Dieci o dodici anni all'incirca dopo la perdita di Gerusalemme, i Nobili della Francia vennero nuovamente alla guerra santa eccitati per la voce di un terzo Profeta, meno stravagante di Piero l'Eremita, per vero dire, ma che in politica ed eloquenza a S. Bernardo di gran lunga cedea. Un prete ignorante nato ne' dintorni di Parigi, Folco di Neuilly[31] abbandonò il servigio della sua parrocchia per sostenere la parte più seducente di missionario ambulante e di predicatore del popolo: la fama della sua santità e de' suoi miracoli si diffuse; veementemente declamava contro i vizj del secolo, e i sermoni che per le pubbliche vie di Parigi andava spacciando ebbero la fortuna di convertire ladri, usurai, meretrici, e persino alcuni dottori e scolari dell'Università. Appena Innocenzo III tenne la cattedra di San Pietro, bandì per l'Italia, per l'Alemagna e per la Francia, la necessità, ossia il dovere di una nuova Crociata[32]. L'eloquente Pontefice deplorava in patetico stile la rovina di Gerusalemme, il trionfo dei Pagani, e l'obbrobrio della Cristianità, liberalmente promettendo la remission de' peccati e un'indulgenza plenaria a tutti coloro che presterebbero servigio alla guerra di Palestina, o colla persona per un anno, o col ministerio di un sostituto per due[33]. Fra i Legati, ed Oratori che intonarono la sacra tromba, Folco di Neuilly ebbe la preminenza così per dimostrato zelo, come per lo sfarzo de' buoni successi che ottenne. E certamente lo stato in allora de' principali monarchi dell'Europa, tutt'altro che favorevole ai voti del Santo Padre, si dimostrava; l'Imperatore Federico II, tuttavia fanciullo, vedea dilacerati i suoi dominj dell'Alemagna dalle discordie delle rivali Case di Svevia e Brunswik, e dalle fazioni memorabili de' Guelfi e de' Ghibellini. Filippo Augusto di Francia aveva il suo pericoloso voto adempiuto, nè troppo talentavagli di rinovarlo; ma per altra parte, avido di lodi e di potenza questo monarca, assegnò un fondo perpetuo al servigio militare di Terra Santa. Riccardo d'Inghilterra, sazio di gloria, e acerbato dai disgustosi incidenti che alla sua prima spedizione si univano, si prese la libertà di rispondere con una facezia alle esortazioni di Folco di Neuilly, che, con egual sicurezza, mandava i suoi rabbuffi ai popoli e ai Re. «Voi mi consigliate, gli facea scrivere Plantageneto, di sciogliermi dalle mie tre figlie, la superbia, l'avarizia e l'incontinenza. Ebbene! Per metterle nelle mani di chi ne sappia far conto, consegno la mia superbia ai Templarj, la mia avarizia ai frati di Citeaux, la mia incontinenza ai Vescovi». Ciò non pertanto i grandi vassalli, e i Principi di secondo ordine, alle voci del predicatore docilmente obbedirono. Il giovine Tebaldo Conte di Sciampagna, in età di ventidue anni fu primo e de' più zelanti a mettersi nella santa impresa; che, a ciò il confortavano gli esempj del padre e del fratel primogenito, quegli stato condottiere della seconda Crociata, questi morto in Palestina col titolo di Re di Gerusalemme. Duemila dugento cavalieri doveano omaggio e servigio militare al Conte di Sciampagna[34], e la Nobiltà di questo paese per maestria nell'armi di altissima fama godea[35]. Oltrechè, Tebaldo, divenuto sposo della erede della Casa di Navarra, poteva aggiugnere alle sue truppe una coraggiosa banda di Guasconi tolti da entrambi i lati de' Pirenei. Gli fu compagno d'armi, Luigi, conte di Blois e di Chartres, venuto, come egli, di sangue reale; perchè questi due Principi erano, l'uno e l'altro, nipote e del francese, e dell'inglese Monarca. Nella moltitudine de' Baroni e Prelati che il fervore de' due Conti imitarono, vogliono essere distinti Mattia di Montmorenci, chiaro per natali e per merito, il famoso Simone di Montfort, flagello degli Albigesi, il valente Goffredo di Villehardouin[36], maresciallo di Sciampagna[37], che si è degnato scrivere nell'idioma[38] barbaro del suo secolo e del suo paese[39] la narrazione de' consigli, e delle spedizioni, nelle quali egli medesimo una delle primarie parti sostenne. Nel medesimo tempo, Baldovino, conte di Fiandra, che avea sposata la sorella di Tebaldo, prese la croce a Bruges non meno del proprio fratello Enrico, e dei principali cavalieri e cittadini di questa ricca ed industriosa provincia[40]. I Capi pronunziarono solennemente il lor voto nella Chiesa, e lo ratificarono ne' tornei. Dopo che in parecchie assemblee generali fu discusso intorno ai modi di accignersi alla grande impresa, venne risoluto che, per liberare la Palestina, si dovea portar la guerra in Egitto, paese che, dopo la morte di Saladino, la fame e le civili guerre straziavano. Ma la ria ventura che aveano incontrata tanti eserciti, condotti dai Sovrani in persona, mostravano pericolosissima cosa l'imprendere per terra una sì lunga spedizione: e benchè i Fiamminghi abitassero le coste dell'Oceano, i Baroni francesi mancavano di navilio, nè avevano inoltre sull'arte del navigare nozioni di sorte alcuna. In tal frangente, i Crociati saggiamente nominarono sei deputati o rappresentanti, nel novero de' quali il Villehardouin si trovò, con pieno potere di negoziare pel vantaggio della Confederazione, e di regolare tutte le fazioni di questa impresa. Non essendovi che gli Stati marittimi dell'Italia, atti a fornire quanto facea di mestieri per trasportare i pellegrini, le armi loro e i cavalli, i sei deputati cercarono Venezia, onde far valere e la divozione, e l'interesse allo scopo di ritrar soccorsi da quella possente repubblica.

A. D. 697-1200

Nel narrare l'invasione fatta da Attila nell'Italia, non tacqui[41], come i Veneziani fuggiti dalle città distrutte del Continente, si fossero cercato uno oscuro asilo nella catena d'isolette che l'estremità dell'Adriatico golfo fiancheggiano. Circondati per ogni lato dal mare, liberi, indigenti, laboriosi, e padroni d'una inaccessibil dimora, a mano a mano in repubblica si congregarono. Le prime fondamenta di Venezia accolse l'isola di Rialto, e venne, in vece della elezione annuale di dodici tribuni, l'uffizio di un Duca o Doge perpetuo, che durava quanto la vita di chi lo assumea. Collocati fra due imperi, i Veneziani vanno fastosi della fama di aver sempre mantenuta la primitiva loro independenza[42], e sostenuta coll'armi la lor libertà, dai Latini posta in pericolo, fama che, con testimonianze commesse allo scritto, potrebbero di leggieri giustificare. Il medesimo Carlomagno abbandonò tutte le sue pretensioni sulle isole del golfo Adriatico; Pipino, figlio di lui, ebbe mal successo in volendo superare le lagune di Venezia, troppo profonde, perchè la sua cavalleria potesse varcarle, ma non a bastanza per offerire alle sue navi ricetto; e sotto il successivo regno di tutti gli alemanni Imperatori, le terre della Repubblica veneta da ogn'altro paese italiano sonosi contraddistinte. Ma quegli abitanti imbevuti eransi dell'opinione generale dell'estranie nazioni, e de' Greci loro sovrani, i quali siccome parte non alienabile dell'Impero d'Oriente li riguardavano[43]. Il nono e il decimo secolo somministrano prove e molte, e saldissime di tale dipendenza. Laonde i vani titoli e i servili onori della Corte di Bisanzo, cotanto ambiti dai loro Dogi, avrebbero invilite le magistrature di questo popolo libero, se l'ambizione de' cittadini, e la debolezza di Costantinopoli non avessero per insensibili gradi sciolte le catene di questa dependenza medesima, che poi non era nè severissima, nè di soverchio assoluta. Convertiti l'obbedienza in rispetto, i privilegi in prerogative, la libertà del Governo politico quella del Governo civile affrancò. Le città marittime dell'Istria e della Dalmazia obbedivano ai sovrani dell'Adriatico; e quando questi armarono per Alessio contra i Normanni, l'Imperatore greco non riguardò i soccorsi de' medesimi, qual tributo che il Sovrano può aspettarsi dai sudditi, ma beneficenza di grati e fedeli confederati li reputò. Retaggio fu di questo popolo il mare[44]. Certamente i Genovesi e i Pisani, rivali de' Veneti, teneano la parte occidentale del Mediterraneo, dalla Toscana a Gibilterra; ma avendo Venezia ottenuta di buon'ora una grossa parte nel commercio vantaggiosissimo della Grecia e dell'Egitto, le ricchezze di essa, a proporzione delle inchieste degli Europei, si aumentarono; le sue manifatture di cristalli e di seta, fors'anche l'instituzione della sua Banca ad una antichità la più rimota risalgono, e i frutti della comune industria nella magnificenza della Repubblica e de' privati ammiravansi. Facea mestieri di mantenere l'onore della veneta bandiera, di vendicare ingiurie a questa inferite, o proteggerne la marittima libertà? La Repubblica potea in brevissimo tempo lanciar nell'acque, allestire una flotta di cento galee, ch'essa adoperò a mano a mano contra i Greci, contra i Saracini, contra i Normanni, o in soccorso, che grande fu, de' Francesi nelle loro spedizioni alle coste della Sorìa. Ma questa solerzia de' Veneziani, nè cieca, nè disinteressata mostravasi. Dopo la conquista di Tiro, parteciparono al dominio sovrano di questa città, primo ricettacolo del commercio di tutto il Globo; e già scorgeansi nella politica del veneto Governo tutta l'avarizia di un popolo trafficante, e tutta l'audacia di una potenza marittima. Ma non fu mai che il consiglio l'ambizione non ne regolasse; e dimenticò rare volte, che, se la copia delle sue galee armate era conseguenza e salvaguardia di sua grandezza, il suo navilio mercantile le avea dato origine e la sostenea. Evitato lo scisma de' Greci, non quindi Venezia un'obbedienza servile al Pontefice di Roma prestò; e l'abito di corrispondere cogl'Infedeli di tutti i climi, le fu schermo di buon'ora contra gl'influssi della superstizione. Il Governo primitivo di Venezia presentava una mescolanza informe di democrazia e di monarchia; pei suffragi di una generale assemblea eleggevasi il Doge; e questi, sinchè piaceva al popolo la sua amministrazione, regnava con fasto e con autorità ad un sovrano addicevoli; ma negli spessi cambiamenti politici occorsi, cotesti maestrati vennero e rimossi, e confinati in esilio, e talvolta anche morti per opera di una moltitudine sempre violenta, spesse volte ingiusta. Col secolo dodicesimo solamente incominciò quell'abile e vigilante aristocrazia, per le cui conseguenze ai dì nostri il Doge non è più che un fantasma, il popolo un nulla[45].

A. D. 1201

Appena giunti a Venezia i sei ambasciatori francesi, vennero nel palagio di S. Marco amichevolmente accolti dal Doge Enrico Dandolo, che, pervenuto all'ultimo periodo dell'umana vita, fra gli uomini più chiari del suo secolo risplendea[46]. Aggravato dagli anni, e divenuto cieco[47], il Dandolo conservava tutto il vigore del suo coraggio e del suo intendimento, il fervor d'un eroe bramoso di segnalare per qualche memorabile impresa l'epoca del suo regno, la saggezza di un cittadino infiammato dall'ardore di fondare la propria fama sulla gloria e la possanza della sua patria. Il valore e la fiducia de' Baroni francesi e de' lor deputati, ottennero da lui approvazione ed encomj: «S'io non fossi che un privato, rispondea loro, nel sostenere una sì bella causa, e in compagnia di tali campioni, bramerei terminare il corso della mia vita.» Ma nella sua qualità di magistrato di una Repubblica, li chiese di qualche indugio per consigliarsi in una bisogna di tanta importanza co' suoi colleghi. La proposta de' Francesi venne primieramente discussa nel consesso de' sei Savj nominati di recente per vegliare all'amministrazione del Doge; indi portata ai quaranta Membri del Consiglio di Stato, poi comunicata all'Assemblea legislativa, composta di quattrocentocinquanta Membri, eletti ciascun anno ne' sei rioni della città. E in pace, e in guerra, il Doge era sempre il Capo della Repubblica; ma il credito personale goduto dal Dandolo, di maggior peso l'autorità legale rendevane. Si ventilarono ed approvarono le ragioni da esso addotte per favorire la confederazione; indi gli fu conferita l'autorità di far note agli ambasciatori le condizioni del Trattato che si volea stipulare[48]. Giusta le medesime, i Crociati, verso la festa di S. Giovanni, del successivo anno sarebbersi adunati a Venezia, ove avrebbero trovato barche piatte per contenere quattromila cinquecento cavalli e novemila scudieri, e navi sufficienti per trasportare quattromila cinquecento uomini a cavallo e ventimila fantaccini. I Veneziani doveano inoltre per nove mesi mantenere di tutte le necessarie vettovaglie la flotta, e condurle ovunque il servigio di Dio o della Sovranità il richiedesse, scortandole inoltre con cinquanta galee armate, e veleggianti colla bandiera della Repubblica. In corrispondenza di tal carico che si assumeano i Veneziani, i pellegrini, prima del partire, doveano sborsare ottantacinquemila marchi d'argento; e quanto alle conquiste, sarebbersi in parti eguali divise fra i confederati. Patti per vero alquanto aspri; ma la circostanza incalzava, e i Baroni francesi non sapeano risparmiare nè il proprio sangue, nè le proprie ricchezze. Fu tosto convocata un'assemblea generale per ratificare il Trattato, e diecimila cittadini empieano la grande cappella e la piazza di S. Marco. I Nobili francesi vidersi per la prima volta alla necessità d'inchinare la maestà del popolo. «Illustri Veneziani, dicea il maresciallo di Sciampagna, veniam deputati da' più grandi e più possenti Baroni della Francia, per supplicare i Sovrani del mare a soccorrerci nel liberare Gerusalemme. Questi nostri commettenti ci raccomandarono prostrarci dinanzi a voi, nè ci rialzeremo, se prima non ne promettete di vendicare con noi gli affronti fatti al Redentore del Mondo». Tali parole accompagnate dal pianto[49], l'atteggiamento supplichevole, e in un l'aspetto guerriero di coloro che le proferivano, eccitarono tal grido universale di applauso, il cui rumore, dice Goffredo, a quel del tremuoto rassomigliavasi. Il venerabile Doge salì il suo tribunale, ove aringando favore dei supplicanti, spiegò quali siano i soli motivi onorevoli e virtuosi che l'adunanza di tutto un popolo possono giustificare. Copiatosi in pergamena il Trattato, munito di suggelli, confermato da giuramenti, scambievolmente accettato con lagrime di gioia dai rappresentanti delle due nazioni, venne tosto inviato a Roma per ottenerne da Papa Innocenzo III l'approvazione. I mercatanti somministrarono duemila marchi per le prime spese dell'armamento; e intantochè due de' sei Deputati le Alpi rivalicavano per annunziare alla lor gente il buon successo delle negoziate cose, gli altri quattro si condussero, ma indarno a Genova e a Pisa, per indurre queste due Repubbliche a prendere parte nella Santa Lega.

A. D. 1202

Indugi ed ostacoli non preveduti tardarono l'adempimento di questo Trattato. Di ritorno a Troyes, il Maresciallo venne affettuosamente accolto, e per le operate cose lodato da Teobaldo, conte di Sciampagna, generale che ad unanime voto i pellegrini eransi scelto; ma la salute di questo giovine valoroso incominciando a vacillare, non andò guari che ogni speranza di salvarlo mancò. Deplorando il destino che lo dannava a perire immaturo, non in mezzo al campo della battaglia, ma sopra un letto d'angoscia, distribuì morendo i proprj tesori a' suoi prodi e numerosi vassalli, dopo averli indotti a giurare alla sua presenza che il voto di lui e di loro medesimi avrebber compiuto. Ma, prosegue il Maresciallo, non tutti quelli che accettarono i donativi la lor parola mantennero; i più risoluti campioni della Croce a Soissons si assembrarono per la scelta di un nuovo generale, e fosse incapacità, gelosia, o contraggenio, non trovarono alcuno tra i Principi francesi fornito delle prerogative d'animo necessarie a condurre sì fatta spedizione, e nemmeno del desiderio di questo comando. Laonde i voti si unirono a favore di uno straniero, di Bonifazio, marchese di Monferrato, rampollo di una stirpe d'eroi, e conosciuto egli medesimo per meriti politici e militari[50]. Nè la pietà, nè la sua ambizione, gli consigliavano ricusar l'offerta di comando fattagli dai Baroni francesi: per lo che, dopo avere trascorsi alcuni giorni alla Corte di Francia, ove trovò accoglienza ad un amico e ad un parente dovuta, accettò solennemente nella chiesa di Soissons la croce di pellegrino, e il bastone di generale, ripassando indi l'Alpi per prepararsi a questa impresa di lunga durata. All'avvicinarsi della Pentecoste, Bonifazio, dispiegato il proprio stendardo, prese la volta di Venezia a capo de' suoi Italiani; colà il precedettero, o seguirono i Conti di Fiandra e di Blois, ed alcuni più illustri Baroni di Francia, ai quali si aggiunse un numeroso corpo di pellegrini alemanni, tutti compresi dagli stessi motivi che i primi animavano[51]. Non solamente aveano compiuti, ma oltrepassati i loro obblighi, i Veneziani: costrutte scuderie pe' cavalli, baracche pe' soldati; magazzini abbondantemente forniti di foraggi e di vettovaglie: i legni da trasporto, le navi e le galee, non aspettavano per salpare che il pagamento della somma stipulata nel Trattato per le spese di allestire la flotta. Ma tal somma era più forte assai delle ricchezze insieme unite di tutti i pellegrini in Venezia adunati. I Fiamminghi, che un'obbedienza volontaria e precaria al loro Conte prestavano, aveano impresa sui proprj navigli la lunga navigazione dell'Oceano e del Mediterraneo, e molta mano di Francesi e d'Italiani preferito valersi per questa traversata dei modi meno dispendiosi e più agiati che vennero offerti loro dai Marsigliesi e dai Pugliesi. I pellegrini trasferitisi a Venezia avrebbero potuto dolersi in veggendo che, dopo avere scontata la loro contribuzione personale, venivano tenuti mallevadori pei compagni lontani; pur tutti i Capi di buon grado le proprie suppellettili di oro e d'argento nel tesoro di S. Marco deposero; ma un sì generoso sagrifizio non era ancora bastante, e ad onta di tanti sforzi a compiere la pattuita somma trentaquattromila marchi ancora mancavano.

La politica e l'amor patrio del Doge tolsero di mezzo l'ostacolo. Ei fece ai Baroni il partito di unirsi ai suoi concittadini per ridurre alcune città ribellanti della Dalmazia; al qual patto promise condursi in persona a combattere sulle coste della Palestina, e ottenere inoltre dalla Repubblica che, quanto al rimanente debito de' Crociati, aspettasse ad ottenerne il pagamento l'istante, in cui qualche ricca conquista ne porgesse ai medesimi i modi. Non poco titubarono, mossi anche da riguardi di coscienza, i Francesi; ma anzichè rinunziare all'impresa, finalmente a questo partito si accomodarono. I primi atti ostili della flotta, furono contro Zara[52], città forte sulle coste della Schiavonia, che sottrattasi ai Veneziani, sotto la protezione del Re ungarese erasi posta[53]. Rotta la catena, o sbarra che il porto ne difendeva, sbarcati i loro cavalli, le loro truppe, le loro macchine da guerra, costrinsero nel quinto giorno la città ad arrendersi a discrezione. Gli abitanti ebbero salve la vite, ma per punirli d'aver ribellato, vennero saccheggiate le loro case, spianate le mura della città. Innoltrata essendo la stagione, i confederati risolvettero scegliere un porto sicuro in fertile paese, per ivi trascorrere il verno tranquillamente: ma ne turbaron la quiete le nimistà di nazione surte fra i soldati e i marinai, e le frequenti lotte che da queste nimistà conseguivano. La conquista di Zara era stata origine di discordie e di scandali. Spiacea che la prima fazione de' confederati, non di sangue infedele, ma del sangue medesimo de' Cristiani, avesse lordate le loro armi; lo stesso Re di Ungheria e i suoi nuovi sudditi fra i campioni della Croce si noveravano; il timore o la incostanza aumentava gli scrupoli de' devoti. Il Pontefice avea scomunicati diversi spergiuri Crociati che saccheggiavano e trucidavano i lor fratelli[54]: anatema che risparmiò solamente il Marchese Bonifazio e Simone di Montfort, l'un d'essi, perchè non si era trovato all'assedio, l'altro pel merito di avere abbandonata del tutto la lega. Innocenzo avrebbe perdonato di buon grado ai semplici e docili penitenti francesi, ma a maggiore sdegno lo concitava l'ostinata ragione de' Veneziani, che ricusando di confessare le loro colpe, non sapean che farsi di perdono, nè voleano, quanto alle bisogne lor temporali, l'autorità d'un prete conoscere.

L'unione di una flotta e di un esercito sì poderoso, le speranze del giovine Alessio avea rianimate[55]. Così a Venezia come a Zara, non risparmiò vivissime istanze ai Crociati, perchè il riconducessero in patria, e la liberazione del suo genitore operassero[56]. Le raccomandazioni di Filippo, Re di Alemagna, la presenza e le preghiere del giovine Greco a pietà mossero i pellegrini; e il marchese di Monferrato, e il Doge di Venezia, la causa ne assunsero e perorarono. Un doppio parentado e la dignità di Cesare aveano colla famiglia imperiale congiunti i due fratelli primogeniti di Bonifazio[57], che sperava acquistarsi, per l'importanza di un tanto servigio prestato, un reame. Più generosa l'ambizione del Dandolo, inspiravagli ardente desiderio di assicurare al suo paese gl'immensi vantaggi che una tale impresa al commercio veneto promettea[58]. La prevalenza di questi due personaggi ottenne buona accoglienza agli ambasciatori d'Alessio; e se per una parte, la vastità delle offerte fattesi da questo giovane, era tale da mettere in qualche diffidenza, per l'altra i motivi da esso addotti, e i vantaggi ai quali per sè stesso agognava, poterono giustificare l'indugio posto alla liberazione di Gerusalemme, e all'uso delle forze che a tal fine esser doveano serbate. Promise pertanto Alessio per sè e pel padre suo, che appena ricuperato il trono di Costantinopoli, al lungo scisma de' Greci porrebbero termine, sottomettendosi eglino e i loro sudditi, alla supremazia della Chiesa romana. Si obbligò ricompensare le fatiche e i servigi de' Crociati coll'immediato sborso di dugentomila marchi d'argento; seguire i pellegrini in Egitto; o, se più espediente fossesi giudicato, mantenere durante un anno diecimila soldati, e finchè vivea, cinquecento uomini a cavallo pel servigio di Terra Santa. Patti così seducenti vennero dalla Repubblica di Venezia accettati, e l'eloquenza del Doge e del Marchese indusse i Conti di Blois, di Fiandra, di S. Paolo, ed altri otto Baroni a prender parte in una impresa tanto gloriosa. Co' soliti giuramenti un Trattato di lega offensiva e difensiva si confermò: ciascuno individuo, giusta lo stato suo, o la sua indole, fu adescato da motivi di generale interesse, o da quelli del proprio; dall'onore di restituire ad un Sovrano il trono perduto, o dall'opinione assai fondata che tutti gli sforzi de' Crociati per liberare la Palestina sarebbero vani, ogni qualvolta la conquista di Costantinopoli, non precedesse e agevolasse quella di Gerusalemme. Ma i ridetti Capi comandavano una truppa di guerrieri liberi e di volontarj, alcuni di questi loro eguali, che ragionavano, e talvolta a proprio talento operavano. Benchè una grande maggiorità per la nuova lega si fosse chiarita, non immeritevoli di considerazione erano il numero e gli argomenti di coloro che la ributtavano[59]. Anche gli animi i più intrepidi abbrividivano al racconto udito delle forze navali di Costantinopoli, e delle inaccessibili fortificazioni di questa città. Pure non allegavano in pubblico i lor timori, e forse a sè stessi palliandoli, più decorose obbiezioni, dedotte dal dovere e dalla Religione, mettevano in campo. Citavano i dissidenti la santità del voto che, unicamente per far libero il Santo Sepolcro, dalle lor famiglie e case aveali allontanati; non essere lor pensamento che motivi oscuri ed incerti di umana politica dovessero distoglierli da una santa impresa, l'evento della quale nelle mani della Providenza si stava: le censure pontificie e i rimproveri di lor coscienza averli assai severamente puniti per la conquista di Zara, prima colpa che si rimprocciavano; non volere aggiugnerne una seconda col lordare in avvenire le proprie armi nel sangue cristiano: sullo Scisma dei Greci aver già l'Appostolo di Roma pronunziata sentenza; non appartenerne ad essi la punizione; nè tampoco il farsi vendicatori degl'incerti diritti dei Principi di Bisanzo. Mossi da sì fatti principj, o pretesti, una gran parte di pellegrini, per valore e pietà i più rinomati, abbandonarono il campo; eppure nocquero meno all'impresa, che non quella fazione di mal contenti che rimanendo, cercarono tutte le occasioni di spargere nell'esercito la discordia, e con opposizioni, or manifeste, or segrete, il buon esito dell'armi impacciarono.

A. D. 1203