Il primo e il più ardente fra i desiderj del Petrarca sarebbe stato la restaurazione di una libera Repubblica; ma dopo l'esilio e la morte del suo eroe plebeo, tornò a volger lo sguardo al Re dei Romani. Il Campidoglio fumava ancora del sangue di Rienzi, allorchè Carlo IV, scendea l'Alpi per farsi coronare Imperatore e Re d'Italia. Ricevè a Milano la visita del Poeta, del quale contraccambiò con illusioni l'adulazione; e accettò da esso una medaglia d'Augusto, promettendogli, senza sorridere, che avrebbe imitato il fondatore della Monarchia romana. Le speranze del Petrarca sempre deluse derivavano da una falsa applicazione dei nomi e delle massime dell'Antichità. Pure avrebbe dovuto accorgersi come i caratteri e i tempi non fossero ancora i medesimi, e quanto incommensurabile differenza disgiungesse il primo de' Cesari da un Principe boemo innalzato dal favore del Clero al grado di Capo titolare della germanica aristocrazia. Lungi ch'ei pensasse a restituire a Roma l'antica gloria e le antiche province, Carlo avea, mercè d'una segreta negoziazione, promesso al Papa di uscir di Roma il dì medesimo che verrebbe coronato; onde nella sua non gloriosa ritratta lo accompagnarono le rampogne del patriotta Poeta[336].
Il Petrarca che avea perduta ogni speranza del risorgimento della libertà e dell'Impero, a meno sublimi voti si limitò, accingendosi a riconciliare il Pastore col gregge, e a ricondurre nella sua antica e vera diocesi il Vescovo di Roma. Nè il suo zelo in ordine a ciò fu mai veduto affievolirsi; e nel fervore della gioventù, e quando ebbe acquistata la prevalenza degli anni, non si stette dal volgere successivamente a cinque Pontefici le sue esortazioni, e l'eloquenza del medesimo era dal sentimento, e dalla franchezza di una nobile libertà, sempre animata[337]: figlio di un cittadino di Firenze, preferì in ogni istante il paese che gli avea data la vita a quello cui la propria educazione dovea; l'Italia agli occhi del Petrarca fu mai sempre la regina delle nazioni e il giardino del Mondo. Certamente, ad onta delle sue fazioni domestiche, essa avea progredito nell'arti e nelle scienze, nella ricchezza e nella civiltà più della Francia; ma non fu poi tale fra lo stato delle due nazioni la differenza, che ne venisse un diritto al Petrarca di qualificare, siccome barbare, tutte le genti poste di là dall'Alpi. Intanto che facea segno all'odio suo ed ai disprezzi Avignone, la mistica Babilonia, ricettacolo secondo lui di tutti i vizj e d'ogni genere di corruttela, dimenticava, che questi scandalosi vizj non erano produzione indigena del suolo di Francia, ma venuti in compagnia del potere e del lusso della Corte dei Papi. Egli confessa per vero che il successore di S. Pietro è il Vescovo della Chiesa universale; ma soggiunge che l'Appostolo, non sulle rive del Rodano, ma su quelle del Tevere avea posta la sua residenza, nè può comportare, che mentre tutte le città del Mondo cristiano s'allegravano della presenza del loro Vescovo, la sola Metropoli rimanesse solitaria e deserta. Dopo la traslocazione della Santa Sede, i sacri edifizj di Laterano, del Vaticano, i loro altari, i lor Santi languivano inviliti ed ignudi; e come se l'offrire il ritratto d'una moglie vecchia, piangente e oppressa dalle infermità e dalla vecchiezza, agli occhi di un volubil marito fosse modo opportuno a ricondurglielo fra le braccia, il Petrarca solea dipingere Roma sotto la figura di una desolata matrona[338]; ma la presenza del Sovrano legittimo dovea dissipare le nubi che coprivano i Sette Colli; un'eterna gloria, la prosperità di Roma, la pace dell'Italia sarebbero state la ricompensa di quel Pontefice che avesse osato formare questa generosa risoluzione. Di cinque Papi, ai quali osò volgere tali conforti il Petrarca, i tre primi, Giovanni XXII, Benedetto XII e Clemente VI, o se ne presero spasso, o fors'anche se ne annoiarono; ma finalmente Urbano V tentò un sì memorabile cambiamento, che da Gregorio XI fu messo a termine. Questi due Pontefici incontrarono ostacoli pressochè insuperabili all'adempimento di un simil disegno. Un Re di Francia, che meritò il soprannome di Saggio, non volea sciogliere i Papi dalla soggezione in cui teneali l'obbligo di soggiornare nel centro del territorio francese; nativi di questa contrada erano la maggior parte de' Cardinali, affezionati alla lingua, ai costumi e al clima d'Avignone, ai magnifici loro palagi e soprattutto al vin di Borgogna. Riguardavano l'Italia, come un paese straniero e nemico; onde quando s'imbarcarono a Marsiglia, il fecero con tal ripugnanza, come se fossero stati banditi, o venduti in Terra infedele. Urbano V visse per tre anni in sicurezza e in modo onorevole nei Vaticano; vide protetta la propria dignità da una guardia di duemila uomini a cavallo, e ricevette quivi le congratulazioni del Re di Cipro, della Regina di Napoli, e degl'Imperatori d'Oriente e d'Occidente; ma ben tosto la gioia del Petrarca e degl'Italiani fece luogo al dolore e allo sdegno. Mosso da motivi di pubblica o di privata utilità, dai desiderj o proprj, o dei Cardinali, Urbano tornò in Francia, e la vicinissima elezione del suo successore vedeasi sciolta dalla tirannide patriottica de' Romani. Però le Potenze celestiali in soccorso di questi si adoperarono; una santa pellegrina, Brigida di Svezia, che disapprovava la partenza di Urbano, gli predisse la morte. Santa Catterina da Siena, la sposa di Gesù Cristo e la messaggera de' Fiorentini, eccitò Gregorio XI a ritornare a Roma; e parve che gli stessi Pontefici, questi grandi fautori dell'umana credulità[339], fossero persuasi delle visioni di una tal donna[340]. Non è però da tacersi che particolari ragioni autenticavano sì fatti avvisi del Cielo. Una banda di scorridori nemici entrati in Avignone aveano arrecato oltraggio alla Santa Sede; l'intrepido Capo che la conducea, pretese dal Vicario di Gesù Cristo e dal Sacro Collegio il pagamento di un riscatto, ed assoluzione ad un tempo; la qual massima de' guerrieri francesi che risparmiavano il popolo e spogliavano le chiese, era una nuova eresia pericolosissima per le sue conseguenze[341]. Intantochè questi motivi consigliavano il Pontefice ad abbandonare Avignone, Roma ne sollecitava ardentemente il ritorno. Il Senato ed il popolo lo riconosceano qual legittimo loro Sovrano, gli offerivano le chiavi delle porte, de' ponti e delle Fortezze, almeno in quanto spetta al rione transteverino[342]; ma protestavano in uno di non poter più sopportare lo scandalo della sua lontananza e i disastri che ne derivavano, nè nascondeano che, quando egli si fosse ostinato a rimanere sulle sponde del Rodano, si sarebbero veduti alla necessità di richiamare in vigore e sostenere l'antico loro diritto di elezione. Già era stato chiesto all'Abate di Monte Cassino che godea tanta rinomanza e presso il popolo e presso il Clero, se avrebbe accettata la tiara[343]; e il venerabile Ecclesiastico[344], aveva risposto: «Son cittadino di Roma, e il mio primo dovere è quello di obbedire alla voce del mio paese»[345].
A. D. 1378
Se la superstizione fosse competente ad indagare le cagioni delle morti immature[346], se gli eventi dessero norma a giudicare il merito delle azioni, dovrebbe credersi che l'espediente preso dalla Corte Pontificia, tanto ragionevole e provvido di per sè stesso, fosse stato una disobbedienza ai voleri del Cielo. Gregorio XI morì quattordici mesi dopo il suo ritorno al Vaticano, e venne dietro a tal morte il grande scisma che per oltre a quarant'anni tenne divisa la Chiesa. Composto in quel tempo di ventidue Cardinali il Sacro Collegio, sei di questi erano rimasti ad Avignone; undici Francesi, uno Spagnuolo, e quattro Italiani, entrarono, seguendo le ordinarie forme, in Conclave, ed essendovi ancora la legge che prescrive di scegliere il Papa fra i Cardinali, venne, con unanimità di voti, acclamato Sommo Pontefice l'Arcivescovo di Bari, suddito del Regno di Napoli, e uomo ragguardevole per zelo e sapere, che assunse il nome di Urbano VI. La lettera del Sacro Collegio ne attesta libera e regolare l'elezione, ed inspirato, come d'ordinario, dallo Spirito Santo il Corpo degli Elettori. Effettuatasi nel consueto modo la cerimonia dell'adorazione, dell'investitura e della coronazione, Roma e Avignone obbedirono alla potestà temporale di Urbano VI, alla supremazia ecclesiastica del medesimo, il Mondo latino. Per più settimane continuarono i Cardinali ad assembrarsi intorno di lui, largheggiandogli delle più vive proteste di affezione e di fedeltà. Ma non appena i calori della state diedero a questi un pretesto convenevole per partirsi da Roma, ad Anagni e a Fondi si congregarono; ove con sicurezza, e gettata la maschera, rendettero solenne la lor doppiezza ed ipocrisia. Scomunicato l'Anticristo di Roma, così allora chiamarono Urbano, procedettero ad una nuova scelta, il cui favore cadde sopra Roberto da Ginevra, che prese il nome di Clemente VII, e venne annunziato dal Sacro Concistoro alle genti, come il Vicario legittimo di Gesù Cristo. Chiarirono forzata, illegale, nulla di diritto, e dettata dalle minacce de' Romani e dal timor della morte la prima elezione; querela però che da alcune circostanze verisimili sembra giustificata. I dodici Cardinali francesi, unendo in sè oltre a due terzi de' suffragi ed essendo quindi padroni della elezione, non par presumibile, qualunque fosse la natura delle intestine loro dissensioni, che avessero liberamente sagrificati i proprj interessi e diritti a favore di uno straniero, la cui nomina dovea rendere certo e perpetuo l'allontanamento loro dalla patria. I racconti diversi, ed anche contraddittorj de' contemporanei[347], quali più, quali meno, confermano il sospetto di una popolare violenza. Proclivi per natura alla licenza e alla sedizione i Romani, a queste aggiugneano allora uno stimolo la coscienza de' loro diritti, e la paura di un'altra migrazione. Trentamila ribelli, dicesi, che assediavano il Conclave, colle loro minacce lo intimorirono; le campane di S. Pietro e del Campidoglio sonarono a stormo. «La morte, o un Papa italiano» era il grido universale. I dodici vessilliferi, o Capi de' rioni, in modo di caritatevole avviso, lo ripetevano; si fecero alcuni apparecchi per arder vivi i Cardinali refrattarj, e vedeasi grande probabilità, che se la tiara fosse stata conferita ad un Francese, niun di questi uscisse vivo dal Vaticano. Nè fu men forzata, continua a dirsi, la loro dissimulazione durante alcune settimane che trascorsero dopo il Conclave. Ma l'orgoglio e la crudeltà di Urbano li minacciava di pericoli anche maggiori, nè tardarono a conoscere quanto pesasse questo tiranno, sì freddamente atroce che diportavasi pel suo giardino recitando il Breviario in mezzo ai gemiti di sei Cardinali assoggettati, per suo ordine, alla tortura in una stanza vicina. Certamente con quel suo inesorabile zelo gli avrebbe costretti ad adempiere i loro doveri nelle parrocchie di Roma; e se, per sua mala ventura, non tardava la promozione di nuovi Cardinali che avea meditata, i Cardinali francesi in breve sarebbero stati in minor numero nel Sacro Collegio, e d'ogni appoggio sforniti. Tali motivi e la speranza di rivalicare le Alpi, li spinsero a turbare sconsigliatamente la pace e l'unità della Chiesa; e le Scuole cattoliche continuano a disputare sulla validità della prima, o della seconda elezione[348]. Vanità nazionale, anzichè sentimento del proprio interesse, regolò, in questa bisogna, le deliberazioni della Corte e del Clero di Francia[349]. Trascinate dall'esempio di questa nazione la Savoia, la Sicilia, l'Isola di Cipro, l'Aragona, la Castiglia, la Navarra e la Scozia, si posero dalla parte di Clemente VIII, e morto esso, da quella di Benedetto XIII. Roma e i principali Stati dell'Italia, l'Alemagna, il Portogallo, l'Inghilterra[350], i Paesi Bassi e i Regni del Nort conobbero valida l'elezione di Urbano VI, che ebbe Bonifazio IX, Innocenzo, e Gregorio XII per successori.
A. D. 1378-1418
Dalle rive del Tevere e da quelle del Rodano guerreggiandosi con penna e spada i due Papi, l'ordine civile ed ecclesiastico della società fu turbato, e gran parte di questi mali, che da essi principalmente divennero, percosse i Romani[351]. Invano aveano sperato, restituendo alla Capitale la Monarchia della Chiesa, di sottrarsi allo stato d'inopia ove giacevano, mediante i tributi e le offerte delle nazioni. La Francia e la Spagna sviarono il corso di queste ricchezze, nè due Giubbilei, celebrati nel solo volgere di dieci anni, valsero a compensarli di questa calamità. Le brighe prodotte dallo scisma, le armi straniere, le popolari sommosse costrinsero più d'una volta Urbano VI e i tre successori del medesimo ad abbandonare il Vaticano. La funesta nimistà degli Orsini e de' Colonna durava ancora; i vessilliferi di Roma s'impadronirono e abusarono de' privilegi della Repubblica; i Vicarj di Gesù Cristo assoldarono mercenarj e punirono colla spada, col pugnale, co' patiboli i ribellanti; undici deputati del popolo, chiamati a parlamento amichevole, furono uccisi a tradimento, e i lor cadaveri gettati in mezzo alla strada. Dopo l'invasione di Roberto il Normanno, i Romani aveano, fra le intestine loro discordie, evitato il pericoloso intervento degli stranieri. Ma in mezzo ai disordinamenti dello scisma, un ambizioso vicino, Ladislao, Re di Napoli, difese, e tradì a vicenda il Pontefice e il popolo; talchè il primo lo acclamava Gonfaloniere, o General della Chiesa, mentre i cittadini si rimettevano in lui per la scelta de' loro Magistrati. Tenendo questi assediata Roma per terra e per mare, vi entrò per tre riprese a guisa di barbaro conquistatore; profanò gli altari, stuprò le vergini, spogliò i mercatanti, fece le sue divozioni nella chiesa di S. Pietro, e lasciò nel Castel Sant'Angelo una guernigione de' suoi. Non però le costui armi furono sempre felici; e gli accadde di dovere unicamente all'indugio di tre giorni la conservazione della Corona e della vita; nondimeno trionfò, e soltanto la sua morte immatura liberò la Metropoli e lo Stato ecclesiastico dagli attentati di un vincitore ambizioso che avea preso il titolo, o certamente usurpata la potestà di Re dell'Italia[352].
A. D. 1394-1407
Non è già mia intenzione l'imprendere la Storia ecclesiastica dello scisma d'Occidente; ma mi è impossibile il non fermarmi alcun poco sovr'esso per la vivissima parte che Roma, argomento degli ultimi capitoli della mia Opera, ha avuta ne' contrasti insorti al proposito della successione de' suoi Sovrani. I primi consigli alla pace e alla riconciliazione de' Cristiani vennero dall'Università di Parigi e dalla Facoltà della Sorbona, i cui Dottori, almeno nella Chiesa gallicana, erano riguardati, siccome i maestri i più autorevoli di quanti per sapere teologico il fossero[353]. La suddetta Facoltà pertanto, poste saggiamente da banda tutte le indagini sulla origine dei diritti e sulle ragioni di una parte e dell'altra, propose come rimedio a tanti inconvenienti, che entrambi i Pontefici rassegnassero ad un tempo la tiara, dopo avere ciascun d'essi conferita ai suoi Cardinali la facoltà di congregarsi per una elezione legittima; propose parimente che le nazioni ricusassero obbedienza[354] a quello fra i due competitori, il quale al pubblico l'interesse di sè medesimo preferisse. Durante la proposta e l'accettazione della proposta, accadde il caso di sede vacante, e que' medici della Chiesa insistettero fervorosamente affinchè si prevenissero le funeste conseguenze di una scelta troppo affrettata. Ma la politica del Conclave e l'ambizione dei Cardinali, nè preghiere, nè ragioni ascoltavano; e per quante promesse venissero fatte dal nuovo eletto, costui, assunta la tiara, non si credea legato dai giuramenti che pronunziati avea Cardinale. L'artifizio de' Pontefici rivali, gli scrupoli, o le passioni dei loro partigiani, e le vicissitudini delle fazioni che governarono in Francia l'insensato Carlo VI, delusero per quindici anni i disegni pacifici della Università di Parigi. Una vigorosa risoluzione venne finalmente abbracciata; e una solenne ambascieria, composta del Patriarca titolare di Alessandria, di due Arcivescovi, di cinque Vescovi, di cinque Abati, di tre Cavalieri e di venti Dottori, si trasferì alle due Corti di Avignone e di Roma, chiedendo, a nome della Chiesa e del Re la rinunzia di entrambi i Papi, Pietro da Luna, detto Bonifazio XIII, l'un d'essi, Angelo Corrario, detto Gregorio XII, l'altro. Così per l'onore di Roma, come pel miglior successo della loro negoziazione, cotesti ambasciatori domandarono ai Magistrati della città un parlamento; nel quale, in modo asseverante fecero manifesto, come fosse mente del Re Cristianissimo di non togliere la Santa Sede al Vaticano, che era agli occhi del Monarca francese la residenza più di tutte addicevole al successor di S. Pietro. Da un eloquente Oratore, che aringò a nome del Senato e del popolo, venne risposto esprimendo il desiderio vivissimo de' Romani di contribuire alla riunion della Chiesa; furono compianti i danni temporali e spirituali che procedeano da sì lungo scisma, e implorata la protezione della Francia contro l'armi del Re di Napoli. Edificanti e capziose ad un tempo furono le risposte di Benedetto e di Gregorio, ambiziosi rivali, che, nella massima di non rinunziare la tiara, si mostrarono animati da un medesimo spirito. Convennero sì sulla necessità di far procedere un mutuo abboccamento fra loro, ma non mai si accordarono intorno al tempo, al luogo, alla forma di esso. «Se uno move un passo innanzi, dicea un impiegato di Gregorio, l'altro dà addietro; l'un di loro par di quegli animali che paventa la terra, l'altro una creatura che non può vivere in acqua. E di tal maniera, questi due vecchi preti, per pochi istanti di vita che lor possono ancor rimanere, la pace e la salute del Cristiano Mondo avventurano[355]».
A. D. 1404