Costantinopoli era già presa d'assalto, nè le leggi della guerra imponevano ai vincitori più di quanto la religione e l'umanità potessero loro inspirare. Questi continuarono a riconoscere per generale il marchese di Monferrato; e i Greci che credeano vedere in esso il lor futuro Sovrano gridavano in lamentevole tuono. «Santo Marchese Re abbiate misericordia di noi». Fosse prudenza o compassione, ordinò si aprissero ai fuggitivi le porte della città, esortando i soldati della Croce a risparmiare la vita de' Cristiani. I fiumi di sangue che fa sgorgare Niceta, possono ridursi alla strage di duemila Greci uccisi senza che opponessero resistenza[91]; nè di tale strage medesima possono in tutto venire accusati i conquistatori; la maggior parte di que' meschini fu immolata dalla colonia latina che i Greci avevano scacciata dalla città, e che disfogava il proprio risentimento, come a ciò le fazioni trionfanti son solite. Nondimeno alcuni di questi esuli si mostrarono più memori delle beneficenze che degli oltraggi, perchè lo stesso Niceta per la generosità di un mercatante veneto ebbe salva la vita. Papa Innocenzo rampogna i Pellegrini per non avere, nell'accecamento delle loro sregolatezze, rispettato nè sesso, nè età, nè professioni religiose; deplora amaramente che stupri, adulterj, incesti, e altre opere delle tenebre sieno state in pieno giorno commesse: si duole di nobili matrone, e di sante monache disonorate dagli staffieri e dai villani di cui l'armata cattolica ringorgava[92]. Certamente egli è probabile che la licenza della vittoria servisse a molti peccati e di occasione, e di scusa. Ma la capitale dell'Oriente contenea senza dubbio un numero di beltà venali, o compiacenti che bastavano ad appagare le voglie di ventimila Pellegrini, e il diritto, o l'abuso della schiavitù, in quei giorni, sulle femmine non si estendea. Il marchese di Monferrato mostravasi il modello della disciplina e della decenza; il Conte di Fiandra venia chiamato specchio della castità. Che anzi questi due guerrieri decretarono pena di morte contra i violatori di donne maritate, o vergini, o religiose; e accadde talvolta che i vinti implorassero la protezione di un tale decreto[93], e che i vincitori lo rispettassero. La dissolutezza e la crudeltà trovarono un freno nell'autorità de' Capi ed anche ne' sentimenti naturali de' soldati. Questi per ultimo non erano più i Selvaggi del Settentrione, e comunque feroci in quella età potessero ancora sembrar gli Europei, il tempo, la politica e la religione aveano le costumanze de' Francesi e soprattutto degli Italiani addolcite. Ma la loro avarizia ebbe libero campo a disbramarsi nel saccheggio di Costantinopoli, senza riguardo che corresse allora la Settimana Santa. Tutte le ricchezze pubbliche e private appartenevano ai Latini pel diritto di guerra, non temperato in tal circostanza da veruna promessa o Trattato; e ciascun braccio giusta la propria potestà e forza, aveva eguale facoltà per eseguire la sentenza, o appropiarsi le cose in confiscazione cadute. L'oro e l'argento, monetati e non monetati, somministravano materia di universale baratto; ed essendo cose portatili, ciascuno poteva, o nel medesimo luogo, o altrove, convertirle nella guisa al suo stato e al suo carattere meglio addicevole. Fra le ricchezze che il lusso e il commercio avevano accumulate nella capitale, i drappi di seta, i velluti, le pellicce, e gli aromi, erano le più preziose, perchè nelle parti meno ingentilite dell'Europa il danaro stesso non le potea procacciare. Fu prescritto un ordine da serbarsi nel saccheggio; nè lasciavasi al caso, o alla destrezza de' singoli vincitori il regolare la parte che a ciascuno competea; tre chiese vennero scelte a ricettacoli degli spogli, ove fu ingiunto ai pellegrini di portar per intero le loro prede, senza alienarne parte veruna sotto quelle stesse terribili pene in cui cadeano gli spergiuri, gli omicidi, o quelli che dall'anatema eran percossi. Divisa in porzioni eguali la somma del bottino, ne toccavano una al semplice soldato, due al sergente, o soldato a cavallo, quattro al cavaliere, e questo numero di parti a proporzione dei gradi e de' meriti de' Baroni e de' principi si aumentava. Un cavaliere del conte di S. Paolo, convinto di aver trasgredito questo sacro dovere appropiandosi parte indebita dello spoglio, colla sua armadura e col suo scudo al collo venne appiccato. Un esempio tanto severo dovea rendere più circospetti gli altri, benchè sovente l'avidità al timor prevalesse; onde, giusta la generale opinione, fu il bottino segreto di gran lunga superiore a quello che venne pubblicamente distribuito[94]. Dopo un eguale parteggiamento tra i Francesi ed i Veneziani, i primi scemarono di cinquantamila marchi la propria parte generale per soddisfare il debito che aveano tuttavia colla repubblica di Venezia, rimanendo nullameno ad essi quattrocentomila marchi d'argento[95] (circa ottocentomila lire sterline). Non mi soccorre miglior modo d'indicare il valore corrispondente in quel secolo ad una sì fatta somma del dire che pareggiava sette anni della rendita del regno d'Inghilterra[96].

In questa grande vicissitudine politica, abbiamo il vantaggio di poter confrontare fra loro le relazioni di Villehardouin e di Niceta, i giudizj opposti che il Maresciallo di Sciampagna e il Senatore di Bisanzo portavano[97]. Parrebbe a primo aspetto che le ricchezze di Costantinopoli non avessero fatto altro cambiamento fuor quello di passare da una nazione ad un'altra, e che il danno e il cordoglio de' Greci dal vantaggio e dalla gioia de' Latini stati fossero pareggiati; ma nel funesto giuoco della guerra non è mai eguale alla perdita il guadagno, e a petto delle calamità sono deboli i godimenti. Illusorio e passeggiero fu il giubilo de' Latini. Intanto che i Greci deplorando l'irreparabile scempio della loro patria, vedeano rincalzati i loro affanni dallo scherno e dal sacrilegio de' vincitori. Ma di qual profitto furono a questi i tre incendj che una sì gran parte de' tesori e degli edifizj di Bisanzo distrussero? Qual vantaggio ebbero dalle cose che infransero, o fecero tronche perchè non le potevano trasportare? Che fruttò ad essi l'oro nel giuoco e nelle crapule prodigalizzato? Quante preziose suppellettili i soldati vendettero a vile prezzo per non conoscerne il valore, o perchè impazienti di spacciarsene; talchè sovente il più abbietto mariuolo greco tolse ad essi il prezzo della vittoria! Fra i Greci di fatto sol quella classe di gente che non potea perdere nulla, vantaggiò alcun poco nella pubblica calamità. Tutti gli altri a deplorabilissimo stato furon ridotti. Le sventure di Niceta ce ne porgono un saggio. Incenerito, per effetto del secondo incendio, il magnifico palagio ove dianzi dimorava, questo misero Senatore, seguìto dalla famiglia e dagli amici, si riparò ad una picciola casa che in vicinanza alla chiesa di S. Sofia tuttora rimanevagli. Fu alla porta di questa casa, ove il mercatante veneziano, vestito da soldato, diede a Niceta il modo di salvare con una precipitosa fuga la castità della figlia, e i miseri avanzi de' posseduti tesori. Questi sciagurati fuggitivi già avvezzi a nuotare nella abbondanza, partirono a piedi nel cuore del verno. La moglie di Niceta era incinta; pur furono costretti, essendone disertati gli schiavi, ella e il marito a portar sugli omeri le proprie bagaglie. Le donne di questa famiglia poste in mezzo alla comitiva, venivano esortate a nascondere la propria avvenenza, col bruttar di fango il volto, che dianzi erano use ad imbellettarsi; perchè ciascun passo le avventurava ad insulti e pericoli; ma le minacce degli stranieri, lor pareano anche meno insopportabili dell'insolenza de' plebei, che divenuti eguali ad essi si riguardavano. Finalmente respirarono con più sicurezza a Selimbria, città lontana quaranta miglia da Costantinopoli, e che fu termine di quel doloroso pellegrinaggio. Cammin facendo, incontrarono il Patriarca, solo, mezzo ignudo, a cavallo ad un asino, e ridotto a quell'appostolica indigenza, che se fosse stata volontaria, avrebbe potuto non andar priva di merito. In questo medesimo tempo i Latini, trascinati da licenza e spirito di fazione, spogliavano e profanavano le sue chiese, e strappate dai calici le perle e le gemme che li fregiavano, ad uso di nappi convivali sen valsero. Giocavano e gavazzavano, seduti a quelle tavole, ove effigiato vedeasi Cristo co' suoi appostoli: calpestavano co' piedi i più venerabili arredi del culto cristiano. Nella chiesa di S. Sofia, i soldati fecero in brani il velo del Santuario, per torgli la frangia d'oro; buttarono in pezzi, e se lo spartirono, l'altar maggiore monumento dell'arte e della ricchezza de' Greci; stavano in mezzo alle chiese i muli e i cavalli per caricare sovr'essi i fregi d'oro e d'argento che staccavano dalle porte e dalla cattedra del Patriarca; e quando questi animali si curvavano sotto il peso, gl'impazienti conduttori ne li punivano coi lor pugnali, e di quel sangue rosseggiava il pavimento del tempio. Una meretrice andò ad assidersi sullo scanno del Patriarca, e questa figlia di Belial, dice lo Storico, cantò e ballò nella chiesa per porre in derisione gl'inni e le processioni degli Orientali: l'avidità condusse indi costoro nella chiesa degli Appostoli, ove stavano le tombe de' Sovrani; al qual proposito si vuol far credere, che il corpo di Giustiniano, sepolto dopo sei secoli, venne trovato intatto e senza dare alcun segno di putrefazione. I Francesi e i Fiamminghi correvano le strade della città, avvolti i capi in cuffie di veli ondeggianti, e vestiti di abiti sacerdotali variamente dipinti, e de' quali persin bardamentavano i proprj cavalli: la selvaggia intemperanza delle loro orgie[98], insultava la fastosa sobrietà degli Orientali, e per deridere le armi più adatte ad un popolo di scribacchini e studenti, si trastullavano con penne, calamai, carta alla mano; nè s'accorgevano certo che gli strumenti della Scienza, adoperati dai moderni Greci, divenivano per essi deboli ed inutili quanto quelli del valore lo erano stati.

Nondimeno l'idioma che parlavano i Greci e l'antica rinomanza, sembravano attribuir loro un qualche diritto di schernire l'ignoranza dei Latini e i deboli progressi del loro ingegno[99], e quanto ad amore e rispetto per le Belle Arti, la diversità fra le due nazioni più manifesta ancor si mostrava. I Greci serbavano tuttavia con venerazione i monumenti de' loro antenati che imitar non sapevano; nè noi possiamo starci dal partecipare al dolore e all'ira di Niceta, a quella parte di racconto ove narra la distruzione delle statue di Costantinopoli[100]. Abbiam già veduto nel corso della presente opera come il dispotismo e l'orgoglio di Costantino, avessero incessantemente contribuito ad abbellire la sua nascente Metropoli. E Dei ed Eroi sopravvissuti alla rovina del Paganesimo, e molti resti di un secolo più fiorente, ornavano ancora il Foro e l'Ippodromo. Dalla descrizione pomposa e ricercatissima, che di parecchi fra questi monumenti ne ha lasciata Niceta[101], sonomi studiato di ritrarre il seguente specchio delle cose più meritevoli d'intertenere una erudita curiosità. I. Le immagini de' condottieri dei carri, che aveano riportato il premio, venivano, a spese loro, o del pubblico, scolpite in bronzo, e nell'Ippodromo collocate. Vedeansi questi in piedi sul loro carro nella postura di correre ancora alla lizza; e gli spettatori, ammirandone l'attegiamento, poteano giudicare della somiglianza fra le statue e gli originali. Le più preziose fra queste immagini erano state, giusta ogni apparenza, trasportate dallo stadio olimpico. II. La sfinge, il cavallo marino, e il coccodrillo, si annunziavano, per sè medesimi, lavori egiziani e prede fatte in Egitto. III. La lupa che allattò Romolo e Remo, soggetto egualmente piacevole ai Romani antichi e moderni, non potea però essere stato trattato, prima del declinare della greca scoltura. IV. Un'aquila che tenea fra gli artigli e straziava un serpente, monumento particolare alla città di Bisanzo, veniva dai Greci attribuito alla potenza magica del filosofo Apollonio, che, giusta la lor tradizione, adoperò questo talismano per liberare da velenosi rettili la città. V. Un asino e il suo conduttore, monumento posto da Augusto nella sua colonia di Nicopoli, rammemorava il presagio che aveva annunziata la vittoria di Azio al dominatore del Mondo. VI. Una statua equestre rappresentava giusta la credenza del popolo, il capitano degli Ebrei, Giosuè, nel momento di stendere il braccio per fermare il corso del sole; ma una più classica tradizione soccorreva a scorgere in questo gruppo, Bellerofonte e il caval Pegaseo: e di fatto il libero atteggiamento del corridore, lo mostrava più inclinato a spingersi nell'aere, che a camminare per terra. VII. Un obelisco di forma quadrata, colle sue superficie scolpite in rilievo, offeriva una varietà di scene pittoresche e campestri; augelli che cantavano; villani intenti alle rustiche loro fatiche, o in atto di sonare la cornamusa; pecore che belavano, saltellanti agnelli, il mare, un paese, una pesca, e moltitudine di pesci diversi; amorini ignudi che ridevano, folleggiavano, e gettavansi l'un l'altro le pome; sulla cima dell'obelisco una immagine di donna, che il menomo fiato di vento facea volgere, nominata perciò la Seguace del Vento. VII. Il pastore di Frigia presentava a Venere il premio della beltà, ossia la poma della discordia. IX. Veniva indi l'incomparabile statua di Elena. Niceta descrive col tuono della ammirazione e dell'amore, il piè di lei delicato, le braccia d'alabastro, il labbro di rosa, l'incantatore sorriso, il languore degli occhi, la bellezza delle arcate sopracciglia, la perfetta armonia delle forme, la leggerezza del panneggiamento, la capigliatura che ondeggiar sembrava a grado de' venti. Tanti pregi di avvenenza congiunti insieme, avrebbero dovuto destar pietà o rimorso nel cuore de' Barbari che la distrussero. X. La figura virile, o piuttosto divina di Ercole[102], animata dalla dotta mano di Lisippo, avea sì sterminata dimensione, che il pollice era grosso, la gamba alta, quanto è grosso ed alto un uomo di ordinaria statura[103]. Larghissimi ne erano il petto e le spalle, nerborute le membra, increspati i capelli, imperioso l'aspetto; non gli si vedea nè clava, nè arco, o turcasso, sol la pelle di lione gli ammantava negligentemente le spalle; egli era assiso; stavasi seduto colla gamba e col braccio destri, stesi quanto eran lunghi; il ginocchio sinistro piegato ne sosteneva il gomito, e la testa appoggiata alla mano sinistra: i suoi sguardi pensierosi annunziavano indignazione. XI. Vi si vedeva un'altra statua colossale di Giunone, antico monumento del Tempio samio di questa Dea; solo a trasportarne l'enorme testa sino al palagio, vi vollero quattro paia di buoi. XII. Eravi un terzo colosso di Pallade, o Minerva, alto trenta piedi, che con ammirabile energia, l'indole e gli attributi di questa vergine marziale esprimea. Ragion di giustizia vuole che qui non si tacia, essere stati i Greci medesimi, i quali dopo il primo assedio, mossi da timore e da superstizione, questo monumento distrussero[104]. I Crociati nella lor cupidigia, incapaci d'ogni gentil sentimento, infransero o fusero le altre statue che ho qui descritte, e il prezzo e il merito lor di lavoro in un momento disparvero. L'ingegno postovi dagli artisti svaporò in fumo, e la materia metallica, convertita in moneta, servì a pagare i soldati. I monumenti di bronzo non sono mai i più durevoli. Di fatto i Latini ben distolsero con stupido disprezzo i loro sguardi, dai marmi animati da Fidia e da Prassitele[105]; ma eccetto il caso di straordinarj avvenimenti, questi massi inutili alla barbarie sui lor piedestalli rimasero[106]. I più ingentiliti fra que' pellegrini, quelli che ai diletti affatto barbari de' lor compagni non parteciparono, fecero pietoso uso del diritto conquistato sulle reliquie de' Santi[107]; laonde cotesta guerra procurò alle chiese d'Europa, una immensità di teste, di ossa, di croci, e d'immagini, e pel numero de' pellegrinaggi ed offerte che queste reliquie produssero, divennero forse la parte più lucrosa dell'orientale bottino[108]. Molta parte d'antichi scritti, perduti ai dì nostri, eranvi ancora nel dodicesimo secolo; ma poca vaghezza aveano i Latini di conservare, o trasportar volumi in idioma straniero composti. La sola moltiplicità delle copie, può perpetuare carte o pergamene, che ogni eventualità la più lieve basta a distruggere. La letteratura de' Greci racchiudeasi quasi per intero entro i recinti della Capitale[109]; onde, comunque non conosciamo tutta l'estensione della nostra perdita, certamente non sarebbe fuor di ragioni per noi, il versar qualche lagrima sulle biblioteche, che i tre incendj di Bisanzo distrussero.

Il primo Concilio ([V. p. 7]) generale di Nicea, l'anno 325, adunato per ordine di Costantino, sostenendo contro i Vescovi Ariani, e contro tutti i loro numerosissimi seguaci la negata divinità di Gesù Cristo, e volendo esprimerla, e determinarla (dopo avere lungamente discussi e sostenuti i motivi di credibilità, contenuti sì nell'antica, che nella nuova Scrittura) col vocabolo consubstantialem da porsi in una solenne, e scritta professione di Fede, fu questa nel Concilio medesimo distesa alla presenza del potentissimo Imperator Costantino, avverso agli Ariani, per dover essere, siccome fu, ed è la regola di fede de' Cristiani di retta regione, vale a dire ortodossi, e che leggesi in Greco, e tradotta in Latino nella grande Collezione de' Concilj del Lebbe, T. 2, p. 31, edizione Veneta del Coletti: eccola.

Credimus in unum Deum patrem omnipotentem, omnium visibilium, et invisibilium factorem: et in unum dominum Jesum Christum filium Dei, ex patre natum unigenitum, idest ex substantia patris, Deum ex Deo, lumen de lumine, Deum verum ex Deo vero; natum non factum, consubstantialem patri, per quem omnia facta sunt, et quae in coelo, et quae in terra. Qui propter nos homines, et propter nostram salutem descendit, et incarnatus est, et homo factus est; passus est, et resurrexit tertia die, et ascendit in coelos, et iterum venturus est judicare vivos, et mortuos: et in Spiritum Sanctum.

Circa quarant'anni dopo, cioè intorno all'anno 365, il greco vescovo Basilio (nel suo libro dello Spirito Santo scritto al vescovo Anfilochio) disse: Primum igitur, quis auditis spiritus appellationibus, animo non erigitur, et ad supremam naturam cogitationem non attulit? Nam spiritus Dei dictus est, et spiritus veritatis, qui ex patre procedit (Joan. cap. 15), spiritus rectus etc., (Ps. 50). E lo stesso Basilio, che così scrisse al cap. 9 del libro suddetto, ne intitola il cap. 19. Adversus eos qui dicunt non esse glorificandum; e sostiene, che lo Spirito Santo è da glorificarsi. E nell'anno 372, essendo Papa Damaso nel provinciale Concilio Romano II, trattandosi de explanatione fidei, fu scritto; nominato itaque patre et filio, intelligitur Spiritus Sanctus, de quo ipse filius in evangelio dicit «quia Spiritus Sanctus a patre procedit; et de meo accipiet, et annunciabit vobis» (Jo. 15) Collect. Conc. Labbe.

E nel Concilio provinciale d'Iconio, l'anno 379 (Labbe, ediz. Coletti t. 2, p. 1076-1080), Ansilochio vescovo appunto d'Iconio, ed amico dell'altro vescovo Basilio, disse e scrisse in una lettera sinodale, vale a dire fatta a nome del Concilio, ed approvata, che per malattia Basilio non era venuto al Concilio, e soggiunge: Neque vero sanctam nostram ecclesiam passi sumus etiam illius vocis carere, sed habentes Librum ipsius (De Spiritu Sancto), quem de hoc peculiariter argumento elaboravit, ipsum pariter nobiscum in scripto loquentem obtinemus; e venendo a professare il Credimus etc. di Nicea, e indi a sostenere i detti di Basilio intorno lo Spirito Santo, dice: Docuerunt enim (cioè i vescovi del Concilio di Nicea nell'anno 325), sicut credi debet in patrem, et filium, ita etiam credendum esse in Spiritum: Quaenam ergo est nostrae fidei perfectio? Domini traditio, quam postquam resurrexisset a mortuis mandavit sanctis suis discipulis praecipiens: euntes docete omnes gentes, baptizantes in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti; e da queste parole Ansilochio poscia deduce; sed et oportet in doxologiis Spiritum una cum Patre et Filio conglorificare.

Indi l'anno 381, s'adunò il Concilio generale II in Costantinopoli particolarmente contro i Vescovi, preti, e secolari Macedoniani (così detti da Macedonio loro Capo ed Arcivescovo di quella Città, allora sede degl'Imperatori, e del Senato) che negavano la divinità dello Spirito Santo. Volevano i Vescovi cattolici, che i Vescovi Macedoniani confermassero il Credimus ec. di Nicea, ma i Macedoniani, ch'erano anche semi-Ariani, dichiaravano fermamente, ch'essi non ammettevano la parola consubstantialem contenuta nel Credimus etc., di Nicea, e quindi venivano a negare la divinità di Gesù Cristo, e si ritirarono dal Concilio, e dalla Città. Questo Concilio di cento e cinquanta Vescovi, confermò il Credimus etc. di Nicea, e v'aggiunse molte altre espressioni per dilucidare e determinare quella credenza che dovevasi avere, siccome si può rilevare paragonando parola per parola il Credimus etc., di Nicea, col seguente scritto in questo Concilio di Costantinopoli.

Credimus in unum Deum patrem omnipotentem factorem coeli, et terrae, visibilium omnium, et invisibilium: Et in unum dominum Jesum Christum, filium Dei unigenitum, ex patre natum, ante omnia saecula, Deum ex Deo, lumen ex lumine, Deum verum ex Deo vero natum non factum homousion (parola greca che vuol dire consubstantialem) patri, hoc est ejusdem cum patre substantiae, per quem omnia facta sunt, qui propter nos homines, et propter nostram salutem descendit de coelis, et incarnatus est ex Spiritu Sancto, ex Maria Virgine, et homo factus est. Crucifixus etiam pro nobis sub Pontio Pilato, passus, ac sepultus, et tertia die resurrexit secundum scripturas, ascendit in coelus, sedet ad dexteram patris inde venturus est cum gloria judicare vivos, et mortuos; cujus regnum non erit finis. Credimus in Spiritum Sanctum dominum, et vivificantem ex patre procedentem, et cum Patre, et Filio adorandum, et conglorificandum qui locutus est per prophetas: et unam sanctam catholicam, et apostolicam ecclesiam. Confitemur unum baptisma in remissionem peccatorum; expectamus resurectionem mortuorum et vitam venturi saeculi. Amen.