savoia, siccome i soli che si opponessero alla perfetta unione del Mondo cristiano. Alla vigorosa loro resistenza, succeduta finalmente la stanchezza d'un inutile sforzo, e sciogliendosi per insensibili gradi il Concilio di Basilea, Felice giudicò opportuna cosa rassegnare la tiara, e tornarsene al suo devoto o delizioso romitaggio di Ripaglia[567] (A. D. 1449). Scambievoli atti di dimenticanza del passato e compensi confermarono la pace generale; si lasciò che i disegni di riforma andassero a vôto; i Papi si mantennero nella loro supremazia spirituale e continuarono ad abusarne[568]: nessun litigio in appresso turbò le elezioni di Roma[569].
A. D. 1300-1453
I successivi viaggi de' tre Imperatori non partorirono ad essi grandi vantaggi in questo Mondo, nè probabilmente nell'altro; pur felici ne furono lo conseguenze, perchè portarono l'erudizione greca in Italia, d'onde si diffuse presso tutte le nazioni dell'Occidente e del Settentrione. In mezzo al servaggio abbietto cui ridotti erano i sudditi di Paleologo, possedeano tuttavia la preziosa chiave dei tesori dell'Antichità, quella lingua armoniosa e feconda che infonde un'anima agli oggetti sensibili, e veste di corpo le astrazioni della filosofia. Dopo che i Barbari, avendo oltrepassati i confini della Monarchia, si erano mescolati fino cogli abitanti della Capitale, certamente aveano corrotta la purezza del dialetto; onde fu d'uopo d'abbondanti Glossarj per interpretare molti vocaboli tolti dalla lingua araba, turca, schiavona, latina e francese[570]. Nondimeno questa purezza mantenevasi ancora alla Corte, e veniva insegnata tuttavia ne' collegi. Un dotto Italiano[571] che, per lungo domicilio e onorevole parentado contratto[572], avea ottenuto luogo fra i nativi di Costantinopoli, circa trent'anni prima della conquista de' Turchi, ci ha lasciato intorno ai Greci alcuni particolari, che però la sua parzialità avrà forse abbelliti. «La volgar lingua, dice Filelfo[573], è stata alterata dal popolo e corrotta dai molti mercatanti, o stranieri che giungono tuttodì a Costantinopoli, e si mescolano cogli abitanti. Dai discepoli di questa scuola i Latini hanno ricevute le traduzioni goffe ed oscure di Platone e di Aristotele. Ma il discorso nostro cade unicamente su que' Greci che meritano essere imitati, perchè alla contagione generale sfuggirono. Troviamo ne' loro famigliari intertenimenti la lingua di Aristofane e di Euripide, de' Filosofi e degli Storici d'Atene, e più accurato e più corretto è anche lo stile de' loro scritti. Le persone più vicine alla Corte a motivo delle loro cariche, o della nascita, son pur quelle che conservano meglio, e scevre da ogni miscuglio l'eleganza e la purezza degli antichi; tutte le grazie naturali della lingua greca osserviamo mantenersi dalle nobili matrone che non hanno comunicazione alcuna cogli stranieri. Che dico io cogli stranieri? Vivono ritirate e lontane dagli sguardi de' medesimi loro concittadini. Rare volte si fanno vedere sulle strade; nè escono di casa, se non la sera, per trasferirsi alla Chiesa, e visitare i più prossimi parenti. In tali occasioni, vanno a cavallo, coperte di un velo, accompagnate dai loro mariti, circondate dai congiunti, o dai servi[574]».
Presso i Greci un Clero ricco e copioso si consagrava al servigio degli altari. Que' Monaci e Vescovi essendosi distinti sempre per austerità di costumi non si abbandonavano siccome gli ecclesiastici latini agl'interessi e ai diletti della vita secolare, nè della militare tampoco. Dopo avere perduta una gran parte del loro tempo in atti di divozione e nelle oziose discordie della Chiesa, o del Chiostro, quelli che d'animo più solerte e curioso erano forniti, si dedicavano ardentemente allo studio dell'erudizione greca, sacra e profana. Presedevano inoltre alla educazione della gioventù, onde le scuole di eloquenza e di filosofia durarono fino alla caduta dell'Impero; e può affermarsi che il recinto di Costantinopoli contenea più scritti scientifici e libri di quanti ne fossero diffusi nelle vaste contrade dell'Occidente[575]. Ma di già osservammo che i Greci aveano fatta pausa, o anzi arretravano, intanto che i Latini faceano rapidi progressi; progressi animati dallo spirito di emulazione e d'independenza; onde il picciolo Mondo racchiuso entro i limiti dell'Italia contenea più popolazione e parti d'industria che non l'Impero spirante di Costantinopoli. In Europa, le ultime classi della società si erano affrancate dalla feudale servitù, e la libertà traeva con sè il desiderio d'istruirsi e il lume delle cognizioni che ne viene per conseguenza. La superstizione avea conservato l'uso della lingua latina, che parlavasi, per vero dire, in rozza e corrotta guisa, ma migliaia di studenti frequentavano le Università moltiplicatesi da Bologna d'Italia fino ad Oxford[576], e comunque mal regolato fosse il loro ardore agli studj, poteano finalmente volgerlo a più nobili e liberali ricerche. In questo risorgimento delle scienze l'Italia fu la prima che fece sventolare la propria bandiera, e il Petrarca colle sue lezioni e col suo esempio ha meritato che gli si attribuisca il vanto di primo nell'accendere la fiaccola del sapere. Lo studio e l'imitazione degli scrittori dell'antica Roma, diedero maggiore purezza allo stile, più giustezza ai ragionamenti, più nobiltà ai pensieri. I discepoli di Virgilio e di Cicerone si avvicinarono con rispettoso fervore ai Greci stati maestri di questi sommi scrittori. Vero è che nel saccheggio di Costantinopoli, i Franchi, e i medesimi Veneziani aveano sprezzate e distrutte le opere di Lisippo e di Omero; ma non accade de' capolavori degli Scrittori, come di quelli dell'arti, cui basta un barbaro cenno ad annichilare per sempre; la penna rinova e moltiplica le copie de' primi, e l'ambizione dal Petrarca e de' suoi amici, fu possedere di queste copie e intenderne il significato. La conquista de' Turchi accelerò, non v'ha dubbio, la peregrinazione delle Muse, nè possiamo difenderci da un tal qual moto di terrore, in pensando come le Scuole e le Biblioteche della Grecia avrebbero potuto essere distrutte, prima che l'Europa escisse della sua barbarie; la qual cosa, se fosse accaduta, i germi delle scienze si sarebbero dispersi prima che il suolo dell'Italia fosse preparato a riceverli e coltivarli.
I più dotti fra gli Italiani del secolo decimoquinto, confessano ed esaltano il rinascimento della erudizione greca[577], sepolta da molti secoli nell'obblio. Nondimeno in questa contrada e al di là dell'Alpi, si citano alcuni uomini dotti, che ne' secoli dell'ignoranza si distinsero onorevolmente nella cognizione della lingua greca; e la vanità di nazione non ha trascurate le lodi dovute a questi esempj di straordinaria erudizione. Senza esaminare troppo scrupolosamente il merito personale di cotesti uomini, non pensiamo però starci dall'osservare che la loro scienza era priva di scopo come di utilità; che era cosa facile ad essi l'appagare sè medesimi, e una turba di contemporanei anche più ignoranti di loro, i quali possedeano pochissimi manoscritti composti nella lingua da essi come per prodigio appresa, e che in nessuna Università dell'Occidente veniva insegnata. Rimaneano alcuni vestigi di questa lingua in un angolo dell'Italia, ove riguardavasi come lingua volgare, o almeno come lingua ecclesiastica[578]. L'antico influsso delle colonie doriche e ionie, non era affatto distrutto. Le Chiese della Calabria essendo state per lungo tempo unite al trono di Costantinopoli, i Monaci di S. Basilio, faceano tuttavia i loro studj sul monte Atos (A. D. 1339) e nelle Scuole dell'Oriente. Il frate Barlamo, che già vedemmo in figura di settario e di Ambasciatore, era calabrese di nascita, e per opera di lui risorsero oltre l'Alpi la memoria e gli scritti di Omero[579]. Il Petrarca e il Boccaccio[580] nel dipingono uomo di piccola statura, sorprendente per erudizione ed ingegno, fornito di giusto e rapido discernimento, ma di una elocuzione lenta e difficile. La Grecia al dir loro non avea nel corso di molti secoli prodotto chi il pareggiasse per nozioni di Storia, di Gramatica e di Filosofia. I Principi e i dottori di Costantinopoli, riconobbero il merito sublime di cotest'uomo con attestazioni; delle quali una tuttavia ci rimane. L'Imperatore Cantacuzeno, comunque proteggesse gli avversarj di Barlamo, confessa che questo profondo e sottile logico[581] era versatissimo nella lettura di Euclide, di Aristotele e di Platone. Alla Corte di Avignone, Barlamo si unì in lega intrinseca col Petrarca[582], il più dotto fra i Latini, essendo stato fomite della letteraria loro corrispondenza il desiderio reciproco d'instruirsi. Datosi con ardore allo studio della lingua greca il Toscano, dopo avere laboriosamente lottato contro l'aridezza e la difficoltà delle prime regole, pervenne a sentire le bellezze di que' Poeti e Filosofi, di cui possedeva l'ingegno, ma non potè vantaggiare a lungo della compagnia e delle lezioni del nuovo amico. Abbandonatasi da Barlamo una inutile Legazione, tornò questi in Grecia, ma suscitò imprudentemente il fanatismo de' frati coll'adoperarsi a sostituire la luce della ragione a quella del loro ombelico. Dopo una separazione di tre anni, i due amici s'incontrarono alla Corte di Napoli; ma il generoso discepolo rinunziando a quella occasione di farsi più perfetto nel greco idioma, cercò con forti raccomandazioni ed ottenne a Barlamo un piccolo Vescovado[583] nella Calabria, patria dello stesso Barlamo. Le diverse occupazioni del Petrarca, l'amore, l'amicizia, le corrispondenze, i viaggi, la sua coronazione d'alloro a Roma, la cura data alle sue composizioni in versi e in prosa, in latino e in italiano, il distolsero dallo studio di un idioma straniero. Egli avea all'incirca cinquant'anni, allorchè uno de' suoi amici, Ambasciatore di Bisanzo, parimente versato in entrambe le lingue gli fe' dono di una copia d'Omero. La risposta ad esso fatto da Petrarca, attesta ad un tempo la gratitudine, i delicati crucci dell'animo, l'eloquenza di questo grand'uomo: «Il dono del testo originale di questo divino Poeta sorgente d'ogni invenzione è degno di voi e di me: voi avete adempiuta la vostra promessa, e appagati i miei voti. Ma imperfetta è la vostra generosità: dandomi Omero, dovevate darmi voi stesso, divenir mia guida in questo campo di luce, e scoprire ai miei occhi attoniti le seducenti maraviglie dell'Iliade e dell'Odissea. Ma, oh dio! Omero è muto per me, ovvero io sono sordo per lui, e non è in mia facoltà il godere delle bellezze che esso presenta. Ho collocato il Principe de' Poeti a fianco di Platone, il Principe de' filosofi, e divengo superbo di contemplarli. Io possedea già tutta quella parte de' loro scritti immortali che è stata tradotta in latino; ma ora comunque io non possa trarne profitto, mi è però un conforto il vedere questi rispettabili Greci vestiti coll'abito di lor nazione. La presenza di Omero mi rapisce: e allorquando tengo questo tacito volume fra le mie mani, esclamo sospirando: illustre Poeta, con qual giubilo ascolterei i tuoi canti, se la morte di un amico e la cordogliosa lontananza di un altro non togliessero ogni forza di sentire al mio udito! Ma l'esempio di Catone, mi fa coraggioso, nè dispero ancora in pensando che sol sul compiersi dei suoi giorni questo Romano alla conoscenza delle lettere greche pervenne»[584].