Nè qui si fermava lo scrupolo farisaico: vollero all’israelita interdetto il vendere ai Pagani orsi, leoni, pantere, elefanti, che facevano allora frequenti comparse negli stadj, nell’anfiteatro e nel circo, a sollazzo della plebe corrotta e servile; e sotto ai cui morsi, ai cui artigli cadevano trafitte, sanguinose, migliaja di vittime; vollero interdetta la cooperazione dell’Ebreo alla edificazione di quelle basiliche o tribunali ove si rendevano allora iniqui e ipocriti giudizj; di quei luoghi di supplizio ove tanti innocenti sostenevano crudeli martirj; di quegli stadj ove l’uomo contro l’uomo, o la belva contro dell’uomo venivano scatenati a trastullo di un popolo feroce e corrotto; e infine di quelle cupole balnearie che ornavano gli edifizi destinati ai pubblici bagni, e che la Misnà chiama chippà; volta o cupola dove pare che la imagine fosse sculta o dipinta di qualche paganica divinità, spesso di Venere afrodisea, come mi è dato dedurre da una preziosissima Misnà in Aboda Zarà. Ed egli è là che Raban Gamieil vediamo alle prese con un Proclo detto filosofo, che io dissi, se non erro, altra volta identico per avventura a quel Proclo che fu seguace di Iamblico e di Plotino nella schiera dei nuovi Platonici.—Questo orrore di ogni arme, di ogni strumento di omicidio vediamo altresì in due leggi, in due pratiche, biblica l’una, rabbinica l’altra, prova tra altre mille della medesimezza del genio, dello spirito che informa ambidue. È la prima la prescrizione che si legge nell’Esodo per cui a comporre l’altare di Dio, pietre s’impongono intiere e dal contatto immuni di ferro o scalpello: è l’altro il consiglio di rimuovere ogni ferro, ogni arma dalla mensa privata quando conchiuso il pasto ci accingiamo a benedire, appunto per quell’analogia che abbiamo altra volta notata tra l’altare e la mensa, nel concetto, nei principj e nelle pratiche eziandio di Esseni e di Farisei.

Ma questi abbiam veduto non solo abborrire dal nuocere al corpo, interdicendosi il commercio dell’armi, ma dal nuocere altresì allo spirito, ai costumi, astenendosi da por mano a basiliche, a cappelle, a tempj pagani. E del come osservassero il presente divieto, illustre ce n’offre un esempio lo storico Giuseppe, anzi Ecateo Abdiretano dallo stesso Giuseppe rammemorato nella risposta ad Apione, quando narra di un governatore di Babilonia per nome Alessandro, che volendo riedificare il tempio di Belo ed obligati avendo i suoi soldati a cooperarvi colla persona recando i mattoni necessarj allo edifizio, gli Ebrei furono i soli che a quest’opra si ricusarono; nè minaccie poterono nè castighi persuaderli; tanto che furono alla perfine dispensati. Nè meno scrupolosi osservatori ci appariscono infatto dell’armi, non solo ogni fabbrica o vendita interdicendosi di armi da guerra, ma anche il portarne indosso considerando qual disdicevole cosa. E chi lo dice? Egli è lo stesso Giuseppe che ce lo attesta e con parole non meno formali: «Dal divieto delle armi nasce, egli dice, che quando vanno attorno da una città in un altra, per i latrocini solamente si armano, e da questo caso in fuori niun’arme recano indosso.» Voi lo udiste, Giuseppe è esplicito. Gli Esseni non recano armi tranne in luogo di imminente pericolo. Ma ciò che non meno riesce esplicito, egli è la doppia bellissima analogia che ne offrono i Farisei e i Farisei Cabbalisti. La prima ci è offerta dalla Misnà, la seconda ci è porta dal Zoar. È la prima in Sciabbat laddove indagando quali sono gli arnesi d’impune trasporto fuor del recinto murato, s’interdice la spada, l’asta, la alabarda e non sì tosto mostra R. Eliezer di volere assolto chi li trasportasse, perchè egli dice tornano spesse fiate ad ornamento, che i Dottori ad una voce insorgono, e non ornamento, gridano, ma disdoro sono coteste, conciossiachè sia scritto. E nei giorni del Re Messia le spade saranno in vanghe converse, le aste in falci mutate, perchè le armi più non impugnerà popolo contro popolo, e l’arte disimpareranno del guerreggiare. Se l’Abate di S. Pietro, se Cobden, se Bright, se tutto il congresso della pace fosse stato a quei tempi, e Cobden e Bright e tutti i promotori della pace universale sariano stati Farisei.

Ma io dissi di un secondo esempio che il Zoar ci porge, e questo è di gran lunga più interessante perciocchè ci offre ad un tempo e la regola e l’eccezione; la regola di non impugnare le armi nei tempi e luoghi quieti, normali, la eccezione nei luoghi e nei tempi torbidi ed anormali, e l’uno e l’altro si veggono come dissi nel Zoar in un fatto ivi narrato. In cui R. Hja e Ribb Josè per via procedendo veggono un uomo venire a loro incontro.—Egli recava indosso un manto sacro ornato nei quattro angoli delle frange di obbligo.—Però sotto a quello si travedeva una cintura e dalla cintura pendergli di ogni maniera micidialissime armi. A quella vista sclama R. Hija: grande giusto è cotesto, o grande impostore—e qui notate come potesse e dovesse a senso di R. Hija essere giusto e pio in sommo grado cotesto che pure in sì strana guisa se ne giva armato di tutto punto.—Ma l’incognito si appressa, e salutato dai due Dottori, al saluto non risponde. Discostatisi dallo straniero i Dottori, ripigliano le dotte e sante consuete conversazioni.—Ciò che non potè il saluto poterono le parole sante dai Dottori profferite. A quel suono gli si fà lo straniero dappresso, e salutatili come l’usato: Deh mi dite, lor chiede, o Maestri, qual giudizio vi formaste della mia scortesia quando da voi salutato, al saluto non corrisposi?—Forse, dicemmo, pregavi, forse meditavi, ripresero i Dottori. Allora datosi a conoscere, prese lo straniero a narrargli le sue avventure; come andando un dì per cammino e imbattutosi in un masnadiero ne ricevesse molestia, come non conoscendo chi essi si fossero avere di essi pure sospicato, come da ciò provenisse il tacer suo, e dallo essere in quello istante immerso in qualche meditazione. E volendo dar loro prova, chi egli si fosse, prende a ragionare sur un verso dei Salmi ove si palesa veramente per ciò che era, per Dottore, e Dottore cabbalista.—Qual fatto e qual comento! qual comento dico all’uso, alla pratica da Giuseppe e da Filone narrata pei nostri Esseni, di non gire mai colle armi sulla persona tranne ove muovendo di luogo in luogo se ne munissero per propria difesa.—E qual eloquente conferma della identità essenico-cabbalistica, se ben si mira agli autori del Zoar ignari al tutto della esistenza degli Esseni se essi medesimi nol sono, e quindi alla impossibile imitazione! Nè più bella infine potrebbe sorgere presunzione in favore dell’autenticità di quel libro ove schiette e genuine si son dipinte le figure, i costumi delle sètte contemporanee, tali quali il nostro tardissimo confronto li fa sorgere dopo 18 secoli vivi e parlanti al paragone, e che niuna impostura avrebbe potuto togliere a contraffare perchè mancava il tipo istesso da imitare nella mente del falsario, nulla cognizione particolare avendo avuto i posteriori Dottori dell’antica società degli Esseni, e nulla quindi di essi avendo potuto prendere ad imitare.—Bacone diceva: Poca filosofia fa l’uomo incredulo, molta lo fa religioso. Noi diremo a nostra posta: Poca critica fa credere apocrifo, falsato lo Zoar, molta critica lo chiarisce autentico.

LEZIONE VENTESIMASECONDA.

Colpa sarebbe, e colpa non lieve, se discorrendo degli Esseni e delle loro occupazioni quella trasandassi che agli studj si riferisce, specialmente, quando di un Istituto si parli eminentemente studioso qual fu l’Essenato. Degli studj dunque si parli e tanto più a proposito in quanto avendo in animo di toccare dei dogmi loro, delle loro credenze, saranno gli studj, se io non erro, facile e naturale transizione per cui dai lavori e dalle occupazioni loro trapassiamo a ragionare delle dottrine e dei dommi; participando gli studj e del carattere di occupazione e di quello di dottrine e credenze.

E prima del modo. Il quale facile torna lo argomentare quando si pensi alla vita solitaria ed agreste che menava la parte contemplativa dell’Essenato, nella pace dei campi, all’ombra amica degli alberi e sulle rive che tanto vedemmo altravolta la società prediligere. Il qual modo era pur quello che vediamo ai Dottori seguire non rade volte nel Talmud, quasi sempre nel Zoar, che maggiori deve per sua natura offrirci analogie, e maggiori infatto le offre col nostro istituto; dove i Dottori, i Maestri affidano i loro misteri alle tacite rive dei fiumi, all’ombra dei boschi ed al cupo orrore delle caverne, o alle falde inaccesse di qualche altissimo monte. Sistema tanto dal nostro diverso cui la vita cittadinesca stringe da ogni lato colle sue braccia di ferro, e che tanto conferisce non solo alla elevazione e perfezionamento dello intelletto, ma alla conservazione, all’incremento della salute corporea. Nè voglio altri a testimone che il più grande pensatore d’Italia moderna, Vincenzo Gioberti, che nel 2º della Protologia tali dettava concise ma eloquenti parole. L’uso, diceva, la vivacità, la celerità della mente giovano alla salute, non le nocciono come si crede. Rousseau disse: L’homme qui réfléchit est un animal dépravé. Falsissimo. Esempio di Giulio Cesare e in generale degli antichi. Non lo studiare, ma il modo dello studiare moderno rovina il corpo. Elementi necessarj allo studio, l’aria e la luce. L’aria e la luce giovano alle facoltà dell’intelletto ed al corpo unitamente. Studiare a cielo aperto fra gli arbori, lungo le acque correnti o almeno in camere ben areate. I nostri dotti sono più dilicati delle donne. Fin qui Gioberti.—Voi l’udiste, egli voleva lo studio a cielo aperto fra gli arbori e tale era appunto lo studio degli Esseni e dei Cabbalisti. Egli lo vuole lungo le acque correnti e non solo gli Esseni prediligevano le rive, ma i Dottori notarono come lo spirito profetico riempia, ispiri, i suoi ministri a preferenza lungo le acque correnti, sicura prova come tutto ciò che valga ad esaltare le potenze dell’intelletto conferisca eziandio in sommo grado alla più facile fruizione della profetica intuizione, testimone per tutte la musica di cui si valsero qual prima promozione alle cose celesti i profeti d’Israele, di cui gli effetti psicologici sono da ognuno esperimentati, e per cui non pare sia al tutto menzognero il dettato dei Pitagorici: L’anima essere un’armonia.