Così un semplice cittadino descrive in tuono compassionevole, e forse con qualche compiacenza, l'umiliazione dei Baroni di Roma: «Comparivano innanzi al Tribuno col capo scoperto, e colle braccia incrocicchiate sul petto, e cogli occhi bassi; e oh come tremavano![320]». Fintantochè il Rienzi contenne unicamente col freno della giustizia la popolazione, fintantochè le sue leggi parvero essere quelle del popolo romano, la coscienza costringeva i Nobili ad apprezzare quell'uomo, che detestavano per orgoglio e per interesse; ma quando le stranezze del Tribuno fecero sì ch'essi aggiugnessero all'odio il disprezzo, concepirono la speranza di abbattere un potere, che non era più con egual vigore dalla confidenza pubblica sostenuto. La comune sventura ridusse per qualche tempo al silenzio la nimistà dei Colonna e degli Orsini, che si unirono co' loro voti contra il Rienzi, e forse combinarono insieme i divisamenti per perderlo. Venne in questo mezzo arrestato un masnadiere che aveva attentato contro la vita del Tribuno; e, posto alla tortura, accusò i Nobili, come suoi instigatori. Dacchè il Rienzi incominciò a meritarsi il destino de' tiranni, ne prese parimente le massime e le paure. Nello stesso giorno per tanto chiamò, sotto diversi pretesti al Campidoglio, i suoi principali nemici, tra i quali si noveravano cinque individui della famiglia Orsini, e tre della Colonna; ma in vece di trovarsi invitati ad un consiglio, o ad una festa, si videro tenuti prigionieri sotto la spada del dispotismo, o della giustizia; onde, o innocenti, o colpevoli, il timore per loro dovette essere eguale. Lo squillo della maggiore campana avendo adunato il popolo, vennero accusati di una cospirazione contro la vita del Tribuno; e benchè vi fosse fra i Romani chi deplorava la sciagura dei prigionieri, un solo non ardì di sollevare una mano, nemmeno una voce, per sottrarre al pericolo che le minacciava le teste dei primi Nobili di Roma. La disperazione sosteneva in essi l'apparenza del coraggio; eglino trascorsero fra le angosce in separate stanze la notte, e il venerabile Eroe dei Colonna, Stefano, picchiando alla porta del suo carcere, supplicò per più riprese le sentinelle perchè con una sollecita morte da sì indegna schiavitù il liberassero. L'arrivo di un confessore e il tintinnìo di una campana finalmente fecero ad essi manifesto il loro destino. Il salone del Campidoglio, preparato all'uopo del sanguinoso spettacolo, vedeasi tappezzato a rosso e a bianco. Cupa e severa mostravasi la fisonomia del Tribuno; stavano apparecchiati colle scuri in mano i carnefici; lo strepito delle trombe soffocava gli accenti che i Baroni condannati avrebbero voluto volgere ai circostanti; ma in un momento sì decisivo, lo stesso Rienzi non era men perplesso ed inquieto de' suoi prigionieri: temea lo splendore dei loro nomi, il risentimento delle famiglie, l'incostanza del popolo, i rimproveri dell'Universo; laonde, dopo avere arrecato ad essi mortale oltraggio, potè entrare in lui la speranza chimerica, che, perdonando, avrebbe ottenuto a sua volta perdono; e pronunziò un'elaborata diceria assumendo il tuono di cristiano e di supplichevole; chiamando sè umile ministro dei Corpi comunali, si fece ad intercedere da questi suoi padroni la grazia de' Nobili rei, offerendo la propria fede ed autorità, quali mallevadori della buona condotta che tenuta avrebbero per l'avvenire. «Se la clemenza de' Romani vi fa grazia, così volse ad essi il discorso, non è egli vero che promettete di consagrare la vostra vita e le vostre sostanze alla difesa del Buono Stato?». Soprappresi i Baroni da questa inesplicabil clemenza, risposero con una inchinazione di capo, e intantochè rinovavano il giuramento di fedeltà, giusta ogni credere, formavano voti sincerissimi di vendetta[321]. Un sacerdote promulgò a nome del popolo l'assoluzione loro; poi ricevettero il Pane Eucaristico in compagnia del Tribuno; indi, dopo avere assistito ad un banchetto, seguirono la processione; e per tal modo essendo stati adoperati senza risparmio tutti i contrassegni spirituali e temporali di riconciliazione, tornarono alle case loro insigniti de' nuovi titoli di Generali, consoli e patrizj.
La ricordanza del pericolo corso, più che la gratitudine per la loro liberazione, tennero per alcune settimane cheti gli Orsini e i Colonna; ma finalmente i più poderosi di entrambe le famiglie, usciti di Roma, innalzarono a Marino lo stendardo della sommossa. Riparate affrettatamente le mura di questo castello, i vassalli si trasferirono presso i loro Signori; chiunque, condannato in contumacia, non potea sperare la protezion delle leggi, si armò contro il Magistrato; per tutta la strada che conduce da Marino a Roma, venivano rubate le mandrie, devastati i vigneti e i campi di biada; e il popolo accusava Rienzi di quelle calamità che il governo di Rienzi gli avea fatto dimenticare. Cotest'uomo, il quale faceva assai miglior comparsa dalla tribuna che sul campo di battaglia, andò lento nelle provvisioni per arrestare i ribelli, e quando cominciò a decretarne, questi aveano già raccolti molti soldati e rendute inespugnabili le loro Fortezze. La lettura di Tito Livio non avea conferito a Rienzi nè il sapere, nè il valore di un Generale: ventimila Romani si videro costretti a tornar addietro, privi di buon successo e di gloria, dall'assalto del castel di Marino; il Tribuno intanto teneva a bada la sua vendetta or con pitture che mostravano i nemici col capo volto, ora annegando allegoricamente due cani; fossero almeno stati due orsi, giacchè egli intendeva di alludere agli Orsini. Con ciò convincendo sempre più della sua incapacità i ribelli, questi mandarono avanti con maggior vigore le loro fazioni. Sostenuti in segreto da un grosso numero di cittadini, si accinsero all'opera d'introdursi, fosse a viva forza, o per sorpresa, entro Roma, conducendo seco quattromila fantaccini, e mille seicento uomini a cavallo. Custodita accuratamente era la città; la campana a stormo sonò tutta la notte. Le porte furono a vicenda guardate con grande sollecitudine, ed aperte con incredibile audacia. Pur, dopo qualche titubazione, gli armati esterni credettero opportuna cosa il ritirarsi; e già le due prime divisioni di questo esercito si allontanavano, allor che i Nobili del retroguardo, vedendo libero l'ingresso di Roma, da un imprudente valore si lasciarono trasportare. Felici nel successo di una prima scaramuccia, furono indi oppressi dal numero de' Romani e senza remissione trucidati. Quivi perì Stefano Colonna il Giovane, dal quale il Petrarca aspettava la restaurazione dell'Italia. Prima di Stefano erano già caduti sotto il ferro nemico e Giovanni, giovanetto che porgea grandi speranze, e Pietro, che dovette augurarsi la tranquillità e gli onori della Chiesa, l'un figlio, l'altro fratello, e un nipote di Stefano, e due bastardi della famiglia Colonna; e il numero di sette, le sette corone dello Spirito Santo, chiamavale Rienzi, fu compiuto dalle mortali angosce di un inconsolabil padre, del vecchio Capo della Casa Colonna, che sopravvisse alla speranza e alle sciagure della sua gente. Il Tribuno, per animare vie più le sue truppe, immaginò un'apparizione e una profezia di S. Martino e di Bonifazio VIII[323]. Nell'inseguire almeno i nimici, Rienzi dimostrò un coraggio da eroe, dimenticando peraltro la massima degli antichi Romani che abborrivano i trionfi nelle civili guerre ottenuti. Asceso il Campidoglio, depose sull'altare la corona e lo scettro, millantando, nè privo affatto di fondamento era un tal vanto, di aver troncata un'orecchia, che troncar non poterono nè il Papa, nè l'Imperatore[324]. Ricusando, per sentimenti di bassa e implacabil vendetta, ai morti gli onori della sepoltura, i corpi dei Colonna, ch'ei minacciava esporre alla pubblica vista in un con quelli de' malfattori più abbietti, vennero nascostamente sotterrati dalle religiose di lor famiglia[325]. Il popolo entrando a parte del cordoglio di queste pie vergini, e pentitosi del proprio furore, detestò l'indecente gioia di Rienzi che andò a visitare il luogo ove quelle illustri vittime avean ricevuta la morte. Su quel terreno medesimo concedè al proprio figlio gli onori della cavalleria: ciascun de' Cavalieri della sua guardia percosse con lieve colpo il giovane neofito, e qui si stette tutta la cerimonia; l'abluzione del novizzo, ridicola quanto inumana, fu fatta entro uno stagno ancor tinto del sangue dei Nobili di Roma[326].
A. D. 1437
Un lieve indugio avrebbe salvati i Colonna; un mese dopo il suo trionfo, il Rienzi venne scacciato da Roma. Imbriacato dalle sue vittorie, perdè quelle poche virtù civili che gli rimanevano ancora, e le perdè senza essersi acquistata la fama di un abile guerriero. Sorse contro di lui una fazione ardita e vigorosa entro il recinto stesso di Roma, e quando, in pubblica assemblea[327], pose i partiti per creare una nuova imposta e per dar norme al governo di Perugia, trentanove Membri l'opinione di lui combattettero. Si volle accusarli di perfidia e di corruzione, ma respingendo questi l'accusa, e obbligando ad operare la forza per iscacciarli di lì, gli dimostrarono che se la ciurmaglia lo sosteneva ancora sul trono, disertato aveano dalla sua causa i più rispettabili cittadini di Roma. Il Papa e i Cardinali, non mai lasciatisi abbagliare dalle vane proteste del Rienzi, erano giustamente offesi dalla sua insolente condotta; onde la Corte d'Avignone mandò in Italia un Cardinale Legato, il quale, dopo una inutile negoziazione e due parlamenti col Rienzi, lanciò una Bolla di scomunica che spogliava il Tribuno del suo ufizio, qualificandolo co' nomi di ribelle, di sacrilego e di eretico[328]. I pochi Baroni che allor rimanevano si trovavano ridotti alla necessità di obbedire; l'interesse e la vendetta in quel momento li legarono al servigio della Chiesa; ma rammentando la morte tragica del Colonna, abbandonarono ad un uom di ventura il rischio e la gloria del cambiamento che si tentava. Giovanni Pepino, Conte di Minorbino nel Regno di Napoli[329], o per veri delitti, o per le sue ricchezze era stato condannato ad un perpetuo carcere; e il Petrarca che aveva sollecitato per la liberazione del prigioniero, contribuì indirettamente, e senza volerlo, alla perdita dell'amico. Con cencinquanta soldati introdottosi destramente in Roma il Minorbino, si trincerò entro il rione dei Colonna, e pervenne senza fatica a termine di una impresa che era stata giudicata impossibile. Dal primo istante di pubblico sospetto, la campana del Campidoglio non interruppe il suo tintinnìo; ma in vece di accorrere a questo così noto segnale, il popolo si tenne silenzioso e tranquillo, onde il pusillanime Tribuno, versando lagrime all'aspetto della pubblica ingratitudine, rassegnò il Governo e abbandonò il palagio di Stato.
A. D. 1347-1354
Il Conte Pepino senza l'uopo di sguainare la spada, restaurò la Chiesa e l'aristocrazia; si nominarono tre Senatori, primo de' quali fu il Legato, gli altri vennero scelti nelle famiglie rivali dei Colonna e degli Orsini. Abolite tutte le instituzioni del Tribuno, ne fu proscritta la testa. Nondimeno il nome di lui pareva tuttavia sì formidabile, che i Baroni stettero perplessi tre giorni prima di farsi coraggio ad entrare in città. Il Rienzi si trattenne più d'un mese nel Castel S. Angelo, d'onde tranquillamente si ritirò dopo essersi adoperato indarno a ridestare il coraggio e l'antica affezione de' Romani. Dileguatasi la lor chimera d'impero e di libertà, mostraronsi tanto inviliti, che sarebbero stati pronti ad abbandonarsi di proprio grado alla servitù, purchè tranquilla e ben regolata. Appena accorgendosi che l'autorità de' nuovi Senatori derivava ad essi dalla Santa Sede, non vedeano, che per riformare la Repubblica, quattro Cardinali avevano ricevuta una podestà da dittatori. Roma fu una seconda volta agitata per le sanguinose querele de' Baroni, che si abborrivano l'un l'altro, e disprezzavano le Comuni. Le lor Fortezze e nelle città e nelle campagne vennero rialzate, e di nuovo ancor demolite: e i tranquilli cittadini somigliavano, dice lo Storico fiorentino, ad un gregge di pecore, che i rapaci lupi divoransi. Ma quando finalmente l'orgoglio e l'avarizia de' Nobili ebbero stancata la pazienza de' Romani, una Confraternita della Beata Vergine protesse, e vendicò la Repubblica. Sonò a stormo la campana del Campidoglio; i Nobili armati tremarono innanzi ad una moltitudine d'inermi cittadini; il Colonna, uno di que' Senatori, ebbe a ventura di salvarsi, scalando una finestra del palagio; il suo collega Orsini morì lapidato a pie dell'Altare. Due plebei, Cerroni e Baroncelli, tennero successivamente il pericoloso ufizio di Tribuni. La mansuetudine del Cerroni rendendolo poco atto a sostenere un sì grave peso, dopo alcuni deboli sforzi si ritirò con una fama incontaminata, e con un onesto patrimonio, a godere pel rimanente della sua vita le delizie de' campi. Il Baroncelli, privo di eloquenza e di sublimità d'ingegno, per fermezza d'animo si segnalò. Tenendo però discorsi patriottici, correa sulle tracce dei tiranni; ogni sospetto che costui concepiva fruttava morte a chi ne era lo scopo, e a lui parimente fruttarono morte le sue crudeltà. In mezzo a tanti pubblici disastri, i falli del Rienzi vennero dimenticati, e i Romani si augurarono la pace e la prosperità del Buono Stato[330].
Dopo un esilio di sette anni, il primo liberatore di Roma venne alla sua patria restituito. Salvatosi dal Castel Sant'Angelo, sotto panni di frate, o di pellegrino, corse ad implorare l'amicizia del Re d'Ungheria che in Napoli allora regnava; nè avea intanto mancato di eccitare l'ambizione di tutti i venturieri coraggiosi, ne' quali a mano a mano scontrossi; era anche tornato a Roma, confuso tra la folla de' pellegrini del Giubbileo; indi nascostosi fra gli eremiti dell'Appennino, avea poscia errato per le città dell'Italia, dell'Alemagna e della Boemia. Niun lo vedea, ma il suo nome inspirava ancora terrore; e le angosce in cui stavasi la Corte di Avignone, provano il merito personale di cotest'uomo, o giovano fors'anche a supporlo maggiore che nol fosse di fatto. Uno straniero che aveva ottenuta udienza da Carlo IV, ebbe il coraggio di manifestarsi per il Tribuno della romana Repubblica, e fece attonita un'Assemblea di Ambasciatori e di Principi coll'eloquenza di un patriotta, colle narrate visioni profetiche, coll'annunzio della prossima caduta dei tiranni e del Regno dello Spirito Santo[331]; ma di qualunque genere si fossero le speranze che confortarono il Rienzi a manifestarsi, certamente altro non si guadagnò che di essere custodito qual prigioniero; nondimeno sostenne il suo carattere d'independenza e di dignità, mostrando di secondare, come per propria scelta, l'ordine espresso del Pontefice che ad Avignone il volea. Se la mala condotta tenuta da esso nel tribunato aveva allontanato da lui l'animo del Petrarca, la sventura dell'amico presente riaccese la fervida sollecitudine del Poeta, che si dolse acerbamente, perchè il liberatore di Roma venisse in tal modo dall'Imperatore di Roma consegnato al Vescovo di Roma. Il Rienzi fu condotto lentamente, ma con sicura scorta, da Praga ad Avignone, ove fece il suo ingresso a guisa di un malfattore; condotto in carcere, vi fu incatenato per una gamba; e quattro Cardinali ricevettero l'ordine di esaminarlo su i delitti di eresia e di ribellione, de' quali veniva accusato. Ma il processo e la condanna del Rienzi avrebbero chiamata l'attenzione pubblica sopra tali argomenti, che prudente cosa era di lasciare sotto il vel del mistero; la supremazia temporale de' Papi, il dovere della residenza in Roma, i privilegi civili ed ecclesiastici del Clero e del popolo romano. Il Pontefice regnante in allora, ben meritevole del nome suo di Clemente, sentì compassione per le sventure, stima per la grandezza d'animo del prigioniero; e crede inoltre il Petrarca ch'ei rispettasse in quest'uomo straordinario il nome e il sacro carattere di Poeta[332]. Divenuta più mite la prigionia del Rienzi, gli vennero conceduti libri; sicchè in Tito Livio e nella Bibbia che studiò assiduamente cercò la cagione e il conforto nelle proprie sventure.
A. D. 1354
Solamente sotto il Pontificato d'Innocenzo VI, il Rienzi potè sperare libertà e risorgimento, essendo la Corte di Avignone venuta in sentenza, che codest'uomo, altra volta sì fortunato nel ribellare, fosse quanto vi volea in quel momento per acchetare e tor di mezzo l'anarchia della Metropoli. Dopo avere la ridetta Corte obbligato il Rienzi a prometterle fedeltà, lo spedì in Italia col titolo di Senatore; ma la morte del Baroncelli in quel punto sopravvenuta, rendè per poco inutile la missione; che anzi il Legato, Cardinale Albornoz[333], uom versatissimo nella politica, gli permise a contraggenio e senza somministrargli soccorsi, di continuare in tale impresa piena di rischio. Ciò nondimeno il Rienzi fu accolto sulle prime con quanto favore uom poteva augurarsi; si ebbe per una pubblica festa il dì del suo ingresso; nè tardò colla facondia del dire e colla prevalenza che tuttavia possedea a far risorgere le leggi del Buono Stato; ma i vizj, così di lui come del popolo, ben presto coprirono di nubi un'aurora sì bella. Oh quante volte in Campidoglio ha dovuto augurarsi la prigionia di Avignone! Dopo un'amministrazione di quattro mesi, morì trucidato in una sommossa, che i Baroni romani avevano suscitata. Nel conversare, dicesi cogli Alemanni e co' Boemi, ne abbracciò i costumi d'intemperanza e di crudeltà; le sciagure ne aveano snervato l'entusiasmo senza invigorirne la virtù, o la ragione; a quelle vivaci speranze della verde età, stategli un dì presagio e certezza di buon successo, era in lui succeduta la fredda inerzia della diffidenza e della disperazione. Tribuno, avea regnato con un potere assoluto, ma sancito dalla scelta e dall'amor dei Romani. Senatore, i cittadini non vedeano in esso che il servile strumento di una Corte straniera, e intantochè a questi si rendeva sospetto, il Principe lo abbandonò. L'Albornoz, in cui parea sola intenzione di perderlo, si mantenne inflessibile nel negargli qualunque soccorso d'uomini, o di danari. Rienzi, suddito, non osava più metter mano nelle rendite della Camera Appostolica; e il primo sentor che diede di mettere imposte, fu segnale di clamori e di sedizione. Nemmeno nell'adempire gli atti della giustizia, evitò i rimproveri, per lo meno, d'uom crudele, e spinto da personali considerazioni; sagrificò alla propria diffidenza uno fra i più virtuosi cittadini di Roma; e allorquando fece eseguire la sentenza di morte pronunziata contro un assassino da strada, che in altri tempi gli avea somministrati danari, parve che il Magistrato o troppo si dimenticasse, o troppo si ricordasse delle obbligazioni del debitore[334]. Una guerra civile che ridusse a stremo il suo erario, stancò finalmente la pazienza de' cittadini; mentre i Colonna, rinchiusi nel lor Castello di Palestrina, non si stavano dal commettere ostilità, i mercenarj del Rienzi incominciarono ad avere a vile un Capo che mostravasi geloso fin d'ogni merito secondario. Quest'uomo offerse, durante l'intera sua vita, un miscuglio bizzarro di eroismo e di viltà. Nell'atto che una furiosa moltitudine assaliva il Campidoglio, e gli ufiziali civili, e militari del Rienzi lo abbandonavano, in quel momento il Senatore, intrepido, ebbe il coraggio di afferrare la bandiera della libertà, e di mostrarsi al verone, d'onde pronunziò eloquentissima aringa, a fine di commovere gli animi dei Romani, e farli convinti che alla propria caduta quella si unirebbe della Repubblica. Ma le imprecazioni e una grandine di sassi interruppe il suo dire; un dardo gli trapassò una mano, dal quale istante si diede in preda ad abbiettissima disperazione; e immerso nel pianto, fuggendo nel più occulto angolo del suo palagio, nè ivi ancora credendosi sicuro, si calò, col ministero d'un lenzuolo, in un cortile ove guardavano le finestre del suo ultimo asilo, divenutogli carcere. Abbandonato da qualsivoglia speranza, rimase ivi assediato fino alla sera, e sintantochè le porte del Campidoglio fossero state distrutte dal fuoco, e atterrate a colpi di azza. Il Senatore tentò fuggire sotto panni di plebeo, ma ben presto riconosciuto, venne tratto sul gran terrazzo del palagio, teatro fatale delle sue sentenze e delle loro esecuzioni. Privo di voce e di moto, ignudo per metà, e quasi morto, rimase così un'ora in mezzo alla moltitudine, di cui però erasi calmata la rabbia, fecendo luogo alla curiosità e alla maraviglia; un estremo sentimento di rispetto e di compassione parlava ancora negli animi a favore del misero, e forse avrebbe vinto sull'odio, se un assassino più risoluto degli altri non s'affrettava a piantargli un pugnale nel cuore. Il Rienzi spirò in quel medesimo istante; il corpo di lui trapassato da mille colpi (ultimo sfogo della rabbia dei suoi nemici) venne abbandonato pastura ai cani, e gli avanzi ne furono abbruciati. I posteri porranno in bilancia, le virtù e i vizj di quest'uomo straordinario; ma in un lungo periodo di anarchia e di servitù, spesse volte il Rienzi è stato celebrato coi nomi di liberatore della sua patria e d'ultimo cittadino romano[335].
A. D. 1355