Ora di due altri punti che il sistema, che la forma e l’ordine concernono della tavola essenica. Questi due punti sono in primo, l’ora, e poi l’abito che a tavola indossavano. L’ora dicono gli storici era la sesta. Dopo avere, dicono essi, lavorato sino a 5 ore si bagnavano nell’acqua diaccia, e bagnati che erano si riunivano per il pasto. Entravano nell’aula ove cibavansi, con aria solenne, quasi fosse in un tempio; sedevano nel più profondo silenzio, e prima e dopo il pasto i sacerdoti pronunziavano una preghiera. Le parole udite sono pregne di allusioni, di reminiscenze, di analogie farisaiche; analogia l’ora al cibo assegnata; questa ora era pegli Esseni la 6ª e lo era egualmente pei Farisei; i quali, prescrivendo e determinando a ciascuno l’ora di sedere a mensa, assegnano a’ Farisei la 6ª ora del giorno, quella stessa che udiste sulle labbra di Filone particolare agli Esseni; analogia la lavanda, l’abluzione che gli Esseni praticavano nella sua forma più religiosa, Tebilà, e che i Farisei non imposero che nella sua forma più mite l’abluzione delle mani Tebilat Iadaim; analogia il concetto grande ed augusto che si formavano del refettorio al quale si accostavano come ad un tempio, consuonando in tal guisa col farisaico dettato che la tavola parificano all’altare, e il carattere gli assegnano espiatorio che era proprio all’ara di Dio. Sciulkan scel Adam mechap per ghalav. Analogia infine la benedizione che si dice pronunziata prima e dopo il convito, e di cui abbiamo continuo quotidiano l’esempio innanzi gli occhi.

L’ultimo de’ punti accennati non merita meno la vostra attenzione. Se gli Esseni indossavano abiti particolari durante il pasto egli è perchè nobilissimo siccome udiste si formavano concetto della mensa comune, alla quale siccome i sacerdoti all’altare, così essi non si appressavano che con abiti specialissimi; egli è perchè, nè si dee dissimularlo, tale correva allora comunissimo l’uso tra i più distinti Romani i quali andavano, dice uno storico, al pranzo vestiti di un abito più o meno leggiero secondo le stagioni e che serviva solamente per la tavola. E nomi pure recava distinti, pomposi: si diceva vestis cœnatoria, triclinaria, convivalis e in una parola sintesis. Presentarsi al festino senza quest’abito sarebbe stata inescusabile malcreanza. Cicerone fa un delitto a Vatinio di esservi venuto in abito nero comecchè convito funebre fosse quello. Quando il convitato avesse mancato d’indossare l’abito comune, il padron di casa glielo prestava come prestavanlo, al dire di Capitolino, Alessandro e Settimio Severo ai loro commensali. Ma l’uso in discorso è di gran lunga più rilevante ove ad un uso si raffronti, bello per mirabile identità de’ dottori Cabbalisti. I quali appunto come gli Esseni, appunto come i più grandi tra i Gentili, non si avvicinavano alla mensa che dopo aver vestito abiti esclusivamente alla mensa sacrati, applicando all’atto della commestione ciò che i Farisei del Talmud praticavano in ordine alla preghiera, per la quale lindi e puri serbavano abiti peculiari. Ma ciò che più mi ha colpito, che meglio ha posto agli occhi miei in rilievo questo nuovo argomento d’identità fra le due scuole, si è appunto, vel confesso ingenuamente, ciò che per altri sarebbe stato per avventura soggetto di dubbio e di esitazioni, voglio dire quell’apparente mancanza di continuità nella pratica di quest’uso tra i Farisei, quella lacuna storica che tu ravvisi tra l’antichissimo Essenato e i moderni Cabbalisti, e per cui dopo aver letto di quest’uso la pratica in una società da tanto tempo estinta, tu lo ritrovi senza che ti sia dato discuoprirne le orme, vivo, attuato nella scuola cabbalistica. Se i Farisei, dissi fra me, da’ quali potuto avrebbero i cabbalisti quest’uso imparare non lo conobbero; se i Cabbalisti non si addarono unqua dell’esistenza neppure, e tanto meno delle istituzioni degli Esseni in quella guisa che niuno di se stesso può vedere il sembiante; e se non ostante gli antichi usi degli Esseni si riproducono senza il vincolo farisaico in seno a’ Cabbalisti e si riproducono ne’ dettagli eziandio più minuti della pratica giornaliera, egli è segno che la vita de’ primi si è ne’ secondi trasfusa, che cambiando nome, forma e certi caratteri altresì deponendo, si perpetuò l’Essenato, si rinnovò ne’ Cabbalisti moderni, tra i quali tu ravvisi certi usi i cui storici precedenti mancano affatto nei predecessori naturali degli Esseni, nella Bibbia, ne’ profeti, ne’ Farisei, e di cui tu trovi invece il tipo antichissimo nella società degli Esseni.

Che se questo fatto ed altri di simil tempra non provassero l’identità, che cosa proverebbero e quale più rimarrebbe spiegazione escogitabile? Certo che altra sola rimarrebbe possibile, ma tale che per la sua assurdità niuno vorria menar buona. Bisognerebbe supporre che in seno ad una stessa nazione, gli Ebrei; sotto gli influssi di una medesima religione, l’Ebraismo, in breve sotto l’azione di un concorso di cause identicissime, due istituti siensi generati, che tutto o pressochè tutto vantano comune, dottrine, genio, pratica giornaliera, usi, costumi e nonostante non si tocchino, non si combacino, non s’identifichino fra di loro, e nonostante sieno due riproduzioni fac simili di uno stesso tipo, due manifestazioni successive di uno stesso principio, di uno stesso genere. Io credo questa ipotesi inammissibile. Io credo che nella stessa guisa che nella vita di un popolo, di una fede, di una scienza, ogni principio, ogni germe nasce una sola volta, vive di una sola vita, e morto ed esaurito mai più comparisce in quella guisa medesima che la Grecia ebbe un sol Platonismo, una sola Stoa, un sol Peripato; l’età moderna un sol Cartesio, un sol Leibnizio, un sol Spinoza, un sol Kant, nè saria stato possibile che due ve ne fosse perchè nulla d’insulso, di inutile si produce in natura, così io credo che l’Ebraismo non ebbe nè poteva avere che un sol Essenato, come non ebbe che un sol Farisato, un solo Sadduceismo, un sol Caraismo; e che questo Essenato cangiò sì di nome col cangiare de’ secoli, senza cangiare però di natura, e le fattezze antiche serbando tutt’ora riconoscibili.

LEZIONE VENTESIMAPRIMA

Le istituzioni degli Esseni ci hanno sinora occupati. Celibato, comunanza di beni, abiti, refettorio furono da noi nel novero posti delle loro istituzioni; e come tali studiati. Potremo noi obliare il lavoro l’esseniche occupazioni? Potremo noi il carattere e l’esame disdirgli di organica istituzione quando le regole dell’istituto come tale lo consideravano, come tale ai socî lo imponevano? Io credo che nol possiamo. Troppo era per essi essenziale il lavoro perchè possa da noi pretermettersi. Il lavoro, dice il Salvador, era una delle tre basi su cui la società si fondava, e queste basi erano Lavoro, Carità, Contemplazione. Le quali basi attentamente osservando, mi venne fatto dimandar a me stesso: sarebbe egli possibile che di questa triplice caratteristica si faccia parola nelle antichissime sentenze di Abot? Sarebbe possibile che un equivoco, sino adesso perpetuato, ci abbia conteso la vera e genuina intelligenza della parola Abodà, e che non ad altro se non alla essenica organizzazione allude il testo antichissimo, quando tre dice essere le basi su cui poggia il mondo, il sociale edifizio, Carità, Lavoro, Contemplazione? Io non ardirei asserire che così sia veramente, che a questo e non ad altro abbia alluso la Misna e che la parola Abodà sin ora intesa come il culto esprimente e il servigio di Dio, stia piuttosto a significare lavoro, come pure il potrebbe. Tanto io non ardisco, ma ciò che si può a dirittura affermare, egli è che la congetturata interpretazione può stare a fronte di altre mille che la critica moderna partorisce ogni giorno; egli è sopratutto il conto grandissimo in cui il lavoro si tenne presso gli Esseni.

Ma qual lavoro? certo non il commercio per cui gli antichi professarono dispregio anzichè altro; per cui parve condegno agli Egizj, agli Indiani, antichissimi popoli, rilegarne i professanti sino alle ultime classi sociali. Per cui i Greci stessi non ebbero che parole di biasimo e di sdegno, che lo dissero proprio peculiare officio della classe servile, e non solo in pratica l’ebbero a vile, ma vile ancora l’ebbero in teoria i filosofi, i publicisti, come a bastanza apparisce nel 7º libro della Politica di Aristotile, e come dal nostro stesso Flavio Giuseppe apertamente risulta, il quale più obbediente ai paganici pregiudizj che alla storica verità, disse che gli stranieri soltanto praticarono appo noi il commercio ai tempi di Salomone; troppo disdicendo a popolo nobilissimo inchinare la mente ai pensieri, agli officï della mercatura. Queste frasi provano almeno una cosa, provano il concetto che del commercio prevaleva, ai tempi dello Essenato, il quale, siccome quello che aspirava a sovrumana perfezione, non poteva a quegli offici ossequiare che dallo universale e dal volgo medesimo erano dispetti.