Tale diffalta non fece che i Veneziani affrettassero meno gli apparecchi della partenza, e forse, sotto apparenza di generosa sollecitudine inspirata loro dal giovine Alessio, celavano il risentimento che contra la nazioni di lui e la famiglia nudrivano. Oltrechè, la cupidigia loro sentivasi offesa dalla preferenza che di recente i Greci aveano data alla rivale Repubblica di Pisa; non dimenticavano antichi e tremendi conti rimasti addietro tra essi e la Corte di Costantinopoli; fors'anche il Dandolo non si dava, per lo meno, cura di dismentire la popolare credenza che accusava l'Imperator Manuele, di avere violati nella persona del veneto Doge i diritti delle nazioni e della umanità, privandolo della facoltà della vista, nel tempo che il grado di Ambasciatore la persona di lui rendea sacra. Da parecchi anni le onde adriatiche d'un sì straordinario armamento non si ricordavano; centoventi barche piatte, o palandre per li cavalli; dugentoquaranta vascelli carichi di soldati e d'armi, settanta di vettovaglie, protetti da cinquanta galee ben munite, e pronte alla pugna, tal si era lo stato di una sì formidabile flotta[60]. Propizio il vento, tranquillo il mare, sereno il cielo mostravansi, e gli occhi d'ognuno con ammirazione a questa scena guerriera e splendentissima stavano intenti. Gli scudi de' cavalieri e degli scudieri, giovando parimente ad ornamento e a difesa, vedeansi ad entrambe le sponde delle navi in bell'ordine collocati; e le varie bandiere delle nazioni e delle famiglie, che sventolavano a prora, uno spettacolo magnifico e decoroso offerivano. Le catapulte e le macchine atte a lanciar sassi e a conquassare muraglie, allor l'ufizio dell'artiglieria de' nostri giorni prestavano. Una musica militare raddolciva i travagli e le noie della navigazione, intantochè que' guerrieri affidati alla persuasione che quarantamila eroi cristiani erano bastanti a conquistar l'Universo, scambievolmente s'incoraggiavano[61]. Per l'abilità e l'esperienza de' veneti piloti, giunta con prospero viaggio da Venezia a Zara la flotta cristiana, da quest'ultimo lido a Durazzo, situato sul territorio greco, immune da avversi casi pervenne. L'isola di Corfù le offerse reficiamenti e riparo. Superato con fausta navigazione il pericoloso capo Maleo, estremità australe della Morea, i confederati approdarono alle isole di Negroponte e di Andros[62], gettando le áncore dinanzi ad Abido, riva asiatica dell'Ellesponto. Nè difficili, o sanguinosi furono i preludj della conquista. Privi di zelo patrio e di coraggio gli abitanti delle greche province, nè solamente a resister pensarono. E per vero dire la presenza del legittimo erede del trono potea questa loro docilità render lodevole, e n'ebbero di fatto il compenso nella moderazione e nella severa disciplina che gli occupatori mantennero. Nell'attraversare l'Ellesponto questa flotta trovandosi entro canale angustissimo rinserrata, il numero delle vele la superficie dell'acqua oscurò. Postesi alla giusta distanza le navi in mezzo al vasto specchio della Propontide, per queste quete onde solcarono fino agli scali della costa europea, fermando l'áncore verso l'abbazia di S. Stefano, tre leghe circa a ponente di Costantinopoli. Il Doge consigliò saggiamente i Crociati a non isbandarsi sopra quella costa popolosa e nemica. Poi accostandosi al termine le lor vettovaglie, e giunta la stagion delle messi, deliberarono rinnovellarle nelle fertili isole della Propontide; e a tal meta i confederati il loro corso indirissero. Ma un colpo di vento, e l'impazienza de' naviganti, li spinsero verso levante, in tanta vicinanza della spiaggia e della città, che quelli dei baluardi e quelli dele navi con gittate di sassi e dardi scambievolmente si salutarono. In questo passaggio, l'armata contemplò con ammirazione la capitale dell'Oriente che ergendosi sulla cima de' sette suoi colli, e dominando i continenti dell'Asia e dell'Europa, piuttosto la capitale sembrava dell'Universo. Indorate le cupole de' palagi e delle Chiese dai raggi del Sole, questi erano ripercossi dalla superficie dell'acque. Il brulichio dei soldati e degli abitanti affoltatisi sulle mura sorprese gli sguardi de' naviganti spettatori che la codardia di quella gente ignoravano; onde un subitaneo terrore invase i petti d'ogni Crociato in pensando che a memoria d'uomini una tanto pericolosa impresa da una sì picciola mano di combattenti non erasi mai tentata. Ma il momentaneo scoraggiamento dissiparono la speranza e la consuetudine del valore; per lo che «ciascuno, narra il Maresciallo della Sciampagna, fisò il guardo alla spada, o alla lancia, di cui fra poco avrebbe fatto un uso tanto glorioso[63]». Innanzi al sobborgo di Calcedonia i Latini il navilio fermarono. Rimasti soli entro le navi i marinai, e sbarcati senza ostacolo i soldati e l'armi, il saccheggio di un palagio imperiale, offerse anticipate ai Baroni le delizie del buon successo cui aspiravano. Nel terzo giorno, la flotta e l'esercito si volsero a Scutari, sobborgo asiatico di Costantinopoli. Sorpreso e messo in fuga da ottanta cavalieri un corpo di cinquecento uomini di cavalleria greca, una pausa di nove giorni bastò a provvedere lautamente il campo e di foraggi e di ogni genere di vettovaglie.

Parrà forse cosa straordinaria che, imprendendo io a narrare l'invasione di un grande Impero, non abbia fatta menzione degli ostacoli che al buon successo de' conquistatori oppor si poteano. Perchè, comunque i Greci difettasero di valore, erano ricchi ed industriosi, e obbedivano ad un assoluto Monarca. Ma avrebbe fatto mestieri che a questo Monarca non fossero mancati, l'antiveggenza, finchè i nemici erano lontani, il coraggio, poichè gli ebbe alle coste dei suoi dominj. Avendo dimostrato di accogliere in atto di scherno le prime notizie venutegli intorno alla lega del proprio nipote co' Francesi e coi Veneziani, i cortigiani di lui gli persuasero essere verace questo scherno e figlio del suo coraggio. Non passava sera che al finir della mensa costui non mettesse per tre volte in rotta i Barbari dell'Occidente. Questi Barbari in vece non disprezzavano, e ben a ragione, le forze navali de' Greci: perchè i mille seicento navigli pescherecci di Costantinopoli[64] avrebbero somministrati quanti marinai bastavano ad allestire una flotta capace di sommergere le galee venete, o certamente di chiudere ad esse l'ingresso dell'Ellesponto. Ma qual valevole difesa non diviene impotente per la trascuratezza d'un Sovrano, per la corruttela de' suoi Ministri? Il Gran Duca, o Ammiraglio, facea un traffico scandaloso, e quasi pubblico, delle vele, degli alberi da nave, de' cordami. Le reali foreste servivano soltanto alla caccia del Principe, il che aveasi per bisogno ben più rilevante; e gli eunuchi, al dir di Niceta, stavano di sentinella agli alberi, come se queste piante ad un culto religioso fossero consacrate. L'assedio di Zara, il rapido avvicinar de' Latini destarono finalmente Alessio dagli orgogliosi suoi sogni; ma quando la sciagura gli parve reale, inevitabile la credè parimente. La presunzione disparve, e all'abietta codardia, e alla disperazione die' luogo. Questi spregevoli Barbari accamparono impunemente a veggente della reggia di chi li scherniva; e il tremebondo Monarca non seppe che ricorrere ad un'ambasceria, il cui fasto, e minaccevole contegno, non velò agli occhi de' Francesi la costernazione prodotta dal loro arrivo. Gli Ambasciatori chiesero a nome di Cesare con quali mire i Latini avessero posto campo sotto le mura imperiali; se a ciò sinceramente gli avea mossi la brama di compiere il loro voto e far libera Gerusalemme, applaudire Alessio ai lor pietosi disegni, ed essere pronto a secondarli co' proprj tesori; ma se avessero ardito penetrare nel santuario dell'Impero, rendersi ad essi noto, che il loro numero, fosse stato anche dieci volte maggiore, dal giusto sdegno dell'Imperatore campar non poteali. Semplice e nobile si fu la risposta del Doge veneto e de' Baroni, «L'obbligo che ci siamo assunti, è difendere la causa della giustizia e dell'onore; disprezziamo l'usurpatore della Grecia, le sue offerte, le sue minacce. Noi dobbiamo amicizia, egli obbedienza, all'erede legittimo di Bisanzo, al giovine Principe che sta in mezzo di noi, e al padre di esso, l'Imperatore Isacco, a cui un fratello ingrato ha tolti il trono, la libertà, e persino il godimento di vedere la luce. Questo colpevole fratello confessi il suo delitto, implori la clemenza dell'uomo cui fece mortali offese; noi intercederemo, onde gli sia permesso di vivere nella pace e nell'abbondanza. Ma riguarderemo siccome insulto commesso contro di noi una seconda ambasceria, alla quale il ferro e il fuoco portati di nostra mano nel palagio di Costantinopoli, sarebbero la sola nostra risposta[65]

Dieci giorni dopo giunti a Scutari i Crociati, e come soldati, e come Cattolici, al passaggio del Bosforo si prepararono. Pericolosa impresa! Largo e rapido è questo canale; in tempo di bonaccia, la corrente dell'Eussino, potea portare in mezzo alla flotta, quel fuoco formidabile che si conosce sotto nome di fuoco greco; settantamila uomini schierati in battaglia stavano difendendo l'opposta riva. In sì memorabile giornata, che volle il caso contraddistinta da cheto aere e da cielo sereno, i Latini in sei spartimenti distribuirono il loro ordine di battaglia. Al primo, ossia all'antiguardo comandava il Conte di Fiandra, uno fra' Principi cristiani de' più poderosi, e temuto pel numero e per l'abilità de' suoi balestrai; il fratello di lui Enrico, i Conti di S. Paolo e di Blois, Mattia di Montmorency guidavano i quattro altri corpi alla pugna; e sotto il commando del Montmorency marciavano volontarj il Maresciallo e i Nobili della Sciampagna. Al Marchese di Monferrato, condottiero degli Alemanni e de' Lombardi, obbediva il sesto spartimento militare, retroguardo e corpo di riserva di tutto l'esercito. I cavalli di battaglia, sellati, e coperti delle lor gualdrappe che sino a terra scendevano, nelle barche piatte vennero collocati[66]. Dietro il proprio cavallo teneasi in piedi ciascun cavaliere, nascosto il capo nell'elmo, brandendo la lancia, armato di tutto punto. I sergenti e gli arcieri si posero entro i legni da trasporto, ognun de' quali era rimorchiato da una ben armata ed agile galea; laonde tutti questi sei spartimenti, senza incontrare nemici, nè ostacoli, il Bosforo attraversarono. Ciascun corpo, ciascun soldato non faceva altro voto che di essere il primo a sbarcare, altra deliberazione che di vincere o di morire. I cavalieri, gelosi d'affrontar essi i rischi più grandi, appena il poterono, si lanciarono armati nel mare, e coll'acqua che il loro fianco radea raggiunsero il lido. I sergenti[67] e gli arcieri il loro esempio seguirono, gli scudieri, abbassati i ponti delle palandre, posero a terra i cavalli. I Cavalieri in arcione aveano appena incominciato ad ordinare gli squadroni e a mettersi colle lance in resta, quando i settantamila Greci che stavano ad essi a fronte, sparirono. Alessio diede l'esempio di questo scoraggiamento ai soldati non lasciando altro segnale di essersi trovato in quel campo, che una ricca tenda, dal cui spoglio soltanto i Latini compresero che contro un Imperatore avean combattuto. Fu risoluto giovarsi del primo terrore che comprese i nemici per forzare con doppio impeto l'ingresso del porto. Di fatto i Francesi presero d'assalto la torre di Galata[68]; intanto che i Veneziani si assumeano il più arduo cimento di rompere la sbarra, ossia catena tesa da questa torre alla riva bisantina. I primi sforzi a ciò parvero inutili, ma l'intrepida loro perseveranza la vinse: venti legni da guerra, quanto rimanea della greca marineria, vennero presi o mandati a fondo. Gli speroni delle galee[69], o il loro peso, troncarono, infransero gli enormi anelli di quella catena; per lo che la flotta veneta vittoriosa, e senza scomporsi, gettò l'áncora nel porto di Costantinopoli. Tai furono i primi fatti, per cui i Latini con ventimila uomini che tuttavia ad essi avanzavano, si procacciarono i modi di avvicinarsi, per assediarla, ad una città che racchiudeva quattrocentomila uomini[70], cui solamente qualche coraggio per difenderla avrebbe bastato. Un tale calcolo per vero dire suppone che la popolazione di Costantinopoli, sommasse in circa a due milioni d'abitanti; ma ammettendo ancora che il numero de' Greci in armi non fosse sì sterminato, gli è certo che i Francesi il credeano, e tale persuasione fa evidente prova di lor magnanima intrepidezza.

Sul modo dell'assalto, i Francesi e i Veneziani diversi furono d'opinione, preferendo ognun d'essi quel genere di battaglia in cui avea maggiore esperienza. I Veneziani, nè a torto, sostenevano essere Costantinopoli più accessibile dal lato del mare e del porto; ma i Francesi poteano, senza vergognarsene, protestare che bastantemente cimentato avevano le loro vite e fortune entro un naviglio e sopra un infido elemento; laonde chiesero ad alta voce prove degne della cavalleria, fermo terreno, e combattimenti a tu per tu, fossero poi a piedi o a cavallo. Prudentemente convennesi nell'adoperare le due nazioni in quel servigio che meglio fosse a ciascuna di esse addicevole. Protetta dalla flotta l'armata, si condusse fino al fondo del porto, avutasi diligente cura di restaurare il ponte di pietra posto sul fiume: e i sei spartimenti de' Francesi accamparono rimpetto alla capitale sulla base del triangolo che tiene quattro miglia dal Ponto alla Propontide[71]. Situati in riva ad una fossa larga e profonda, e a piè d'un altissimo baloardo, ebbero tutto l'agio di meditare la difficoltà dell'impresa. Dalle porte della città uscivano continuamente, a destra e sinistra del loro picciolo campo, drappelli di cavalleria e di fanteria leggiera che trucidavano i soldati lontani dagli altri, devastavano la campagna per affamar gli assedianti, costringeano questi a prendere l'armi cinque o sei volte al giorno: per lo che i Francesi dovettero provvedere alla loro sicurezza coll'ergere un palizzato, e scavare una fossa. O i Veneziani non avessero somministrate bastanti vettovaglie ai Francesi, o i secondi le avessero dissipate, incominciarono questi, cosa non insolita, a lamentarsi della penuria, e fors'anche a soffrirla. Non rimanea farina che per tre settimane, e i soldati stanchi di mangiar carni salate incominciarono a prevalersi de' loro cavalli. Se un codardo era l'usurpatore, il difendea però Teodoro Lascaris divenutogli genero, giovine valorosissimo che aspirava a rendersi liberatore e padrone del suo paese. I Greci mostratisi fino allora indifferenti per la lor patria, furon ridesti dal pericolo che la religione correa, ma ogni propria speranza fondavano sul coraggio delle guardie varangie, composte, al narrar degli storici, di Danesi e di Inglesi[72]. Dopo dieci giorni di un lavoro che posa non ebbe, la fossa nemica fu colma, gli assedianti si accinsero alle fazioni regolari dell'assalto, e dugentocinquanta macchine inalzate contro il baloardo, continuamente adopravansi a scacciarne i difensori, a batterne le mura, a smoverne le fondamenta. Alla prima apparenza di breccia, i Francesi piantarono le scale, ma il numero e il vantaggio di sito all'audacia prevalsero. I Latini furon rispinti, benchè imprimesse terrore e ammirazione ne' Greci l'intrepidezza di quindici cavalieri o sergenti, che saliti sulle mura, si mantennero in quel posto pericoloso sintanto che fossero precipitati abbasso, o fatti prigionieri dalle guardie imperiali. Dal lato del porto, i Veneziani, più felicemente l'assedio loro condussero. Questi industriosi marinai posero in opera tutti gl'ingegni conosciuti prima della invenzion della polvere. Le galee e i vascelli si schierarono in doppia linea, il cui fronte estendevasi per tre gittate di dardo all'incirca. Erano lo galee, ne' rapidi loro moti, sostenute dalla forza e dal peso de' vascelli, i cui ponti, le poppe e le torri fornirono altrettanti pianerottoli alle macchine che lanciarono sassi al di sopra della prima linea. Appena i soldati dalle galee si lanciavano sulla riva, piantavano le scale, e le ascendeano, intanto che i grossi legni avanzandosi più lentamente fra gli intervalli, e calando altrettanti ponti levatoi, presentavano ai soldati un cammino per aria, paralello alla cima degli alberi delle navi, che di lì sui baloardi li trasportava. Nel fervor della mischia, il venerabile e maestoso Doge, armato di tutto punto, teneasi in piedi sul ponte della sua galea; la bandiera di S. Marco sventolavagli innanzi; usava giusta l'uopo minacce, preghiere, promesse per animare la solerzia de' suoi remiganti; la galea che il conducea prima arrivò, e il Dandolo precedè tutti i suoi sulla riva. I popoli ammirarono la magnanimità del cieco vegliardo, senza per altro considerare che gli anni appunto e le sue infermità scemavano agli occhi di lui il prezzo della vita, e quello della gloria che non perisce mai aumentavano. D'improvviso una mano invisibile (che forse il Porta-stendardo era stato ucciso) piantò sul baloardo la bandiera della Repubblica. Ratti furono i Veneziani nell'impadronirsi delle venticinque torri, e l'espediente crudele dell'incendio scacciò i Greci da tutte le abitazioni che all'intorno vi stavano. Il Doge avea mandata ai confederati la notizia de' riportati buoni successi, allorchè l'altra del pericolo in cui questi si stavano venne a sospendergli il corso della vittoria. Con nobiltà degna di lui protestò amar meglio perdersi in lor compagnia che ottener trionfo a costo di vederli sagrificati. Abbandonando gli avuti vantaggi, richiamò le truppe, e in soccorso degli amici affrettossi. Trovò gli estenuati avanzi di quell'esercito tolti in mezzo da sessanta squadroni di cavalleria greca, un sol de' quali superava di numero ciascuno de' sei corpi di truppa in cui s'erano distribuiti i Francesi, perchè la vergogna e la disperazione aveano finalmente spinto Alessio a tentare l'ultimo sforzo di una generale sortita: ma il fermo contegno de' Latini la sua speranza e le sue risoluzioni fe' vôte. Dopo avere scaramucciato in lontananza, sparve sul tramontar del giorno co' suoi soldati. Il silenzio, o il tumulto della notte i costui terrori aumentò: dai quali finalmente vinto, ordinò si trasportassero in una barca diecimila libbre d'oro, e abbandonando vilmente il trono, la moglie e i suoi sudditi, attraversò il Bosforo, colla protezione dell'ombre cercandosi ad un picciolo porto della Tracia obbrobrioso rifugio. Saputasi appena questa fuga dai cortigiani di Alessio, corsero per implorar perdono e pace a quel carcere, ove il cieco Imperatore palpitava aspettandosi ad ogni istante i carnefici che affrettassero il termine dei suoi giorni. Dalle sole vicissitudini della fortuna fatto salvo e ritornato all'antica grandezza Isacco, vestì di nuovo l'imperiale porpora, risalendo il trono, in mezzo ad una turba di prostrati schiavi, ne' cui volti non gli era dato il leggere nè la realtà dello spavento, nè l'ostentazion della gioia. Allo schiarire del giorno gli atti ostili furono sospesi, e i Latini stessi maravigliarono in ricevendo un messaggio del legittimo Imperatore, che restituito ne' proprj diritti mostravasi impaziente di abbracciare il figlio e di rendere dovuto guiderdone ai suoi generosi benefattori[73].

Questi generosi liberatori però non aveano in animo di lasciarsi sfuggir di mano il giovine, loro ostaggio, prima di aver ottenuto dal padre il pagamento, o almeno la formale promessa delle ricompense pattuite col figlio. Elessero quattro ambasciatori, Mattia di Montmorenci, il nostro storico Maresciallo della Sciampagna, e due Veneziani per portare le loro congratulazioni all'Imperatore. Al loro avvicinare si apersero le porte della città, una doppia schiera di guardie inglesi e danesi, colla loro azza da guerra fra le mani, fiancheggiava entrambi i lati delle strade; nella sala del trono abbagliava gli sguardi lo splendore dell'oro e dello gemme preziose che mal teneano vece di perduta possanza e virtù. La moglie di Isacco figlia del Re d'Ungheria, sedeasi a fianco del marito, circondata da tutte le nobili matrone della Grecia, convenute ivi alla prima notizia del nuovo esaltamento della sovrana, e confuse in mezzo a molta mano di senatori, e soldati che facean cerchio al trono. I Francesi, col ministero del Maresciallo favellarono, siccome uomini persuasi di quanto ai loro servigi doveasi, ma che però rispettavano l'opera delle lor mani, onde Isacco chiaramente comprese come gli convenisse adempire senza titubazione, od indugio gli obblighi che il figlio suo coi Veneziani e co' pellegrini aveva contratti. Dopo aver fatto introdurre i quattro messaggeri in una stanza interna, ove si trasferì, accompagnato dall'Imperatrice, da un ciamberlano, e da un interprete, il padre del giovine Alessio chiese con inquietezza in che si stessero le cose promesse dal figlio suo. Il maresciallo di Sciampagna avendogli fatto noto che l'Imperatore greco dovea impor fine allo scisma col sottomettersi egli e i suoi popoli alla supremazia del Papa, contribuire coi proprj soccorsi alla liberazione di Terra Santa, sborsare in contanti una contribuzione di dugentomila marchi d'argento: «Questi patti son gravi, rispose accortamente il Monarca, duri da accettare, difficili da adempire; nondimeno, non vi è cosa che possa superare i vostri meriti e i vostri servigi». Soddisfatti di questa risposta, i Baroni montarono a cavallo, e accompagnarono sino alla reggia l'erede del trono, al quale la giovinezza e il tenore delle sue avventure cattivavano tutti i cuori; insieme al padre fu coronato nella Chiesa di S. Sofia. Nei primi giorni del nuovo regno, il popolo esultante pel ritorno della pace e dell'abbondanza, godea che tal fosse stato lo scioglimento della catastrofe. I Nobili nascondeano sotto la maschera di giubilo e di fedeltà, il rincrescimento, l'astio, i timori. Ad evitare gl'inconvenienti che avrebbe potuto produrre nella città la mescolanza delle due nazioni, vennero assegnate ai Veneziani e ai Francesi le stanze ne' sobborghi di Pera e di Galata, lasciata però ad essi ogni libertà di diportarsi a trafficare entro le mura di Costantinopoli. La divozione e la curiosità conducea ogni giorno un gran numero di pellegrini a visitarne le chiese e i palagi. Non mossi forse dalla perfezione dell'arti che in questi edifizj signoreggiava, i nostri ruvidi antenati sentivano però il prezzo della magnificenza che in essi ammiravasi. La povertà delle città ove erano nati, rendea più splendente ai loro sguardi il fasto e la popolazione della prima metropoli della Cristianità[74]. Abbandonandosi, non con bastante cautela ai sentimenti della giustizia e della gratitudine, il giovine Alessio dimenticava spesse fiate l'imperiale dignità rendendo visite famigliari ai suoi benefattori, e in mezzo alla libertà della mensa i Francesi, spinti da leggiera vivacità, non pensavano sempre che si trovavano a petto dell'imperator d'Oriente[75]. In più gravi parlamenti, ognuno era rimasto d'accordo che l'unione delle due Chiese poteva essere l'opera unicamente del tempo, e che tornava l'aspettar questo tempo pazientemente. Ma l'avarizia fu men maneggevole dello zelo religioso, nè l'Imperator greco trovò modi per dispensarsi dal pagare una fortissima somma che i bisogni e i gridori de' Crociati sedasse[76]. Alessio vedea però mal volentieri avvicinarsi il momento della partenza di questi ospiti; perchè, se per una parte la lontananza de' medesimi lo avrebbe sciolto da molesti pensieri sopra un debito che per allora non era abile a soddisfare, ei si vedea per essa esposto, senza chi il soccorresse, ai capricci di una nazione dedita al tradimento. Quindi Alessio si offerse di compensarli d'ogni spesa, e pagare anche quanto essi dovevano ai Veneziani pel somministrato navilio, sempre che la partenza da Costantinopoli differissero ancor per un anno. La proposta fu nel consiglio dei Baroni agitata: dopo nuove discussioni e nuovi scrupoli, i Capi de' Francesi all'opinione del Doge e alle preghiere del giovine Imperatore una seconda volta cedettero. Il Marchese di Monferrato, mediante lo sborso di mille seicento libbre d'oro, acconsentì a condurre il figlio d'Isacco con un esercito in tutte le province europee, onde far più salda su di quelle la sua autorità ed inseguire lo zio; nel qual tempo la presenza di Baldovino, e degli altri confederati terrebbe in dovere gli abitanti di Costantinopoli. La spedizione sortì buon esito; e gli adulatori che stavansi attorno al trono, non mancarono di predire al cieco monarca che la Providenza, poichè era giunta a trarlo dal carcere, lo guarirebbe dalla gotta, gli restituirebbe la vista, e veglierebbe alla prosperità del suo impero. Il padre di Alessio superbendo del buon successo delle proprie armi, con fiducia ascoltavali; però la gloria sempre crescente del figlio, incominciò a crucciargli l'animo, proclive per solito al sospetto ne' vecchi: nè tutto il suo orgoglio bastava per nascondere a questo padre invidioso, che gli encomj i più universali, i più sinceri erano per Alessio, per lui qualche debole plauso di formalità, a stento ancor conceduto[77].

L'invasione de' Francesi dissipò un prestigio che durava da nove secoli. I Greci attoniti videro non essere la capitale dell'Impero romano inaccessibile ad un esercito di nemici. Gli Occidentali dopo averne presa per forza la città, arbitrarono sul trono di Costantino; ed i sovrani che per la protezione degli estranei vi tornarono, divennero odiosi al popolo non meno di chi ve gli avea collocati. Le infermità d'Isacco cresceano il disprezzo che i suoi vizj gli meritavano; e la nazione non riguardava nel giovine Alessio che un apostata de' costumi e della religione de' suoi antenati; perchè noti erano, o almeno si supponevano, i patti che avea promessi ai Latini. Sempre tenerissimo del culto e delle patrie superstizioni il popolo Greco, e gli ecclesiastici soprattutto, i conventi, le case, le officine sol rintronavano della tirannide del Papa, e de' pericoli della Chiesa[78]. L'esausto erario al fasto della Corte, e alle pretensioni de' confederati mal rispondea. Tutte le classi di abitanti manifestavano la ritrosia loro ad un generale tributo, siccome unica via per evitare gl'imminenti pericoli del saccheggio e della schiavitù. Col far cadere il peso delle tasse su i ricchi temeasi eccitare astj più pericolosi e personali; traendo soccorsi dal fondere gli argenti delle Chiese paventavansi i rimproveri di eresia e di sacrilegio. Nel tempo della lontananza di Bonifazio e del giovine Imperatore, Costantinopoli fu afflitta da una calamità, di cui giustamente potè accagionarsi l'imprudente zelo de' pellegrini fiamminghi[79]. Costoro, trascorrendo un giorno la capitale, rimasero scandalezzati all'aspetto di una moschea o sinagoga, ove naturalmente prestavasi alla divinità un culto che non poteva essere il loro; e poichè non aveano altro metodo di argomentare contra gl'Infedeli, che brandendo la spada, e mettendo in cenere le case di chi professava diversa credenza da essi, si attennero a questo espediente che feriva anche i fedeli cristiani di quelle vicinanze, alcuni de' quali si armarono in difesa delle loro proprietà e delle lor vite. Ma le fiamme accese dal fanatismo consunsero indistintamente i più ortodossi edifizj. Otto giorni e otto notti durò l'incendio, per cui rimase consunta quanta parte di città (ed era la più popolata di Costantinopoli) pel tratto di una lega dal porto alla Propontide si estendea. Non fu sì agevole cosa calcolare il numero delle chiese e de' palagi inceneriti, il valore delle merci consunte o saccheggiate, la moltitudine delle famiglie ad indigenza ridotte. Cotale oltraggio che invano il Doge e i Baroni con ostentata solennità riprovarono, crebbe nel popolo l'esecrazione del nome latino; laonde una colonia di Occidentali stanziatasi nella città, e composta di oltre quindicimila uomini si credè in necessità di provvedere alla propria sicurezza col ripararsi prestamente al sobborgo di Pera, sotto la protezione delle bandiere confederate. Il giovine Imperatore vittorioso tornava; ma il più fermo e antiveggente politico avrebbe naufragato allo scoppio della tempesta che a lui e al suo governo portò rovina. E per propria inclinazione, e pe' consigli del padre, affezionato ai proprj benefattori, ciò nullameno perplesso stavasi fra la gratitudine e l'amore di patria, fra il timore che gli davano i sudditi, e quello inspiratogli dai confederati[80]. Questo contegno debole ed irresoluto gli tolse la stima di entrambe le parti. Intantochè sollecitato da lui medesimo, il marchese di Monferrato abitava la reggia, comportava che i Nobili cospirassero, che il popolo si mettesse in armi per discacciar gli stranieri. Senza far qualche grazia allo stato in cui si trovava, i Latini insistevano presso di lui, onde i patti del Trattato adempisse; e irritatisi degl'indugi, ne presero le intenzioni in sospetto, talchè gl'intimarono si chiarisse con una risposta decisiva, se volea la pace, o la guerra. Questo superbo messaggio gli fu arrecato da tre Cavalieri francesi, e da tre Nobili veneziani, che apertosi il varco su i lor cavalli e cignendo le spade per mezzo alle minaccevoli turbe, pervennero in risoluto atteggiamento al cospetto dell'Imperatore. Ivi in perentorio tuono recapitolati e i servigi ch'essi gli aveano prestati, e le obbligazioni ch'egli avea contratte con essi, con alterigia gli notificarono; che se immantinente e compiutamente non venivano soddisfatte le giuste loro domande, nè per un amico, nè per un sovrano, d'allora in poi lo avrebbero avuto. Dopo sì fatta intimazione, la prima di tal genere da cui gli orecchi degl'imperatori fossero mai stati feriti, sen partirono senza che si scorgesse il menomo sintomo di timore in essi, ma veramente maravigliati di avere potuto uscir dal palagio di un despota in tal guisa offeso, e da una città concitata a furore. La tornata de' Cavalieri al campo latino fu per entrambe le parti segnale di guerra.

A. D. 1204

In mezzo ai Greci, la prudenza e l'autorità vedeansi costrette a cedere all'impeto di un popolo che tenea in conto di valore la propria rabbia, di forza il proprio numero, di celeste ispirazione gl'impulsi del fanatismo. E Latini e Greci, Alessio sprezzavano, e nel divulgarlo spergiuro si univano. Il popolo che soprattutto facea sonar alto il vilipendio in cui avea una dinastia, da esso chiamata vile e bastarda, accerchiò il Senato, chiedendo fra le grida che un più degno sovrano venisse eletto. Tutti i Senatori più ragguardevoli per nascita, o per dignità, si videro uno per uno offerta la porpora, nè fuvvi tra loro chi questo mortale onore volesse accettare. Per tre giorni le sollecitazioni durarono, e lo storico Niceta, membro di quell'assemblea, ne fa conoscere che la debolezza e lo spavento sostennero la fedeltà de' suoi confratelli. La plebaglia a viva forza acclamò un fantasma d'Imperatore, poi ben tosto lo abbandonò[81]; ma un Alessio, principe della famiglia di Duca, era il vero autor del tumulto e il fomite della guerra. Gli Storici lo contraddistinguono col soprannome di Murzuflo[82], che nel volgare linguaggio indicavane le sopracciglia nere, folte nè disgiunte fra loro. Ostentando ad un tempo popolarità e cortigianeria, artifizioso e in un coraggioso, il perfido Murzuflo oppose la sua eloquenza e la sua spada ai Latini, si guadagnò la confidenza di Alessio e ne ottenne l'uffizio di ciamberlano, e le insegne della sovranità. Nel silenzio della notte, cercò precipitosamente la stanza del giovine Imperatore, e con tuono spaventato gli diede a credere che i nemici avean sedotte le guardie e forzati i ricinti del palagio. Di nulla diffidando il misero Alessio, e commettendosi nelle mani dell'iniquo che gli tramava rovina, discese in compagnia del medesimo per una scala segreta, e questa metteva ad un carcere: colà impadronitisi del principe gli scherani, lo spogliarono e caricarono di catene: poi dopo avergli fatte provare per più giorni tutte le possibili angosce, il barbaro Murzuflo volle essere spettatore di una morte che assicurarono le percosse, il laccio, o il veleno. Alla morte del figlio non tardò a succedere la morte naturale del padre. La fortuna risparmiò a Murzuflo l'inutil delitto di affrettarla ad un vecchio cieco e privo di modi per farsi temere.

La morte degl'Imperatori e l'usurpazione di Murzuflo aveano cambiato la natura della contesa, che non era più contesa di confederati, una parte de' quali esagerasse i prestati servigi, un'altra mancasse alle promesse. Così i Francesi come i Veneziani, dimenticati i dispareri che ebbero con Alessio, deplorarono la funesta sorte del loro amico, e giurarono vendicarlo sulla perfida nazione che l'assassino di lui avea coronato. Pure l'avvisato Dandolo al negoziare ancor propendea. Pose ai Greci il partito di sborsare, la riguardassero poi come sussidio, o come pagamento di debito, o come ammenda, ai Latini una somma equivalente a cinquantamila libbre d'oro, due milioni sterlini all'incirca; nè la negoziazione sarebbe stata sì precipitosamente sciolta, se Murzuflo, mosso da politica, o da zelo, non avesse ricusato di sagrificare la Chiesa greca, e anteposto alla salvezza l'onore de' suoi concittadini[83]. Di mezzo alle invettive che i nemici stranieri e domestici di Murzuflo non gli risparmiarono, apparisce costui non essere stato affatto indegno del personaggio di difensore del suo paese. Il secondo assedio di Costantinopoli molto maggiori difficoltà offerse del primo. Mercè un severo sindacato sugli abusi del precedente regno, l'usurpatore avea colmato l'erario e ricondotto l'ordine nell'amministrazione. Armata la mano di una mazza di ferro, visitava in persona i posti militari, e assunto andamento e contegno di guerriero, ebbe almeno la virtù di farsi rispettare da' suoi soldati e da' suoi concittadini. E prima e dopo la morte di Alessio, i Greci aveano con vigorose e ben concertate imprese tentato per due volte di ardere la flotta latina nel porto; ma i Veneziani, sostenuti da intelligenza e valore, allontanarono le navicelle incendiarie, che senza arrecare ai loro legni il minimo danno in pieno mare abbruciarono[84]. Enrico, fratello del Conte di Fiandra, respinse in una sortita notturna l'Imperator greco, che avendo per sè il vantaggio del numero e della sorpresa fatta al nemico, tanto maggior vergogna dalla sconfitta ritrasse. Si trovarono sul campo di battaglia lo scudo di Murzuflo e lo stendardo imperiale, che presentando una immagine miracolosa della Vergine, venne di poi come trofeo e come reliquia consegnato nelle mani de' monaci di Citeaux, discepoli di S. Bernardo[85]. Circa tre mesi trascorsero in apparecchi e scaramucce, che l'esser tempo di quaresima non sospese, senza che i Latini pensassero a venire ad un assalto generale. La città era stata conosciuta inespugnabile dal lato di terra. I piloti veneziani rimostravano che non essendovi luogo sicuro per gettar le ancore verso le rive della Propontide, la corrente avrebbe potuto trascinar le navi fino allo stretto dell'Ellesponto, difficoltà che oltre modo piaceano ad una parte di que' pellegrini, desiderosi di un pretesto per abbandonare l'armata. Ciò nullameno un assalto fu risoluto dalla banda del porto; assalto cui si aspettavano gli assediati; laonde l'Imperatore avea posta la sua tenda color di scarlatto sopra una vicina eminenza d'onde regolava e animava gli sforzi de' suoi soldati. Uno spettatore intrepido e capace di gustare in tale momento la bellezza e la magnificenza di quella vista, avrebbe ammirato il vasto apparato di questi due eserciti ordinati in battaglia, ciascun de' quali offeriva un fronte di una mezza lega all'incirca, formato da una banda dalle navi e dalle galee, dall'altra dai baloardi e dalle alte torri, il cui numero era aumentato da nuove torri di legno anche più alte e di molti piani composte. Incominciò l'assalto da scambievoli gittate di fuoco, di sassi, di dardi; profonde erano l'acque; i Francesi audaci; abili i Veneziani; i Latini furono sotto le mura, e sui ponti tremolanti, che univano le batterie mobili de' Francesi alle batterie ferme de' Greci, accadde terribil battaglia colla spada, coll'azza, colla lancia. Seguivano in un medesimo punto cento assalti diversi, tutti sostenuti con egual vigore fino al momento che, il vantaggio del sito e la superiorità del numero decidendo della vittoria, i Latini si videro alla ritirata costretti. Alla domane con egual valore e sfortuna di successo rinovarono l'assalto. Nella vegnente notte, il Doge e i Baroni tenner consiglio, unicamente dal pericolo pubblico spaventati; ma una voce non si innalzò che proferisse la parola di negoziazione, o di ritirata. Ciascun guerriero, giusta l'indole sua, non si fondò sopra altra speranza che di vincere o di gloriosamente morire[86]. Se l'esperienza del primo assedio aveva istrutti i Greci, di altrettanto maggior coraggio accendeva i Latini, pe' quali la certezza che Costantinopoli poteva essere presa, diveniva un più forte vantaggio di quanti ne somministrasse al nemico l'acquistata conoscenza di nuove cautele locali di difesa da porsi in pratica. Al terzo assalto vennero incatenate insieme due navi onde raddoppiarne la forza: mandate queste all'antiguardo cui comandavano i Vescovi di Troyes e Soissons, i nomi delle due navi, il Pellegrino e il Paradiso, come favorevole augurio risonavano lungo la linea della battaglia[87]. Le bandiere episcopali finalmente sventolarono sulle mura, la cui scalata assicurava un premio di cento marchi d'argento ai primi che la eseguivano; e se la morte privò questi campioni del lor guiderdone, s'ebbero invece quel della gloria che fece i loro nomi immortali. Furono indi scalate quattro torri, atterrate le porte: e i cavalieri francesi, che sull'Oceano forse non si tenean troppo sicuri, si credettero invincibili sugli arcioni de' loro cavalli, e liberi di dispiegare in terra ferma il proprio valore. Racconterò io le migliaia di soldati che circondavano l'Imperatore, e che all'avvicinarsi d'un sol guerriero si diedero a fuga? Una tal fuga obbrobriosa viene attestata da Niceta concittadino de' fuggitivi; un esercito di spettri, all'udir lui, accompagnava l'eroe francese; egli apparve al guardo de' Greci un gigante[88]. Intanto che i vinti abbandonavano, gettando l'armi, i lor posti, i Latini sotto le bandiere de' loro Capi penetravano nella città. Allora tutti gli ostacoli per questi si dileguarono, e, fosse a disegno, o a caso, un terzo incendio consumò in brev'ora una parte di città, eguale in estensione a tre delle maggiori città della Francia[89]. Sul far della sera, i Baroni, richiamate le truppe, ne' varj lor campi si trincearono, spaventandoli la vastità e la popolazione di questa capitale, i cui templi e palagi, se i cittadini ne avessero conosciuta l'importanza, poteano per un mese dar briga ai Latini e tardar loro il vanto di aver compiutamente ridotta Costantinopoli. Ma innoltratosi il mattino del successivo giorno, una processione di supplicanti, che portando croci ed immagini, imploravano la clemenza dei vincitori, fu il segnale dell'assoluta sommessione de' Greci. L'usurpatore prese per la Porta d'Oro la fuga, il Marchese di Monferrato e il Conte di Fiandra occuparono i palagi di Blacherna di Bucoleone e le armi de' Pellegrini rovesciarono un impero, che portava tuttavia il titolo d'Impero Romano e il nome di Costantino[90].