Però queste cose andavamo tra noi meditando pria che ci si partisse dinanzi nell’atto stesso di dettare la presente lezione, una breve ma significante indicazione rabbinica, poi un frammento preziosissimo di un autore il cui nome non suonerà io spero sconosciuto ai vostri orecchi. Qual’è in primo luogo l’indicazione? Ella è quella contenuta nella sezione 98 del Berescit Rabba, opera anteriore al Talmud, e dove chiaro apparisce che tra i primi Tanaiti eranvi alcuni che, come si credeva generalmente, discendevano da Jonadab Ben Rehab.—Dunque io dico: i Recabiti non cessarono di esistere anco in tempi posteriori agli Esseni, e nulla pertanto si oppone che questi da quelli sieno derivati. Ma v’è di più: voi ricordate come io avessi luogo parlandovi dei Samaritani di rammentarvi Beniamino di Tudela, i suoi viaggi, il gran conto che si fa generalmente dai dotti delle sue relazioni. Or bene, egli è un passo nel Pellegrinaggi di Beniamino dove prende a narrare di ciò che vide, di ciò che osservò nel Iemen, nell’Arabia Felice. Lo credereste? Egli parla dei Recabiti, egli li vide, egli ne osservò, ed egli ne narra altresì i costumi. Le sue parole sono troppo preziose perchè io non ve le citi. Di là movemmo ei dice verso la Terra del Iemen a settentrione, e dopo un viaggio di 21 giorno pei deserti, pervenuto essendo in quella regione, vi trovai i Giudei che si chiamano Recabiti e in Ieman hanno imperio. Aron il Nasi vi risiede ed è grande città. Narra poi Beniamino i loro commerci, le loro scorrerie, e quindi aggiunge: E danno poi la decima di tutto quanto posseggono ai Dottori della legge che stanno del continuo nei pubblici studi, ai poveri d’Israele ed ai loro Farisei che fanno lutto per Sionne e Gerusalemme, che non mangiano carne, non beono vino, e vestono logori abiti; ed abitano in spelonche, e tutti i giorni digiunano, tranne i Sabati e le Feste. Ecco le parole e l’attestato di Beniamino. Quando viveva il famoso spagnuolo? Certo nel mille o a quel torno; che è quanto dire in tempi infinitamente posteriori a Geremia ed alla società degli Esseni; in tempi che provano come lungi dall’essersi precedentemente estinta la famiglia e l’istituto dei Recabiti, perdurasse invece non solo dopo il profeta che li descrisse, non solo in epoca immediatamente anteriore e contemporanea ai nostri Esseni, ma per secoli eziandio parecchi dopo di essi; cioè prova in una parola come la filiazione da noi voluta degli Esseni dai Recabiti riceva quella conferma che noi credevamo invano desiderare, ma che pure la Provvidenza ci porse, quando meno l’attendevamo.[44]

La terza ed ultima avvertenza è quest’una. È lo stato in cui lasciammo i Recabiti ai tempi di Geremia, stato se altri fu mai rigoglioso, florido, vivacissimo; stato che a tutt’altro accenna che a deperimento e rovina; stato che ove pure ad una declinazione accennasse, questa declinazione si sarebbe naturalmente protratta tant’oltre da ricongiungere l’estinguentesi Recabismo col nuovo, col nascente Essenato. E queste sono le tre avvertenze che vi promisi.

Giunto a questo punto, e quasi meco stesso meravigliato del gran compito che ho fornito, che altro mi resta a fare per condurre a fine l’impresa? Null’altro a parer mio che citar le autorità che militano a favor mio, che per diretto o per indiretto fanno risalire l’Essenato agli antichi Cheniti, ai discendenti di Jetro. Primo tra le autorità io annovera Plinio; Plinio nella Storia Naturale in quelle parole ove agli Esseni attribuisce un’esistenza di secoli, Plinio che in tal guisa alla origine apre le porte da me sostenuta sinora. Io pongo poi per secondo il Serrario il quale, è giusto il convenirne, diede il primo il segno di questo sistema e forse con buoni argomenti il convalidava comecchè condannato io fossi a rifare il lavoro, non potendo dell’opere sue giovarmi, che non posseggo. Io pongo infine per ultimo un inatteso alleato, la Mehilta. Voi udiste finora da me, voi avrete certo udito da ognuno e gli autori tutti vi avrebbero a gara ripetuto, come i libri Rabbinici tacciano assolutamente dell’Essenato, e grave problema riuscisse a risolvere ognora, questo silenzio. Or bene voi potete dire adesso ad ognuno che vi dimandasse, che questa menzione esiste veramente, che gli Esseni non sono ignorati dai nostri Dottori; non basta; potete dire che il cielo ci riserbava due scoperte ad un tempo, che gli Esseni presso i nostri Dottori non solo eran conosciuti; ma, lo che più monta pel fatto nostro, erano come legittimi e diretti successori considerati degli antichi Recabiti. Potete dire che queste cose si trovano certo per vie non troppo comuni e battute, ma non per questo men belle e men importanti; potete dire che se ai grandi intelletti è dato scoprire nei cieli immensi un astro novello, al mio umilissimo quest’onore solo fu conceduto di scuoprire nel cielo Ebraico la società degli Esseni. Io dissi la Mehilta. Ma che cosa è la Mehilta? È un opera più antica del Talmud, opera di un Tanna antichissimo, di R. Ismael, opera di cui solo una parte è giunta sino a noi sul libro dell’Esodo. Aprite la Mehilta alla sezione di Jetro e vi troverete, come dice Vico, un luogo d’oro che suona così. Avvenne una volta che uno di coloro che beono acqua avendo fatto nel tempio un sacrifizio si udì una voce dal santissimo che diceva così, colui che accettò i loro sacrifizi nel deserto accetterà anche questo in quest’ora.

E notatelo bene, giovani miei, queste parole non sono isolate; il passo che avete udito non è senza precedenti e conseguenti. Lo precedono immediatamente tutte le indicazioni da voi udite sui Cheniti che abitavano pei deserti, che tolsero poi a dimorare presso Iahbez nel deserto di Giuda, e lo seguono immediatamente le parole di Geremia sui Recabiti, sul loro avvenire. Il fatto che udiste narrato è un fatto ai Dottori contemporaneo, è una allusione agli Esseni allora esistenti, è una identificazione di questi Esseni coi Cheniti, coi Recabiti; è insomma tutto quello di che noi bisogniamo. Questo breve frammento è un prezioso e grande trovato; ma non è il solo. Quando meglio ci addentreremo nella società degli Esseni, uno o due altri ne rinverremo ove non più colla perifrasi testè udita i bevitori di acqua si additano gli Esseni, ma colla vera e propria loro denominazione. Questi pochi e sparsi frammenti sono il più bel gioiello delle nostre conferenze; e se io ne ho potuto adornare le mie lezioni, a voi si deve in gran parte che a queste indagini rivolgeste l’animo mio; e sopratutto a quel padre dei lumi senza di cui niuna cosa che valga si può fare in niuna disciplina, e molto meno nel culto delle lettere sacre, ove prima condizione è il culto e la stima del suo grandissimo obbietto, e nelle quali meglio che in niuna altra cosa si può dire con Petrarca:

Non si fa ben per uom quel che il ciel nega.

LEZIONE DECIMAPRIMA.

Io vengo a proseguire l’opera incominciata. Noi abbiamo degli Esseni studiato già e il nome e quello che più c’interessava, l’origine loro. Noi abbiamo, a parer mio, trovato in mezzo a tante etimologie la vera etimologia, e tralle tante congetturate origini la vera origine. Per svolgere ordinatamente il nostro assunto conviene che io vi riduca a memoria il piano, l’ordine, la seguenza che imponemmo al nostro dire. Io vi promisi sin dalla prima lezione che dopo il nome, dopo l’origine degli Esseni noi avremmo preso ad esame la loro costituzione, le loro leggi, le lor sociali discipline; e le loro costituzioni, leggi e discipline formeranno oggi il soggetto che io prenderò a trattare. Egli è naturale che dopo avere conosciuta per nome la cosa che vogliamo studiare, se ne cerchino le leggi costitutive, le leggi che presiedono, che regolano la sua esistenza. L’Essenato è persona, persona sociale, collettiva, morale, certamente, ma pur persona. Noi sappiamo come si chiama, sappiamo d’onde tratto si abbia il nascimento; che ci resta ora a sapere? Le leggi della sua esistenza, i principii regolatori della sua associazione. Però, vi ha uno studio che deve per sua natura andare innanzi alle cose accennate, ed è lo studio, ed è l’esame del teatro in cui sorse, in cui ebbe stanza il grande Essenato, in cui scelse, in cui fermò la sua residenza. In questa guisa, procedendo noi dalle cose, dalle circostanze più generali a quelle più proprie, più intime, più speciali al grande istituto; andremo sempre più intorno ad esso stringendo il cerchio delle indagini nostre: in questa guisa potremo dire che nulla di quello ci può sfuggire che può per diretto o indiretto riguardare l’Essenica associazione.