Che se questo è il modo dagli Esseni seguito, vediamo l’oggetto, e a così dire la materia dei loro studj. Bisogna pur confessarlo. Vi è una disciplina, per cui gli Esseni non professavano nè stima nè amore, e questa è la logica. Ecco come ne parla Giuseppe: Quanto allo studio della filosofa, dice lo storico illustre, lascian la logica a quelli che si dilettano di quistioni di parole, e la tengono per inutile affatto all’acquisto della virtù.—La logica, pria si può dire dei nostri tempi, non fu che un’arte, e bella pagine di storica filosofia; sarebbe quella che notasse le vicende, per cui l’arte logica ascese per gradi a quel posto eminentissimo che occupa oggi nei sistemi eziandio più trascendentali formandone poco meno che la volta suprema, e il sostegno massimo dello edifizio. Lungo il discorrere le ragioni del mutamento e come la logica dallo essere un semplice interno regolamento del pensiero, sia divenuta la legislatrice suprema dello scibile e tutte da essa s’informino le parti della universal metafisica. Ma se in antico era un’arte, non sempre era arte ragionevole ed onesta. Testimone Socrate che coll’arguto suo conversare confuse, vinse la logica dei sofisti, e per parlare di cose meno dall’Essenato remote, anzi a dirittura contemporanee, testimone la logica delle scuole accademiche ed in ispecie dei Pirronisti che se ne valsero a detrimento di ogni sapere e di ogni virtù, togliendo, col dimostrare il pro e il contro, valore alla umana ragione, ed ogni autorità ed ogni sanzione alla morale.[84] E questo è già prezioso rilievo per ciò che riguarda gli Esseni, mostrandoci a dito l’origine di quel dispetto, in cui ebbero gli Esseni la logica così abusata. Ma egli è nulla, di fronte alla mirabile conformità che in questo come in altre infinite occasioni veggiamo sorgere tra gli Esseni e i Farisei. I quali ultimi non meno che i primi, severamente imprecarono contro la logica depravatrice del secolo, esortando a tenere discoste dall’attossicata bevanda le labbra dei giovanetti. Minhù benehem min Aeghion. Singolare a dirsi! questa voce Eghion che unica suona, se non erro, in tutto il Talmud, fu torta dal suo verace senso a significare ora lo studio della Bibbia ed ora altra cosa. E pure il suo senso di logica è innegabile, e se non sempre fu dai posteriori dottori confessato n’avevan ben d’onde. Erano eglino filosofi di professione e la logica studiavano ed amavano qual nobilissima scienza. Ma devoti eran pure al Talmud ed osservatori sopratutto delle sue prescrizioni. Il Talmud, aveva detto Eghion e se per Iggajon inteso si fosse qual veramente dovuto avrebbero la logica colle sue pretensioni, coi suoi abusi, che sarìa stato dei nostri platonici, dei nostri peripatetici, dei nostri insomma filosofi di ogni ordine, d’ogni colore? Certo che sarebbero stati in odore tenuti di Eterodossi. Ma se Iggajon volesse dire altra cosa, se dire volesse lo studio biblico, la grammatica, come oggi si dice l’Esegesi biblica, allora la Logica sarebbe salva, e i suoi scrittori potuto avrebbero svolgere in pace i suoi volumi. Ecco l’origine della fraintesa interdizione, l’origine istessa che fece intendere nell’istesso Talmud per hohmà ievanit tutt’altro di ciò che significa veramente, vale a dire, la scienza, la cultura, la civiltà tutta del popolo greco.

Ma non solo della Logica furono poco studiosi ed amanti gli Esseni, ma se le mie congetture non son temerarie del tutto, un altro genere pure di disciplina non raccolse per avventura la stima e l’attenzione dell’Essenato. Se un passo del Talmud Babilonese non m’induce in errore, tanto poco studiosi si mostravano gli Esseni della rituaria quanto poco di attenzione concessero alla Logica istessa. Io vel dissi, or non è molto, e spero ne avrete conservata memoria. Un tratto vi è nel Talmud ove ci è sembrato vedere apertissima allusione agli studj medici dell’Essenato. Egli è là ove a proposito di certi misteri terapeutici svelati da un dottore, a pubblico benefizio, si narra che la scuola di Beniamino l’Asseo squarciossi per dolore le vesti: indicazione se altra fu mai parlantissima del genio terapico e riservato della Società degli Esseni. Or bene, un altro luogo si ha nel Talmud ove la stessa scuola di Beniamino l’Asseo è ricordata. Ed a che proposito, se il sapete? A proposito del poco conto che per taluno si faceva della scienza dei riti e di chi la coltiva. E chi ci è offerto di tal disistema ad esempio? Ci è offerta la scuola appunto di Beniamino l’Asseo la quale, dice il Talmud, quando voleva porre la inferiorità in rilievo dello studio dei Riti: a che giovano, esclamava, i suoi cultori? Forse hannoci mai permesso un corvo? Forse ci hanno unqua interdetto una colomba? Non so se io erro, ma il passo in discorso parmi a quel novero appartenere di prove, di memorie, di documenti, i quali provano come antica perpetua sia stata tra noi quella gara legittima, nobile, religiosa tra i cultori del Rito, e i cultori del Dogma, tra i Teologi e i Ritualisti, gara di cui si veggon le traccie nello stesso Talmud, ove il Maasè mercabà, ossia la scienza del Dogma è talvolta chiamata Dabar gadol di fronte a quella dei Riti che il nome reca di Dabar Caton; gara che trasparisce nel Zoar ove i Marè Misnà sono posti a riscontro, in grado però inferiore ai Marè Cabbalà, questi chiamati Efrohim, i primi chiamati Bezim quasi a indicare uno stato spirituale embrionico; ove la scienza dei riti è chiamata il Corpo della legge mentre quella del dogma si è appellata l’Anima, lo Spirito; ove la dialettica dei talmudisti è presentata qual duro e scabro esercizio dell’intelletto e personificata nei durissimi offici che sostennero gli Israeliti in Egitto, la forma del Calvahomer nel homer e nei lebenim, il libbun alaha lo sceveramento e ultima formulazione della legge. E gara per ultimo i cui effetti veggonsi tuttavia perdurare non solo nei dissensi che sorgono talora tra i dogmatici e i ritualisti, ma eziandio in quella non dirò antipatia ma certo non piena cordialità nè stima soverchia che invano si desidera tra i cultori dei due studj, e il cui difetto non è l’ultimo tra le cause che ostano alla perfetta riabilitazione degli studj dogmatico-cabbalistici.

Ma queste sono le parti a cui meno gli Esseni sacravano il loro tempio e il loro studio: egli è d’uopo vedere quali quelli si fossero, e quale il metodo a cui a preferenza si applicavano. Possiamo dirlo arditamente; le preferenze non meno che la educazione, gli studj adottati non meno che i rejetti provano sempre più la identità tra Farisei ed Esseni da noi propugnata.

Precipua e diletta occupazione era pegli Esseni la interpretazione delle Sacre Scritture, la Sacra Esegesi, come oggi direbbesi. Ma quale Esegesi? Egli è quì ove la parentela più chiaramente si mostra tra Farisei ed Esseni. L’Esegesi, la interpretazione allegorica, ch’è quanto dire quella istessa che formava e forma le delizie del più puro Farisato e in ispecial modo di coloro tra essi che si dicono Cabbalisti. E non solo gli Esseni nella pratica, ai dottori nostri si conformavano, ma ciò che merita tutta l’attenzione dei dotti, quello che suona veramente significante egli è il rapporto che gli Esseni, al dire di Filone, stabilivano tra la lettera della legge ed il suo spirito, o per dir meglio tra la chiosa letterale e la interpretazione allegorica. Essi, dice Filone, comparano la legge ad un animale i cui precetti sono il corpo, e l’allegoria lo spirito, in quella guisa che lo stesso Filone, terapeuta esso pure, chiamava nella Migrazione d’Abramo l’allegoria anima, e la lettera corpo della legge; e in quella guisa pure che Aristobulo, ebreo filosofo contemporaneo, seguiva il sistema delle allegorie scritturali, e Aristea, che volendo dipingere il genio ebraico dei tempi suoi, ci offre nel Sommo Pontefice Eleazaro un modello degli interpreti allegoristi della Scrittura. Ora ch’il crederebbe? Gli Esseni, Filone, Aristobulo, sembra quasi che abbiano veduto lo Zoar, e lo abbian copiato, tanto il loro dire suona conforme alle parole dello Zoar, il quale non solo è quasi una perpetua conferma del loro dettato, mettendolo continuamente in pratica coll’allegorizzar la scrittura, ma questa pratica stessa erige in Teoria: non basta, si vale della stessa imagine, della stessa similitudine di cui si valse Filone, si valser gli Esseni, a indicare la relazione tra i due sensi scritturali, il litterale e lo allegorico. Pel Zoar sezione Beaàlotèha come per Filone e gli Esseni i precetti della legge ne sono il corpo, gufà deoraità, l’allegoria ne forma lo spirito, Nismeta de-oraita. Anzi per far più completa la similitudine imagina lo Zoar una veste che tutta ricuopre il corpo della legge, santissima veste tessuta dei racconti, delle istorie, degli episodj, onde tutto va cosparso il divino volume, e che ne formano quasi il manto e l’involucro esteriore come i precetti ne sono il corpo, e come le allegorie ne sono lo spirito.[85] Non è questo il luogo di occuparci più specialmente di questo senso scritturale che diciamo allegorico, della sua origine, della sua legittimità, delle vicende che ha subìto. Se questo ne fosse il luogo, io dovrei additarvi nella storia della esegesi scritturale due specie di allegorismi, l’uno, il buono, il legittimo, l’ortodosso che anzichè colla lettera pugnare e tanto meno escluderla, con essa si concilia e armonizza perfettamente, e questo è l’allegorismo del Zoar e degli Esseni, l’altro lo spurio, l’eterodosso che pugna anzi colla lettera e col corpo della legge, e sulle rovine s’inalza del senso pratico, letterale, storico della scrittura, ogni loro realtà dileguando nel vaporoso orizzonte di un fantastico allegorizzare; e questo è il simbolismo di Filone tra gli Ebrei; di Origene tra i Cristiani e più o meno di tutti i Padri ed Esegeti della chiesa, i quali stretti, più che loro non talentasse, dal senso preciso, pratico, esecutorio, positivo delle leggi e dei Profeti dissero, figure parabole, similitudini ciò che l’Ebraismo credette sempre e sempre seguitò a credere e praticare quale propria e formale indicazione di fatti o di azioni materiali e positive. Gioberti distinse il duplice allegorismo, ma non si accòrse la sua gran mente, siccome quello che egli chiarisce ostile, anticristiano, eterodosso, sia stato per primo introdotto, praticato, e qual arma di guerra impugnato dal Cristianesimo contro l’antica ortodossia, esautorando di ogni senso reale ed esecutorio tutti i precetti di Dio, e reducendo a vani tipi, e figure e parabole, la storia, i riti, i precetti; insomma tutta la parte reale e positiva della antica alleanza.[86]

Ma ciò che abbiamo superstite della Esegesi degli Esseni, non si stringe soltanto alle cose suesposte. Altri punti culminanti ci rimangono avventurosamente da porre a confronto col sistema dei dottori e nuove conferme dedurne della propugnata identità. Testimoni le etimologie greche, il senso greco che gli Esseni al dire di Filone solevano assegnare a certe frasi, a certe parole della Scrittura. Per Filone, Piscion, Havilà, che quai nomi l’un di fiume e l’altro di paese, si leggono nei primi del Genesi, sono grecamente foggiati e quai vocaboli grecizzanti, intesi, interpretati dallo stesso Filone. E non solo i due ricordati vocaboli, ma per dirla colle parole del Frank, c’est généralement sur les termes de la traduction des LXX et des étymologies purement grecques que se fondent ses interpétrations mystiques. Ma ciò che non vide o non notò il professore di Parigi, ella è la consonanza perfetta col sistema d’esegesi farisaica. Curiosissimo a dirsi! Un fatto vi ha che non abbastanza riscosse sin’ora l’attenzione dei dotti, ma che pure la merita in sommo grado. I Farisei, i Dottori, i Rabbini di Palestina, non v’è cosa che più prediligano nel deciframento delle espressioni scritturali, che il ricorrere alla lingua greca, alle greche etimologie. Se la parola Nof non suona loro abbastanza intelligibile, il greco idioma gli porgerà nel vocabolo Ninfa il senso di vergine, di fanciulla, di amante. Se il vocabolo Meherote-em, suona loro duro a intendersi, la lingua greca glielo farà aperto col vocabolo Mahaera, Spada, o arme qualunque da taglio. Che più? Una disposizione legale di prim’ordine, una questione di vita e di morte, una dispensa dalla pena capitale si deve nel Talmud, a una greca etimologia, e per non dire ancora di altri moltissimi, se il cedro ebbe tra tutti gli altri frutti benchè formosi, la preferenza nella festa di Sucot, egli è perchè la parola Adar suona affine coll’Idro greco, acqua, e quindi accenna al cedro che al dire del Talmud cresce a preferenza in riva alle acque sulle sponde dei fiumi. Ed ecco, se io non erro, abbastanza espressiva analogia nel sistema interpretativo, considerato eziandio nei suoi più minuti dettagli.[87]

Che se ciò paresse scarsa affinità tra le due scuole, non lo sarebbe certo lo spirito, il genio esegetico che si mostra in ambidue improntato di un sol conio. E chi un esempio ne volesse quanto più si può categorico, il chieda a Filone. Il quale, Terapeuta egli stesso, e del sistema dei Terapeuti illustre modello, non solo nel sistema etimologico concorda coi Farisei, ma ben anche nello spirito, nel genio delle interpretazioni scritturali. Testimone per tutti quel passo nella vita di Mosè, ove toglie ad esporre le cause per cui tacque il divino legislatore sui diritti dei padri alla successione dei figli. Le Législateur se tait, per dirne il senso con un autore francese, sur le droit des pères à hériter des enfans. Mais, dit Philon, comme la loi de la nature veut que les enfans soient héritiers des parens, et non les parens ceux des enfans, la législation se tait sur ce qui serait désastreux et malsonnant. La legge tace, secondo Filone, ciò che suonerebbe sinistro e ingiocondo a udirsi. Or bene. Io affermo arditamente che se vi sono interpretazioni che vadano di questo spirito, di queste tendenze informate, elleno sono senza meno quelle dei nostri dottori, pei quali se il testo accenna con una perifrasi, anzichè in modo più diretto, gli animali impuri, egli è per istudio ed amore di castigato linguaggio; se lo stesso giaciglio si noma per l’uomo letto, per la donna sedile, egli è per rimuovere ogni pensiero di oscenità; se l’imbrunire luce si chiama anzichè tenebre, egli è per esordire con meno tristo vocabolo; e pei quali finalmente è principio ammesso, accettato, doversi ogni idea trista, luttuosa, inonesta circondare di ombre discrete, che ne velino la bruttezza e l’orrore. Petah debareha iair. Che dico? Non è persino il caso di successione quello appunto che forma subbietto dell’osservazione Filoniana che non si contempli dai Dottori in Batra; e cosa assai più singolare, ella è la stessa ragione da Filone messa innanzi, che i dottori assegnano al caso stesso ivi considerato, argomento che più non potrebbesi concludente in favore dell’indole comune delle due scuole.

Che se poi dagli studj per sè già abbastanza conformi, vogliamo al sistema trascorrere di esposizione, alla forma esteriore, al metodo dei loro studj; non solo troveremo questo metodo, punto da quello dissimile dei dottori in generale, ma più specialmente simigliante a quello dei Cabbalisti. A noi più non rimangono i libri degli Esseni; ma ci resta Filone, il quale, e degli Esseni ci narra il costume, e nei suoi libri ci offre, Essena egli stesso, un autorevole esempio del far comune dei suoi confratelli. Ci narra il metodo di esposizione, agli Esseni peculiare, nel libro da esso dettato sulla vita di Mosè, lib. 7, e lib. 2, pag. 81, dove dice che la tradizione orale conservata appo gli anziani d’Israel Presbiteron (d’onde il prete cristiano) era comunemente insegnata sul testo della Scrittura; che è quanto dire lo stesso ordine assumeva della medesima Scrittura, e di essa forma vestiva e ordine di comento. Ci offre pur Filone in sè stesso l’esempio di questo generalissimo costume, non seguendo nei suoi libri un filo logico e ordinato di pensamenti, ma piegando piuttosto l’ordine alla successione dei testi od argomenti scritturali. Filone, dice un illustre scrittore, Filone non ha un corpo completo di dottrine; espone i suoi pensamenti in ordine d’interpretazioni simboliche alla Scrittura. Ora che altro è lo Zoar? Egli è appunto ciò che or ora udiste qual definizione delle opere Esseniche e di quelle di Filone, una serie di pensieri esposti in ordine d’interpretazioni simboliche alla Scrittura. Tanto è vero che ciò che all’uno conviene, non meno conviene all’altro eziandio, e che la gran scuola farisaico-cabbalistica è quel mare vasto ove il sistema di Filone mette la foce, e dove l’intero Essenato «ha pace con i seguaci sui

LEZIONE VENTESIMATERZA.