LEZIONE VENTESIMASESTA.

Prendendo noi a trattare della Dogmatica Essenica, e di questa avendo anzitratto discorso di quella parte che si attiene alla Psicologia ossia alle dottrine sull’anima, noi abbiamo, se ben vi ricorda, due punti riservati alla odierna trattazione, e sono la metempsicosi, vale a dire la trasmigrazione delle anime, e la risurrezione dei corpi, quali furono intese e credute dalla società degli Esseni. Io oso dire che se altro punto di contatto non fosse tra Cabbalisti ed Esseni che la credenza alla metempsicosi, se questo solo ci rimanesse documento dell’illustre sodalizio, egli sarebbe già un gran passo compiuto in questa via d’identità essenico-cabbalistica, in cui ci siamo impegnati. E pure nulla di più provato per ciò che riguarda gli Esseni. I quali ossequiarono, al dir di Filone, al dogma anzidetto quando discorrendo della sorte divina che incogliere può agli spiriti immortali, parte dissero, lasciare la vita terrena per mai più ritornarvi, parte iteratamente vestire queste carni mortali, secondo una legge providenziale diversamente dispone. Io farei opera interminabile se qui dovessi il solo novero ricordare dei popoli illustri antichi e moderni, di sistemi filosofici, di teorie eziandio socialistiche che al dogma inchinarono della metempsicosi, e comecchè opera non vana, ma utilissima e profonda sarebbe questa, ciononostante rimarrommene per brevità, sì perchè mestieri è pure che entro i limiti di una storica esposizione mi circoscriva, sì perchè è tale questo delicatissimo argomento, intorno a cui ogni ragione ne comanda riserva. Ma io non posso da due cenni astenermi che troppo degni mi sembrano invero di ricordanza. È il primo quella bella conferma che dalla descrizione di Filone emerge, pel concetto che degli Esseni offriva ai suoi lettori Flavio Giuseppe quando li diceva simili, affini ai Pitagorici. Giuseppe, che io mi sappia, non dice esplicito ciò che disse Filone; non assevera formalmente la metempsicosi presso gli Esseni, ma dice solo essere costoro i Pitagorici dell’ebraismo, come i Farisei ne dice gli Stoici, e come i Sadducei seguaci egli dice di Epicuro. Ma quanto è il suo dire eloquente! Poichè il nome solo dei Pitagorici fa fede, se io non erro, a bastanza della presenza della metempsicosi in seno agli Esseni, non essendo dogma a parer mio per cui siano andati più distinti e famosi i Pitagorici, di quello appunto della trasmigrazione delle anime. E se alcuno di ciò dubitasse, ogni dubbio svanirebbe, ne son certo, dopo la lettura del Ritter. Il quale è il solo, se io non sbaglio, fra gli storici della filosofia che più proceda meticoloso, e secondo me, spesso ingiusto per troppa esigenza nella critica dei testi, nella scelta dei fonti, quasi interamente esautorando di ogni critico valore gli scrittori tutti che per poco furono posteriori agli immediati successori di Socrate; i quali pure sono, come ognun sa, le più ricche e preziose miniere di storici ragguagli intorno le più antiche scuole eziandio antisocratiche, qual fu per esempio quella appunto italo-greca che si disse dei Pitagorici. E pure al Ritter non bastò l’animo negare l’esistenza del dogma della metempsicosi fra i Pitagorici; tanto sembrava a lui stesso caratteristico della scuola, e tanto altresì a fortiori sembrar doveva al nostro Giuseppe che questo special distintivo della scuola aveva, senza meno, presente quando diceva ai suoi lettori pagani essere i nostri Esseni, i nostri Cabbalisti i Pitagorici dell’ebraismo. L’altro punto che voglio toccare di volo, riguarda più davvicino il dogma in se stesso, ed a cose ed a uomini si riferisce a noi coetanei. Io non uscirò riguardo al dogma dalla riserva che mi sono imposto: ma chi potrebbe al tutto trattenere le parole quando il più imponente e vasto pensiero che capir possa nella mente dell’uomo si vede ad una critica soggiacere frivola, superficiale e buona appena per una finzione da romanzo? Ciò che non posso tacere è lo strano spettacolo che mi si offerse non ha guari nel Journal des Débats. In Parigi, nel secolo decimonono, nel grande trambusto e commovimento di religioni, di filosofia, di sistemi d’ogni maniera, si udì una voce che sorse a rivendicare l’antico dogma della metempsicosi, e questa voce fu del Martin, nell’opera che chiamava Cielo e Terra. Ma il Martin doveva subire pena condegna al grave fallo. Nella terza pagina del Débats ove si fanno le apoteosi e gli autodafè delle opere nuove, un filosofo, uno dei guerrieri riservati per le grandi occasioni, doveva fare del Martin e della opera sua adeguata vendetta. Io vorrei potervi qui proporre le obiezioni colle quali si pretese schiacciare l’opera del Martin, e giacchè le mille voci del giornalismo recarono dovunque l’eco ripetuto della disputa insorta, io non so chi ci tenga di mescere a quelle infinite voci anco la nostra. Ma io nol farò, solo per non protrarne all’infinito l’opera assunta. Questo solo dirò, che ciò che tornavami a vedere più doloroso si è il nome che sottostava a quel lavoro di critica filosofica. Io ebbi parecchie volte occasione di nominare il Franck, e con quale stima e venerazione per me si facesse, ditelo voi che ne foste le mille volte i testimoni. Io credo e crederò sempre l’opera del Frank sulla Kabbale ottimo servigio reso alla scienza e alle credenze ebraiche, e Dio volesse che l’illustre Luzzatto e consorti, anzichè occuparsi a denigrarla, mirassero a compirla, a perfezionarla. Ma se gli antichi dissero sed magis amica veritas, io non posso questa volta trovare nè bello nè serio l’officio dal signor Frank adempito. Non bello, perchè male s’addice allo storico e apologista dei Cabbalisti, al discendente degli Esseni, stendere l’atto d’accusa della metempsicosi; non serio, perocchè non è difficile trionfalmente replicare alle obiezioni ivi stesso suscitate dal Sig. Frank. Le quali, parte consistono nelle antiche e più comuni confutazioni del dogma, parte nuove ma tutt’altro che inoppugnabili. Ma questo ed altro simile abbiamo detto trapassare in silenzio, ed al proposito nostro ci atterremo. Solo piacemi ora toccare del secondo dogma in questione: è il dogma della Risurrezione. Per non avere trovato esplicitamente insegnata l’esistenza di questo dogma presso gli Esseni, alcuni moderni critici specialmente imbevuti del genio ipercritico dell’Allemagna lasciarono libero il freno al loro congetturare a priori, e dalle idee che formavansi gli Esseni dei rapporti primigeni dell’anima col corpo, crederono poter dedurre la negazione del dogma resurrezionale in seno agli Esseni. Vi ha in Parigi un giornale letterario che si è tolto l’assunto d’informare la Francia dotta, religiosa, letteraria dei grandi lavori che giornalmente s’imprendono, si compiono nella vicina Germania, che per ciò appunto si noma Rivista Germanica e che per ciò appunto dovrebbe ricercarsi e possedersi dovunque, che per mancanza di rapporti più immediati, non è concesso attingere direttamente alle vive e abbondanti fonti della scienza ed erudizione germanica. Or bene; nel nono numero di quest’anno istesso 1858, trovai inserito un articolo di sommo interesse per le nostre ricerche, e che all’autore Michel Nicolas, professore di Teologia in Montauban, piacque d’intitolare Gli antecedenti del Cristianesimo. In un articolo che si chiama degli antecedenti del Cristianesimo, il nome degli Esseni non poteva non figurare in luogo eminentissimo, come difatto vi figura; e molte delle questioni da noi lambite, vi sono profondamente e maestrevolmente trattate. Ma sia vaghezza di fare meno che è possibile tributario il Cristianesimo della società degli Esseni; sia non avere compreso le strettissime affinità tra gli Esseni ed i Farisei; sia la mania di argomentare per vie insolite e non battute trasandando i raziocinii più ovvii e più alla mano, fatto sta che secondo Michel Nicolas gli Esseni non conobbero o negarono il dogma risurrezionale. E perchè così giudica il Nicolas? Perchè egli crede incompatibile il principio della unione forzata col corpo, col ritorno dell’anime a vivificare i corpi una volta abbandonati, perchè egli crede il distacco da tutte le cose corporee essere stato il perpetuo conato, e la perfezione ideale che l’Essenato si proponeva senza pensare che le tendenze anticorporee dell’anima a sè stessa lasciata, non montano nulla nè agli ordini universali della Provvidenza di Dio, la quale può volere la seconda e ultima volta come volle la prima, quell’unione che non si compiva nè compirassi che a malgrado dell’anima; senza pensare che il dogma risurrezionale implica per sè stesso la rigenerazione, e per dirla tecnicamente la Palingenesi dell’Universo, e quindi il ritorno alla purità primigenia di quella carne che non è, secondo l’Ebraismo, rea per sè stessa ma che tal divenne per un principio a lei esteriore; e quindi per ultimo corollario che l’antipatia o antagonismo fra lo spirito e la materia potrà e dovrà cessare allora, quando la primigenia armonia sarà ridonata, della quale furono preludii e quasi presentimenti Mosè sul monte e soprattutto Elia, Elia che s’incielò vestendo tuttavia carne mortale, per lo cui insigne privilegio io credo che presegga alla culla dell’uomo come angiolo della creazione, ed alla sua tomba come angiolo della resurrezione, quasi perpetuo iniziatore e ierofante della vita mortale, identico al greco Mercurio, all’Erme egiziano, al Sireo o Cane Celeste, guida e conduttore delle anime. E, mirabile a dirsi, i Cabbalisti dierono il cane per simbolo ad Elia e nel nome suo trovarono aritmeticamente il nome Cheleb, ambedue sommando egualmente cinquantadue, e prima di essi i Talmudisti muovendo evidentemente dagli stessi principj dissero le grida gioiose e gli scherzi dei cani annunziare Elia che entra in città. Ma io mi sento trascinare senz’addarmene punto, da digressioni certo nè inutili nè volgari, ma che troppo il libero corso arresterebbero dei nostri studj. Noi dicevamo come a torto negasse agli Esseni il Nicolas il dogma di risurrezione. E fortunatamente non siam soli a così opinare. Il Nicolas stesso s’incarica d’informarcelo. Telle n’est pas, egli dice, l’opinion de M. Hegenfield, qui dans un ouvrage récent (e che si chiama l’Apocalittica ebraica) attribue aux Esséniens la composition des Apocalypses Juives, ou du moins les range parmi les Juifs qui s’occupèrent le plus des idées apocalyptiques. Ora le apocalissi, le idee apocalittiche importando per lor natura il supposto di un ciclo apocalittico, di un cielo palingenesiaco, ossia di rigenerazione cosmica, universale, egli è chiaro come gli autori delle apocalissi non potevano disconoscere un dogma che tanto davvicino si attiene alle loro teorie, anzi che n’è parte inseparabile, che vediamo immancabilmente figurare in tutte le superstiti apocalissi, vuoi spurie o legittime, quali sono, a mo’ di esempio, il libro di Daniel e l’apocalissi o rivelazione di Giovanni. Ma contro l’opinione ricordata, e ch’è la nostra, potrebbe alcuno argomentare; potrebbe dirsi: Filone e Giuseppe sono i soli o almeno i principali storici dell’Essenato. Ora Giuseppe e Filone quando favellano degli Esseni non parlano della Risurrezione, non l’annoverano tra le loro credenze, non ne fanno parte del sistema lor teologico, con qual diritto attribuirgliele, e come la lacuna colmare di nostro arbitrio? Ma quanto labile quest’obiezione! Se io volessi, per sovrabbondanza di prova, far tesoro di argomenti, di repliche vittoriose, sareste voi piuttosto stanchi d’udire, che non io di favellare. Potrei citare l’autorità del medesimo Nicolas quando, in altro punto del suo lavoro mi porge egli stesso le armi onde al nulla ridurre la forza della sua negazione, quando misurando il grado di contezza che dell’illustre istituto possedevano Giuseppe e Filone, dice del primo: «Joseph, qui avait passé un an dans la société, n’avait pas franchi le premier degré de Noviciat, et ne connaissait pas par conséquent le fond de ses doctrines;» e del secondo aggiunge non men categorico: «et Filon, comme Neander le fait remarquer, les présente non tels qu’ils étaient en réalité, mais tels qu’il lui convenait qu’elles fussent pour que les Grecs éclairés vissent dans les Esséniens des modèles de sagesse pratique.» Il Nicolas dice assai, dice anche troppo secondo me, nè io accetterei in tutta la sua estensione il suo asserto se non colle più delicate restrizioni e riserve. Ma finalmente che valore dopo queste parole può avere il silenzio di Giuseppe, di Filone quando tacciono della Risurrezione, perchè veramente di silenzio si tratta anzichè di esplicita e formal negazione? E quante cause non possono avere questo silenzio cagionato, anche allora che gli Esseni avessero ossequiato, come hanno a parer mio veramente ossequiato, al principio di Risurrezione. Può esserci stata ignoranza in Giuseppe e Filone, come il Nicolas istesso ci autorizza a supporlo, comecchè poco invero io inclinerei ad ammetterla trattandosi specialmente di dogma popolare ed esoterico anzichè di insegnamento acroamatico.—Può essere stato studio, desio sincero di non urtare violentemente i pregiudizj pagani ai quali nulla più tornava assurdo e mostruoso ad udirsi che il risorgimento dei morti a vita eterna, testimone il riso, lo scandalo che suscitarono nel mondo pagano le prime predicazioni del Cristianesimo, quando annunziarono Cristo risorto dai morti, e primogenito, come gli Apostoli dissero, del Regno futuro, e se non temessi di riuscire troppo diffuso, non mi sarebbe difficile recare in mezzo prove ed esempj di silenzii discreti, di opportune varianti, di calcolate infedeltà, concesse, ammesse, usate in grazia appunto dell’opinion dominante di cui, per non dire di altri, fu cospicuo e manifesto esempio, ed è tuttavia, la traduzione dei Settanta.—Ma le cose anzidette, che molto han pur di probabile, del verosimile, debbono cedere il luogo al provato ed al vero, alla ragione che io credo solo storica, solo reale, che può essere stata coadiuvata sì dalle altre citate, ma che sarebbe egualmente vera, decisiva, perentoria, quando pure fosse sola. Ed è questa che Giuseppe principalmente ed anche Filone, quando parlano degli Esseni, quando dei Sadducei, Farisei ed altre sètte dell’Ebraismo, solo quelle cose ricordano che distinguono la setta in discorso, dal comune dell’Ebraismo, solo quella parte pongono in luce della sua fisonomia, che discorda dalle generali fattezze dell’Ebraismo; quello in somma che hanno di speciale, di esclusivo. E poi, chi volesse con un sol fatto spogliare di ogni valore il silenzio di Giuseppe e Filone, chi volesse sin dalle barbe sradicare la negata resurrezione degli Esseni, basterebbe citare i Farisei, ai quali non è nessuno che negar possa il dogma della risurrezione, tanto vanno colmi i loro libri di espliciti insegnamenti di questo dogma. E pure, guardate Giuseppe. Egli parla a lungo dei Farisei, come parla degli Esseni, dei Sadducei; ne narra i costumi, le credenze, le somiglianze colle scuole analoghe del Paganesimo, ma nè un sol cenno nè un sol motto avviene che dalla penna gli sfugge intorno il dogma in discorso. Per certo questo silenzio non è a caso, sia che tacere abbia voluto ai Pagani un dogma che destato avrebbe il riso e lo scherno dei loro filosofi, sia, come dissi poc’anzi, che di quelle cose soltanto abbia preso a favellare che eran subbietto di controversia, tacendo delle altre generalmente consentite; sia infine ambedue le ragioni anzidette, fatto è che il silenzio di Giuseppe nulla prova riguardo ai Farisei, e nulla egualmente conclude rapporto agli Esseni, i quali come tutti gli Ebrei, e forse più di tutti gli Ebrei, diedero, come fecero i Cabbalisti, luogo eminente al dogma resurrezionale. Che se a tutte le ragioni finora discorse aggiungete il silenzio del Talmud, che nel mentre narra le dispute dai Dottori sostenute contro i settarj d’ogni maniera in favore di questo dogma, non è mai che tra essi faccia menzione dei nostri Esseni; se aggiungete il dogma della metempsicosi che, per chi bene lo intende, suppone qual ultimo suo corollario la immanente ultima e definitiva unione delle due nature; se pensate a certi fatti e credenze generali dell’Ebraismo che gli Esseni non potevano ricusare sendo esse il fondo e il patrimonio comune dell’Ebraismo, e che menano difilati, per poco che vogliamo essere logici, al dogma in discorso; se pensate, a mo’ di esempio, ad Adamo, creato in principio immortale, a Henoh di cui si tace, anzi si nega fino a un certo segno la morte, ad Elia rapito in corpo ed anima, nella vita celeste, ai singoli fatti dalla Bibbia narrati, di uomini da morte a vita risuscitati, a Mosè che disse: Ani amit va-ahaié, ad Anna che cantò: Morid sceol vaiaal, che cala nel sepolcro e ne riscuote i caduti, a Isaia che poetò: Ihiù meteha ec. a Ezechiele che profetò: Inneni poteah et Kibrotehem, per non dire di Daniel, che una critica troppo ardita potrebbe dire sconosciuto o non ammesso dai nostri Esseni, e che è il profeta della risurrezione per eccellenza. Se pensate a tutti i fatti e alle credenze narrate, chiaro vedrete come troppo precipitosa sentenza abbia proferito il Nicolas, quando volle la Risurrezione ignota, negata dall’Essenato e come per esso e per chi opina con lui potrebbe dirsi con Petrarca:

Ben fa chiunque impara sino al fine.

LEZIONE VENTESIMASETTIMA.

Se degli Esseni abbiamo studiato sinora ciò ch’insegnarono, rapporto all’anima, alla sua natura, ai suoi destini, parmi questo luogo conveniente di studiare altresì ciò che insegnarono delle straordinarie manifestazioni delle facoltà psicologiche nelle predizioni, nelle profezie di cui andarono gli Esseni celebri per il mondo. Giacchè narra la storia parecchi e famosissimi casi, in cui gli Esseni annunziarono da lungi un avvenire, che non mancò giammai, dice Giuseppe, di avverarsi.—Si avverò, dice Flavio nel decimoterzo delle Antichità, quando Giuda, Essena di nazione, per esprimermi com’esso s’esprime, predisse la morte d’Ircano nella torre di Stratone; e tanto superlativo si formava concetto del medesimo Giuda, che non teme Flavio di aggiungere, per valermi della traduzione francese di Arnauld d’Andelby: que ses prédictions ne manquaient jamais de se trouver véritables.—Si avverò, oltre altri casi moltissimi narrati da Flavio, in quello veramente memorabile d’Erode il Grande, quando un Essena per nome Menahem che menava, dice Flavio, una vita sì virtuosa che lodato era da ognuno e che aveva da Dio ricevuto il dono di profezia, vedendo Erode ancor fanciullo studiare insieme coi bambini dell’età sua, gli disse che avrebbe un giorno regnato sopra gli Ebrei. Quando Erode inalzato al trono si vide al colmo della prosperità, ricordossi di Menachem e delle sue predizioni, e chiamatolo presso di sè, trattò da quind’innanzi con segnalato favore tutti gli Esseni. Sono queste parole pressochè testuali di Flavio Giuseppe, nelle quali misi uno studio particolare di fedeltà onde le conseguenze storiche dottrinali che ne dedurremo, sieno sopra basi fondate, solide, incrollabili.—Questi fatti provano, non è dubbio, come gli Esseni s’occupassero di predizioni; e qual credito insigne godessero tra i lor coetanei eziandio più illustri, di veridici vaticinatori delle cose avvenire. Ma l’ultimo dei fatti narrati, l’episodio dello inalzamento di Erode al trono di Giuda, prova inoltre due cose; prova quanto ingiustamente sia stato sinora creduto tacersi affatto gli antichi Dottori della società degli Esseni, dacchè, singolare a dirsi, al fatto or’ora discorso si allude manifestamente nel Talmud, come fra poco vedremo. E prova poi altra cosa. Prova quella identità che non ho cessato un istante di proclamare tra gli Esseni ed il Farisato, non altro essendo i primi, a parer mio, che la parte eletta ed i teologi della scuola. Ora chi non vedrà e l’una e l’altra cosa nel Talmud di Kaghigà? Ove descrivendo le prime primissime origini delle controversie dei Farisei, e i primi tra i Dottori ad erigersi tra essi antagonisti, narra qual prima coppia ch’ebbe discorde il sentire in fatto di religione, un Illel, l’antico il famoso Illel, che il chiarissimo Luzzatto crede identico al Pollione di Giuseppe, e per secondo non già Sciammai che non intervenne che tardi, ma il nostro, lo storico, l’Essena Menachem che precorse a Sciammai nel rabbinico patriarcato e che solo a Sciammai cesse il luogo, l’ufficio, quando la sorte chiamollo altrove, come vedremo. E perchè dico il talmudico Menachem identico al nostro, all’Essena Menachem di cui parla Giuseppe? Perchè è il Talmud stesso che ce lo insegna, per chi bene lo intenda, il quale, dopo aver detto che a Menachem sottentrò nell’officio Sciammai, chiede a se stesso.—Che cosa avvenisse di Menachem leehan iazà.—E Dio volesse che fosse la risposta concorde. Ma no! Da Menachem al Talmud, o per dir meglio, ai personaggi che qui interloquiscono nel Talmud, Abaje e Rabbà, non solo più di tre secoli eran trascorsi, ma l’esilio, lo spostamento delle accademie e dei centri studiosi avevano di tale dubbiezza avviluppate le cose che immediatamente precessero la grande catastrofe, che si vedevano sì, ma come gli obbietti si veggono per l’aer caliginoso. Che volete pertanto? Abajè e Rabbà rispondono sì, ma onninamente discordi, alla domanda del Talmud. Dottori ambidue Babilonesi, nati, cresciuti lungi da Palestina patria di Menachem, ognuno di essi narra le cose tali quali le aveva udite per avventura da una tradizione discorde. Per Abaje, Menachem uscì letarbut rahà, frase talmudica che vale quanto apostatare od uscire dal grembo della ebraica ortodossia.—Per Rabbà invece se Menachem non è più tra i Dottori annoverato, egli è perchè (notate prezioso ricordo!) fu assunto al servigio e ministero del Re, il quale come ora vedremo non è, nè può essere altri se non Erode il Grande.—Ora di fronte al dubitar del Talmud chi oserà asserire che le cose avvenissero come noi le dicemmo avvenute? Quando due opinioni tenzonano, come vediamo, con egual forza, chi ci autorizza a stare piuttosto alla seconda che non alla prima, e soscrivere alla versione favorevole di Rabbà, piuttosto che a quella a noi ostile di Abaje?—Ah! il perchè è facile a dirsi, e voi uditolo, spero, mi darete ragione. Due sono gli argomenti capitalissimi che ci persuadono vera, preponderante la tradizione di Rabbà. È il primo un principio che corre comune e divulgato assai tra gli studiosi del Talmud, che ovunque cioè una controversia si verifichi tra Abajè e Rabbà, egli è al secondo che dobbiamo attenerci, tranne pochi singoli casi nominativamente eccettuati dallo stesso Talmud. Che nelle quistioni critiche storiche, anco dogmatiche, questo criterio non abbia avuto sempre forza di legge, concedo anch’io volentieri, ma con qual giustizia, con qual coerenza?—Certo con quella stessa giustizia e coerenza che manomise nello studio del Talmud tuttociò che non ha rapporto immediato colla pratica religiosa, senza pensare che ove di un albero tu trascuri le radici, il tronco, i rami ed anco le foglie, è vana opera occuparsi del frutto che non crescerà mai, o crescerà misero e tristanzuolo, quale lo fece il mal governo dello stupido cultore.

A noi però che recammo sempre nell’animo la sintesi, la reintegrazione della scienza ebraica in tutte le svariatissime sue parti, teoriche e pratiche, non è lecito adottare criterio diverso nel rito da quello che nella storia, nel domma, nell’esegesi adottiamo, e in queste come in quelle diciamo e continueremo a dire Ilheta che rabà. E questo è argomento che abbastanza identifica il Menachem del Talmud coll’Essena Menachem, di cui Flavio discorre. Ma qual’è il secondo? Il secondo è lo stesso Talmud che ce lo fornisce, ed è tale, che ove pure si volesse niun valore concedere alla massima già esposta che dà ragione a Rabbà contro Abajè, basterebbe per se solo a far prevalere l’opinione del primo contro il dir del secondo. E perchè? Perchè reca un inaspettato ed autorevolissimo ausilio alla tradizione del primo, in un’antica Barraità, che oltre essere opera di Dottori Palestinesi conterranei di Menachem, è di gran lunga più antica del Talmud e dei suoi autori, e quindi maggiormente si avvicina all’epoca di Menachem, e più veridica e sincera ne ragguaglia dell’avvenuto. La Barraità o testo misnico si pronunzia a dirittura in favor di Rabbà, e quella ragione assegna al ritiro di Menachem che Rabbà assegnava, vale a dire i nuovi offici che fu chiamato a sostenere in corte di un Re che non può essere altro che Erode, Tana nammè akì iazà Menahem laabodat ammelech. Non basta. La Barraità ci conserva memoria di una circostanza taciuta dallo stesso Rabbà, e che più compiutamente risponde alla narrazione di Giuseppe. Certo voi non lo avete obbliato. Oltre i favori personali che asseguì Menachem, narra Giuseppe il credito, l’estimazione in cui salirono, la mercè sua, gli Esseni: e come (sono sue parole) da indi innanzi trattasse con segnalati favori i nostri Esseni. Or bene, la Barraità pare che faccia eco alle parole di Flavio, e dopo aver detto come udiste di Menachem che passò al servigio del Re, queste parole aggiunge memorandissime che a voi raccomando: E con esso passarono allo stesso servigio ottanta coppie di giovani dottori in serico ammanto—segno della nuova dignità a cui furono assunti, secondo era stile degli antichi principati rivestire i nuovi eletti di abiti distinti, secondo si legge in Assuero e in Faraone. Ma questi due argomenti, per quanto grandi, non sono i soli: ve ne sono altri due che grandemente favoriscono il nostro sistema: l’uno è la concordanza cronologica dei due fatti, l’altro è la produzione di un’autorità tanto più concludente quanto più inconsapevole e spontanea. Che cosa è la prova cronologica? È quella che dimostra come il Menachem, di cui parla il Talmud, visse appunto in quel tempo in cui visse, al dir di Giuseppe, il Menachem degli Esseni, il favorito di Erode, rendendo tanto più probabile la loro identità, quanto più strano sarebbe ammettere al tempo istesso due Menachem ambo dottori, ambo favoriti da Erode, ambo seguiti da lunga schiera di Dottori favoriti com’essi. Or bene: noi abbiamo un punto fisso di partenza nel calcolo cronologico, ed è la data dell’esistenza d’Illel collega di Menachem. Il quale visse e sostenne il patriarcato cento anni prima della distruzione del tempio, nel quale tempo deve aver vissuto e figurato lo stesso Menachem che gli fu collega nel dottorato, anzi capo della scuola avversaria, alla cui testa si pose, dopo di esso Menachem, il più famoso Sciammài. Questo punto dimostrato costante, che cosa ci resta a fare per compire la dimostrazione e provare sincronici i due Menachem? Dobbiamo, se non erro, provare che il Menachem di Giuseppe visse, fiorì giusto cento anni prima dello esilio. Or bene: aprite Giuseppe, e dove è menzione del fatto della predizione di Menachem troverete notato dall’Arnauld d’Andelby essere ciò appunto avvenuto nell’anno 40 prima dell’era volgare, la quale avendo preceduto circa un 60 anni la distruzione del tempio, torna l’istesso che dire cento anni prima della distruzione, ch’è quanto dire quella stessa data in cui, secondo il Talmud, veduto abbiamo esistere, fiorire il talmudico Menachem.