Quante cose da osservarsi! Il primo salutare di Jehu che non isdegna, comunque altero per i recenti successi, inchinare l’umil privato Jonadab ben Rehab; protestargli devozione ed affetto, ed affetto eguale da Jonadab supplicare; la risposta amorosa sì, ma laconica dignitosa oltremodo di Jonadab ben Rehab; il volerlo al fianco suo compagno, auspice dell’opera che imprende; ed infine una forse meno interessante analogia, ma pur curiosissima tra il fatto presente e quello tanto più antico di Melchisedech ed Abramo, Jehu è l’Abramo moderno come Jonadab vi rappresenta Melchisedech: Abramo e Jehu riedono trionfanti, e Jonadab e Melchisedech, gli uomini di Dio, i devoti all’Altissimo, ne ricevono gli ossequi; e Jonadab infine e Melchisedech, per completare il raffronto, sono ambedue di sangue, di origine pagana.
Ma che più tardiamo? Il tempo volge di nuovo le sue ruote veloci. Qual mutamento! Quanto vuoto, quanta emigrazione, quante rovine! Il regno d’Israele è caduto, le dieci tribù vanno schiave in esilio e solo come capanna in vigna, come giaciglio in campo di cocomeri[40] resta ultimo baluardo di libertà la figliuola di Sionne. Dove sono li Jetroiti? Il nome qui, confessiamo il vero, non si trova; ma si trova qualcosa più, si trova il ritratto, si trovano i caratteri. Chi n’è il pittore, chi li descrive? Maestro e sommo pittore delle memorie antiche e dei fatti avvenire, il profeta Isaia. Egli è un passo dell’ultima parte del suo libro di cui non seppi giammai rendermi conto abbastanza, e che solo principiai a comprendere quando il pensiero rivolsi a’ Jetroiti, ai Recabiti che tra poco ci descrive Geremia, in una parola, agli antenati dei nostri Esseni. Si apre il capitolo 55 con una profezia consolante pei profughi di Babilonia. Osservate giustizia, grida Isaia, operate equità; conciossiachè è prossima la mia salute e la giustizia mia a comparire. Beato l’uomo che farà questo, che a quel che dico si atterrà, che si guarderà da profanare i sabati, che la mano sua tratterrà dal fare ogni male. Ecco però il punto oscuro, anzi a parer mio il centro luminosissimo. Continua Isaia: Non dica il figlio dello straniero che al signore si è unito: separato mi ha il Signore dal popolo suo; non dica l’Eunuco: ecco io sono albero che non fa frutto: perciocchè così dice il Signore agli Eunuchi che osserveranno i miei sabati, che ameranno ciò che io amo, che si atterranno al mio patto; io darò loro nella casa mia e tralle mie mura seggio e fama migliore di figli e di figlie; fama eterna darò loro, che non avrà fine.
Ecco il testo d’Isaia ed eccone il senso. Per chi parla il Profeta? A chi allude? Chi è lo straniero unitosi al Signore che rassicura? Che sono questi eunuchi sconosciuti, inauditi in tutta la Bibbia? Che cosa sono questi sabati, in cui particolarmente si ripone degli eunuchi la speme? Qual’è la casa, quali le mura di Dio ove agli stessi eunuchi seggio si ripromette e fama imperitura? E che cosa è la fama istessa e le generose promesse, e la perpetua durazione della gloria del nome di questi eunuchi? Io chiesi tutto questo agli interpreti, ai glossatori antichi e moderni, e che cosa risposermi glossatori ed interpreti? Nulla che non sia comune, vago, generalissimo; nulla che solva condegnamente e pienamente i gravissimi problemi accennati; nulla che dia moto, vita e senso alle parole del gran profeta, nulla che non riveli in tutti un grande imbarazzo. Niuno pensò ai Cheniti, niuno pensò ai Recabiti che Geremia ci ritrarrà, da lungo tempo stretti organizzati in società; niuno s’avvide che qui il profeta evidentemente favella di proseliti ab antico vissuti in Israel, di proseliti tratti seco loro in esilio, involti nella stessa sventura, ed a cui il bisogno si sente di far suonare alta e solenne la parola della speranza; niuno disse: Ma gli eunuchi sono gente ignota in Israel: non di essi menzione in tutti i libri ispirati: non possibile nemmeno la loro esistenza in Israel, di fronte al solenne inviolabile disposto della legge di Dio, che interdice assolutamente ogni evirazione; niuno concluse: Mestieri è dunque intendere di un Eunucato volontario di un voto di continenza; niun ricordò come il nome di eunuco usasse una religione insigne a denotare il celibato dei sacerdoti, niuno avvertì come Policrate vescovo di Efeso nella sua Epistola a papa Vittore, il chiamasse recisamente eunuco e uomo pieno di Spirito Santo; e per ultima negligenza niun pose mente al titolo che volontari assumevansi i Farisei di eunuchi comecchè nè evirati fossero nè il celibato guardassero così rigorosamente siccome gli Esseni,[41] ma solo per il costume come dissi continentissimo; niuno attentamente badò all’espressioni del profeta, ove eunuco e proselita sono posti non solo a contatto ma considerati i medesimi nei timori, nelle promesse, nelle speranze; e tranne i predecessori degli Esseni, io non so veramente dove eunucato e proselitismo siansi insieme trovati; non videro come qui si vuol dire che il rimanersi senza prole non minacci la loro esistenza, conciossiachè questa si fondasse non già sulla procreazione materiale ma sulla perpetua aggregazione di nuovi fratelli, dei discepoli, dei seguaci, dei figli nello spirito e nella fede; non notarono poi come il vaticinio sia mirabilissimamente commentato dalla storia, e Isaia giustificato da Plinio. Da Plinio che in quel famoso passo del 5º libro, dove, come udiste, degli Esseni discorre, queste parole lasciò scritte memorandissime. Essi, dice Plinio, (gli Esseni) non vengon mai manco, perchè tutto giorno si riducono a viver presso di loro quelli che tirati sono ai loro costumi; e così (gran parole!), e così per migliaia di anni (che diranno Munk, il Franck, il Salvador che li fan giovanissimi?), e così per migliaia d’anni, cosa incredibile a dirsi (è Plinio che si stupisce), questa nazione è eterna dove non nasce persona.[42] Isaia Profeta! sono profezie le tue o sono storie? E tu Plinio, è la storia che tu ci narri o il vaticinio che ripeti del grande Isaia? Tanto, e Profezia e Storia, e Plinio ed Isaia, procedono mirabilmente concordi.
Io vorrei stasera spingere più oltre le nostre ricerche, e il preziosissimo frammento studiare con voi di Geremia profeta. Egli è un gran cap. il cap. 35 di Geremia per la quistione che ci preoccupa! ed agio vuole e sviluppo maggiore meglio che ora nol consentan le forze. Io farò punto: ma prima di accommiatarvi, un’altra volta ancora vo’ ripetervi le parole di Plinio. Ricordatevi, o miei giovani, dell’aureo detto. E così per migliaia di anni, cosa incredibile a dirsi! questa nazione è eterna dove non nasce persona.
LEZIONE DECIMA.
Muovendo dai tempi più antichi della Istoria del popolo nostro, noi chiedemmo ad ogni secolo, ad ogni grande epoca, degli Esseni contezza. La storia ebraica, la scrittura, i profeti, ci risposero in guisa che non avremmo forse sperato in quistione che le vicende proprie nazionali degli avi nostri non toglie di mira. L’ultimo ad erudirci nell’ultima nostra conferenza, l’ultimo a mostrarci degli Esseni o meglio dei loro precursori il passaggio, si fu Isaia. Isaia vide più regi succedersi sul trono di Giuda, e l’ultimo che la voce udì del sommo ispirato, anzi, che ne riportò, come non è molto vi accennai, guarigione completa, si fu Ezechia. Ma come tetri e procellosi procedono i tempi dopo Ezechia! Dopo di esso Manasse, dopo di Manasse Amon e dopo Amon un re pio, un re che le tradizioni riprese del suo bisavo, il re Iosciau, Iosciau è sul trono, e alla restaurazione si adopra, si affatica del culto di Dio. Ma chi regna nella pubblica piazza, chi conciona le moltitudini, chi fulmina i vizi e la idolatria imperante, chi fa suonare alta, paurosa minaccia di guerra, chi predice servitù e quindi riscatto; in una parola, chi profetizza? Il profeta è Geremia e i suoi discorsi, i suoi scongiuri, i suoi anatemi, i suoi vaticini sono in quel libro raccolti che s’intitola da Geremia. Ma un capitolo in questo libro vi ha che dissi altamente interessare la origine degli Esseni, e questo è il capitolo 35. Là, gli antenati degli Esseni ti appariscono davvero costituiti regolarmente in società, con una regola particolare di vita, con memorie, con tradizioni, e quel che più monta, con voti, voti solenni, inviolabili, imprescendibili che egualmente avvincono ogni suo membro. Là tu vedi i Cheniti sinora da noi contemplati, meglio come nomade e separata tribù che qual religiosa società, tutte di società e religione assumere qualità e sembianze. E chi lo dice? Lo dice Geremia; anzi egli è Dio stesso che quasi in mostra offre i gran Recabiti ai contemporanei ed ai posteri. Va’, dice il Signore a Geremia, (udite che tutto in nostra favella trasferisco il capitolo rammentato perchè tutto da capo a fondo rigurgita di preziose indicazioni): Va’ alla casa dei Recabiti e parla ad essi, e menali alla casa del Signore in una delle stanze laterali, e porgi loro a bere del vino. E presi Jazania figlio di Geremia figlio di Abazinia e i suoi fratelli e tutti i suoi figli, e tutta la famiglia dei Recabiti e menali alla casa del Signore; nella stanza del figlio di Amon figlio di Igdeliau, l’uomo di Dio, ch’è presso le aule dei principi, ch’è sopra alla stanza di Maseiau, figlio di Sciallum il tesoriere. E posi innanzi ai figli della casa dei Recabiti ampolle piene di vino e tazze; e dissi loro: bevete del vino. E’ risposero: non beremo del vino, perciocchè Ionadab figlio di Rehab il padre nostro c’impose dicendo: non bevete vino voi ed i vostri figli in eterno. E case non fabbricate, nè grani seminate, nè vigne piantate, nè possedete alcun che, ma in tende abiterete tutti i vostri giorni affinchè viviate molti dì sulla faccia della terra ove siete pellegrini. Ed ascoltammo la voce di Ionadab figlio di Rehab padre nostro, in tutto quello che ci comandò, di non bere vino tutti i nostri giorni, noi, le nostre donne, i nostri figli e le nostre figlie; e di non fabbricare case, per abitarvi nè vigna, nè campo, nè sementa alcuna possedere. Voi udiste parlar di donne e di figlie, voi udiste ancora nelle passate lezioni di donne Nazaree. Troppo, direte pertanto, siam lungi dal celibato degli Esseni. Eppure le donne non furono al tutto escluse dal nostro istituto. Nol furono nello stato di matrimonio per moltissimi degli Esseni siccome ne ammonisce Giuseppe, i quali il matrimonio anzi praticavano e pregiavano assaissimo. Nol furono poi per gli stessi celibi contemplativi; i quali schiudevano di frequente le porte loro alle donne affiliate che chiamavano, come dice Filone, col nome di Terapeutidi (Pridaux 5. 92.) Ed abitammo, continuano i Recabiti, entro alle tende, ed ascoltammo e facemmo quello che comandò Ionadab nostro padre. E fu quando salì Nebuhadrezar re di Babel contro la terra, e dicemmo: andiamo, entriamo in Gerosolima per causa dell’esercito dei Casdei, e dell’esercito di Aram; ed abitammo in Gerusalemme. E questa risposta per l’appunto voleva il profeta. Egli si volge allora al popolo che udito aveva sino all’ultimo i Recabiti, e dall’esempio loro trae argomento ad acerbe rampogne. Vedessero, ei dice, i fedelissimi uomini come i comandamenti serbati avessero di un mortale, di Ionadab Ben Rehab; vergognassersi di avere eglino le volontà di Dio derelitte, le parole del padre immortale tenute a vile, ed altre simili querele che si omettono per brevità. Solo vi piaccia udire la conclusione; quando cioè Geremia, finito che ha di favellare al popolo, si rivolge di nuovo ai Recabiti e così dice: Ed alla casa dei Recabiti, disse Geremia, così parlò il Signore degli eserciti Dio d’Israele. Poichè ascoltato avete il comando di Ionadab vostro padre ed osservaste i suoi precetti, ecco così dice il Signore degli eserciti Dio d’Israele: non mancherà uomo a Ionadab Ben Rehab che ministri innanzi a me per tutti i tempi. Qui termina il capitolo 35 e qui finisce ancora tutto quello che intorno ai Recabiti ci offre il libro di Geremia. Io volli testualmente riprodurre l’intero capitolo, sì perchè pare a me nella nostra indagine rilevantissimo; sì perchè possiate adesso con più vantaggio seguirmi mentre andrò a parte a parte sponendovene i singolari documenti, e le preziose notizie sprigionando che in seno racchiude. E quante e di qual peso notizie! Lo è persino il nome che recano, il nome di Recabiti il quale attesta, se non m’inganno, come la loro esistenza sociale rimonti ad epoca ben più antica di Ionadab che fu sol discendente di quel Recab da cui s’intitolarono i Recabiti, che diede probabilmente una forma che molto si avvicinava a quella che assunser di poi, e che finalmente, siccome chiaro apparisce dal 1º delle Cronache, visse in epoca che non ardisco determinare, ma che pure di molto precesse e Ionadab e i Recabiti di Geremia. Voi l’udiste: per comandamento di Dio alle loro stanze questo si conduce, e intimato loro la commissione che ricevuto aveva, tutti dal primo all’ultimo li conduce a offrire di sè grandioso spettacolo negli atrii di Dio. Che bel momento fu questo! che scena! che solennità imponente! in cui fu visto il tenero, il patetico Geremia, messosi alla testa della nobilissima schiera, apporre come a dire il divino suggello alla loro istituzione; ed essi offerire a modello di fedeltà, di obbedienza, di costanza al popolo riunito: costanza vera, perpetuazione quasi incredibile in mezzo ad una società più vasta qual era l’Ebraica, che da ogni parte li circondava. Poichè, sappiatelo una volta, i Recabiti di Geremia sono i discendenti di quei Cheniti che vedeste ai tempi di Devora, i pronipoti di quei medesimi che ai tempi dei primi giudici lasciarono i palmizi di Gerico; e per dir tutto in una parola, sono la vera e legittima figliolanza di Jetro, il grande, il vetusto proselita. Ma quanto diversi però dai loro proavi! e quanto più ai figli loro, agli Esseni, somiglianti che non ai padri! Qui vedete l’astinenza dal vino che data da Jonadab; il quale secondo la legge del Nazirato che vi feci conoscere, ne trasmise, come pare, di mano in mano gli obblighi nella sua discendenza; siccome dato era veramente a ogni padre di così praticare; siccome fece Anna per lo infante Samuele; siccome i genitori, auspice l’angiolo, fecer pel famoso Sansone; e siccome infine, ne convengono autori gravissimi, tra gli altri il Pastoret il quale a dirittura asseriva: i Nazirei senza dubbio diedero l’idea dei Recabiti. Ma qui oltre al Nazirato altre cose vedete e di non manco rilievo. Qui la vita solitaria e campestre che menavano costantemente i Recabiti, anzichè le cause da loro stessi accennate, le invasioni nemiche non fossero venute a strapparli alla loro solitudine per riparare ai tempi di Geremia entro le mura di Gerusalemme; qui il voto di povertà, o per dir meglio il voto di nulla possedere in proprio, ma tutto avere in comune fra loro, che chiaro in quella frase breve ma esplicita, velò hiè lahem ti apparisce; qui l’impronta di virtù, di santità, che loro appone il profeta per bocca di Dio, e la sanzione che loro reca in premio dal Cielo, del loro istituto, di loro vita, tali frasi usando sul conto loro che altro senso tollerar non potrebbero, siccome avvertiva il De Jurieu, se non quello di apertissima commendazione; qui un carattere che fu particolare agli Esseni e per cui furono ad una voce celebrati da Giuseppe, da Filone e da quanti degli Esseni presero a trattare, io vo’ dire la riverenza ai maggiori, il culto che professavano verso i loro antenati, del quale veggiamo il primo esempio e forse il primo tipo in quella venerazione onde son laudati, per Ionadab, figlio di Rehab, pei suoi dettati, per le sue leggi; e quando partitamente discorreremo delle qualità delle virtù degli Esseni noi vedremo Giuseppe e Filone tenere un linguaggio che per poco differisce da quello di Geremia, l’uno e l’altro levando a cielo, come diceva, il loro rispetto ai maggiori: e qui infine la promessa di Dio. E qual promessa! La quale sarebbe andata fallita, se poco stante dai tempi in discorso quella società allora così illustre non avesse di sè lasciato vestigio alcuno, se riprodotta non si fosse sotto il nome di Hasidim, se quindi l’altro non avesse assunto di Esseni e Terapeuti, e se infine la scuola, la società degli Esseni non si fosse perpetuata in tutti i secoli, e se al presente non durasse tuttavia, se la esistenza augurata da Geremia non si verificasse sempre, dopo mille trasformazioni nella esistenza dei Farisei. Io dissi esistenza, ma questa è la parte men grande del vaticinio, doveva dire anco il modo, anco lo stato che Geremia gli promette. Qual’è il modo, qual’è lo stato? Voi l’udiste. Che parole! che officio, che grandezza! Io ardisco dire che se l’idioma ebraico non lascia di essere ebraico, se un concorso innumerevole imponente di esempi non dice il falso, se le analogie più parlanti non c’inducono in errore, se v’è criterio in una lingua per discernere acconciamente il preciso significato di una frase, io oso dire che male non mi apposi nel traslatarlo quando parlai di offici, di ministerio, di sacerdozio, giacchè tutte queste tre cose, ma queste tre cose soltanto, accenna la locuzione in discorso. E se vaghezza vi prendesse di fare con me escursione pei campi della scrittura, oh quanti non avreste a raccorne luminosissimi esempi! Volete sacerdozio? E qui avete per la tribù di Levi, pel suo officio sacro sacerdotale la frase stessa, le stesse parole, siccome pei Recabiti leggete: Laamod lifnè adonai lesciaredò ec. O meglio vi talenta l’idea di intercessori? Ed allora ve l’offrirà Ezechiele quando dice: se pure Mosé e Samuele intercedessero appo me non più accetterei questo popolo, come appunto pei Recabiti leggete: im iaamod Moscè usmuel lefanai; ec.; o vi piace meglio un’altra volta udire del sacerdozio? E ve l’offriranno i Giudici quando parlando del pontefice, di Pinehas: E Pinehas, dicono, figlio di Elazar omed baiamim aem come per l’appunto dei Recabiti si legge omed lefanai. Volete profezia, volete udire come qualifica la scrittura l’officio del profeta? ve lo dirà Elia nel celebre suo giuro quando esce fuora inaspettato dicendo: Viva il Signore innanzi a cui ministrai; non vi sarà per questi anni nè rugiada nè pioggia che io nol voglia; in quella guisa che udiste per Recabiti.[43] E la profezia si è adempiuta alla lettera. Sacerdozio, profetismo, tutto fu riposto, fu concentrato nei successori e poi nei continuatori dei Recabiti, prima nei Hasidim, primo nome che assunsero dopo quello di Recabiti, quindi negli Esseni, parte eletta, parte dotta e santa e ieratica del Farisato, quindi negli eredi degli Esseni, nei professori delle loro dottrine, nella scuola speculativa ascetica superlativa dei Farisei, nei Ben Iohai, nel Rabbeno Aj Gaon, nel Nacmanide, nel Cordovero, nel Loria ed in quanti altri le orme calcarono di quei Santi, di quei Dottori.
Ma noi siam lungi ancora da questi modernissimi tempi; ed a quelli convienci restituire che a Geremia seguitarono. Geremia visse non poco dopo la distruzione del primo Tempio; però la riedificazione del Tempio non vide. Da Geremia alla prima apparizione degli Esseni sotto tal nome, poniamo che ci corra un dugent’anni, quali sono gli anelli che questi due estremi congiungono della catena? Quali gl’intermedi che possan dare alla storia che costruimmo, quella continuità che, diciamo il vero, non le mancò sino all’istante presente? Egli è doloroso ma pur necessario il confessarlo: è questa l’epoca che più povera resulta di documenti per la storia degli Esseni: è quasi una lacuna nel loro passato, tanto più deplorabile quanto i cenni che immediatamente avrebbero preceduto la loro apparizione nell’Essenato, avrieno mirabilmente giovato a cogliere il punto di passaggio dall’antica alla forma novella; e porto avrebbero ultima e solenne conferma a tutte le cose precedentemente discorse. Però è necessario fare tre specie di avvertenze che immensamente diminuiranno la vostra sorpresa; e se non colmeranno interamente il vuoto, almeno lo spiegheranno e tutto ciò gli torranno che può avere di ostile, di negativo alla tesi da noi sostenuta, alla genealogia degli Esseni. La prima è che mentre sino ad ora avevamo documenti contemporanei, adesso mancano assolutamente, nè la Bibbia nè la Tradizione contengono alcun volume che a quell’epoca appartenga, attalchè non so vedere veramente in qual guisa degli Esseni o dei loro predecessori si poteva fare menzione. Nulla dunque di più naturale, di più necessario della mancanza di questa menzione. La seconda avvertenza si è, che per quanto io abbia detto assolutamente che di questi tempi non esiste memoria, pure non si vuol intendere la mia sentenza in guisa che qualche lembo non si sollevi, che un barlume non ti apparisca dell’Essenato nell’epoca in discorso. Io chiamo un barlume il fatto di Daniel che per 23 lunghissimi anni stando a Rasci, di pane eletto non si ciba, non mangia carne, non beve vino, nè usa nessun unguento dal quale rifuggivano, come udiste, gli Esseni. E questo faceva Daniele per carità della patria infelice, e per chiedere fine alle sue desolazioni, in guisa che in questo senso soltanto può essere vera l’ipotesi del Salvador che le patrie desolazioni abbiano dato l’origine all’Essenato. Un barlume poi io credo che abbiamo nei Paralipomeni. I Paralipomeni sono opera di Esra posteriore a Daniele, ed è probabile sentenza quella in cui oggi conviensi, e di cui è qualche cenno nel Talmud, che dopo Esra i più antichi della magna congregazione recato abbiano a compimento il libro delle cronache. Or bene, in guisa si esprimono le cronache intorno ai Recabiti, che pare veramente come a quei tempi tuttavia sussistessero. Vuol far capir l’autore quali fossero le tre famiglie Tirhatim, Simahtim, Succatim che presero stanza presso Iahbez, e lo vuol far capire con allusione più moderna. Che dice per questo? Dice che sono identici ai Chinnim: ma i Chenim stessi possono essere ignorati, quindi necessità di riferirli a nome anche più moderno, a nome contemporaneo. E qual è questo nome? È quello di Recabiti. Abbaim mehamat abi bet Rehab.