Che se il commercio non era la occupazione prediletta dei rigidi solitarj, potremo dire lo stesso dell’agricoltura? Egli è certo che Filone attesta il contrario. Ricorda Filone come gli Esseni si compiacessero attendere eglino stessi ai rusticani lavori, e le terre eglino stessi coltivare alla società pertinenti. Nè certo consuonavano, in questo, i lor costumi con quelli dei più famigerati popoli del mondo antico. I quali non meno che il commercio ebbero a vile l’agricoltura, e l’uno e l’altra affidarono a mercenarj, a schiavi. Testimoni gli Indiani che solo all’infime classi sociali concessero il lavoro dei campi; testimone l’Egitto, la Grecia, e Sparta segnatamente; e se una eccezione dovesse farsi fra i popoli antichi, ei sarebbe senza meno pei Cinesi e pei Romani. Ma dove oblio il popolo nostro? Che agricola per eccellenza, non alle conquiste, non alle arti, non alle scienze, poco ai commerci rivolse la mente, ma tutte si ebbe le sue cure la coltivazione della terra: e le terre feconde e le mèssi e i frutti abbondanti, si udì per secoli e secoli riprometter qual premio della sua fedeltà, e per contro suonar terribile, continua minaccia al peccato, la sterilità e la terra ingrata ai prodigati sudori.
Nè l’agricoltura fu meno in reverenza appo i Dottori. I quali non solo la consigliarono qual onesta, utile occupazione; non solo eglino stessi talvolta la praticarono (nella più corrotta epoca dello Impero romano rinnovando le virtù dei Cincinnati), ma preludendo alle grandi e famose quistioni, sorte ai nostri giorni tra i più celebri Economisti, in due campi, in due scuole si divisero; l’una il primato concedendo all’agricoltura, l’altra a questa anteponendo i commerci e le industrie; l’una vaticinando il definitivo trionfo dell’agricoltura, l’altra all’aspetto florido dei campi anteponendo il fervore, l’attività dei commerci e dell’officine. (V. Talmud Mezihà.)
Ma gli Esseni, e voi l’udiste, l’agricoltura onoravano ed esercitavano come esercitata ed onorata fu in progresso di tempo da illustri e famosi sodalizi che sul tipo dell’antico essenico istituto si modellarono nella Chiesa cristiana, a ritiro, a solitudine, a contemplazione. E non solo ricorda la storia onorata, e praticata da essi l’agricoltura, ma ricorda altresì lo studio che gli Esseni facevan solerte delle virtù e proprietà dei semplici, dei vegetabili specialmente in quanto potevano offrire di terapeutico, di curativo, dediti, come veduti li abbiamo, non meno a risanare gli spiriti che a restaurare nei corpi la perduta salute, siccome la doppia significazione ce lo avvertiva da bel principio del loro nome di Esseni o Essei, palesemente originato da quel di Assia medico e terapeuta. Nel quale studio ebbero non so dire se a imitatori o modelli la setta dei Pitagorici, che non solo della origine si occupò e della cura dei morbi, ma che lo studio e l’applicazione predilesse dei semplici e della musica, della prima specialmente, per la epilessia o morbo sacro, e per i morsi dello scorpione.
E che diremo dei Dottori? Se di questi volessi distintamente favellare, e se troppo la materia non soverchiasse, questo sarebbe il luogo di riandare quei molti e preziosi esempj che per entro si colgono alle pagine del Talmud, ove i semplici, i rimedj tratti dal regno vegetabile, si veggono studiati, celebrati e costantemente messi in opera dai più antichi Dottori; sarebbe il luogo di fare nell’ordine botanico ciò che il dottore Rabbino Levinson fece, non ha guari, rispetto alla zoologia, e dettare una Botanica talmudica siccome egli scriveva una Zoologia talmudica, che ebbe l’onore di essere letta e pubblicamente laudata dal principe dei naturalisti moderni, dal venerabile Alessandro di Humboldt.
Ma coteste sono opere meglio che lezioni, meglio che digressioni, e noi dobbiamo stimarci felici di costeggiare le rive anzichè ai pericoli avventurarci di lunghe navigazioni.—Ci basti che il Talmud, che i Medrascim ci porgono di questo studio e di queste terapeutiche applicazioni l’esempio, e sopratutto ci basti che l’uno e l’altra ci sieno porti dal Zoar. Il quale siccome quello che rappresenta il Cabbalismo e i suoi Dottori, meglio torna all’uopo opportuno per quella identità dimostrare, che è costante e prediletto argomento delle nostre lezioni. E che il Zoar ce lo porga, ne son testimoni quelle frequenti allusioni alla natura, alla proprietà delle piante, degli alberi in ispecie, e del palmizio segnatamente, del quale si descrivono le maravigliose proprietà sessuali così esattamente dai moderni chiarite, e presentite se io non erro, sino dall’antichissimo Empedocle, filosofo greco delle scuole antisocratiche: testimone il 2º vol. a pag. 15, ove si tenta una classificazione dei vegetabili improntata, non v’ha dubbio, di caratteri mistici, trascendentali, ma pure senza meno un tentativo di classificazione: testimone il fatto di cui vi feci non ha guari menzione, in cui di un medico si favella, di un Asia, che un libro possedeva preziosissimo per lo studio dei semplici, e per la cura dei morbi; e infine, testimone lo stesso 2º vol. a pag. 20, ove si parla in termini apertissimi della distillazione. Gran che! quando rilessi di recentissimo questa pag. 20, quando intesi a favellare di distillazione non era molto tempo trascorso dacchè le pagine aveva svolto di un trattato di Fisica elementare, ove con termini più che non era mestieri laconici, si attribuiva l’origine, l’onore della distillazione agli Arabi, ai Musulmani. Io dico il vero; quelle parole mi avevano tratto in errore: aveva creduto che gli Arabi, della distillazione inventori, fossero gli Arabi del Medio-evo, i conquistatori della Spagna e della Sicilia, i coetanei di Averroe o di Avicenna. Epperò dissi fra me: qual occasione, qual festa, qual trovato non sarebb’egli cotesto per gli anticabbalisti? Come facile il provare la età modernissima del Zoar che del moderno trovato favella, della distillazione? Perciò, che feci? Usai, perdonate la mia franchezza, usai un’astuzia; ma non temete; una pia e religiosa astuzia, pia et religiosa calliditas, un’astuzia innocente; scrissi all’illustre amico Professor Luzzatto, siccome a quello che più splende tra i moderni cospicuo per la guerra intimata al Zoar e ai Zoariti; e senza favellargli del Zoar e del suo contenuto gli chiesi semplicemente se nulla poteva dirmi della origine della distillazione; e se i libri rabbinici più antichi ne facessero, ch’egli sapesse, menzione alcuna. Mi rispose con quella sincerità che lo distingue: della distillazione non ne so nulla. Io non aveva nulla guadagnato; e i miei dubbj perseverarono, più che mai fastidiosi, quando una buona ventura venne a tempo a togliermi d’imbarazzo. Le indicazioni da me pur lette nel trattato di Fisica elementare erano incomplete. Non gli Arabi del Medio-evo, ma i più antichi loro predecessori, eran quelli di cui si era voluto favellare, e questi stessi appreso avevano l’arte del distillare dalle orde tartariche. Ecco il Zoar tutelato, ed ecco al tempo istesso riprova degli studj e delle cognizioni comuni tra Esseni e Cabbalisti.
Io dissi non ha guari come larga mèsse di cognizioni, d’idee mediche, potria dai libri talmudici raccòrsi e dalle opere contemporanee, e come tanta ne sia la copia, che da ogni particolar citazione mi saria rimaso. Pure egli è un passo tra mille che sarebbe colpa tacere, perchè più davvicino riguarda i nostri Esseni: che dico? egli è uno di quei pochissimi in cui a parer mio i Dottori alludono manifestamente all’Essenato ed ai suoi costumi. E dove è? È nel trattato Sciabbat a pag. 133, ove parlando di un farmaco composto di cera e resina e per non so quale malore indicato, si aggiunge che questa indicazione fu comunicata da Rabbà ai suoi uditori in un pubblico sermone, ma che (udite, significantissime parole!) a quella indiscreta propalazione, la scuola di Beniamino l’Asseo die’ segno di dolore e di sdegno squarciandosi persino le vesti, ch’è quanto dire, come io intendo, che uno dei farmaci che formavano parte della Materia medica riservata gelosa dell’Essenato fu propagato, vuoi a pubblico vantaggio, vuoi per indiscreta osservanza degli Statuti sociali, da Rabba in Mahoza, e tanto più mi confermo in questa sentenza, in quanto veggo lo stesso Raba nella stessa Mahoza, esporre al pubblico la misteriosa lettura del nome di Dio, ed esserne ripreso da un Sabà, da un Dottore anonimo, lo che prova e la indole di Rabà, e il suo sistema di propalare i segreti della scuola, e la presenza nell’uno e nell’altro caso, di persone, di Dottori che protestano contro la divulgazione delle dottrine sociali.
Ma di questo basti per ora. Bisogna dire degli altri offici a cui sacravano le ore i nostri Esseni, come detto abbiamo sinora, dell’agricoltura, dello studio dei semplici, e della pratica medica. Gli Esseni non abborrivano dai mestieri. Filone ci ammonisce come parecchi di loro si dessero ad opere manuali non isdegnando passare dallo studio al lavoro, e dal lavoro allo studio; ed altra e parlantissima analogia al tempo istesso offerendo coi più antichi e venerandi tra i Farisei. I quali ogni arte o mestiere reputavan nobile purchè onestamente esercitato: nè di tanto è mestieri che io vada oggi esempj accumulando, sì perchè è il fatto per se stesso notorio, sì perchè non è molto che fuori di qui ne parlai pubblicamente a disteso, esempj recando sì numerosi e autorevoli da persuaderne, se bene estimo, i più dubitosi. Ed altrettanto fecero pur essi gli Esseni al dir di Filone. Non sì però che certi mestieri severamente non s’interdicessero, nè a niuno di essi fosse dato rivolgere lo ingegno e la mano. E quali erano i mestieri interdetti? Ve lo dica Filone colle parole stesse del testo. «Tu, egli dice, non troverai tra costoro niuno artista che voglia lavorare intorno una freccia, un dardo, una spada, un elmo, una corazza, uno scudo nè di alcuna spezie di armi, di macchina, o strumento che serva alla guerra.»
Che vi dirò? Quando lessi queste parole in Filone io ringraziai Iddio, e lo ringraziai di cuore. Lo ringraziai in primo per avermi posto nella buona via inspirandomi il mio favorito sistema d’identità essenico-farisaica; e poi lo ringraziai di non avere comunicato vana infondata congettura ai miei uditori. E se di tanto lo ringraziai, ne ho ben d’onde. Perocchè egli è questo uno dei punti più culminanti ove Esseni e Farisei s’incontrano, si abbracciano, s’identificano. Come gli Esseni, aborrivano i Farisei, come un antico Baraita lo attesta, dal fabbricare, dal vendere, dallo affilare spade o armi qualsiasi, da vendere o fabbricare ceppi, catene, collari, ad uso di guerra; e se qualche contestazione si produce egli è a proposito degli scudi.—Ne vogliono gli uni lecita la vendita, la fabbricazione perchè armi sono puramente difensive. Ne vogliono gli altri interdetto lo spaccio perchè, notate singolare ricordo, perchè, dice il Talmud, quando nel bollor della pugna ogni arma è spezzata, è caduta, si suol non di rado battagliare cogli scudi; che dico? non è lo scudo soltanto che fu subbietto di disparere tra i Farisei, egli è il cavallo, il cavallo che per alcuno si dice strumento di guerra, per altri come tale non si qualifica. Vogliono i primi che venderlo non sia lecito, perciocchè, notate quest’altra storica singolarità, egli avviene non infrequente, dice il Talmud, che il prode cavaliero ammaestri il focoso animale a finire con calci e coll’orribile calpestare i nemici caduti in battaglia, e quindi a buon diritto estimare si debba bello e forte arnese di guerra, e terribile guerra. Ecco due capi soltanto intorno a cui si avvolsero discordi le dottrine, le opinioni farisaiche; lo scudo e il cavallo; pel resto per le altre armi o strumenti qualsiansi, che a strage, a schiantare, a oppressar possano essere rivolti, una fu la voce, una la sentenza per interdirne la fattura, la propagazione.