Costantinopoli era rimasta vôta e desolata, priva di Sovrano e di popolo; ma niuno potea toglierle quell'ammirabile vantaggio di sito che la indicherà in tutti i tempi, siccome la Metropoli di un grande Impero, onde il Genio del luogo trionferà mai sempre delle vicissitudini delle età e della fortuna. Bursa e Andrinopoli, altra volta Capitali dell'Impero ottomano, non furono più che due città di provincia, poichè Maometto II pose la residenza propria e dei suoi successori sull'alto colle che a tal uopo Costantino avea scelto[143]. Ebbe l'antiveggenza di distruggere le fortificazioni di Galata, ove i Latini avrebbero potuto trovare un rifugio; ma non fu tardo nel far riparare i danni prodotti dall'artiglieria dei Turchi sulla Capitale; onde prima del mese di agosto, apparecchiata videsi immensa copia di calce a fine di ristorarne le mura, e il suolo, e gli edifizj pubblici e privati, sacri e profani, che tutti appartenevano al vincitore. Assegnò al suo Serraglio, o palagio uno spazio di otto stadj al vertice del triangolo; e quivi è che in seno della mollezza il Gran Signore (pomposo nome immaginato dagl'Italiani) regna in apparenza sull'Europa e sull'Asia, mentre nè la persona di lui, nè le rive del Bosforo sono in sicuro dagl'insulti di una squadra nemica. Concedè una ragguardevole rendita alla Cattedrale di S. Sofia, omai divenuta moschea, che guernita per ordine del Sultano di torricelle (minaretti), venne circondata di boschi e fontane, utili ad un tempo alle abluzioni dei Musulmani, e a procurar loro gradevoli rezzi. Un modello eguale fu preso per la costruzione dei giami, o moschee regie, la prima delle quali lo stesso Maometto edificò sulle rovine del tempio de' SS. Appostoli, e delle tombe de' greci Imperatori. Nel terzo giorno dopo la conquista, una invasione rivelò il sepolcro di Abu-Ayub, o Giob, stato ucciso durante il primo assedio che sotto le mura di Costantinopoli posero gli Arabi, e riverito qual martire; sulla cui tomba i nuovi Sultani cinsero d'allora in poi la spada imperiale[144]. Da questo punto Costantinopoli non appartiene più alle indagini dello Storico del romano Impero, nè quindi starommi a descrivere gli edifizj civili e religiosi che i Turchi profanarono, od innalzarono. Non tardò a tornare la popolazione, nè terminava il settembre, quando cinquecento famiglie si erano conformate al comando del Principe, che prescriveva loro, sotto pena di morte, di venire ad occupare le abitazioni della Capitale. Benchè il trono di Maometto fosse abbastanza difeso dai numerosi e fedeli suoi sudditi, con antiveggente politica egli aspirava a riunire il rimanente de' Greci, i quali accorsero in folla, quando si videro certi per le loro vite, per la lor libertà e per la professione del loro culto. L'elezione e la investitura del Patriarca venne eseguita cogli stessi cerimoniali che prima alla Corte di Bisanzo serbavansi. Laonde i Greci videro, con una soddisfazione non disgiunta da ribrezzo, il Sultano in mezzo a tutti gli apparati del regio fasto, consegnare nelle mani di Gennadio il Pastorale, simbolo del ministero ecclesiastico, che da questo Prelato si riassumeva, condurlo alla porta del Serraglio, presentarlo di un cavallo riccamente bardamentato, ordinare ai suoi Visiri e Pascià che il guidassero al palagio ai Patriarchi assegnato[145]. Scompartite fra entrambi i culti le chiese di Costantinopoli, vennero riconosciuti i limiti delle due religioni, e per sessant'anni, i Greci[146] godettero di queste distribuzioni regolate dalla giustizia, e de' vantaggi e de' privilegi della Chiesa greca, sintantochè, dopo questo volger di tempo, li violò Selim, nipote di Maometto. I difensori del Cristianesimo eccitati dai Ministri del Divano, solleciti d'ingannare il fanatismo di Selim, osarono sostenere che il parteggiamento ordinato da Maometto era un atto di giustizia, non di generosità; un Trattato, non un concedimento; e che se una metà di Costantinopoli fu presa di assalto, l'altra metà avea soltanto ceduto in virtù di una capitolazione; essere per vero dire caduta preda delle fiamme la patente che questi patti autenticava, ma supplire a tale perdita la testimonianza di tre vecchi giannizzeri, testimonianza comprata, che nondimeno sull'animo di Cantemiro ha maggior peso delle affermazioni positive ed unanimi degli autori contemporanei[147].

Abbandono all'armi turche i resti della Monarchia de' Greci nell'Europa e nell'Asia; ma scrivendo una Storia del decadimento dell'Impero romano in Oriente, devo accompagnare fino all'estinzione loro le due ultime dinastie[148] che regnarono a Costantinopoli. Demetrio e Tommaso Paleologo[149], fratelli di Costantino e despoti della Morea, rimasero soprappresi da estrema desolazione in udendo la morte dell'Imperatore e la rovina della monarchia. Privi di speranza di poterla difendere, si prepararono, non men de' Nobili che della lor sorte partecipavano, a cercare l'Italia, ove credeano che l'ottomano fulmine non li potrebbe percotere. Ma le prime loro inquietudini dissipò Maometto, che contentandosi di un tributo di dodicimila ducati, e inteso a devastare il Continente, e le isole che a mano a mano invadea, concedè ai popoli della Morea un respiro di sette anni; sette anni però che furono un periodo di cordogli, discordie e calamità. Trecento arcieri italiani più non bastavano a difendere l'Essamilione, quel baloardo dell'Istmo, sì di frequente rialzato e atterrato. I Turchi, impadronitisi delle porte di Corinto, tornarono da questa correria fatta nell'estiva stagione, con molto bottino e molta mano di prigionieri; della qual cosa querelandosi i Greci, vennero ascoltati con indifferenza e disprezzo. Gli Albanesi, tribù di pastori dediti al ladroneccio, portarono devastazione e morte per la penisola. Ridotti Demetrio e Tommaso ad implorare il fatale ed umiliante soccorso di un vicino Pascià, questi dopo avere soffocata la ribellione, prescrisse ai due Principi la regola di lor condotta. Ma nè i vincoli del sangue, nè i giuramenti rinovati a piè degli Altari, e all'atto della Comunione, nè la forza anche più imperiosa della necessità, valsero a calmare, o sospendere le domestiche loro querele. Ciascun d'essi mise a ferro e fiamme il territorio dell'altro, disperdendo in sì snaturata lotta le elemosine e i soccorsi venuti ad essi dall'Occidente, e adoperando il proprio potere unicamente ad atti barbari ed arbitrarj. Mosso dall'astio e dalle strettezze in cui si trovava, il più debole di essi ricorse al comune loro padrone; e quando fu maturo l'istante del buon successo e della vendetta, Maometto, chiaritosi l'amico di Demetrio, entrò con forze formidabili nella Morea. Poi occupata Sparta ( A. D. 1460), così disse al proprio confederato: «Voi siete troppo debole per tenere in freno una provincia sì turbolenta. Riceverò nel mio letto la figlia vostra, e voi passerete il tempo che vi rimane da vivere nella tranquillità, e in mezzo agli onori». Demetrio sospirò, ma obbedì. Consegnate le Fortezze e la figlia, seguì ad Andrinopoli il suo genero e Sovrano, dal quale ottenne pel mantenimento proprio e della sua Casa una città della Tracia e le addiacenti isole d'Imbros, Lenno e Samotracia. Ivi il raggiunse nel successivo anno un suo compagno d'infortunio, Davide, ultimo Principe della stirpe de' Comneni, il quale, fin d'allora che i Latini presero Costantinopoli, avea fondata sulla costa del mar Nero una nuova dominazione[150]. Maometto che continuava le sue conquiste nella Natolia, assediò con una squadra e un esercito la Capitale di Davide, che osava intitolarsi Imperatore di Trebisonda[151]. Ogni negoziazione si ridusse ad una interrogazione unica e perentoria: «Volete voi, gli chiese il Sultano, rassegnando il Regno, conservare le vostre ricchezze e la vita? o vi piace piuttosto perdere Regno, ricchezze e vita?» Il debole Comneno atterrito da tale inchiesta, imitò l'esempio di un suo vicino musulmano, il Principe di Sinope[152], che dopo una intimazione di tale natura, avea ceduto una città fortificata, quattrocento cannoni, e dieci, o dodicimila soldati. Gli articoli della capitolazione di Trebisonda (A. D. 1451) essendo stati adempiuti con tutta esattezza, Davide e la famiglia di esso vennero condotti in un castello della Romania. Ma poco dopo, essendo stato per lievi indizj preso in sospetto di mantenere una corrispondenza col Re di Persia, il vincitore immolò il Principe di Trebisonda e la famiglia del medesimo ai timori concetti, o alla propria cupidigia. Nè andò guari che il titolo di suocero del Sultano non fu all'infelice Demetrio una salvaguardia per sottrarsi alla confiscazione e all'esilio, perchè la sua abbietta sommessione, più che la pietà, il disprezzo di Maometto eccitò. I Greci del suo seguito vennero mandati a Costantinopoli, e a lui venne fatto un assegnamento annuale di cinquantamila aspri; sintantochè finalmente l'abito monastico e la morte, che in età grandemente avanzata il raggiunse, lo sciogliessero dalla podestà di un padrone terreno. Non sarebbe una quistione tanto facile da risolversi se la servitù incontrata da Demetrio sia stata più umiliante dell'esilio cui si condannò il fratello di esso, Tommaso[153]. Appena caduta in potere de' Turchi la Morea, si riparò questi a Corfù; indi in Italia con altri compagni, spogliati di tutto al pari di lui. Il suo nome, la fama delle sofferte sciagure, e la testa dell'Appostolo S. Andrea che si portò seco, gli ottennero ospitalità alla Corte del Vaticano, e un assegnamento annuale di seimila ducati, fattogli dal Papa e dai Cardinali, assegnamento che gli giovò a prolungare il corso di una miserabile vita. Andrea e Manuele, figli di Tommaso, vennero educati in Italia; il primogenito, sprezzato dai nemici, gravoso agli amici, s'invilì colla propria condotta e col matrimonio che contrasse. Non gli rimanendo più che il suo titolo di erede dell'Impero di Costantinopoli, lo vendè successivamente ai Re di Francia e d'Aragona[154]. Carlo VIII, ne' giorni della sua passeggera prosperità, aspirando ad unire l'Impero d'Oriente al Regno di Napoli, in mezzo ad una pubblica festa s'intitolò Augusto, e vestì la porpora de' Cesari; pel qual fatto i Greci allegraronsi, e paventarono gli Ottomani, credendo ad ogni istante veder giungere cavalieri francesi alle loro rive[155]. Manuele Paleologo, secondogenito di Tommaso, bramò rivedere la patria; e il ritorno di lui potendo sotto certi aspetti far piacere alla Porta, sotto nessuno intimorirla, trovò, per la grazia del Sultano, asilo e ospitalità in Costantinopoli; e quando morì, le esequie del medesimo vennero onorate da numeroso corteggio di Greci e di Musulmani. Avvi animali di sì generosa indole, che ricusano propagare la loro razza in istato di schiavitù. Ad una specie men nobile potrebbero a buon diritto dirsi appartenenti gli ultimi Principi della schiatta greca imperiale. Manuele accettò dalla generosità del Gran Signore due belle mogli, lasciando dopo di sè un figlio confuso fra la turba degli schiavi turchi, de' quali adottò l'abito e la religione.

A. D. 1455

Divenuti i Turchi padroni di Costantinopoli, fu sentita ed esagerata in Europa l'importanza di una tal perdita; e la caduta dell'Impero d'Oriente portò una macchia al Pontificato di Nicolò V, governo sott'altri aspetti, tranquillo e felice. Il dolore, o lo spavento che i Latini provarono, ridestò o ridestar parve l'entusiasmo delle Crociate. In una delle più rimote contrade dell'Occidente, nella città di Lilla fiamminga, Filippo, Duca di Borgogna, adunò i primarj suoi Nobili, presentandoli di una festa il cui pomposo apparecchio fu regolato in modo che facesse grande impressione negli animi e ne' sensi degli spettatori[156]. In mezzo ad un convito, comparve un Saracino, di statura gigantesca, conducendo un simulacro di elefante che sosteneva un Castello; usciva fuori del Castello una Matrona vestita a gramaglia che figurava la Religione. Deplorava questa le proprie sventure, accusando l'indolenza de' suoi campioni. Intanto avanzavasi il primo araldo dell'Ordine del Toson d'Oro, tenendo sul pugno un fagiano vivo, che offerse al Duca, giusta i riti della Cavalleria. Per corrispondere a questa bizzarra intimazione, Filippo, Principe in cui vecchia età e saggezza si univano, obbligò sè medesimo e tutte le proprie forze all'uopo di una guerra santa, da imprendersi contro i Turchi. I Baroni e Cavalieri convenuti a quest'Assemblea ne imitaron l'esempio, chiamando in testimonio del loro giuramento Dio, la Madonna, le Dame, e il fagiano, aggiugnendo voti particolari, non meno stravaganti del tenor generale di quel giuramento. Ma l'adempimento di tutte sì fatte obbligazioni dependendo da alcuni avvenimenti non anco avverati, ed estranei alla meditata impresa, il Duca di Borgogna, che visse altri dodici anni, potè, fino agli estremi della sua vita, mostrarsi persuaso, ed esserlo forse, di dover partire da un giorno all'altro. Se d'un eguale entusiasmo tutti gli animi fossero stati accesi in Europa, se l'unione de' Cristiani avesse pareggiato il loro valore, se da tutte le Potenze della Cristianità, dalla Svezia[157] venendo a Napoli, si fosse somministrato in giusta proporzione il contingente, spettante a ciascuna, di cavalleria, di fanteria e di sussidi, avvi motivo per credere, che gli Europei avrebbero riconquistata Costantinopoli e rispinti i Turchi oltre l'Ellesponto e l'Eufrate. Ma il Segretario dell'Imperatore, che scrivea tutti i dispacci, e che assistette ad ognuna delle Assemblee, Enea Silvio[158], uom preclaro per intendimento in politica e per li pregi del dire, ne dimostra, fondandosi su tutto ciò che avea veduto egli stesso, quanto lo stato della Cristianità in quei tempi, e la generale disposizione degli spiriti contrastassero coll'esecuzione di simile impresa. «La Cristianità, così si esprime, è un corpo privo di capo, una repubblica che non ha nè magistrati, nè leggi. Il Papa e l'Imperatore rifulgono di quella luce che deriva dalle eminenti dignità; son fantasmi che abbarbagliano la vista; ma, incapaci di comandare, non trovano chi voglia ad essi obbedire. Ogni paese è governato da un Sovrano particolare; ciascun Sovrano da parziali interessi. Qual'eloquenza potrebbe pervenire a radunare sotto uno stendardo medesimo un sì grande numero di Potenze, discordi fra loro per propria natura, nemiche le une delle altre? Quand'anche si giungesse a raccogliere le loro truppe, chi avvi che ardisse assumerne il comando? Qual ordine potrebbe instituirsi in questo esercito? qual disciplina militare prescrivere? Chi s'incaricherebbe di nudrire una moltitudine d'uomini tanto immensa? chi d'intenderne gl'idiomi, o di conciliarne le consuetudini incompatibili fra di loro? Qual uomo riuscirebbe a mettere insieme in pace gl'Inglesi e i Francesi, Genova e l'Aragona, gli Alemanni e i popoli dell'Ungheria e della Boemia? Se imprendiamo una tal guerra con poco numero di soldati, saremo oppressi dagl'Infedeli; se con grosso esercito, il saremo dal proprio nostro peso, dal disordinamento de' nostri». Cionnullameno, questo Enea Silvio fu quel medesimo, che, divenuto Papa, col nome di Pio II, trascorse il rimanente de' proprj giorni negoziando per una guerra da moversi ai Turchi. Questi parimente nel Concilio di Mantova destò alcune scintille di un entusiasmo, o vero fosse, o simulato; ma giunto ad Ancona per imbarcarsi egli stesso in compagnia delle truppe, le promesse de' Crociati andarono a terminare in iscuse; il giorno della partenza, che prima era stato dato con asseveranza, venne protratto ad un'epoca indefinita. L'esercito pontifizio si trovò composto soltanto di alcuni pellegrini alemanni, che lo stesso Papa fu costretto a rimandare, contentandoli con indulgenze e limosine. I successori di Pio II, e gli altri Principi dell'Italia, poco curanti dell'avvenire, dominati dal momento, non pensarono ciascuno che ad ingrandirsi dilatando i proprj confini: la distanza, o la prossimità degli oggetti era per essi la norma di giudicarne l'importanza, e la grandezza apparente era pure agli occhi loro la reale. Se avessero avuto più vaste e nobili mire, pel loro interesse medesimo, sarebbersi risoluti a sostenere una guerra marittima difensiva contro il comune nemico, e, col soccorso di Scanderbeg e dei suoi prodi Albanesi, avrebbero evitata l'invasione del Regno di Napoli. L'assedio di Otranto, presa indi e smantellata dai Turchi, sparse una generale costernazione; e già il Pontefice Sisto accigneasi a fuggire di là dall'Alpi, quando il nembo fu dissipato dall'avvenimento che pose fine alle imprese e alla vita di Maometto II (A. D. 1481), pervenuto all'età di cinquant'un anni[159]. Nell'ambizioso animo suo questo conquistatore agognava alla conquista dell'Italia, ove possedea già una città fortificata ed un vasto porto, e certamente, se viveva ancora, giusta ogni apparenza, avrebbe soggiogata, come la nuova, l'antica Roma[160].

CAPITOLO LXIX.

Stato di Roma dopo il secolo dodicesimo. Dominazione temporale de' Papi. Sedizioni nelle città di Roma. Eresia politica di Arnaldo da Brescia. Restaurazione della Repubblica. Senatori. Orgoglio de' Romani. Loro guerre. Vengono privati della elezione e della presidenza de' Papi, che si ritirano ad Avignone. Giubbileo. Nobili famiglie di Roma. Querele fra i Colonna e gli Orsini.

A. D. 1100-1500

Nel corso de' primi secoli del decadimento e del crollo dell'Impero romano, tenemmo immobilmente fissi gli sguardi sulla città sovrana che avea dato leggi alla più bella parte del Globo. Noi ne contempliamo i destini, prima con ammirazione, indi con sentimento di pietà, sempre con sollecitudine; e allorchè l'animo nostro si allontana dalla Capitale per esaminare le province, le riguardiamo sempre siccome rami, che successivamente si sono staccati dal corpo dell'Impero. La fondazione di una nuova Roma sulle rive del Bosforo, ne ha costretti a seguire i successori di Costantino, e trasportata la curiosità nostra nelle più rimote contrade dell'Europa e dell'Asia, per colà scoprire le cagioni e gli autori del lungo indebolimento della Monarchia di Bisanzo. Le conquiste di Giustiniano ne richiamarono in riva al Tevere per contemplar quivi la liberazione dell'antica Metropoli; ma fu tale liberazione, che ne cambiò soltanto, o ne aggravò forse la schiavitù. Roma avea già perduti i suoi trofei, le sue divinità e i suoi Cesari, nè la tirannide de' Greci fu meno umiliante, o oppressiva della dominazione dei Goti. Nell'ottavo secolo dell'Era cristiana, una disputa religiosa intorno al culto delle Immagini, eccitò i Romani a ricuperare la perduta independenza. Il loro Vescovo divenne[161] il padre temporale e spirituale di un popolo libero, e l'Impero d'Occidente, risorto per le geste di Carlomagno, abbellì collo splendor del suo nome la singolare costituzione della moderna Alemagna. Il nome di Roma si concilia mai sempre da noi un rispetto, che non sapremmo volergli negare. Questo clima, del quale non esamino or l'influenza, non era più il medesimo[162]; la purezza del sangue romano, passato per mille estranei canali, erasi contaminata; ma le venerabili rovine del Campidoglio, la rimembranza delle sue antiche grandezze, ridestarono una scintilla del carattere della nazione. Le tenebre del Medio Evo offrono alcune scene degne della nostra contemplazione, nè mi credo lecito il conchiudere quest'Opera senza volgere uno sguardo allo stato e alle vicende politiche della Città di Roma, che si sommise all'autorità temporale dei Papi ver l'epoca in cui i Turchi divennero padroni di Costantinopoli.

A. D. 800-1100