In un rione della città abitato solamente da artigiani e da ebrei, il maritaggio di un ostiere con una lavandaia diede vita al liberatore di Roma[299]. Nicola Rienzi Gabrini non potea ricevere da tali genitori nè dignità, nè ricchezze; ma eglino s'imposero sagrifizj per procurargli una liberale educazione, da cui riconobbe e la sua gloria e l'immatura sua morte. Questo giovane plebeo che studiò la storia e l'eloquenza negli scritti di Cicerone, di Seneca, di Tito Livio, di Cesare e di Valerio Massimo, sollevossi per ingegno al di sopra degli eguali e dei contemporanei. Con ardore instancabile interpretava i manoscritti, e le iscrizioni degli antichi marmi, e dilettandosi di traslatarli nella lingua volgare del suo paese, spesse volte si lasciava trasportar sì che esclamava: «Ove sono oggidì que' Romani, ove le loro virtù, la loro giustizia e possanza? Perchè non nacqui io in tempi più felici?[300]». Dovendo la Repubblica inviare alla Corte di Avignone un'ambasceria composta di tre Ordini dello Stato, Rienzi per suo ingegno ed eloquenza fu nominato fra i tredici Deputati de' Comuni. Colà ebbe l'onore di arringare Papa Clemente VI, e il diletto di conversare col Petrarca, ingegno che a quel di Cola si confaceva; ma la povertà e l'umiliazione impacciavano le sue mire ambiziose, onde il patriotta romano vedeasi costretto a vestire un sol abito e a vivere delle elemosine dello spedale. Fosse per giustizia che si volle rendere al merito del medesimo, o aura temporanea di fortuna, si tolse finalmente da quello stato di abbiezione, ottenendo l'impiego di notaio appostolico, d'onde gli derivarono e uno stipendio giornaliero di cinque fiorini d'oro, e più estese ed onorevoli corrispondenze, e la facilità di esporre a pubblico confronto l'illibatezza delle sue parole e delle sue azioni, co' vizj che allor dominavano nello Stato. La sua eloquenza rapida e persuasiva facea grande impressione sulla moltitudine, ognor propensa all'invidia e alla censura. Mortogli un fratello per mano d'assassini, l'impunità di costoro l'infiammò di nuovo ardore, in un tempo in cui era impossibile scusare, o esagerare i disordini pubblici. Sbandite vedeansi dall'interno di Roma l'integrità e la giustizia, che pur d'ogni civile società sono lo scopo. Molti cittadini[301], i quali si sarebbero forse rassegnati agli aggravj che li ferivano soltanto nelle persone, o negli averi, mossi dalla gelosia, ingenita soprattutto ne' Romani, sentivano più d'ogni ingiuria il disdoro bene spesso arrecato al pudore delle lor donne; erano oppressi parimente dall'arroganza dei superbi Nobili e dalla prevaricazione de' Magistrati corrotti; e, giusta gli emblemi allegorici, per più riprese, e in diverse fogge comparsi sopra certe pitture che il Rienzi esponeva a pubblica vista nelle strade e nelle chiese, la sola differenza tra i cani e i serpenti consisteva in ciò che i primi abusavano dell'armi, delle leggi, i secondi. Intanto che la folla attratta dalla curiosità di questi quadri, stavasi contemplandoli, l'oratore pien d'ardimento, e sempre apparecchiato, ne svolgeva il senso, ne applicava la satira, accendea le passioni degli spettatori, e lasciava tralucere una lontana speranza di conforto e di liberazione. I privilegi di Roma, la sovranità di essa, eterna su i proprj Principi e le proprie province, erano, in pubblico e in privato, l'argomento de' suoi discorsi. Un monumento di servitù divenne fra le sue mani un titolo di libertà, uno sprone a ricuperarla; intendo il decreto col quale il Senato concedea amplissime prerogative all'Imperator Vespasiano, inciso sopra una tavola di bronzo, che vedeasi tuttavia nel coro della chiesa di S. Giovanni di Laterano[302]. Il Rienzi convocò, per udire la lettura di un tale decreto, molto numero di plebei e di Nobili, ad accogliere i quali avea fatto preparare un chiuso recinto. Egli vi comparve vestito d'un abito in cui scorgeasi la magnificenza e ad un tempo non so che di mistero; dopo letta e tradotta in volgar lingua questa iscrizione[303], ne fece il comento diffondendosi con fervida eloquenza sull'antica gloria del Senato e del popolo, dai quali ogni specie di poter legittimo derivava. L'indolente ignoranza de' Nobili non permettea loro d'accorgersi ove andassero a ferire queste singolari rimostranze; alcune volte per vero dire, maltrattarono con parole, e sin con percosse, il plebeo che voleva assumere le parti di riformatore; ma spesse volte ancora gli lasciarono la libertà d'intertenere colle sue minacce e predizioni i cittadini che attorno al palazzo Colonna assembravansi; e il moderno Bruto[304] sotto la maschera di pazzo buffone si nascondea. Mentre così comportava di essere scopo alle lor decisioni, la restaurazione del Buono Stato, sua espressione prediletta, compariva a mano a mano al popolo un avvenimento desiderabile, poi possibile, e per ultimo imminente: così preparati gli animi de' plebei ad applaudire al liberatore che veniva loro promesso, vi fu tra essi chi ebbe il coraggio di secondarlo.
A. D. 1374
Una profezia, o piuttosto una intimazione affissa alla porta del tempio di S. Giorgio, fu la prima spiegazione pubblica de' suoi disegni; un'assemblea di cento cittadini, convenuti di notte tempo sul monte Aventino, fu il primo passo verso l'esecuzione di questi disegni. Dopo avere preteso dai cospiratori un giuramento di mantenere il segreto e di aiutarlo, mostrò loro l'importanza dell'impresa e la facilità di condurla a termine: discordi fra loro i Nobili, privi di soccorsi, forti soltanto pel timore che l'immaginaria loro possanza inspirava; congiunti nel popolo il diritto e il potere; bastanti le rendite della Camera Appostolica ad alleggerire la miseria pubblica; l'utile che lo stesso Pontefice avrebbe trovato nel vederli trionfare de' nemici del governo e della libertà. Dopo avere assicurato alla manifestazione delle sue intenzioni l'appoggio di una banda di fedeli partigiani, ordinò loro, a suon di tromba, di essere, senz'armi, nella notte della domane, innanzi alla chiesa di S. Angelo per provvedere alla restaurazione del Buono Stato; fu questa notte impiegata nel far celebrare trenta Messe ad onore dello Spirito Santo. Allo schiarire del giorno uscì della chiesa col capo scoperto, armato di tutto punto, e fiancheggiato da cento cospiratori. Il Vicario del Pontefice, semplice Vescovo di Orvieto, indotto a sostenere una parte in questa singolare cerimonia, camminava alla destra del Rienzi, dinanzi al quale venivano portati tre stendardi, emblemi dei disegni de' congiurati. L'un d'essi stendardi, detto la bandiera della Libertà, rappresentava Roma, che, seduta sopra due lioni, tenea in una mano una palma, nell'altra un globo; sul secondo stendardo, bandiera della Giustizia, vedeasi S. Paolo colla spada sguainata; sul terzo, S. Pietro colle chiavi della Concordia e della Pace. Incoraggiavano il Rienzi gli applausi d'una innumerabile folla che intendea poco il significato di tutto questo apparecchio, ma datasi cionnullameno a grandi speranze: la processione si condusse lentamente dal Castel Sant'Angelo al Campidoglio. Nondimeno alcuni interni moti che il Rienzi si sforzava nascondere, non permetteano all'animo suo di darsi con piena tranquillità al sentimento del suo trionfo. Asceso, senza incontrare ostacoli e con apparente fiducia, sulla rocca della Repubblica, dall'alto del balcone arringò il popolo, che ne confermò gli atti e le leggi nel modo per lui il più lusinghiero. I Nobili, come se stati fossero sforniti di armi, e inabili a prendere verun partito, rimasero spettatori costernati e silenziosi di questa stravagante sommossa, per la quale era stato ad arte scelto il momento, in cui Stefano Colonna, il più formidabile di tutti i Nobili, dimorava fuori di Roma. Al primo sentore delle accadute cose, vi ritornò, e standosi nel suo palagio, ostentò di sprezzare questo movimento popolare, facendo noto al Deputato del Rienzi, che a proprio bell'agio avrebbe fatto gettar giù dalle finestre del Campidoglio il pazzo, dal quale quell'ambasceria gli veniva. Immantinente sonò a stormo la grande campana; e fu tanto rapida la sollevazione, e tanto incalzante il pericolo, che Stefano Colonna raggiunse a precipizio il sobborgo S. Lorenzo, d'onde, dopo avere preso fiato un istante, si allontanò, sempre colla medesima sollecitudine, fintantochè si vedesse in sicuro nel suo Castello di Palestrina, ove in appresso rampognò sè medesimo di poca antiveggenza, per non avere spenta la prima scintilla di un sì formidabile incendio. Dal Campidoglio emanò una intimazione generale e perentoria a tutti i Nobili, perchè si ritirassero tranquillamente ne' loro dominj; questi obbedirono, e la loro partenza assicurò la tranquillità di Roma, che sol cittadini liberi, ed obbedienti al nuovo ordine di cose, omai racchiudea.
Ma una sommessione volontaria coi primi trasporti dell'entusiasmo dileguasi, onde il Rienzi conobbe quanto gli rilevasse giustificare la sua usurpazione col darle forme regolari, e mediante un titolo legale sancirla. Dipendea dalla sua volontà che il popolo grato, ed ebbro del riacquistato uso del potere, accumulasse sopra di lui i titoli di Senatore e di Console, d'Imperatore e di Re; ma preferì l'antico e modesto nome di tribuno; sacro titolo del quale la protezione delle Comuni formava l'essenza: quell'ignorante plebe poi non sapea che il tribunato non avea mai conferito il diritto di partecipare al potere legislativo, o esecutivo della Repubblica. Col nome pertanto di tribuno, il Rienzi, acconsentendo i Romani, pubblicò salutarissimi regolamenti per la restaurazione e il mantenimento del Buono Stato. Conforme ai voti della onestà e della inesperienza, fu promulgata una legge per terminare entro quindici giorni tutte le cause civili. La frequenza in que' giorni degli spergiuri, e i gravi danni che ne derivavano, giustificano forse un'altra legge che puniva il calunniatore, o il testimonio falso, colla medesima pena cui sarebbe soggiaciuto, se colpevole, l'accusato. Il legislatore può vedersi costretto dai disordinamenti politici del tempo a percotere con pena capitale tutti gli omicidj, a prescrivere il taglione per qualsisia ingiuria. Non essendovi da sperare una buona amministrazione della giustizia che dopo avere abolita la tirannide de' Nobili, fu stabilito, che niuno, eccetto il supremo Magistrato, non avrebbe il possesso, o il comando delle porte, de' ponti, o delle torri dello Stato; che niun presidio particolare verrebbe introdotto nelle città o castella del territorio romano; che niun privato avrebbe il dritto di portar armi, o di fortificar la sua casa, nè in città, nè in campagna; che i Baroni sarebbero eglino stessi mallevadori della sicurezza delle pubbliche strade, e dello spaccio libero delle derrate; che ogni protezione conceduta ai malfattori ed ai ladri verrebbe punita con una menda di mille marchi d'argento. Inutili però e ridicoli sarebbero stati questi regolamenti, se non gli avesse sostenuti una forza capace di tenere a freno la licenza de' Nobili. Al primo momento di sospetto, la campana del Campidoglio potea mettere in armi più di ventimila volontarj; ma il tribuno e le leggi abbisognavano d'una forza più regolare e più stabile. In ciascun porto della costa, venne collocato un naviglio incaricato di proteggere il commercio. I tredici rioni della città somministrarono, vestirono, e pagarono a proprie spese una milizia permanente di trecensessanta uomini a cavallo, e di mille trecento fantaccini; e già si ravvisa lo spirito delle repubbliche nel donativo di cento fiorini, assegnato con decreto, come testimonianza dì pubblica gratitudine agli eredi de' militari che pel servigio dello Stato avessero perduta la vita. Senza timore di comparire sacrilego, il Rienzi adoperò le rendite della Camera Appostolica alla pubblica difesa, alla istituzione di pubblici granai, al sollievo delle vedove, degli orfani, e de' conventi poveri. L'imposta sui fuochi, l'altra sul sale, e l'altra sulle dogane, produceano ciascuna centomila fiorini annuali[305]; gli è forza credere che gli abusi fossero giunti al massimo eccesso, se, come vien detto, la giudiziosa assegnatezza del tribuno triplicò, in quattro, o cinque mesi, la rendita della tassa sul sale. Dopo avere così riordinate le forze e le rendite della Repubblica, il Rienzi intimò ai Nobili, che ne' solitarj loro castelli continuavano tuttavia a godere independenza, di trasferirsi al Campidoglio, per prestare ivi giuramento di fedeltà al nuovo Governo, e di sommessione alle leggi del Buono Stato. Temettero questi per la loro sicurezza, ma ben sentendo che un rifiuto sarebbe stato anche più pericoloso dell'obbedienza, i Principi, e i Baroni ritornarono a Roma, e come semplici e pacifici cittadini rientrarono nelle proprie case. I Colonna, gli Orsini, i Savelli, e i Frangipani si videro confusi dinanzi al tribunal d'un plebeo, di quel vil buffone che aveano sì spesse volte deriso, alla quale umiliazione aggiugneasi la rabbia di dover celare, senza averne la forza, l'interno dispetto. Egual giuramento fu pronunziato a mano a mano dalle diverse classi della società, dal Clero e dagli agiati cittadini, dai giudici e dai notai, dai mercanti e dagli artigiani. L'ardore e la sincerità delle giurate cose, vie più manifestavasi a proporzione dell'avvicinarsi alle ultimi classi. Tutti giurarono di vivere e di morire in seno della Repubblica e della Chiesa, l'interesse della quale il Tribuno ebbe l'arte di collegare al proprio, chiamando per formalità suo collega nella carica il Vescovo d'Orvieto, Vicario del Papa. Gloriavasi il Rienzi di avere liberati il trono e il Patrimonio di S. Pietro da un'aristocrazia di ribelli, e Clemente VI, rallegrandosi per allora di vedere depressi i Nobili, mostrava di credere alle manifestazioni d'affetto che gli venivano per parte del Riformatore, di averne per accetti i servigi e di confermare la podestà che il popolo gli avea conferita. Un intensissimo zelo per la purezza della Fede animava le parole, e forse il cuore del Rienzi; lasciò credere accortamente che lo Spirito Santo lo avesse incaricato di una missione soprannaturale, condannò a gravi multe pecuniarie coloro che non adempirebbero il dovere annuale della Confessione e della Comunione, si diede con opera indefessa e vigorosa a mantenere la felicità spirituale e temporale del fedele suo popolo[306].
Non si è forse mostrata giammai con tanto vigore la forza del carattere di un sol uomo, come nel subitaneo cambiamento politico, benchè passeggiero, che il tribuno Rienzi operò. Egli sottomise un covazzo di banditti alla disciplina d'un esercito, o d'un convento; paziente nell'ascoltare, pronto nel render giustizia, inesorabile nelle punizioni. Facilmente poteano avvicinarsi a lui il povero e lo straniero. Nè la nascita, nè le dignità, nè le immunità della Chiesa valevano a salvare un reo, o i complici del reo. Aboliti in Roma gli edifizj privilegiati, e tutti quegli asili che impacciavano ne' loro atti gli ufiziali della giustizia, adoperò il ferro e il legno de' distrutti cancelli alle fortificazioni del Campidoglio. Il vecchio padre dei Colonna, che avea nel proprio palagio dato asilo a un colpevole, soggiacque al duplice obbrobrio di averlo voluto salvare e di fare scorgere la sua impotenza. In vicinanza di Capranica erano stati rubati un mulo e un vaso d'olio. Il Signor del Cantone, che apparteneva alla famiglia Orsini, fu condannato a pagare il valore del mulo e dell'olio, ed inoltre un'ammenda di cinquecento fiorini, per non avere mantenuta ben difesa la strada; nè la persona de' Baroni, meglio delle lor case o terre, sottraevasi al rigor delle leggi. O fosse caso, o il facesse ad arte, Rienzi usava eguale severità ai Capi delle opposte fazioni. Pietro Agapito Colonna, stato Senatore di Roma, fu arrestato in mezzo alla strada per un'ingiustizia commessa, o per debiti; e Martino degli Orsini che ad altri atti di violenza e rapina aggiunse quello di predare un naviglio naufragato alla foce del Tevere, dovette riparare colla sua morte l'oltraggio fatto alla pubblica giustizia[307]. Nè il nome di lui, nè la porpora di due zii Cardinali, nè un maritaggio di recente contratto, nè lo stato di convalescenza, in cui trovavasi dopo una mortale infermità, furono circostanze atte a smovere l'inflessibile Tribuno, che volendo dare un esempio, avea scelta già la sua vittima. I pubblici ufiziali strapparono dal suo palagio e dal suo letto nuziale Martino; breve ne fu il processo, e fuor d'ogni dubbio apparve l'evidenza dei commessi delitti; la squilla del Campidoglio adunò il popolo; il reo, spogliato del suo manto, ginocchione, e colle mani legate dietro la schiena, ascoltò la sua sentenza di morte; poscia, concedutigli brevi momenti per confessarsi, venne condotto al patibolo. D'indi in poi, qualunque reo, perdendo ogni speranza di evitare il castigo, quanti eranvi scellerati, partigiani del disordine e oziosi, purificarono colla loro fuga i recinti e il territorio di Roma. «Allora, dice il Fortifiocca, le foreste si allegrarono per non essere più dai masnadieri infestate; i buoi ripigliarono i lavori dell'agricoltura; i pellegrini tornarono a visitare le chiese; le strade maestre e i pubblici alberghi si empierono di viaggiatori; il commercio, l'abbondanza, la buona fede ricomparvero ne' mercati, talchè una borsa piena di oro poteasi lasciar con sicurezza in mezzo ad una strada la più frequentata». Quando i sudditi non hanno motivo di temere per le proprie vite e sostanze l'industria e le ricchezze che la compensano, risorgono ben tosto di per sè stesse. Roma si manteneva sempre le Metropoli del Mondo cristiano, e gli stranieri che dalla felice amministrazione del Tribuno erano stati protetti, ne magnificavano per ogni dove la fortuna e la gloria.
Incoraggiato dal buon successo de' primi divisamenti, il Rienzi concepì un'idea anche più vasta, ma forse chimerica di per sè stessa; quella di unire i diversi Stati dell'Italia, fossero principati, o città libere, in una Repubblica federale, in cui Roma tenesse, come altre volte, e giustamente, il primo grado. Non meno eloquente negli scritti che ne' discorsi, incaricò di numerose sue lettere diversi messaggieri fedeli e solleciti, che portando in mano un bianco bastone, attraversavano i boschi e le montagne, e venivano, anche presso i paesi nemici, riguardati com'uomini insigniti del sacro carattere di ambasciatori. Fosse adulazione, o verità, raccontarono, tornando dal loro viaggio, di aver trovati gli orli delle strade piene di prostrate turbe, che imploravano al loro cammino un buon successo dal Cielo. Se le passioni fossero state capaci di ascoltar la ragione, se l'interesse pubblico avesse potuto trionfare del privato, certamente l'Italia confederata e retta da un Tribunale supremo, si sarebbe riavuta dai mali che le sue discordie intestine le aveano apportati, e avrebbe chiuse le Alpi ai Barbari del Settentrione. Ma l'epoca favorevole ad una tale unione era trascorsa; e se Venezia, Firenze, Siena, Perugia, e alcune città di minor ordine offersero al Buono Stato la vita e le sostanze de' lor cittadini, i tiranni della Lombardia e della Toscana non poteano che disprezzare, o abborrire il plebeo che era pervenuto a fondare una libera costituzione. Però le risposte che vennero e dalle une e dalle altri parti d'Italia, abbondavano di manifestazioni di amicizia e di riguardo al Tribuno. Nè andò guari che il Rienzi ricevè gli ambasciatori dei Principi e delle Repubbliche, e in mezzo a tanto concorso di stranieri, e con tutti quelli coi quali o per affari, o per piacere conversò il notaio plebeo, seppe mantenere il contegno or maestoso, or nobilmente affabile che ad un Sovrano si addice[308]. L'istante più glorioso del suo regno si fu allor quando Luigi, Re d'Ungheria, invocò la giustizia del Tribuno contro la cognata, Giovanna, Regina di Napoli, accusata di aver commesso al capestro il marito[309]. Il processo di questa Sovrana venne solennemente a Roma agitato; ma dopo avere uditi gli avvocati d'ambe le parti[310], il Rienzi ebbe il senno di differire ad altro tempo la decisione di un sì alto affare, che la spada dell'Ungarese non tardò poi a conchiudere. Oltre le Alpi, e soprattutto ad Avignone, questo grande cambiamento di cose eccitò curiosità, sorpresa ed applausi. Rammentando che il Petrarca era vissuto in intrinsechezza col Rienzi, e lo avea fors'anche confortato co' suoi consigli, non troveremo cosa maravigliosa, se gli scritti pubblicati dal Poeta in que' giorni spirano per ogni dove ardore di patriottismo e di gioia; il rispetto ch'egli professava al Pontefice, la gratitudine che doveva ai Colonna, sparvero a fronte de' più sacri obblighi di cittadino. Il Poeta laureato del Campidoglio approva la sommossa, ne applaudisce l'Eroe, e in mezzo ad alcuni suggerimenti, e ad alcune paure che trapelano nella sua Epistola hortatoria, annunzia alla Repubblica belle speranze di una grandezza eterna, e sempre più luminosa[311].
Intantochè il Petrarca alle sue visioni profetiche si abbandonava, rapidamente declinavano la fama e il poter del suo Eroe. Il popolo che avea contemplata ammirando l'ascensione della meteora, incominciava ad accorgersi delle irregolarità che essa dava a diveder nel cammino, e delle ombre che spesse volte ne oscuravano lo splendore. Più eloquente che giudizioso, più intraprendente che risoluto, il Rienzi non assoggettava, quanto avrebbe dovuto, le facoltà della sua mente all'impero della ragione, ed esagerava sempre in proporzione decupla a sè medesimo e gli argomenti della speranza e que' del timore; onde la prudenza che non avrebbe di per sè sola bastato ad innalzarlo a sì alto grado, non si prese cura di mantenervelo. Giunto all'apice della grandezza, le sue buone qualità presero insensibilmente l'indole di que' vizj che confinano con ciascuna virtù.
La giustizia di lui tralignò in crudeltà, la liberalità in profusione, il desiderio di fama in ostentazione e vanità puerile. Egli avrebbe dovuto non ignorare che i primi Tribuni, tanto forti e sacri nella pubblica opinione, non diversi nel tuono, nelle vesti, nel contegno da un qualunque altro plebeo, da questo si distinguevano solo allora, che adempiendo gli atti del proprio ufizio, trascorreano la città a piedi, accompagnati da un solo viator, o sergente[312]. Si sarebbero sdegnati i Gracchi, o forse non avrebbero frenate le risa in veggendo il lor successore attribuirsi i predicati di SEVERO E MISERICORDIOSO, LIBERATORE DI ROMA, DIFENSORE DELL'ITALIA[313], AMICO DEL GENERE UMANO, DELLA LIBERTÀ', DELLA PACE E DELLA GIUSTIZIA; TRIBUNO AUGUSTO. Con un apparecchio teatrale il Rienzi avea preparato il cambiamento politico della sua patria; ma di poi, abbandonatosi al lusso e all'orgoglio, abusò della politica massima che consiglia di parlare ad un tempo agli occhi e all'animo della moltitudine. Avea ricevuti tutti i doni esterni dalla natura[314]; ma l'intemperanza col farlo divenire troppo pingue, lo sformò; sol con una gravità e severità ostentate correggea in pubblico la sua propensione al riso smodato. Vestiva, almeno ne' giorni di gala, un abito di velluto, o di raso di varj colori, foderato di pelliccia e ricamato d'oro: il bastone della sua magistratura che tenea in mano, era uno scettro d'acciaio tratto ad estrema pulitura, sormontato da un globo e da una Croce d'oro, che racchiudeva un pezzetto della vera Croce. Allorchè trascorrea la città, od assisteva ad una processione, cavalcava un bianco palafreno, simbolo del Governo regio; gli sventolava sopra la testa il grande stendardo della Repubblica, su di cui erano dipinti il Sole in mezzo ad un campo di stelle, una colomba e un ramo d'olivo; gettava alla plebe piastre d'oro e d'argento; cinquanta guardie armate di labarde lo circondavano; lo precedea uno squadrone di cavalleria fornito di timballi e di trombe d'argento massiccio.
A. D. 1347
Il desiderio che manifestò di ottenere il grado di Cavaliere[315] diede solennità all'abbiezione de' suoi natali, e invilì la dignità del suo ufizio; oltrechè, col farsi armar cavaliere, divenne ad un tempo odioso ai Nobili, fra i quali prendeva sede, e ai plebei che da lui si vedevano abbandonati. Per una tal cerimonia, che dissipò le somme che rimaneano nell'erario, fu posto in opera tutto quanto il lusso e le arti di quella età potevano somministrare. Partitosi dal Campidoglio il corteggio, si trasferì al palagio di Laterano, trovando per tutto il cammino e decorazioni, e giuochi che ne festeggiavano il passaggio; l'Ordine civile e il militare marciavano, ciascuno, sotto le proprie bandiere; le matrone romane accompagnavano la moglie del Tribuno, e gli Ambasciatori de' diversi Stati dell'Italia, presenti alla cerimonia, dovettero certamente applaudire in pubblico, e deridere in loro cuore, una pompa tanto nuova e bizzarra. Giunto la sera alla Chiesa e al palagio di Costantino, congedò, ringraziandola la numerosa sua comitiva, e la invitò per la festa della domane. Ricevette l'Ordine dello Spirito Santo da un vecchio Cavaliere dopo la purificazione nel bagno. Nel compiere questa cerimonia, più che con ogn'altro suo atto, il Tribuno disgustò e venne in ira ai Romani per essersi valso dal vaso di porfido, d'onde, giusta una ridicola tradizione, Costantino avea per opera del Pontefice Silvestro ricevuto il risanamento dalla lebbra che lo affliggea[316]. Osò indi vegliare, o piuttosto dormire, nel recinto sacro del battistero; ed un caso fortuito avendo fatto cadere il suo letto solenne, venne tratto da ciò il presagio della sua vicina caduta. Nel seguente giorno, allorchè i Fedeli si adunavano per le cerimonie del culto, si mostrò alla folla in maestoso atteggiamento, vestito di porpora, colla spada e cogli speroni d'oro. Giuntane ad estremo grado la stoltezza e l'audacia, interruppe i Santi Misteri, alzandosi dal trono, e fatti alcuni passi verso l'Assemblea, ad alta voce gridò. «Noi intimiamo al Pontefice Clemente di comparire al nostro Tribunale; gli comandiamo di risedere nella sua diocesi di Roma; la stessa intimazione di presentarsi dinanzi a noi volgiamo al Collegio de' Cardinali[317], e ai due pretendenti Carlo e Lodovico di Baviera, che si arrogano i titoli d'Imperatori; ordiniamo parimente a tutti gli Elettori dell'Alemagna che c'instruiscano con qual pretesto hanno usurpato il diritto inalienabile del popolo romano, solo, antico e legittimo Sovrano dell'Impero[318]». Sguainò indi la sua spada, vergine ancora, l'agitò per tre riprese verso le tre parti del Mondo, e nel delirio che lo avea preso, per tre volte esclamò: «E ciò ancor mi appartiene». Il Vescovo di Orvieto, Vicario del Papa, voleva adoperarsi ad arrestare il corso di tutte queste pazzie; ma una musica guerresca soffocava le sue deboli proteste; nè osò autenticarle col togliersi dall'Assemblea; ma anzi terminata la cerimonia, pranzò col suo collega Rienzi ad una tavola, fino a quel dì riservata pel solo Pontefice. Fu apparecchiato un banchetto sullo stile delle mense di cui un giorno i Cesari soleano presentare i Romani. Gli appartamenti, i portici, i cortili del palagio di Laterano vedeansi tutti ingombrati da tavole per gli uomini e per le donne di ogni grado: un torrente di vino sgorgava dalle narici del cavallo di bronzo che portava la statua del fondatore di Costantinopoli, e se d'alcuna cosa difettava quel convito, difettava sol d'acqua: le cure presesi per il buon ordine e la paura tennero in freno la popolare licenza. Venne indi assegnato il giorno per l'incoronazione di Rienzi[319]. I più ragguardevoli personaggi del Clero romano gli posero, l'un dopo l'altro, sul capo sette corone di differenti metalli, che rappresentavano i Sette Doni dello Spirito Santo: in tal guisa s'avvisava il Rienzi di seguir l'esempio degli antichi tribuni! Spettacoli così straordinarj ingannavano, o lusingavano il popolo, che nella soddisfatta vanità del suo Capo credea soddisfatta la propria. Ma poichè anche nella vita privata, si stolse dalle leggi della frugalità e dell'astinenza, i plebei che sopportato aveano con pazienza il fasto de' Nobili, quello del loro eguale mal tollerarono. La moglie, il figlio, lo zio del Rienzi, barbiere di professione, serbando nondimeno ignobili modi, aveano aperte case da Principi.