Nel principio del dodicesimo secolo[163], epoca della prima Crociata, i Latini rispettavano Roma, siccome la Metropoli del Mondo, siccome il trono del Papa e dell'Imperatore, i quali dalla Città Eterna conseguivano i titoli, gli omaggi di cui godevano, e il diritto, o l'uso del temporale loro dominio. Dopo avere per sì lungo tempo interrotta la Storia di questa Metropoli, non sarà inutile il ripetere in questo luogo, come una Dieta nazionale scegliesse al di là del Reno i successori di Carlomagno e degli Ottoni; e come questi Principi si contentassero del modesto titolo di Re d'Alemagna e d'Italia, sintantochè avessero varcato l'Alpi e l'Appennino per venire sulle rive del Tevere in traccia della Corona imperiale[164]. Giunti ad una certa distanza dalla città, riceveano gli omaggi del Clero e del popolo che correano ad essi incontro con Croci e rami d'olivo; le immagini de' lupi, de' lioni, dei draghi e dell'aquile, tutti questi terribili emblemi che sventolar vedeansi sulle bandiere, ricordavano le legioni e le Coorti che in altri tempi aveano combattuto per la Repubblica. L'Imperatore giurava tre volte di mantenere la libertà di Roma; la prima volta al ponte Milvio, un'altra alla porta della città, e finalmente sulla gradinata del Vaticano; indi le largizioni d'uso imitavano debolmente la magnificenza de' primi Cesari. Dal successore di S. Pietro, e nel tempio di questo Appostolo, l'Imperatore veniva coronato; i sacri cantici si confondevano colle voci del popolo, il cui consenso manifestavasi con queste acclamazioni: «Vittoria e lunga vita al Papa nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita all'Imperatore nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita ai soldati romani e teutonici[165]!» I nomi di Cesare e d'Augusto, le leggi di Costantino e di Giustiniano, l'esempio di Carlomagno e d'Ottone, confermavano la suprema dominazione degl'Imperatori; veniano scolpiti i loro titoli e le loro immagini sulle monete del Papa[166], e per autenticare la loro giurisdizione, metteano nelle mani del Prefetto della città la spada della giustizia; ma intanto il nome, le lingue e i costumi di un barbaro padrone ridestavano tutti i pregiudizj de' Romani. I Cesari della Sassonia e della Franconia non erano che i Capi di una feudale aristocrazia, nè poteano adoperare quella disciplina civile e militare che sola assicura l'obbedienza di un popolo lontano, impaziente del giogo della servitù, benchè forse incapace della libertà. Una sola volta in sua vita, ciascun Imperatore attraversava le Alpi conducendo seco un esercito di suoi vassalli alemanni. Ho descritto il tranquillo cerimoniale del suo ingresso e della sua incoronazione; ma erane assai di frequente turbato l'ordine dai clamori e dalla sedizione de' Romani, che si opponevano al proprio Sovrano come ad uno straniero che venisse ad invadere il lor territorio; sempre improvvisa, e spesso con vergogna per essi, accadeva la loro partenza. Se lungo era in appresso il lor regno, altrettanto durava la lor lontananza, e in questo mezzo, i Romani insultavano il potere imperiale e dimenticavano il nome degli Imperatori. I progressi dell'independenza nell'Alemagna e nell'Italia minarono le basi di questa sovranità, e il trionfo de' Papi fu la liberazione di Roma. L'Imperatore avea regnato per diritto di conquista; l'autorità del Papa fondavasi su l'opinione e la consuetudine, base meno imponente, ma salda di più. Il Pontefice, col liberare il proprio paese dalla prevalenza di un Principe straniero, si rendè più accetto al suo gregge, di cui veramente tornò a divenire il Pastore. La scelta del Vicario di Gesù Cristo, non dependendo più dalla nomina venale, o arbitraria di una Corte alemanna, veniva questi liberamente eletto dal Collegio de' Cardinali, la maggior parte originarj o abitanti di Roma. Gli applausi de' Magistrati e del popolo ne confermavano la nomina; onde per ultimo, potea dirsi derivata dal suffragio de' Romani questa Potenza ecclesiastica, alla quale nella Svezia e nella Brettagna obbedivasi. Que' medesimi suffragi che davano alla Capitale un Pontefice, la provvedevano di un Sovrano ad un tempo. Credeasi generalmente che Costantino avesse conceduto ai Pontefici il dominio temporale di Roma; talchè i giuspubblicisti più coraggiosi, i più audaci scettici, si limitavano a contrastare all'Imperatore il diritto di fare una tal donazione e la validità della medesima. L'opinione dell'autenticità, o della verità del fatto, avea poste profonde radici negli spiriti e per l'ignoranza, e per la tradizione di quattro secoli; e l'origine della favola si perdea all'aspetto di fatti che erano reali e durevoli. Il nome di Dominus, o di Signore, vedeasi scolpito sulla moneta del Vescovo; il diritto di lui veniva riconosciuto con pubbliche acclamazioni e giuramenti di fedeltà; il Vescovo di Roma, per consenso anche, o volontario, o forzato, degl'Imperatori alemanni, avea lungo tempo usata una giurisdizione suprema, o subordinata sulla città, o sul Patrimonio di S. Pietro. Oltrechè, il regno de' Papi, gradevole alle pregiudicate opinioni de' Romani, non era incompatibile colle loro libertà; e più sensate indagini avrebbero scoperta una sorgente anche più nobile del potere dei Papi, la gratitudine di una nazione che questi avevano tolta all'eresia e alla tirannide de' greci Imperatori. Non è difficile a comprendersi come, in un secolo di superstizione, la potenza regia e l'autorità sacerdotale dovessero l'una all'altra prestarsi forza, e come le chiavi del Paradiso fossero pel Vescovo di Roma il mallevadore più sicuro dell'obbedienza ch'egli volea ottener sulla Terra. I vizj personali[167] dell'uomo poteano, egli è vero, indebolire il carattere sacro del Vicario di Gesù Cristo; ma gli scandali del decimo secolo furono cancellati dalle virtù austere, e più pericolose, di Gregorio VII e de' suoi successori; onde nelle lotte di ambizione[168], che pei diritti della Chiesa sostennero, le sconfitte e i buoni successi li crebbero del pari nella venerazione del popolo. Vittime della persecuzione, furono veduti alcune volte errare nello squallore e nell'esilio; l'appostolico zelo, con cui si offerivano al martirio, non poteva a meno di commovere e conciliare ad essi gli animi di tutti i Cattolici. Tali altre volte, tonando dall'alto del Vaticano, creavano, giudicavano, rimovevano i Re della Terra; e il più orgoglioso fra i Romani non potea vergognare di sottomettersi ad un Sacerdote che vedea innanzi a sè i successori di Carlomagno, inchinati a baciargli il piede, o gloriosi di tenergli la staffa[169]. Anche un temporale interesse, consigliava alla città di Roma di difendere i Papi, e di assicurar loro tranquillo e onorato soggiorno nel proprio seno, poichè dalla sola presenza dei Papi, questo popolo, pigro quanto vanaglorioso, traeva in gran parte il vitto e le sue tante ricchezze. Gli è vero che la rendita stabile dei Pontefici erasi alquanto scemata, dacchè alcune mani sacrileghe aveano usurpato nell'Italia e nelle province un grande numero di dominj dell'antico Patrimonio di S. Pietro; perdita che non poteano compensare i vasti concedimenti di Pipino e de' suoi discendenti, più spesso reclamati che posseduti dal Vescovo di Roma; Ma una folla perpetua e ognor crescente di pellegrini e supplicanti nudriva il Vaticano e il Campidoglio; aumentatasi d'assai l'estensione della Cristianità, il Papa e i Cardinali non aveano posa pei tanti affari che lor derivavano dalle cause da giudicarsi, così ecclesiastiche come civili. In virtù di una nuova giurisprudenza[170], eransi introdotti nella Chiesa latina il diritto e l'uso delle appellazioni[171]; venivano sollecitati or con consigli, or con intimazioni i Vescovi e gli Abati del Settentrione e dell'Occidente a trasferirsi a Roma, per chieder grazie o portar querele, per accusare i loro nemici o per giustificarsi al Santuario de' Santi Appostoli. Citavasi un fatto che vuol essere riguardato siccome una specie di prodigio; vale a dire che due cavalli, spettanti all'Arcivescovo di Magonza e all'Arcivescovo di Colonia, rivalicarono l'Alpi, carichi tuttavia d'oro e d'argento[172]: nondimeno non tardò molto a vedersi come il buon successo de' pellegrini e de' clienti, meno alla giustizia della causa che al valor dell'offerta[173] fosse raccomandato. Cotesti stranieri faceano ostentato sfoggio di pietà e di ricchezze, e le loro spese, o sacre, o profane, per mille canali volgevansi all'utile de' Romani.
Ragioni tanto possenti doveano mantenere il popolo di Roma in una volontaria e pia sommessione verso il suo Padre temporale e spirituale. Ma l'opera del pregiudizio o dell'interesse è di frequente sconcertata dai moti indomabili delle passioni. Il Selvaggio che taglia l'albero per coglierne il frutto[174], l'Arabo che spoglia le carovane de' commercianti, sono animati dallo stesso impulso di una natura ancor rozza, che pensa al presente, non curandosi dell'avvenire, e sagrifica a momentanei diletti il lungo e tranquillo possedimento di più rilevanti vantaggi. In questa guisa, gli sconsigliati Romani profanarono la vigna di S. Pietro, rubarono le offerte de' Fedeli, offesero i pellegrini, senza calcolare il numero e il valore dei pellegrinaggi che il lor ladroneccio sacrilego interrompea. Anche l'influsso della superstizione è precario e variabile, e spesso l'avarizia, o l'orgoglio degli altri, diedero allo schiavo quella libertà che la sua soggiogata ragione non gli potea procurare. Gli oracoli de' preti[175] possono impadronirsi con forza della mente di un Barbaro; ma niuna mente, men di quella di un Barbaro, è proclive a preferire l'immaginazione ai sensi, a sagrificare i desiderj e gl'interessi di questo Mondo ad un motivo lontano, o ad un oggetto invisibile: nel vigore dell'età e della salute, i costumi di un tal uomo fanno continua lotta alla sua fede, lotta durevole sintanto, che la vecchiezza, le infermità, o gli infortunj destino nel suo cuore le paure, e lo spingano a soddisfare il duplice obbligo che la pietà e i rimorsi gl'impongono. Ho già altrove osservato, come l'indifferenza de' moderni tempi sulle cose religiose, sia oltre misura favorevole alla pace e alla sicurezza del Clero. Sotto il regno della superstizione, esso dovea sperar molto dall'ignoranza, ma temere anche molto dalla violenza degli uomini; il continuo aumento delle ricchezze de' sacerdoti avrebbe fatti questi i soli proprietarj di tutti i beni dell'Universo; ma che? questi beni, di cui largheggiava ad essi un padre pentito, venivano lor tolti da un figlio avaro; or si adoravano gli Ecclesiastici, or si commetteano attentati contro le loro vite; e gli stessi individui collocavano sull'Altare, o calpestavano il medesimo Idolo. Nel sistema feudale dell'Europa, le distinzioni e la misura de' poteri, sull'armi soltanto erano fondate; e nel tumulto che queste eccitavano, di rado la tranquilla voce della legge e della ragione ascoltavasi. Recalcitranti al giogo i Romani, insultavano la debolezza del loro Vescovo[176], che per effetto di ricevuta educazione e del suo carattere non potea convenevolmente, o con felice successo, valersi del diritto della spada. I motivi avutisi nell'eleggerlo, e le debolezze della sua vita erano l'argomento de' compagnevoli loro colloquj, e la prossimità del Pontefice diminuiva in essi quel rispetto che il nome e i decreti di lui negli animi di un barbaro Mondo imprimevano; osservazione che non isfuggì all'acume del nostro filosofo Istorico. «Intanto che il nome e l'autorità della Corte di Roma comprendean di terrore le più rimote contrade europee, immerse in una profonda ignoranza, e ignare affatto della condotta e del carattere del sommo Pontefice, questi era tenuto in sì poco rispetto dagl'Italiani, che i più inveterati nemici del medesimo assediavano le porte di Roma, ne sindacavano il governo entro la città; ed è accaduto che alcuni Ambasciatori, venuti dai confini d'Europa per testificare in Vaticano l'umile, o piuttosto abbietta, sommessione del maggior Monarca del suo secolo, durassero molta fatica prima di pervenire al trono appostolico, e poter prostrarsi ai piedi del Santo Padre[177].»
A. D. 1086-1305
Ne' primi tempi la ricchezza de' Papi eccitò invidia; la loro podestà trovò opposizioni, le lor persone si trovarono esposte a violenze. Ma la lunga guerra tra la Corona e la Tiara aumentò il numero e infiammò le passioni de' loro nemici. I Romani, sudditi e nemici ad un tempo del Vescovo e dell'Imperatore, non poterono mai parteggiare di buona fede, e con perseveranza, per gli odj mortali, che con tanto danno dell'Italia disgiunsero i Guelfi ed i Ghibellini; ma cercati da entrambe le fazioni, e sotto gli stendardi d'entrambe, spiegarono a vicenda sulle proprie bandiere l'Aquila alemanna, e le Chiavi del Principe degli Appostoli. Gregorio VII, che può essere o onorato, o detestato siccome il fondatore delle sovranità de' Pontefici, scacciato da Roma, morì in esilio a Salerno. Trentasei successori di questo Papa[178] sostennero fino al momento della loro ritirata in Avignone, una lotta disuguale contro i Romani: dimenticossi più d'una volta il rispetto dovuto ai loro anni e alla loro dignità; onde le Chiese, in mezzo alle religiose solennità, vidersi di frequente imbrattate da sedizioni e da stragi[179]. Il racconto di questi disordini sconnessi fra loro, privi di scopo, e sol suggeriti da una capricciosa brutalità, riuscirebbe noioso e sgradevole; quindi mi limiterò unicamente a narrare alcuni avvenimenti del dodicesimo secolo, atti a dipingere in quale stato allor si trovassero i Pontefici e Roma. Tra il 1099, e il 1118, mentre Pasquale II, nel giovedì della Settimana Santa, ufiziava, fu interrotto dalle grida della moltitudine che chiedea con imperioso tuono la conferma di un Magistrato da essa protetto. Il silenzio del Pontefice accrebbe il furore della ciurmaglia; e avendo egli ricusato di frammettersi negli affari della Terra, intantochè l'animo suo stava inteso a quelli del Cielo, gli fu annunziato con minacce e giuramenti ch'egli era per essere il promotore e lo spettatore della pubblica rovina. Poi nel giorno di Pasqua, trasferendosi egli col suo Clero, processionalmente e a piedi scalzi, alle Tombe de' Martiri, per due volte, una sul ponte S. Angelo, l'altra dinanzi al Campidoglio, venne assalito da un nembo di frecce e di sassi. Intanto si spianavano le case de' suoi partigiani; ond'ebbe a grande ventura il salvar la vita dopo avere corsi gravi pericoli. Levò indi un esercito nel Patrimonio di S. Pietro, e terminò i suoi giorni fra le acerbità di una guerra civile, e gemendo su que' disastri de' quali era stato egli stesso l'autore, o la vittima. Più scandalose ancora, sotto aspetti e religiosi, e civili, furono le scene che nel 1119 seguirono l'elezione di Gelasio II, successore di Pasquale II. Cencio Frangipani[180], possente e fazioso Barone, entrato in Conclave, furiosamente, e brandendo l'armi, spogliò, percosse, calpestò i Cardinali, e senza rispetto nè compassione al Vicario di Gesù Cristo, afferrò per la gola Gelasio, trascinandolo pe' capelli, non gli risparmiando percosse, ferendolo cogli speroni, e conducendolo in tal guisa fino alla propria abitazione, ove lo caricò di catene. Ma una sommossa del popolo liberò il Pontefice; e le famiglie rivali del Frangipani essendosi opposte ai costui furori, Cencio si vide costretto a chiedere perdono, benchè gl'increscesse meno della sua colpevole impresa che di non averla potuta condurre a termine. Pochi giorni dopo, il Pontefice assalito di bel nuovo a piè degli Altari, prese il tempo in cui i suoi nemici e i suoi partigiani si guerreggiavano a morte, per fuggirsene, vestito ancora degli abiti pontificali. I compagni di questa disastrosa fuga che eccitò tanta pietà negli animi delle matrone romane, vennero o dispersi, o balzati d'arcione, onde il Papa fu trovato solo, e mezzo morto di paura e di stento, ne' campi posti dietro alla chiesa di S. Pietro. Dopo avere, giusta il linguaggio della Scrittura, scossa la polve delle sue scarpe, l'Appostolo si allontanò da quelle mura, fra cui veniva insultata la sua dignità, la sua vita non era in sicuro; e confessando, senza volerlo, essere meglio assai l'obbedire ad un solo Imperatore che soggiacere a tanti padroni, fe' manifesta la vanità di questa possanza cotanto cercata dall'ambizione sacerdotale[181]. Basterebbero, non v'ha dubbio, cotesti esempj; ma non saprei starmi dal narrare le sventure che accaddero tra il 1144 e 1145 a Lucio II, e tra il 1181 e 1185, a Lucio III. Il primo di questi Pontefici, correndo in arnese guerresco all'assalto del Campidoglio, fu percosso in una tempia da un sasso, della qual ferita, pochi giorni dopo, spirò. Il secondo vide la sconfitta de' suoi partigiani coperti di ferite. Molti sacerdoti del suo corteggio essendo caduti prigionieri in una sommossa, i crudeli Romani cavarono a questi gli occhi, risparmiando un tal barbaro trattamento ad un solo, affinchè potesse farsi guida degli altri; poi fregiati, per derisione, di mitra, e costretti a cavalcare altrettanti giumenti colle facce volte alle code degli animali, dovettero giurare di mostrarsi in questo aggiustamento a capo del Clero, onde gli altri prendessero esempio da loro. La speranza, o il timore, la stanchezza, o il rimorso, le propensioni temporanee del volgo, ed altre eventuali circostanze produssero talvolta intervalli di pace e di sommessione: in questi, il Pontefice veniva fra giulive acclamazioni ricondotto nel palagio di Laterano, o nel Vaticano, d'onde le minacce e le violenze l'aveano discacciato. Ma profonda essendo la radice del male, questo continuamente covava; onde tali intervalli di calma erano preceduti e seguìti da sì fiere tempeste, che per poco la nave di S. Pietro non affondò. Roma offeriva continuamente lo spettacolo della guerra e della discordia: le diverse fazioni e famiglie non aveano miglior briga di fortificare e assediare chiese e palagi. Dopo aver data la pace all'Europa, Calisto II, che tenne la Cattedra pontificale fra il 1119 e il 1124, ebbe solo bastante possanza e fermezza per proibire ai particolari l'uso dell'armi nella Metropoli. Le sommosse di Roma eccitarono una generale indignazione presso i popoli che rispettavano il trono appostolico; e S. Bernardo, in una lettera ad Eugenio III suo discepolo, adopera tutta la vivacità del suo spirito e zelo, a delineare una pittura de' vizj di questa popolazione ribelle[182]: «Chi non conosce dice il Monaco di Chiaravalle, la vanità e l'arroganza de' Romani, popolo allevato nella sedizione, nazion crudele, intrattabile, che disdegna obbedire ogni qualvolta non sia tanto debole da non potere usar resistenza? Allorchè i Romani promettono di servire, aspirano a regnare; mentre vi giurano fedeltà, indagano l'istante opportuno per ribellarsi; se non sono ammessi ne' vostri consigli, se trovano chiuse le vostre porte, sfogano con violenti clamori il loro scontento. Abili a fare il male, non hanno mai imparata l'arte di fare il bene: odiosi al Cielo e alla Terra, empj verso le Divinità, dediti alla sedizione, gelosi de' loro vicini, crudeli verso gli estranei, nessuno amano, nessuno gli ama. Intantochè cercano d'inspirar timore, vivono eglino stessi in angosce continue ed obbrobriose; nè vogliono sottomettersi, nè sanno governarsi da sè medesimi; sleali verso i superiori; insopportabili agli eguali; ingrati a chi li benefica; imprudenti e se chiedono, e se ricusano; magnifici nel promettere, meschinissimi nell'adempire; per dir tutto, l'adulazione, la calunnia, la perfidia e la tradigione sono per lo più i soli accorgimenti della loro politica». Certamente questo lurido ritratto non fu colorato dal pennello della carità cristiana[183]; ma comunque bizzarro e tristo possa apparire, non è men vero che presenta la viva immagine de' Romani del secolo dodicesimo[184].
A. D. 1140
Gli Ebrei non aveano voluto riconoscere Gesù Cristo, allorchè apparve ai loro sguardi col carattere d'un uom del volgo; e parimente i Romani poteano non ravvisare nel Papa il Vicario di Cristo allorchè si mostrò loro avvolto in porpora e con orgoglio confacevole al Sovrano dell'Universo. La fermentazione degli animi, prodotta dalle Crociate, avea fatto risorgere nell'Occidente alcune scintille di curiosità e di ragione. La Setta de' Paoliziani, diffusasi da prima nella Bulgaria, venne a stanziarsi nell'Italia e nella Francia; mescolatesi colla semplicità del Vangelo le visioni de' Gnostici, i nemici del Clero posero in accordo le lor passioni e la loro coscienza, la divozione e l'amore della libertà[185]. Nel 1140, Arnaldo da Brescia[186], uomo non mai sollevatosi dagli ultimi gradi della Chiesa, e che vestendo l'abito di monaco, ravvisava in esso la divisa della povertà anzichè quella dell'obbedienza, primo diede fiato alla tromba della libertà romana. I suoi nemici che più d'una volta ridotti a mal partito dall'ingegno e dall'eloquenza di un tal uomo, non gli poteano contrastar questi pregi, confessavano a proprio malgrado la purezza speciosa della sua morale, onde gli errori di Arnaldo, andando uniti ad utili ed importanti verità, faceano impressione nel pubblico. Negli studj suoi teologici era stato discepolo del famoso e misero Abelardo[187], parimente caduto in sospetto di eresia; ma l'amante di Eloisa possedendo un'indole mansueta e pieghevole, coll'umiltà del pentimento i suoi giudici ecclesiastici disarmò. È cosa verisimile che Arnaldo abbia attinte alla scuola del suo maestro alcune definizioni metafisiche intorno la Trinità, contrarie alle massime de' suoi tempi: vennero vagamente censurate le idee da esso manifestate circa al Battesimo e all'Eucaristia; ma ad una eresia politica dovette la sua fama e tutte le sventure alle quali soggiacque. Osò rammentare quel detto con cui Gesù Cristo divulgava non appartenere a questo Mondo il suo regno, deducendone intrepidamente che gli onori e i possedimenti temporali erano il legittimo appannaggio de' laici; che gli Abati, i Vescovi e lo stesso Pontefice doveano rinunziare ai proprj dominj, o alla salute dell'anima; che, non parlandosi più di rendite di fondi, o capitoli per essi, le decime e le offerte volontarie de' Fedeli doveano bastar loro, e che queste ancora non erano già per metterli in istato di appagare le passioni del lusso e l'avarizia, ma per soccorrerli a condurre quella sobria vita che è anche addicevole a chi si dedica a spirituali fatiche. Un tal predicatore venne per qualche tempo colmato di patriottici onori, e colle sue pericolose dottrine diede ben presto eccitamento ai mali umori della città di Brescia giunta a ribellarsi contro al suo Vescovo. Ma il furor popolare è men durevole dell'odio sacerdotale; nè appena Innocenzo II[188] nel Concilio generale di Laterano ebbe condannata l'eresia di Arnaldo, il pregiudizio e la paura spinsero parimente le Magistrature di Brescia ad eseguire il decreto della Chiesa. Non potendo più trovare asilo in Italia, il discepolo di Abelardo attraversò l'Alpi, e videsi ben accolto in Zurigo, oggidì Capitale del principale fra i Cantoni della Svizzera, e che era stata, prima, un presidio de' Romani[189], indi villa reale, e casa di educazione per le figlie de' Nobili, ma divenuta a poco a poco una libera e fiorente città, ove i Commissarj dell'Imperatore giudicavano talvolta le appellazioni de' Milanesi[190]. Precursore di Zuinglio in un secolo men maturo alla riforma che quello di Zuinglio non l'era, fu nondimeno accolto con applausi da questo popolo valoroso ed ingenuo, il quale mantenne per lungo tempo nelle proprie opinioni il colorito che da Arnaldo avean ricevuto; il Vescovo di Costanza ed anche il Legato del Pontefice, sedotti o dal merito, o dalle sagaci arti di Arnaldo, giunsero a dimenticare a favor d'esso gli interessi del loro padrone e del proprio Ordine. Ma le violente esortazioni di S. Bernardo[191] avendo finalmente eccitato lo zelo di questi due Ecclesiastici, il nemico della Chiesa non trovò più partigiani, e ridotto a disperato partito, corse a Roma, ove a veggente del successor di S. Pietro innalzò lo stendardo della ribellione.
A. D. 1144-1154
Cionnullameno l'intrepidezza di Arnaldo non andava disgiunta da prudenza, perchè si vedea protetto, ed anche chiamato. Tonò eloquentemente dai Sette Colli per la causa della libertà, e mescolando nei suoi discorsi i passi di Tito Livio e di S. Paolo, le ragioni del Vangelo e l'entusiasmo della libertà che gli autori classici inspirano, diè a divedere ai Romani, quanto e per la lor sofferenza, e pe' vizj del Clero, avessero tralignato dai primi tempi della Chiesa e della Città. Li trasse colle sue esortazioni nel consiglio di ricuperare i loro diritti inalienabili d'uomini e di cristiani, a restaurare le leggi e i Magistrati della Repubblica, e a rispettar sì il nome d'Imperatore, ma a ridurre ad un tempo il loro Pastore a contentarsi del governo spirituale della sua greggia[192]. Pure nè manco questo Governo spirituale potè sottrarsi alle censure del Riformatore che insegnò al Clero inferiore, come dovesse resistere ai Cardinali, che aveano usurpata un'autorità dispotica su i ventotto rioni, ossia ventotto parrocchie di Roma[193]; il quale travolgimento di cose non potè farsi senza violenza e saccheggio, senza che si spargesse gran sangue, e atterrate venissero molte case. La fazione vittoriosa arricchì delle spoglie del Clero e dei Nobili della parte contraria. Arnaldo da Brescia ebbe tempo per godere, o deplorare gli effetti della sua impresa, perchè il regno di lui durò fra il 1144 e il 1154, nel quale intervallo di dieci anni, due Pontefici, Innocenzo II e Anastasio IV, or tremavano nel Vaticano, or vagavano esuli per le città de' dintorni. Un Pontefice più intrepido e più felice, salì finalmente il trono di S. Pietro, e in questi Adriano IV[194], il solo Inglese che abbia portata la tiara, e che da starsi nel monastero di S. Albano, per solo merito s'innalzò dallo stato di frate, e quasi di mendicante, alla cattedra pontificale. Egli diede idea di sè stesso fin dal momento del primo insulto fatto alla sua dignità: essendo stato ucciso, o ferito lungo la strada un Cardinale, lanciò anatema contro il popolo romano: da Natale a Pasqua la città fu priva de' conforti del culto religioso. I Romani che aveano disprezzato il loro Principe temporale, si sottomisero con dolore e spavento alle censure del loro Padre spirituale, espiando le commesse colpe col pentimento, e meritandosi l'assoluzione col bando del sedizioso predicatore. Non quindi soddisfatta la vendetta di Adriano, la imminente coronazione di Federico Barbarossa divenne funesta al riformatore che aveva offesi, benchè in una proporzione diversa, i Capi della Chiesa e quei dello Stato. In un parlamento che il Papa ebbe coll'Imperatore a Viterbo, gli dipinse i sediziosi furori, gl'insulti, e i timori ai quali la persona del Pontefice e il Clero trovavansi di continuo cimentati, e i funesti effetti dell'eresia di Arnaldo intesa a rovesciare ogni principio di subordinazione civile ed ecclesiastica. Federico si lasciò persuadere da queste ragioni, o sedurre fors'anche dalla brama di cingere l'imperiale corona. Ne' calcoli dell'ambizione, essendo affari di ben poca importanza l'innocenza, o la vita di un individuo, immolarono ad una riconciliazione momentanea il comune loro nemico. Arnaldo, dopo la sua ritirata da Roma, vivea sotto la protezione de' Visconti della Campania; l'Imperatore si valse della sua potestà per impadronirsene; il Prefetto della città ne pronunziò la sentenza; il martire della libertà (nell'anno 1155) fu arso vivo innanzi agli occhi d'un popolo indifferente ed ingrato; le ceneri di Arnaldo vennero gettate nel Tevere per timore che le reliquie di lui non divenissero un soggetto di venerazione agli Eretici[195]. Il Clero trionfò: la Setta dell'eresiarca fu dispersa non meno delle sue ceneri; ma la memoria di esso vivea ancora nello spirito de' Romani. Probabilmente alla scuola d'Arnaldo aveano attinto un nuovo articolo di fede, vale a dire che la Metropoli della Chiesa cattolica non è soggetta alle pene delle scomuniche e dell'interdetto. I Papi poteano rispondere che la giurisdizione suprema da essi adoperata sopra i Re e le nazioni, più particolarmente ancora comprendevano la città e la diocesi del Principe degli Appostoli. Ma chi gli ascoltava? Lo stesso principio che attenuava la forza delle folgori del Vaticano dovea temperarne l'abuso.
A. D. 1144